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Blogtour di “Solitude: L’ultima guardiana” – Intervista all’autrice

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Eccoci alla seconda tappa del Blogtour di Solitude: L’ultima guardiana di Francesca Maggi. In questa tappa avrete modo di scoprire qualcosa in più di questa giovane autrice tramite la sua intervista. Ma, prima, eccovi la sinossi del romanzo!

Thea ha lunghi capelli neri, un cappuccio scuro sempre calato sulla fronte e non ama andare a scuola. Ne ha cambiate parecchie, ultimamente, a causa del lavoro dei suoi genitori. È la scusa che accampa nell’ufficio della sua nuova preside, che l’ammette all’anno scolastico non senza riserve, in completo di tweed e sguardo indagatore. Thea Jacobs è in realtà una giovane guardiana della Terra: deve preservare il pianeta dal disequilibrio tra bene e male ed è in guerra con le ombre scatenate dall’ira vendicativa di Aimon, discendente delle forze di Caos. È in pericolo: i nemici hanno fatto piazza pulita dei suoi compagni guardiani e lei deve fuggire, o la Terra ne subirà amare conseguenze. Intorno, anche le ultime persone care vengono meno e Thea rimane sola, fatta eccezione per Lucas, il suo compagno di banco. È un umano così mediocre… le fa una corte spietata e le è sempre fra i piedi. Colta in flagrante nell’atto di uccidere un nemico sotto mentite spoglie, Thea non ha più alternative e decide di coinvolgere il ragazzo in un’avventura che li porterà a scoprire mondi paralleli aldilà di ogni immaginazione. Salti spazio-temporali, portali magici, creature alate di innata bellezza aspettano i due compagni di scuola, così diversi eppure così vicini, entrambi alla ricerca del vero senso dell’amore e in balìa di quei poteri tutti umani che ognuno di noi possiede ma che nessuno mai si rende conto di avere.

cover Solitude

Titolo: Solitude: L’ultima guardiana
Genere romanzo: Fantasy YA
Casa Editrice: Libromania
Prezzo: 2,99€

Le parole dell’autrice

Nome?

Francesca Maggi

Da dove vieni?

Sono nata vicino a Reggio Emilia, cresciuta in provincia di Milano e ora vivo a Milano.

Mai senza?

Smartphone. Non per i social ma per le mappe, ho un pessimo senso dell’orientamento.

Se dovessi esprimere tre desideri?

Tutti per mio figlio, e per il mondo in cui dovrà vivere: che tutti i bambini abbiano la possibilità di studiare e imparare; che gli uomini imparino ad amare la natura e la terra; che ci sia il rispetto per l’altro.

La tua vita in un tweet?

Mamma, moglie, scrittrice, e un lavoro vero. Non ho ancora deciso cosa fare da grande.

Letture di riferimento e autori preferiti?

Leggo molto in base all’umore. Passo con estrema facilità dai romanzi gialli alle saghe fantasy, dai YA distopici ai romanzi d’amore. Amo Jane Austen, Tolkien, Carrisi, Camilleri, Camilla Lackberg.

Le letture di riferimento variano a seconda di ciò su cui sto lavorando. Di solito però mi concentro su romanzi per ragazzi e young adult, credo sia importante capire cosa amino i propri lettori. Ahimè, ho un background in marketing.

Come mai un romanzo fantasy?

Per caso ho rivisto delle vecchie foto della mia scuola del Wisconsin, quando trascorsi là un anno di liceo. Immediatamente ho visualizzato Thea, così bella e misteriosa mentre attraversava i corridoi cercando di non dare nell’occhio. Da quell’immagine è partito tutto. Ho iniziato a costruirle intorno un’identità, altri personaggi, e un fantasy era il modo migliore per poter dare libero sfogo alla mia immaginazione. Inoltre mi piace scrivere di ragazzi per ragazzi. È un’età a cui mi sento ancora molto vicina e legata.

Come nascono i tuoi personaggi? C’è qualche collegamento con la realtà?

Tutti i personaggi hanno caratteristiche reali: in loro ritrovo me stessa, mio marito, i miei genitori, amici o conoscenti. Nessuno però corrisponde uno a uno con la realtà. C’è sempre una parte di assoluta fantasia.

Come puoi riassumere ai lettori questo romanzo? Qual è il messaggio finale che vuoi trasmettere?

Solitude non racconta una storia vera, ma i suoi protagonisti lo sono. Sono adolescenti che si trovano a destreggiarsi tra amicizie, primi amori e il desiderio di trovare una propria identità. Ed è proprio a loro che è indirizzato questo romanzo, perché attraverso la lettura possano identificarsi con i personaggi e capire l’importanza di valori che troppo spesso nella nostra società passano in secondo piano: amicizia, sacrificio, rispetto per l’altro, e il coraggio di portare avanti le proprie idee contro tutti gli stereotipi.

Prossimo romanzo? Ci sarà un sequel?

Sì, sono già al lavoro sul secondo capitolo, a cui spero seguirà un terzo per concludere quella che nella mia testa è nata come una trilogia. Terminata questa saga vorrei cambiare genere e dedicarmi a qualcosa di diverso. Vedremo dove mi porterà l’ispirazione.

Non perdetevi le altre tappe del Blogtour! Ecco qui la prima su La Fenice Magazine!

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Intervista all’autore Luca Buggio

LucaBuggio-225x300.jpgLettori, qui di seguito trovate l’ intervista a Luca Buggio, autore di “La città delle streghe”, edito da La corte editore. Vi avevamo già parlato di questo splendido romanzo (trovate la recensione qui) ambientato nella Torino magica di inizi Settecento, ricco di atmosfere oniriche e misteriose. Ora vi portiamo con noi in una chiacchierata con l’autore che ci svela dei retroscena interessanti. Buona lettura!

“La città delle streghe” è ambientato nella Torino dei Savoia dell’inizio del Settecento. Vediamo muoversi la Storia in contemporanea con i protagonisti, una parte di Storia che solitamente non viene citata molto in libri o altro. Come mai la scelta di questi anni in particolare?

Il plot e i protagonisti erano nella mia testa da parecchio tempo, ma non riuscivo a decidere quando e dove collocarli. Nel 2006, durante le celebrazioni del Tricentenario dell’Assedio di Torino, andai a sentire una conferenza per sapere qualcosa di più di un momento della storia della mia città su cui mi sentivo molto ignorante. Ne fui folgorato. Iniziai a frequentare biblioteche e librerie, immergendomi nelle vicende e nella vita della Torino di inizio settecento, e man mano che studiavo prendeva corpo la certezza di aver trovato il tempo e il luogo della mia storia, entrambi straordinari. Si tratta di un’epoca di transito dalla forte religiosità e superstizione del Seicento alla razionalità dell’Illuminismo, e di un posto che sin dalle sue origini si porta dietro la fama di “città magica”.

Nel libro abbiamo la possibilità di seguire parallelamente due protagonisti, Augusto e Laura, i quali però si sfioreranno soltanto senza mai entrare in contatto durante tutta la storia. E’ una scelta insolita ma molto affascinante ed audace, come sei arrivato ad intraprenderla e per quale motivo?

