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La vita in due – Nicholas Sparks

Aspettavo questo libro da quando ne fu annunciata l’uscita l’anno scorso. Pre-ordinato ho dovuto attendere circa una settimana rispetto alla data di uscira per averlo tra le mani. Ma ne è valsa la pena.

Russ Green è un pubblicitario che vive a Charlotte, nel North Carolina. E’ sposato con Vivian e hanno una bambina di nome London. La sua vita sembra perfetta: ha un buon lavoro, una moglie fantastica, una figlia che non smette mai di sorprenderlo e una famiglia presente. Cosa si può volere di più?

Ma, un giorno, tutto comincia ad andare a rotoli. Russ perde il lavoro e decide di mettersi in proprio. Questa decisione andrà ad influire sulla situazione finanziaria della famiglia e non solo. Infatti, Vivian si trova improvvisamente a dover economizzare tutto e, presa da una grande insoddisfazione, deciderà di tornare a lavorare. Ma questa decisione segnerà l’inizio della fine.

Infatti, con il passare dei giorni, la situazione subirà un capovolgimento e da essere Russ l’uomo di casa, colui che provvede al mantenimento della famiglia, si ritroverà a fare il mammo e il casalingo mentre Vivian provvede a tutto il resto. Ma questa situazione spingerà lei tra le braccia di un altro uomo e, di conseguenza, alla decisione di lasciare Russ.

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Ma non tutto è perduto. In questa situazione tutt’altro che facile Russ troverà qualcosa a cui appigliarsi: sua figlia London. Le numerose assenze di Vivian porteranno i due a costruire un rapporto davvero unico e speciale, un rapporto in cui Russ non solo imparerà ad essere una figura presente e di riferimento ma, soprattutto, che la felicità della vita si nasconde nelle piccole cose. E vedere la propria figlia crescere e imparare ad affrontare la vita con le sue gioie e le sue avversità è sicuramente una fonte di felicità.

Con il suo stile inconfondibile, Nicholas Sparks ci regala un’altra bellissima storia d’amore. Ma stavolta si tratta di quell’amore tenero, puro ed incondizionato che solo un genitore può provare. Una storia che vede i protagonisti alle prese con la vita e la routine di tutti i giorni come la scuola ed il lavoro ma anche con le cose più grandi con cui prima o poi tutti abbiamo avuto a che fare: l’abbandono e la perdita.

Con una narrazione scorrevole, con piccoli flash back all’inizio di ogni capitolo, ci viene raccontata la vita di un uomo che cambia radicalmente nell’arco di un anno ma che si tiene ben ancorato a quelli che sono i valori fondamentali, primo tra tutti la famiglia. Ma non temete, ci sarà spazio anche per l’amore romantico a cui Sparks ci ha sempre abituati.

Non è la prima volta che Nicholas Sparks racconta di un rapporto padre – figlia (non dimentichiamo il romanzo Ogni giorno della mia vita) ma stavolta è proprio questo che costituisce il perno principale della storia, il punto da cui si dirama tutto. Questa è una storia di quelle che fa provare tanti sentimenti: dalla dolcezza alla rabbia, passando per momenti anche divertenti. Ma che alla fine lascia un messaggio di speranza: i momenti bui capitano ma, alla fine del tunnel, tornerà a splendere il sole.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 505
Prezzo: 19.90€

 

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Rosa Montero: intervista all’autrice

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Rosa Montero ( Madrid, 3 gennaio 1951)

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato la recensione di In carne e cuore di Rosa Montero edito da Adriano Salani Editore (se ve la siete persa la potete trovare qui).

Rosa Montero è una nota giornalista e scrittrice spagnola insignita di numerosi premi. Nonostante sia una donna dai molti impegni ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda dando vita a questa intervista.

 

Soledad Alegra è la protagonista di questa storia. Una donna professionalmente affermata ma sentimentalmente molto sola. Per la costruzione di questo personaggio ha forse giocato un ruolo importante quella che è adesso la nostra società, che vede le donne inseguire il proprio appagamento professionale a scapito, a volte, della vita privata?