Sin dall’inizio volevo fare in modo che la protagonista della storia fosse proprio “la città delle streghe”, ossia Torino con i suoi misteri, i suoi drammi e i suoi mostri in carne e ossa. In più mi piaceva l’idea di creare un legame istintivo, quasi viscerale tra i due personaggi principali, ma senza darmi l’obiettivo di farli incontrare a tutti i costi. Come spesso mi capita, man mano che scrivo i personaggi “prendono vita” e sembra quasi che siano loro a decidere cosa fare. Laura e Gustìn hanno fatto le loro scelte e la storia si è conclusa senza che si fossero incontrati. Questa scelta mi piaceva e spaventava al tempo stesso. Mi affascinava il pensiero di far affezionare un lettore a entrambi i personaggi in quanto se stessi, di farlo sentire soddisfatto per la conclusione della vicenda ma al tempo stesso desideroso di saperne qualcosa di più, e di immaginare cosa succederebbe tra due persone così diverse se un giorno si dovessero incontrare.

Altro punto forte del romanzo è la stregoneria e tutto il mondo legato alle superstizioni. C’è un motivo in particolare che ti ha spinto ad avvicinarti a questo tema e a sceglierlo come colonna portante del tuo scritto?

Per molti anni ho vissuto ad Avigliana. Da una finestra di casa si vede la Sacra di San Michele, da un’altra il Montecuneo che ancora oggi, in certi giorni d’autunno, sembra avvolto da una cappa impenetrabile di nebbia e mistero. I miei nonni mi raccontavano le storie delle masche che di notte spaventavano le bestie nelle stalle. Quand’ero bambino, per andare a scuola, passavo davanti a una casa malconcia e sempre chiusa che nelle mie fantasie era abitata da una strega. Il tema della magia correlata a una certa dimensione rurale e contadina è parte dei miei ricordi, e mi piace averne cura.

Sappiamo che l’unico personaggio realmente esistito della storia è il Conte Gropello, di cui, scrive, è stato difficile reperire informazioni. Come mai la scelta di questo personaggio così controverso e quale è stata la tua ricerca?

Gropello ha avuto un ruolo importante nella storia di Torino: durante gli anni difficili della guerra di Successione Spagnola, non era solo il ministro delle finanze, ma una specie di factotum che godeva di grande stima da parte del Duca di Savoia. A differenza di tante altre personalità dell’epoca, è caduto nel dimenticatoio, così che non è così facile reperire informazioni su di lui. Ad attirare la mia attenzione è stato scoprire che è plausibile che, tra le altre cose, Gropello si occupasse di spionaggio… anche in prima persona!

Eravamo curiosi di conoscere quali fossero le tue abitudini di scrittore. Segui particolari riti o hai una stanza tutta per te nella quale ti dedichi al tuo lavoro?

Divido il mio “lavoro” in varie fasi. Documentazione e studio, pianificazione e costruzione della trama e dei personaggi, scrittura vera e propria. Le fasi non sono in sequenza, ma procedono più o meno contemporaneamente: scrivere mi aiuta a capire cosa devo approfondire nell’ambientazione, cosa non funziona nel plot, cosa non mi convince dei protagonisti. Studiare mi dà nuove idee di luoghi e scene. Per costruire i miei protagonisti mi avvalgo di quanto imparato praticando un’altra grande passione, il teatro: su ciascun personaggio faccio uno studio come se dovessi portarlo in scena e recitarlo. I manuali studiati e i corsi frequentati come attore mi sono di incomparabile aiuto.
Scrivo la sera, nel weekend o quando sono in vacanza. Non ho un luogo preferito dove scrivere, ma non vado mai in giro senza un block notes su cui appuntarmi le idee. E cerco sempre di avere musica di sottofondo. Quella è un’immensa fonte di ispirazione.

Una piccola curiosità da lettrice. Quali sono i libri della tua vita e quali gli scrittori che hanno segnato maggiormente il tuo cammino da lettore e da scrittore?

L’elenco è lungo. I miei primi amori sono stati i romanzi di Salgari, poi i poemi omerici. Da ragazzo ho scoperto “i miserabili” di Victor Hugo e “il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas: sono i libri che porterei sulla classica isola deserta, e a cui devo dire grazie perché credo abbiano stimolato quelli che poi sono diventati tratti distintivi della mia personalità. Edmond Dantès mi ha insegnato a non arrendermi mai e a portare a termine ciò che inizio, da Jean Valjant ho imparato il valore della compassione, del perdono, del prendermi cura delle persone che soffrono. Altri miei “miti” letterari sono Shakespeare e Pirandello, Herman Hesse, Thomas Mann. Tra i contemporanei senza dubbio Stephen King, ma anche Joe Landsdale e Carlos Zafòn. Il mio editore, facendomi uno dei più bei complimenti che entrambi potessimo immaginare, mi disse che il mio modo di scrivere gli ricordava quello dell’autore dell’Ombra del Vento.

Oltre ai lavori già pubblicati, puoi rivelarci se hai in mente qualche nuova storia o la stai già scrivendo?

Posso solo dire che so bene di avere lasciato i lettori della Città delle Streghe con la bocca un po’ asciutta, sia per quanto riguarda i misteri lasciati irrisolti, che per l’incontro non avvenuto tra Gustìn e Laura. Intendo farmi perdonare.

Prima di chiudere l’intervista, un’ultima domanda che poniamo a tutti gli scrittori che abbiamo il piacere di intervistare. In quanto blog nato da un gruppo di lettura, cosa ne pensa di questa realtà?

Uno scrittore non esiste senza qualcuno che lo legge. Prima che autore sono lettore, e trovo meravigliosa la possibilità di confrontarmi con altri lettori, commentare insieme libri che mi sono piaciuti o non mi sono piaciuti, scoprirne di nuovi. Per molto tempo sono stato iscritto su Anobii prendendomi l’impegno di recensire tutto quello che leggevo. Dalle recensioni di altri sono stato convinto a comprare libri che magari a prima vista non mi ispiravano, o al contrario di evitarne altri che avrei comprato a occhi chiusi. La possibilità di confrontarsi nei gruppi di lettura è ancora più fondamentale come autore: lo scambio con i blog aiuta a farsi conoscere, ma anche a ottenere preziosissimi feedback. Grazie quindi per avermi concesso questa opportunità!

Luca Buggio è nato a Torino, dove vive e lavora. Laureato in Ingegneria, è anche scrittore, regista e attore teatrale. Ha esordito nel 2009 con La danza delle Marionette. Con La Città delle Streghe, primo romanzo per LA CORTE EDITORE, ci trasporta nella Torino del 1700, in un’atmosfera che sconfina tra il gotico e il thriller, facendocela vivere in tutta la sua magia (link per acquistare il volume).

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Intervista a Giada Sundas

Buongiorno lettori,
oggi vi proponiamo l’intervista fatta a Giada Sundas, una mamma super, autrice di un libro divertentissimo di cui potrete trovare qui la recensione -> Recensione di “Le mamme ribelli non hanno paura” 
Buona lettura ❤
00000000000000216803-280x280Sappiamo tutti che gestire il proprio tempo con un bambino piccolo è complicato. Per citare il tuo libro: spesso tocca fingere una dissenteria per rimanere un po’ da soli e avere dieci minuti di pace. E’ stato difficile per te trovare lo spazio per scrivere questo libro? Come ti sei organizzata? Dobbiamo ringraziare Moreno? 
 
Non è stato facile, ho dovuto incastrare tutti i tasselli come si fa con il Tetris. Considerando anche che l’ho scritto in appena due mesi, la maggior parte della stesura è avvenuta di notte. È stato un periodo durissimo e stressante per me.
 
“I giorni di una mamma” è stato, probabilmente, il tuo post più condiviso. Ti aspettavi che diventasse virale?
 
Assolutamente no. Tra l’altro ricordo bene com’è nato: nel letto, prima di addormentarmi, mi venne in mente e lo scrissi con il cellulare. Siccome era molto tardi, il mattino dopo l’avevo dimenticato. L’ho ritrovato tra le note dopo settimane e pubblicato senza nemmeno rileggerlo. Quando ho riaperto Facebook, dopo qualche ora, per poco non mi è venuto un colpo.
 
Nel libro troviamo anche altri tuoi post famosi. E’ stato difficile inserirli all’interno del libro trovandogli un posto nell’arco narrativo?
 
Non troppo, il libro segue una linea temporale ed è bastato inserirli seguendo l’ordine degli avvenimenti.
 
Qual è il capitolo a cui sei più affezionata?
 
Quello del post parto. Contiene tutti i miei peggiori e migliori sentimenti. È un uragano di sensazioni. Quando lo rileggo mi sembra di tornare indietro nel tempo.
 
Parliamo di Matteo Bussola. Chi ti segue (o chi segue Bussola) conosce il vostro rapporto. Lui è stato tra i primi a pubblicizzare, con orgoglio, l’uscita del tuo libro. Ci vuoi raccontare come vi siete conosciuti? Possiamo definirlo un “papà ribelle”?
 
Matteo, per me, è stato il segnale che la vita mi ha voluto mandare per spingermi a fare grandi progetti. Ci siamo conosciuti ad una sua presentazione e lui, un giorno, davanti a decine di persone ha detto “ricordatevi di qesta ragazza, sarà la promessa dell’anno”. In tutto questo Matteo ha una buona parte di merito, lo ringrazio ogni giorno per l’aiuto che mi ha dato. E sì, è un papà super ribelle.
 
“Ma un altro quando lo fai??” è la domanda che tutte le mamme, con un solo figlio, si sentono porre ogni giorno. Noi ti rigiriamo la domanda ma riferendoci naturalmente al tuo prossimo libro. Alla fine di “Le mamme ribelli non hanno paura” hai inserito un piccolo spoiler su un progetto a cui stai lavorando. Ci puoi anticipare qualcosa?
 
Ho in mente un romanzo storico, come già anticipato, che non nascerà a breve. Ora sto lavorando ad altri progetti per il 2018. Non vi spoilero nulla per adesso.
 
Noi di Leggendo a Bari siamo, prima di tutto, un gruppo di lettura dal vivo. A tutti gli autori poniamo la stessa domanda: cosa ne pensi dei gruppi di lettura? Ne hai mai fatto parte? Da autrice li ritieni una risorsa importante?
Mi piace il concetto di “gruppo di discussione”, ovvero leggere un libro e discuterne insieme ad altri.
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Rosa Montero: intervista all’autrice

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Rosa Montero ( Madrid, 3 gennaio 1951)

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato la recensione di In carne e cuore di Rosa Montero edito da Adriano Salani Editore (se ve la siete persa la potete trovare qui).

Rosa Montero è una nota giornalista e scrittrice spagnola insignita di numerosi premi. Nonostante sia una donna dai molti impegni ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda dando vita a questa intervista.

 

Soledad Alegra è la protagonista di questa storia. Una donna professionalmente affermata ma sentimentalmente molto sola. Per la costruzione di questo personaggio ha forse giocato un ruolo importante quella che è adesso la nostra società, che vede le donne inseguire il proprio appagamento professionale a scapito, a volte, della vita privata?

In effetti, no. Non era quello che avevo in mente, anche perché non credo che sia quello che accade nella civiltà occidentale. Forse trenta o quarant’anni fa sì, ma oggi non più… Forse lo è ancora per quanto riguarda talune professioni, come gli ambasciatori per esempio, costretti a cambiare spesso residenza. In qual caso, sì… gli uomini sono certamente meno disposti a seguire le loro mogli, e perciò la maggior parte delle ambasciatrici, ovvero delle donne che hanno intrapreso la carriera diplomatica, non hanno un partner fisso.  Però, come ho già, detto, non era questo ciò a cui pensavo quando ho scritto il romanzo, tanto è vero che il protagonista principale della storia potrebbe essere benissimo anche un uomo. Bisognerebbe solo modificare qualche dettaglio, ma in sostanza Soledad potrebbe benissimo essere un uomo. È forse questo è il motivo per cui molti lettori uomini si sono identificati con lei.

Quando la protagonista decide di rivolgersi a un sito di accompagnatori il suo scopo principale è quello di far ingelosire il suo precedente amante. Invece poi nasce quasi una vera e propria relazione anche se non di quelle ritenute “classiche”. Qui si nota un cambio quasi repentino nelle intenzioni e nei sentimenti della donna. Con questo cambiamento ha forse voluto mettere un accenno su quanto la mancanza d’amore possa, a un certo punto della vita, portare anche a commettere degli errori?

L’amore vero non è esente da errori. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Per alcuni l’amore è come una droga. Come diceva Sant’Agostino: «Amiamo l’amore», ovvero: amiamo la sensazione di essere innamorati più che la persona in carne e ossa. La passione è un’invenzione, ci inventiamo l’altro secondo quelle che sono le nostre necessità. Per questo, quando la realtà scopre ciò che c’è dietro il miraggio, spesso l’amore finisce. Soprattutto se non siamo capaci di farlo diventare un amore sincero e quotidiano, che consiste nel conoscere davvero l’altro, dargli il giusto peso, amarlo, andarci d’accordo, trovare un compromesso, rispettare le differenze, rispettare, cioè, tutto quell’enorme lavoro di pazienza e perseveranza che è l’amore sincero tra due persone. Perciò, tornando alla tua domanda, “gli errori” fanno parte di tutti i sentimenti appassionati proprio perché tutta la passione è un’invenzione. Poi, con una buona dose di fortuna e con il duro lavoro, si può farla diventare una relazione reale.

Adam rappresenta un personaggio un po’ controverso eppure molto attuale: ragazzi che emigrano e che tentano di far fortuna prostituendosi in attesa che qualcosa si smuova. La sua caratterizzazione è ben definita e particolareggiata. È stato difficile entrare così in profondità in quello che è un focus maschile?