In effetti, no. Non era quello che avevo in mente, anche perché non credo che sia quello che accade nella civiltà occidentale. Forse trenta o quarant’anni fa sì, ma oggi non più… Forse lo è ancora per quanto riguarda talune professioni, come gli ambasciatori per esempio, costretti a cambiare spesso residenza. In qual caso, sì… gli uomini sono certamente meno disposti a seguire le loro mogli, e perciò la maggior parte delle ambasciatrici, ovvero delle donne che hanno intrapreso la carriera diplomatica, non hanno un partner fisso.  Però, come ho già, detto, non era questo ciò a cui pensavo quando ho scritto il romanzo, tanto è vero che il protagonista principale della storia potrebbe essere benissimo anche un uomo. Bisognerebbe solo modificare qualche dettaglio, ma in sostanza Soledad potrebbe benissimo essere un uomo. È forse questo è il motivo per cui molti lettori uomini si sono identificati con lei.

Quando la protagonista decide di rivolgersi a un sito di accompagnatori il suo scopo principale è quello di far ingelosire il suo precedente amante. Invece poi nasce quasi una vera e propria relazione anche se non di quelle ritenute “classiche”. Qui si nota un cambio quasi repentino nelle intenzioni e nei sentimenti della donna. Con questo cambiamento ha forse voluto mettere un accenno su quanto la mancanza d’amore possa, a un certo punto della vita, portare anche a commettere degli errori?

L’amore vero non è esente da errori. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Per alcuni l’amore è come una droga. Come diceva Sant’Agostino: «Amiamo l’amore», ovvero: amiamo la sensazione di essere innamorati più che la persona in carne e ossa. La passione è un’invenzione, ci inventiamo l’altro secondo quelle che sono le nostre necessità. Per questo, quando la realtà scopre ciò che c’è dietro il miraggio, spesso l’amore finisce. Soprattutto se non siamo capaci di farlo diventare un amore sincero e quotidiano, che consiste nel conoscere davvero l’altro, dargli il giusto peso, amarlo, andarci d’accordo, trovare un compromesso, rispettare le differenze, rispettare, cioè, tutto quell’enorme lavoro di pazienza e perseveranza che è l’amore sincero tra due persone. Perciò, tornando alla tua domanda, “gli errori” fanno parte di tutti i sentimenti appassionati proprio perché tutta la passione è un’invenzione. Poi, con una buona dose di fortuna e con il duro lavoro, si può farla diventare una relazione reale.

Adam rappresenta un personaggio un po’ controverso eppure molto attuale: ragazzi che emigrano e che tentano di far fortuna prostituendosi in attesa che qualcosa si smuova. La sua caratterizzazione è ben definita e particolareggiata. È stato difficile entrare così in profondità in quello che è un focus maschile?

Non direi… Ci sono molti personaggi maschili nei miei romanzi, in tre di essi il protagonista è un uomo. Indossare i panni di un altro, uomo o donna che sia, è sempre un viaggio verso l’altro. Nei miei libri ci sono personaggi femminili che hanno meno a che fare con chi sono io nella realtà rispetto ad Adam, e che infatti ho sviluppato con maggiore difficoltà. Per questo credo che, alla fine, Adam e Soledad si assomiglino parecchio.

Non ho potuto fare a meno di notare che, ad un certo punto della narrazione, lei ha voluto inserire la sua presenza come un cammeo all’interno dell’opera. La percezione è stata quella di aver voluto inserire un elemento reale per dare più veridicità alla storia. Com’è stato scrivere di sé all’interno del proprio libro? La Rosa Montero che troviamo nel romanzo potrebbe avere “In carne e cuore” sul suo comodino? Cosa ne penserebbe? 