Non direi… Ci sono molti personaggi maschili nei miei romanzi, in tre di essi il protagonista è un uomo. Indossare i panni di un altro, uomo o donna che sia, è sempre un viaggio verso l’altro. Nei miei libri ci sono personaggi femminili che hanno meno a che fare con chi sono io nella realtà rispetto ad Adam, e che infatti ho sviluppato con maggiore difficoltà. Per questo credo che, alla fine, Adam e Soledad si assomiglino parecchio.

Non ho potuto fare a meno di notare che, ad un certo punto della narrazione, lei ha voluto inserire la sua presenza come un cammeo all’interno dell’opera. La percezione è stata quella di aver voluto inserire un elemento reale per dare più veridicità alla storia. Com’è stato scrivere di sé all’interno del proprio libro? La Rosa Montero che troviamo nel romanzo potrebbe avere “In carne e cuore” sul suo comodino? Cosa ne penserebbe? 

Credo che il confine tra realtà e fantasia sia molto sottile e sfumato. Finzione e realtà si mescolano costantemente nelle nostre vite. Per esempio, i nostri ricordi sono invenzioni: ciò che ricordiamo sono racconti che facciamo a noi stessi, e che cambiano man mano che cambiamo noi o invecchiamo. E si dà il caso che io adori giocare con questo tipo di storie. Il romanzo rappresenta proprio questo confine sfumato dal quale attingo personaggi e fatti reali intrecciandoli alla fantasia. La direttrice della biblioteca, per esempio, Ana Santos Aramburo, è davvero la direttrice della Biblioteca Nazionale. È un’amica che non sapeva che la stessi trasformando in un personaggio… Per quanto mi riguarda, mi sono divertita un mondo a vedermi attraverso gli occhi della protagonista, che mi detesta. Peraltro le critiche di Soledad sono pienamente giustificate, perché davvero io mi sento molto come un Peter Pan. Però è anche vero che mi piace esserlo, credo anzi che a scrivere, a creare, sia proprio la mia “bambina” interiore. Anche se questo al mio personaggio dà un fastidio incredibile. Ad ogni modo, quella è una parte importante del romanzo, perché faccio dire a Soledad che anche la vita immaginaria è una forma di vita e questo la sprona a finire il suo libro meglio di quanto lo abbia iniziato.

Nei ringraziamenti finali viene chiesto espressamente al lettore di non fare parola di quello che si viene a scoprire durante la narrazione. È la prima volta, nella mia vita da lettrice, che mi trovo davanti a una richiesta del genere. Quindi la domanda che sorge spontanea è: cosa l’ha spinta a inserire questa specie di postilla a fine libro?

Il libro è strutturato intorno a una trama molto forte che è essenziale per il romanzo. Se la trama fosse svelata prima ancora di leggere, si rovinerebbe tutto, perché questo tipo di romanzo presuppone una certa dose di suspense e di sospetto che deve arrivare fino alla fine. I lettori ormai sono abituati a non rivelare il finale dei romanzi polizieschi, diciamo che sono stati educati a farlo, ma questo non è un giallo ed ero certa che se non avessi chiesto a miei lettori di mantenere una certa forma di discrezione, tutti avrebbero potuto commentarlo, specialmente in rete o sui giornali, rovinando l’effetto e il piacere della lettura. Fortunatamente questa richiesta di silenzio ha funzionato, perciò grazie a tutti quelli che hanno voluto mantenere il silenzio sul finale.

Come blog nato da un gruppo di lettura, non possiamo fare a meno di chiudere quest’intervista con una domanda che poniamo a tutti gli scrittori che abbiamo la fortuna di poter intervistare: cosa ne pensa dei book club? Sono diffusi in Spagna o, come in Italia, stentano ancora a prendere piede?

Amo ogni forma di scambio e di confronto tra lettori e scrittori, amo questi circoli di amici che si formano intorno alla condivisione della lettura. In Spagna ce ne sono molti e sono molto attivi. Per fortuna.

Ringraziamo Rosa Montero per la disponibilità, la Salani Editore nella persona di Matteo Columbo per aver fatto da tramite ed infine (ma non meno importante) un grazie enorme a Sara Minervini che ha curato la traduzione dell’intervista dallo spagnolo all’italiano.

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Presentazione de Le notti blu di Chiara Marchelli

Il 17 giugno alla libreria Culture Club di Mola di Bari, Ilaria Amoruso e Nicole Zoi Gatto assieme alla giornalista Annamaria Minunno, hanno avuto il piacere di presentare Chiara Marchelli e il suo libro Le notti blu edito dalla Giulio Perrone editore.

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Di seguito vi riportiamo le domande e le risposte più salienti venute fuori dall’interessante conversazione con l’autrice.  (Per la recensione, la trama e saperne di più, qui )

Si può notare come lei abbia deciso di collegare ai ricordi, odori ben precisi e a loro modo forti e presenti nella mente dei protagonisti, come le acciughe all’inizio del libro o il latte e miele delle notti insonni di Mirko.
Come mai questa scelta?

Il libro comincia con un odore, e molto spesso i nostri ricordi sono legati a un odore, perché siamo fatti così, la memoria funziona in questo modo. La vita, la letteratura è fatta di pensieri e ricordi, di quello che sentiamo, proviamo, delle emozioni ma anche delle parole. Insomma siamo fatti a 360 gradi, siamo dei sistemi che pensano, mangiano, dormono, e ciò che cerco, quello che secondo me è la letteratura a cui io aspiro e ciò che la scrittura dovrebbe fare è restituire la vita così com’è. Per ciò non soltanto i pensieri, le emozioni, i nostri voli pindarici su quanto la vita possa avere valore e perché tanto è già stato scritto meglio di chiunque possa farlo oggi, mille anni fa, tanto vale gettare la spugna. Ma quello che ci possiamo fare è fare la nostra parte, è fare il nostro tentativo. E la vita per come la vedo io quando si scrive non bisogna descriverla; l’attenzione al linguaggio che ho dovuto e voluto porre per non scadere subito nel sentimentalismo affrontando un tema di questo tipo. E la vita va mostrata quando si scrive non va descritta, non va definita. Non credo che sia necessario raccontare per filo e per segno come è fatto un tavolino, per esempio. Si può benissimo dire che ha tre gambe ed è tondo e poi la vostra immaginazione fa il resto e così come lascio spazio all’immaginazione raccontando le cose, vorrei offrire un quadro più completo possibile di quello che succede in quel momento perché mi piace pensare che leggendo una pagina ci sia quello che esattamente succede, lo svolgersi della storia e di tutto quello che implica e quindi anche il vivere. Poi il fatto che le acciughe in questo contesto siano collegate a qualcosa di negativo e quello del latte e miele a qualcosa di positivo è contestualizzato alla situazione, nel senso che Michele stava mangiando le acciughe quando è successo e il figlio si è ucciso, ma poteva essere qualsiasi altra cosa, non c’è un’intenzione, è che le cose succedono anche in questo modo e molto spesso, appunto, per come funziona la memoria ogni volta che senti un odore vai allo stesso ricordo.

Lo stile del romanzo è chirurgico, asettico. Ma proprio per questo fa arrivare ancor più forte il dolore, il disagio, il grido della disperazione di Michele e Larissa, come mai ha scelto di raccontare così il dolore? Ed inoltre perché proprio soffermarsi sulla teoria dei giochi di Nash? 

Sempre da quando scrivo sono alla ricerca dello stile. Come facciamo tutti, un pittore cerca il suo modo di dipingere, chi canta la sua voce ecc e quindi è un percorso iniziato prestissimo, perché ho iniziato a scrivere prestissimo. Ho provato varie cose però piano piano già da parecchio tempo mi sono diretta su questo stile più essenziale possibile, anche perché prediligo in generale scritture così. La ricerca linguistica è sempre stata vigilata, per quanto mi riguarda, ma in questo caso a maggior ragione proprio il tema,  l’argomento era talmente delicato e il rischio talmente grosso che sbagliando una parola, mettendo un aggettivo di troppo si sarebbe rovinato tutto. Si rovina l’intento, l’impegno, si manca di rispetto. Affrontando un argomento di questo tipo io credo che si debba stare doppiamente attenti perché appunto basta un niente e si finisce nello sciacallaggio sentimentale che è una cosa che io volevo assolutamente evitare. Quindi con rigore ho scritto e poi riscritto, e poi fatto le revisioni fino a che addirittura talvolta quello che scrivevo era incomprensibile a me stessa perché ho tagliato talmente tanto che non capivo più cosa c’era scritto. Per cui ho dovuto fare il percorso inverso però avevo sempre in mente questo dictat che era il rispetto ma non il rispetto del dolore proprio perché il compito della letteratura è quello di indagare sui sentimenti, di rivoltare le cose di entrare dentro il dolore e cercare di esplorarlo per tentare di distillare la vita, sennò la letteratura non serve a niente. Antonio Tabucchi, Giorgio van Straten molto prima di noi dicevano che la letteratura non deve essere consolatoria, non deve servire a farci star bene, la letteratura dovrebbe aiutarci a farci pensare nel peggiore dei casi e a farci star male nel migliore dei casi, poi è anche un luogo dove si trova la cura perché lì c’è già tutto. Quindi per me era necessario evitare di sporcare la storia, la forma di rispetto era in questo senso.

E per quanto riguarda la teoria dei giochi: Michele che è un insegnante di economia alla Scuola di Economia di New York, mi è venuto un po’ fuori così. Doveva essere un professore di una materia scientifica perché così doveva essere il personaggio e quello che è successo a me è quello di cui parlano sempre Dacia Maraini che Camilleri e tantissimi altri, cioè che i personaggi si formano un pochino da sé una volta che hai delineato, che hai chiaro in testa più o meno come devono essere. Io non credo che siamo dei pazzi penso che la creatività funzioni in modo tale che tu parti da un’idea, da una suggestione, da un’intenzione e sei talmente dentro alla storia che i personaggi davvero si formano da sé. Ma nel frattempo abbiamo visto, filtrato, vissuto e conosciuto perciò vai anche a pescare laddove conosci. Il problema di Michele è che io mi sono accorta che sarebbe potuto essere un professore di economia trattante la teoria dei giochi, cose che non conoscevo affatto. Per cui ho studiato il più possibile, poi naturalmente prima di mandare il libro in stampa ho fatto correggere a chi ne sapeva, sbagli grandi non ne ho fatti anche perché non sono entrata così tanto nella teoria, a parte il teorema. E si è scelta da sé perché è perfetta per Michele, appunto parla dei i rapporti con le persone affinché trovino delle strategie per cooperare e arrivare ad un risultato comune e  più decente possibile per tutti. Michele, nei 5 anni che seguono il suicidio di Mirko  non soltanto insegna dei teoria dei giochi ma ci si rifugia, trova lì il proprio perimetro, i propri appigli perché così riesce ad andare avanti, perché così riesce a sopravvivere. Perché questa teoria assomiglia abbastanza alla sua vita, ma il quinto anniversario succede una cosa che rompe gli equilibri, quindi sfalda tutto quello che è stato costruito fino a quel momento che obbliga sia Michele che Larissa a fare una scelta, a quel punto lì, tutto ciò che è teorico e gli ha salvato la pelle fino a quel momento salta . E quindi anche nel libro, mi è stato fatto notare ma non me lo ricordo francamente, che all’inizio del libro la teoria dei giochi è molto presente e poi pian piano va sfumando, proprio perché in effetti l’evoluzione di Michele fa sì che la teoria dei giochi alla fine non abbia più senso.

Come è riuscita ad approcciarsi a questa tematica tanto forte? Ha attinto alla sua esperienza personale?

E’ stato difficile perché è un dolore grande ed è una cosa che grazie al cielo non è toccata a me, se fosse toccata a me invece sarebbe stato tremendo e non so se sarei stata in grado di raccontarlo, ma dato che non è successo, ho potuto fare riferimento soltanto a quello che ho vissuto fino ad adesso, quindi alla mia esperienza, alla mia osservazione, al mio ascolto, ed è stato estremamente faticoso scrivere questo libro. Ricordo che alla presentazione del libro che ha preceduto questo  alla classica domanda se stessi scrivendo qualcos’altro, dissi di si (ed era le notti blu) e mi chiesero come fosse scriverlo ed io risposi “faticoso, è una fatica” ma davvero non riuscivo a dire altro, era incastrata in un punto della narrazione, non riuscivo ad andare avanti perché non mi rendevo tanto conto di stare entrando così tanto dentro a un tentativo dell’esplorazione dei sentimenti di questi due genitori.  Ho molto sofferto scrivendola, è stato faticoso perché a ogni passo c’era un passo dopo , c’era un livello successivo, verso l’alto, verso il basso, ogni volta che entravo nei loro dialoghi, nel loro individualismo, nella loro separazione, nell’unione  dentro al dolore, c’era qualcosa che si aggiungeva.
Si fa tesoro degli strumenti della scrittura che sono  oltre alla lettura, l’osservazione della vita, l’ascolto delle persone, la distanza perché bisogna essere anche un po’ feroci secondo me, per scrivere. Non fermarsi al pudore dell’argomento ma entrare con pudore nell’argomento, nel dolore, nella gioia, nella storia. Oggi mi è successo di avere una conversazione molto intima con una persona che mi ha regalato un segreto, e allora poi cosa fai? Lo usi  perché se scrivi della vita, se scrivi delle cose così come sono, di questo dolore o ne fai qualche uso o non fai lo scrittore.

La narrazione è disposta su tre luoghi diversi: New York, Genova e la Valle D’Aosta, come mai questi luoghi in particolare? Inoltre, sia Larissa che Michele, esprimono la perdita di Mirko in modo differente. Del tutto. Come mai ha scelto di concentrarsi prevalentemente sul dolore di Michele e non su Larissa, la madre di Mirko?