Credo che il confine tra realtà e fantasia sia molto sottile e sfumato. Finzione e realtà si mescolano costantemente nelle nostre vite. Per esempio, i nostri ricordi sono invenzioni: ciò che ricordiamo sono racconti che facciamo a noi stessi, e che cambiano man mano che cambiamo noi o invecchiamo. E si dà il caso che io adori giocare con questo tipo di storie. Il romanzo rappresenta proprio questo confine sfumato dal quale attingo personaggi e fatti reali intrecciandoli alla fantasia. La direttrice della biblioteca, per esempio, Ana Santos Aramburo, è davvero la direttrice della Biblioteca Nazionale. È un’amica che non sapeva che la stessi trasformando in un personaggio… Per quanto mi riguarda, mi sono divertita un mondo a vedermi attraverso gli occhi della protagonista, che mi detesta. Peraltro le critiche di Soledad sono pienamente giustificate, perché davvero io mi sento molto come un Peter Pan. Però è anche vero che mi piace esserlo, credo anzi che a scrivere, a creare, sia proprio la mia “bambina” interiore. Anche se questo al mio personaggio dà un fastidio incredibile. Ad ogni modo, quella è una parte importante del romanzo, perché faccio dire a Soledad che anche la vita immaginaria è una forma di vita e questo la sprona a finire il suo libro meglio di quanto lo abbia iniziato.

Nei ringraziamenti finali viene chiesto espressamente al lettore di non fare parola di quello che si viene a scoprire durante la narrazione. È la prima volta, nella mia vita da lettrice, che mi trovo davanti a una richiesta del genere. Quindi la domanda che sorge spontanea è: cosa l’ha spinta a inserire questa specie di postilla a fine libro?

Il libro è strutturato intorno a una trama molto forte che è essenziale per il romanzo. Se la trama fosse svelata prima ancora di leggere, si rovinerebbe tutto, perché questo tipo di romanzo presuppone una certa dose di suspense e di sospetto che deve arrivare fino alla fine. I lettori ormai sono abituati a non rivelare il finale dei romanzi polizieschi, diciamo che sono stati educati a farlo, ma questo non è un giallo ed ero certa che se non avessi chiesto a miei lettori di mantenere una certa forma di discrezione, tutti avrebbero potuto commentarlo, specialmente in rete o sui giornali, rovinando l’effetto e il piacere della lettura. Fortunatamente questa richiesta di silenzio ha funzionato, perciò grazie a tutti quelli che hanno voluto mantenere il silenzio sul finale.

Come blog nato da un gruppo di lettura, non possiamo fare a meno di chiudere quest’intervista con una domanda che poniamo a tutti gli scrittori che abbiamo la fortuna di poter intervistare: cosa ne pensa dei book club? Sono diffusi in Spagna o, come in Italia, stentano ancora a prendere piede?

Amo ogni forma di scambio e di confronto tra lettori e scrittori, amo questi circoli di amici che si formano intorno alla condivisione della lettura. In Spagna ce ne sono molti e sono molto attivi. Per fortuna.

Ringraziamo Rosa Montero per la disponibilità, la Salani Editore nella persona di Matteo Columbo per aver fatto da tramite ed infine (ma non meno importante) un grazie enorme a Sara Minervini che ha curato la traduzione dell’intervista dallo spagnolo all’italiano.

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Michela Marzano, intervista all’autrice

Il 15 maggio 2017, alla Feltrinelli di Bari, si è tenuto l’incontro con la professoressa Michela Marzano per la presentazione del suo romanzo L’amore che mi resta edito da Einaudi (trovate la recensione qui).

La presentazione è stata così bella e coinvolgente e la lettura del romanzo mi ha così profondamente colpito che ho chiesto alla professoressa se fosse disponibile a rispondere a qualche domanda e lei, molto gentilmente, ci ha concesso qualche minuto tra i suoi impegni.

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Le protagoniste di questo romanzo sono Daria e Giada. Due donne con due caratteri ben distinti. Quello che si nota, durante la lettura del romanzo, è che Daria sembra, delle due, la più debole. Una donna piena di dubbi e di paure che poi cerca di trasformare in amore e che riversa tutto sulla figlia. Dubbi e paure che si ripresentano, prepotentemente, quando Giada si toglie la vita e che non permettono a Daria di guardare la realtà dei fatti. Crede che questo tipo di debolezza sia proprio della figura materna in generale o appartenga di più alle mamme adottive?