Questi 3 luoghi sono necessari perché sono i miei (la Marchelli è nata ad Aosta e vive a New York). Non ho una fortissima, sviluppatissima immaginazione, perciò non riesco a inventarmi un luogo, generalmente riesco a occuparmi di ciò che conosco. Ad un certo punto mi sono trovata nella mia vita, nella mia geografia interiore e nella scrittura a molti bivi ma soprattutto ad un blocco,  non riuscivo più ad ambientare le storie ad Aosta, perché non ci vivevo da troppo tempo, non sapevo più dove fossero i negozi, i nomi delle vie, gli odori, non vivendolo più non sapevo più riportarlo esattamente. Sono un po’ ragioniera nell’ambientazione del personaggio, devo conoscere tutto a menadito e poi magari uso un centesimo di tutto però se non ce l’ho, non riesco a scrivere. E arrivata a quel punto lì mi sono detta che non potevo ambientare solo tutto a New York, non me la sentivo, non è la mia casa, non è la mia identità, lingua e allora mi sono fermata per un pochino e poi ho capito che dovevo fare il punto con quello che avevo, nonostante questa cosa che di mescolare le mie geografie, scrivendo in italiano ma vivendo in inglese, andando avanti e indietro tra gli Stati Uniti e l’Italia, non appartenesse a nessun genere letterario riconosciuto. Sono fuori dagli schemi.
Sono uscita dal problema usando le cose che c’erano a disposizione e perciò ho scritto come soltanto posso scrivere cioè muovendomi tra questi vari territori. Inoltre generalmente quando parlo d’Italia si tratta o di memoria o di famiglia cioè quello che per me l’italia è oggi, mentre New York è il quotidiano, il lavoro. Ho formato un’identità personale e letteraria a sé che adesso è la mia cifra, non saprei fare altro.

Per quanto riguardo il punto di vista maschile, mi è sempre venuto istintivo parlare dal punto di vista maschile e può essere per varie ragioni o perché possiedo una parte di me molto maschile, che ragiona in un modo molto maschile, e quindi ho familiarità con il genere oppure il contrario cioè che prendo una tale distanza dal genere, osservo con una tale attenzione che non rischio di immedesimarmi perché ogni volta che ho tentato di scrivere dal punto di vista femminile, parlando magari di una persona della mia età sono cascata nella tentazione miserrima di parlare di me stessa, e non è un peccato parlare di sé, ma non so farlo io, mi annoio mortalmente e penso di essere estremamente noiosa mentre lo faccio. Quindi è meglio per me, se devo parlare al femminile così come ho fatto per Larissa affrontarlo dal punto di vista di una persona che non ha la vita che ho io, che è lontano da ciò che sono.

Ma passiamo a Caterina, la moglie di Mirko. Già è difficile perdere qualcuno che si ama, ma scoprire che la persona con la quale si condivideva la vita nascondeva in realtà un segreto credo sia devastante. Come è riuscita a raccontare questo personaggio che mi ha dato la sensazione fosse destinata a un ruolo di maggiore rilievo nel racconto, poi ridimensionato?

Nelle mie prime stesure del romanzo, Caterina aveva molto più spazio , ma sono stata spietata, l’ho tagliata, una grande metà. L’intenzione iniziale era di dare tre punti di vista diversi, ma poi diventava un libro corale che non ho saputo scrivere. E allora da una parte mi sono concentrata sempre di più sul punto di vista di Michele e mi è interessato sempre di più entrare nel punto di vista di un padre che perde un figlio, di un marito, di un suocero. Dall’altra parte però ho sofferto nel tagliare Caterina, mi è dispiaciuto perché è vero che meritava di più, insomma è protagonista di quel dolore tanto quanto gli altri però a me era venuta fuori livida, troppo mono dimensionale. Se dovessi riscrivere “Le notti blu” dal punto di vista di Caterina verrebbe fuori una tavola, un sentire e un pensare quasi legnoso, perché lei in quel momento della storia è ancora bloccata là, non ha fatto nessuna evoluzione, è ancora inferocita, tradita. Quindi quando ho capito che mi allontanavo dall’intento che è appunto quella della vita e non della morte, ho capito che era necessario tagliarla.

Che legge di solito Chiara? Quali sono i libri della sua vita e quali invece quelli che l’hanno accompagnata durante la stesura del romanzo?

Allora i miei libri non saprei elencarli, non so mai rispondere a questa domanda. Sono abbastanza onnivora, ho iniziato a leggere tardi per uno scrittore (secondo me) a dodici, tredici anni ma più seriamente al liceo mi sono bevuta tutti i russi, poi i francesi e gli inglesi ( i classici). Poi, dato che mi sono laureata in lingue orientali, ho avuto tutto il momento della letteratura orientale e poi ho maturato gusti sempre più contemporanei, ultimamente la Ernaux, Lucia Berlin, Marguerite Duras, Alice Munro , Roth, Hemingway, lui mi piace perché è un furibondo, un feroce. Durante la stesura de “Le notti blu” forse già leggevo la Ernaux, ma non me lo ricordo con esattezza, a furia di scrivere sono riuscita ad operare una distinzione tra quello che leggo e quello che scrivo. Ci sono degli scrittori che si rifiutano di leggere mentre scrivono perché sono come delle spugne, io divento spugna nei confronti delle cose, delle persone, dei dialoghi, di quello che posso rubare dalla vita, ma non tanto nei confronti degli scrittori. Lo divento di più quando non sto scrivendo perché sono alla ricerca di idee, cambiamenti di stile, mi piace tentare di cambiare sempre.

Cosa sono per lei Le notti blu, esistono nel suo mondo? 

Le notti blu esistono perché sono un po’ le notti di tutti no? Blu in particolare perché questo blu è un illusione, quello che noi vediamo è un’illusione, quindi è anche una metafora della vita. Quello di cui siamo assolutamente certi, molto spesso non è così, fortunatamente o no. Poi le notti se sono insonni,  sono anche mie perché a tratti soffro di insonnia. Se sono notti come quelle di Mirko in cui ci si immagina, cresce, ama, ovviamente si, secondo me le notti blu sono un po’ le notti di tutti. Poi di autobiografico in questo libro c’è pochissimo se non la sistemazione del mondo, il filtro attraverso cui scrivo. Roth dice questo: non è l’importante quello che io chiamo l’anagrafe dentro ai libri e lui  l’elemento autobiografico, vero, infatti, poco dovrebbe avere a che fare con la vita dello scrittore, dovrebbe invece avere a che fare con ciò che lo scrittore decide di raccontare quindi l’argomento che sceglie, i personaggi che abitano il libro, i meccanismi, i sentimenti, i pensieri che trasferisce dentro ai personaggi perché in qualche modo o sono i tuoi, o sono quelli che hai assorbito dagli altri, quindi io taglio sempre l’elemento autobiografico o biografico perché mi piacerebbe andare a toccare delle corde che sono universali.

Una presentazione ricca di emozioni e di spunti quella della Marchelli, una scrittrice attenta e sublime che ringraziamo per aver apprezzato e risposto alle diverse domande.

 

 

 

 

 

 

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Michela Marzano, intervista all’autrice

Il 15 maggio 2017, alla Feltrinelli di Bari, si è tenuto l’incontro con la professoressa Michela Marzano per la presentazione del suo romanzo L’amore che mi resta edito da Einaudi (trovate la recensione qui).

La presentazione è stata così bella e coinvolgente e la lettura del romanzo mi ha così profondamente colpito che ho chiesto alla professoressa se fosse disponibile a rispondere a qualche domanda e lei, molto gentilmente, ci ha concesso qualche minuto tra i suoi impegni.