Non so se si possa generalizzare e attribuire a tutte le mamme le fragilità e le debolezze di Daria. Una cosa però è certa, non è il fatto di essere una madre adottiva che rende Daria fragile. La fragilità che si porta dentro è legata piuttosto al rapporto problematico che aveva avuto con sua madre. E poi al desiderio di essere “perfetta” mentre in realtà, nella vita, nessuna madre è perfetta. Come spiega il pedopsichiatra D.W. Winnicott, le madri dovrebbero sempre accontentarsi di essere “sufficientemente buone” senza cercare di colmare i vuoti dei propri figli e “ripararli” attraverso il proprio amore. Come ammetterà la stessa Daria a un certo punto del romanzo: “Il mio errore è stato quello di pensare che il mio amore ti avrebbe salvata, esattamente come il tuo arrivo aveva salvato me. Ma nessuno salva nessuno, nemmeno tu potevi salvarmi, dovevo solo fare la pace dentro di me, come te, anche tu dovevi fare la pace dentro”.

La figura di Giada viene descritta attraverso vari flash back che partono dall’infanzia sino ad arrivare a poche ore prima del suo suicidio. Nonostante la descrizione venga fatta prevalentemente attraverso gli occhi della madre, ci sono dei punti in cui lei viene raccontata da altri personaggi secondari. Attraverso l’insieme delle descrizioni si viene a conoscenza di una giovane donna che, per quanto amputata di una cosa importante come la verità sulla sua nascita, è forte e pronta a combattere per ottenere giustizia. Questa forza poi lascia spazio a una debolezza che porta all’esito fatale che conosciamo. E’ stato difficile scrivere e descrivere questo passaggio mentale?

La vera difficoltà di questo romanzo è stato quella di trovare le parole giuste per raccontare la storia della perdita della figlia da parte di una madre. Per anni mi sono chiesta cosa sarebbe successo a mia madre se, quella notte di ormai vent’anni fa, invece di risvegliarmi dopo molte ore di coma, fossi morta. Era la fine degli anni Novanta e non ce la facevo proprio a riemergere dalle tenebre in cui ero lentamente precipitata. Dimenticando completamente che, se fossi morta suicida come avevo scelto, non avrei distrutto solo me, ma anche mia madre. Mi ci è voluto molto tempo prima di realizzare che, se quella notte me ne fossi andata via, forse nemmeno mamma ce l’avrebbe fatta. La storia di Daria e di Giada, una madre e una figlia appunto, è nata così. Prima di diventare un romanzo non più, e non solo, sulla perdita, ma anche, e forse soprattutto, sull’amore e sulla maternità.

Il romanzo è diviso in cinque parti. Potrebbe, questa divisione, essere una specie di metafora che indichi i cinque passi che, chi rimane, deve affrontare per riconciliarsi con il mondo che li circonda?

Quando muore un figlio – nonostante la vita continui e debba forse continuare non solo per gli altri figli o familiari ma anche e soprattutto per se stessi – si è devastati da un dolore senza senso, senza ragione, senza fine. Si spalanca un vuoto incolmabile. Talvolta non si riesce nemmeno più a capire per quale motivo si dovrebbe continuare a vivere. Come posso andare avanti ora che ho perso tutto? Esiste anche solo una ragione per continuare a svegliarmi la mattina e a coricarmi la sera? Di fronte alla morte di una persona cara non si tratta solo di fare i conti con la realtà, riconoscendo ciò che si è perso, ma anche di accettare la fine della promessa di tutto ciò che si sarebbe potuto o voluto vivere con chi non c’è più. A maggior ragione quando si tratta di un figlio o di una figlia, anche se per tantissimo tempo si gira solo intorno a un vuoto che sembra incolmabile. Lentamente, ci si deve spostare dal “perché è successo” al “come fare per ricominciare a vivere”, come dice uno dei personaggi del mio romanzo. Lentamente, si può provare a mettere tutto in fila, tutti i ricordi e tutte le parole, quello che si è vissuto insieme e quello che la vita può ancora insegnare. Anche se il dolore non finisce mai, è il peso di questo dolore che pian piano cambia.

Come già detto, questo romanzo ha come protagoniste due donne. Attorno a loro ruota tutta la vicenda e ruotano anche diverse figure maschili che, però, rimangono sullo sfondo: Andrea, Giacomo e Paolo. Come mai ha preso questa decisione di non dare troppo rilevanza a questi personaggi?

Quello che volevo raccontare era soprattutto il rapporto tra una madre e sua figlia. Raccontando la storia di Daria e di Giada, provo a dire quanto ciascuno di noi sia fragile, ma anche forte; magari pieno di fratture, ma disposto ogni volta a ricominciare. Anche i personaggi maschili, però, hanno una loro importanza. Andrea, ad esempio, è il primo a capire che uno dei problemi che ha un genitore che perde un figlio è quello di non poter nemmeno essere qualificato: in nessuna lingua esiste un termine per definirlo; non c’è in francese, non c’è in spagnolo, non c’è in inglese, non c’è in tedesco, non c’è in russo. Non c’è nemmeno in cinese. Solo in arabo, forse, c’è una parola: un termine ormai desueto, di cui però resta traccia in un racconto antico. A un certo punto un guerriero, per sfida, dice ai nemici: si faccia avanti chi vuole che stasera la moglie sia vedova, i figli orfani e la madre thakla. Solo che ormai questa parola non si usa più. Come si fa, d’altronde, a nominare l’innominabile? Come trovare una parola per indicare quel caos, quel disordine, quel qualcosa di assurdo e di assolutamente contrario all’ordine naturale delle cose?

Durante la presentazione si è più volte ritornati sul concetto di colpa: chi rimane si sente irrimediabilmente in colpa verso la persona che non c’è più, indipendentemente da come questa persona muoia. Ma il sentirsi in colpa non implica, necessariamente, la presenza di una colpa reale. Crede che questa presa di coscienza possa essere raggiunta anche senza l’aiuto di una persona specializzata? O dipende dai vari casi?

Credo che sia una questione che dipenda dai vari casi. Anche se poi la mia esperienza personale è quella di una persona che ha imparato a ricominciare a vivere proprio grazie a una lunghissima psicanalisi.

Durante la presentazione è stata molto coraggiosa ad ammettere di aver tentato il suicidio anni fa e di aver avuto bisogno di aiuto per riprendersi e, in un certo senso, rinascere. La stesura di questo romanzo cosa ha comportato a livello psicologico in lei?

Non è stato facile. Ma alla fine credo di essere riuscita a scrivere il libro che avrei voluto che mia mamma leggesse se quel giorno del 1997 me ne fossi andata via per sempre.

Lei, finora, ha scritto esclusivamente saggi e un memoir. Questo è il suo primo vero romanzo. Ha trovato difficoltà durante la scrittura?

Certo. Anche semplicemente perché si tratta di diventare i propri personaggi e di allontanarsi il più possibile da stessi. Al tempo stesso, però, ho scoperto una scrittura potentissima e bella capace di nominare le cose in maniera efficace e capace anche, molto più dei saggi, di raccontare la complessità dell’esistenza.

Dalle notizie che possiamo reperire sul web sappiamo che lei è una donna molto impegnata: filosofa, saggista, accademica, scrittrice e politica. Ma è soprattutto una donna. Come riesce ad integrare il tutto? E, di queste attività, quale sente più “sua”?

Non so se sono veramente capace di integrare tutto, anzi, sicuramente non ne sono capace, anche se ci provo. Se dovessi però dire quale attività sento più “mia”, si tratta senz’altro di quella di docente universitaria. È quando sono con i miei studenti che sono felice: felice di trasmettere loro un certo numero di valori e di conoscenze, ma soprattutto felice di imparare da loro tante cose.