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Le protagoniste di questo romanzo sono Daria e Giada. Due donne con due caratteri ben distinti. Quello che si nota, durante la lettura del romanzo, è che Daria sembra, delle due, la più debole. Una donna piena di dubbi e di paure che poi cerca di trasformare in amore e che riversa tutto sulla figlia. Dubbi e paure che si ripresentano, prepotentemente, quando Giada si toglie la vita e che non permettono a Daria di guardare la realtà dei fatti. Crede che questo tipo di debolezza sia proprio della figura materna in generale o appartenga di più alle mamme adottive?

Non so se si possa generalizzare e attribuire a tutte le mamme le fragilità e le debolezze di Daria. Una cosa però è certa, non è il fatto di essere una madre adottiva che rende Daria fragile. La fragilità che si porta dentro è legata piuttosto al rapporto problematico che aveva avuto con sua madre. E poi al desiderio di essere “perfetta” mentre in realtà, nella vita, nessuna madre è perfetta. Come spiega il pedopsichiatra D.W. Winnicott, le madri dovrebbero sempre accontentarsi di essere “sufficientemente buone” senza cercare di colmare i vuoti dei propri figli e “ripararli” attraverso il proprio amore. Come ammetterà la stessa Daria a un certo punto del romanzo: “Il mio errore è stato quello di pensare che il mio amore ti avrebbe salvata, esattamente come il tuo arrivo aveva salvato me. Ma nessuno salva nessuno, nemmeno tu potevi salvarmi, dovevo solo fare la pace dentro di me, come te, anche tu dovevi fare la pace dentro”.

La figura di Giada viene descritta attraverso vari flash back che partono dall’infanzia sino ad arrivare a poche ore prima del suo suicidio. Nonostante la descrizione venga fatta prevalentemente attraverso gli occhi della madre, ci sono dei punti in cui lei viene raccontata da altri personaggi secondari. Attraverso l’insieme delle descrizioni si viene a conoscenza di una giovane donna che, per quanto amputata di una cosa importante come la verità sulla sua nascita, è forte e pronta a combattere per ottenere giustizia. Questa forza poi lascia spazio a una debolezza che porta all’esito fatale che conosciamo. E’ stato difficile scrivere e descrivere questo passaggio mentale?

La vera difficoltà di questo romanzo è stato quella di trovare le parole giuste per raccontare la storia della perdita della figlia da parte di una madre. Per anni mi sono chiesta cosa sarebbe successo a mia madre se, quella notte di ormai vent’anni fa, invece di risvegliarmi dopo molte ore di coma, fossi morta. Era la fine degli anni Novanta e non ce la facevo proprio a riemergere dalle tenebre in cui ero lentamente precipitata. Dimenticando completamente che, se fossi morta suicida come avevo scelto, non avrei distrutto solo me, ma anche mia madre. Mi ci è voluto molto tempo prima di realizzare che, se quella notte me ne fossi andata via, forse nemmeno mamma ce l’avrebbe fatta. La storia di Daria e di Giada, una madre e una figlia appunto, è nata così. Prima di diventare un romanzo non più, e non solo, sulla perdita, ma anche, e forse soprattutto, sull’amore e sulla maternità.

Il romanzo è diviso in cinque parti. Potrebbe, questa divisione, essere una specie di metafora che indichi i cinque passi che, chi rimane, deve affrontare per riconciliarsi con il mondo che li circonda?

Quando muore un figlio – nonostante la vita continui e debba forse continuare non solo per gli altri figli o familiari ma anche e soprattutto per se stessi – si è devastati da un dolore senza senso, senza ragione, senza fine. Si spalanca un vuoto incolmabile. Talvolta non si riesce nemmeno più a capire per quale motivo si dovrebbe continuare a vivere. Come posso andare avanti ora che ho perso tutto? Esiste anche solo una ragione per continuare a svegliarmi la mattina e a coricarmi la sera? Di fronte alla morte di una persona cara non si tratta solo di fare i conti con la realtà, riconoscendo ciò che si è perso, ma anche di accettare la fine della promessa di tutto ciò che si sarebbe potuto o voluto vivere con chi non c’è più. A maggior ragione quando si tratta di un figlio o di una figlia, anche se per tantissimo tempo si gira solo intorno a un vuoto che sembra incolmabile. Lentamente, ci si deve spostare dal “perché è successo” al “come fare per ricominciare a vivere”, come dice uno dei personaggi del mio romanzo. Lentamente, si può provare a mettere tutto in fila, tutti i ricordi e tutte le parole, quello che si è vissuto insieme e quello che la vita può ancora insegnare. Anche se il dolore non finisce mai, è il peso di questo dolore che pian piano cambia.

Come già detto, questo romanzo ha come protagoniste due donne. Attorno a loro ruota tutta la vicenda e ruotano anche diverse figure maschili che, però, rimangono sullo sfondo: Andrea, Giacomo e Paolo. Come mai ha preso questa decisione di non dare troppo rilevanza a questi personaggi?

Quello che volevo raccontare era soprattutto il rapporto tra una madre e sua figlia. Raccontando la storia di Daria e di Giada, provo a dire quanto ciascuno di noi sia fragile, ma anche forte; magari pieno di fratture, ma disposto ogni volta a ricominciare. Anche i personaggi maschili, però, hanno una loro importanza. Andrea, ad esempio, è il primo a capire che uno dei problemi che ha un genitore che perde un figlio è quello di non poter nemmeno essere qualificato: in nessuna lingua esiste un termine per definirlo; non c’è in francese, non c’è in spagnolo, non c’è in inglese, non c’è in tedesco, non c’è in russo. Non c’è nemmeno in cinese. Solo in arabo, forse, c’è una parola: un termine ormai desueto, di cui però resta traccia in un racconto antico. A un certo punto un guerriero, per sfida, dice ai nemici: si faccia avanti chi vuole che stasera la moglie sia vedova, i figli orfani e la madre thakla. Solo che ormai questa parola non si usa più. Come si fa, d’altronde, a nominare l’innominabile? Come trovare una parola per indicare quel caos, quel disordine, quel qualcosa di assurdo e di assolutamente contrario all’ordine naturale delle cose?

Durante la presentazione si è più volte ritornati sul concetto di colpa: chi rimane si sente irrimediabilmente in colpa verso la persona che non c’è più, indipendentemente da come questa persona muoia. Ma il sentirsi in colpa non implica, necessariamente, la presenza di una colpa reale. Crede che questa presa di coscienza possa essere raggiunta anche senza l’aiuto di una persona specializzata? O dipende dai vari casi?

Credo che sia una questione che dipenda dai vari casi. Anche se poi la mia esperienza personale è quella di una persona che ha imparato a ricominciare a vivere proprio grazie a una lunghissima psicanalisi.

Durante la presentazione è stata molto coraggiosa ad ammettere di aver tentato il suicidio anni fa e di aver avuto bisogno di aiuto per riprendersi e, in un certo senso, rinascere. La stesura di questo romanzo cosa ha comportato a livello psicologico in lei?

Non è stato facile. Ma alla fine credo di essere riuscita a scrivere il libro che avrei voluto che mia mamma leggesse se quel giorno del 1997 me ne fossi andata via per sempre.

Lei, finora, ha scritto esclusivamente saggi e un memoir. Questo è il suo primo vero romanzo. Ha trovato difficoltà durante la scrittura?

Certo. Anche semplicemente perché si tratta di diventare i propri personaggi e di allontanarsi il più possibile da stessi. Al tempo stesso, però, ho scoperto una scrittura potentissima e bella capace di nominare le cose in maniera efficace e capace anche, molto più dei saggi, di raccontare la complessità dell’esistenza.

Dalle notizie che possiamo reperire sul web sappiamo che lei è una donna molto impegnata: filosofa, saggista, accademica, scrittrice e politica. Ma è soprattutto una donna. Come riesce ad integrare il tutto? E, di queste attività, quale sente più “sua”?

Non so se sono veramente capace di integrare tutto, anzi, sicuramente non ne sono capace, anche se ci provo. Se dovessi però dire quale attività sento più “mia”, si tratta senz’altro di quella di docente universitaria. È quando sono con i miei studenti che sono felice: felice di trasmettere loro un certo numero di valori e di conoscenze, ma soprattutto felice di imparare da loro tante cose.

Un ultima domanda: purtroppo è risaputo che l’Italia è una delle nazioni in cui si legge di meno. E’ anche vero che, da qualche anno, sta crescendo il fenomeno dei gruppi di lettura. Qual è il suo pensiero in proposito? Crede che i gdl possano essere una realtà in grado di far rinascere l’amore per la lettura nel nostro Paese?

Credo che la lettura sia fondamentale. È attraverso la lettura che si ha accesso a mondi sconosciuti e che si imparano a nominare le sfumature dell’esistenza. Da questo punto di vista, penso che i gruppi di lettura possano essere una grande risorsa per il nostro paese. Tutto parte dai libri e dalla cultura.

Ringrazio la prof.ssa Marzano per il tempo che mi ha concesso e per quello che è riuscita a trasmettermi in pochi minuti.

 

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Intervista a Guido Mina di Sospiro

Oggi vi lasciamo con un’intervista all’autore di “Sottovento e sopravvento” (recensione che trovate QUI ) Guido Mina Di Sospiro. E’ stato davvero interessante sentire, direttamente dalla voce dell’autore, i piccoli dettagli che hanno reso possibile la stesura di questo romanzo. Il dietro le quinte di un libro fatto di tanti piccoli dettagli che lo rendono una lettura fatta di riflessioni e punti di vista su cui soffermarsi per andare oltre le righe scritte.

Nella prima parte del libro si alternano le storie di Chris e di Ruth. Entrambe storie complicate che portano a riflettere su temi importanti come, nel caso di Chris, l’essere diversi rispetto alla società che ci circonda per un difetto fisico. Il personaggio però reagisce facendo del suo difetto e dell’iniziale derisione della gente un suo punto di forza. Quanto è stato difficile la costruzione di questo personaggio con tutte le sue sfaccettature caratteriali?

Chris non è stato difficile perché l’ho messo in un contesto irlandese che io ormai conosco molto bene avendo ambientato un altro libro in quella splendida terra. L’unica cosa che lo contraddistingue dagli irlandesi del suo stesso ceto è questa inspiegabile attrazione per la ricerca dei tesori. E’ una cosa sulla quale capitombola per caso quando sente questi inglesi che sono ormeggiati accanto alla sua barca e che parlano di questi tesori nelle Antille. E’, in realtà, una professione di fede più che per soldi. Una cosa abbastanza comune in certi ambienti marinai. Il motivo che spinge un uomo a diventare un cacciatore di tesori è difficile da spiegare, anche loro non ci riescono. Ma una volta che sono destinati a questo diviene un percorso abbastanza lineare. Pensano solo a quello, non è detto che si arricchiscano, anzi, ha un effetto collaterale. Infatti si chiama – caccia – al tesoro, perché risveglia questo brivido antico del cacciatore.

Il secondo personaggio che abbiamo nominato prima è Ruth. Qui la storia sembra partire da un fallimento della ragazza che la porta poi a scoprire la verità sulla sua nascita e la spinge a partire alla ricerca della sua famiglia biologica ed adottando il nome di battesimo: Marisol. Qui ci si aspetterebbe una sorta di evoluzione del personaggio che, invece, rimane inerme e si lascia trasportare dagli eventi fino a quando, delusa dal risultato della sua ricerca, decide di tornare ad essere semplicemente Ruth e di rinunciare a scoprire la verità. Come mai ha deciso di contrapporre alla personalità battagliera e sognatrice di Chris una donna così razionale e, a tratti, fredda?

Per giocare su questo contrasto razionale/irrazionale, sottovento/sopravento. Per una volta ho voluto fare un uomo irrazionale e la donna razionale. Ho invertito le parti. Lei inizialmente è terribilmente algida e cerabrale e quando il suo mondo fatto di logica crolla, si trova persa.

Nelle ultime due parti i protagonisti giungono infine su un’isola deserta che scoprono poi essere la meta del loro viaggio. Ma, al momento del ritrovamento del tesoro, capiscono che quello che cercavano non era l’oro ma una sorta di crescita interiore e la consapevolezza di sé che hanno, inconsciamente, maturato durante tutta questa avventura. Può raccontarci della loro crescita all’interno della storia?

E’ una ricerca continua da entrambe le parti. Chris cerca un tesoro che però non riesce a trovare e così anche Ruth si impegna in due ricerche, quella filosofica e poi quella della sua identità e questa cosa li accomuna: sono due personaggi che hanno voglia di cercare e ricercarsi, ma non vicendevolmente. Poi però si trovano. Si cambiano. Non potrebbero essere più opposti Chris e Marisol ma alla fine si uniscono e si trovano più solidi di prima.

Tutto il romanzo ha questa narrazione un po’ onirica e filosofeggiante. Alcuni punti possono apparire anche un po’ ostici. Quindi una domanda sorge spontanea : il suo tipo di scrittura pensa sia rivolto ad una fascia specifica di lettori o, con un po’ d’impegno, può essere estesa a tutti?

Penso che non ci sia un target specifico. E’ stato apprezzato dalle donne per i tratti “pirateschi” e certi lo hanno paragonato anche alla storia di La bella e la bestia. La bella cubana, il gigante gobbo, con i capelli lunghi. Non so bene a chi sia rivolto. Io, naturalmente, spero a tutti. Mi diranno i lettori se è così.

Lei vive in America e lì i gruppi di lettura sono ormai una realtà consolidata. Da un po’ di anni anche in Italia sono stati creati questi gruppi di lettura. Li considera una realtà capace di poter rilanciare la lettura anche in Italia?

Sono i nostri alleati, sono i nostri amici. I book club sono la linfa degli scrittori. Sono, secondo me, una tradizione molto bella. In America ne esistono molti, anche con tantissimi membri. Spero che questa cosa possa diventare una realtà consolidata anche in Italia.

Autrici: Babibooksdolcedany84