Un ultima domanda: purtroppo è risaputo che l’Italia è una delle nazioni in cui si legge di meno. E’ anche vero che, da qualche anno, sta crescendo il fenomeno dei gruppi di lettura. Qual è il suo pensiero in proposito? Crede che i gdl possano essere una realtà in grado di far rinascere l’amore per la lettura nel nostro Paese?

Credo che la lettura sia fondamentale. È attraverso la lettura che si ha accesso a mondi sconosciuti e che si imparano a nominare le sfumature dell’esistenza. Da questo punto di vista, penso che i gruppi di lettura possano essere una grande risorsa per il nostro paese. Tutto parte dai libri e dalla cultura.

Ringrazio la prof.ssa Marzano per il tempo che mi ha concesso e per quello che è riuscita a trasmettermi in pochi minuti.

 

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L’amore che mi resta – Michela Marzano

Esistono vari modi in cui un libro decide di arrivare a noi. Per chi cerca di essere sempre informato sulle nuove uscite e sulle varie presentazioni che avranno luogo nella propria città uno di questi modi è il ricevimento delle newsletter. Ed è proprio grazie ad una di queste mail che, il 15 maggio, mi sono recata alla Feltrinelli della mia città per l’incontro con la professoressa Michela Marzano in cui veniva presentato il romanzo L’amore che mi resta.

Protagonista di questo romanzo è Daria. Una donna ma soprattutto una mamma che sta affrontando uno dei più grandi dolori che la vita può riservare: la perdita di un figlio. Ed in questa spirale di dolore la cosa che più colpisce Daria è che Giada non è morta per un’incidente. Lei ha deciso di suicidarsi.

Comincia così un lungo percorso fatto di buio e di dolore in cui Daria non saprà come districarsi, come affrontare il resto della vita che le resta.

La vita come un privilegio, nonostante vivere sia diventato un peso.

Questa è la frase che più riassume lo stato d’animo di Daria. Stato d’animo che ci viene raccontato sotto forma di una lunga lettera che la protagonista “scrive” a sua figlia. Una figlia adottata, fortemente voluta e fortemente “tenuta” quasi a doppio filo. Una figlia che si scopre avere segreti e ombre, questioni irrisolte che non aveva confessato a nessuno, riconducibili a quella che è quasi diventata un’ossessione: la paura dell’abbandono. Perché la sua madre biologica l’ha abbandonata? C’è qualcosa che non va in lei?

L’abbandono implica sempre qualcosa di negativo; il lasciare no, al contrario. Si lascia ciò che non si è in grado di tenere; si lascia ciò che è talmente prezioso da meritare qualcosa di meglio.

In questo romanzo i sentimenti espressi sono forti, assoluti e quasi tangibili. Il dolore per la perdita, lo stupore per la scoperta di alcuni segreti, l’amore che muove la realtà di ognuno di noi.

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E’ un libro lacerante, di quelli che prima ti strappano il cuore dal petto e poi te lo restituiscono piano piano. Così come, piano piano, Daria riprende a vivere riassegnando il giusto valore a tutto ciò che la circonda.

Ora è tutto diverso, ora entro nei ricordi e ti aspetto.
Entro. E dopo un po’ tu arrivi sorridente, come quando eri piccola e prendevi la sediolina rossa dove ti sedevi quando ti raccontavo le fiabe, e mi ascoltavi spalancando gli occhi, attentissima, ti arrabbiavi persino se dimenticavo un dettaglio o cambiavo qualcosa nella storia.
Entro. E dopo un po’ tu arrivi, e tutto torna come prima, la tua voce, il tuo sorriso e il tuo odore, quello solo tuo, Giada, quello che la mamma assaporava quando ti prendeva in braccio e ti stringeva a sé, e tu dicevi che stringevo troppo, non ce la facevi nemmeno a respirare.
Entro. Tu arrivi. E sento i battiti del tuo cuore, li conto mentalmente, li annoto su un foglietto – tesoro, scotti, cos’è questo febbrone improvviso?
Entro. Tu arrivi. L’amore è senza confini.
E’ per questo che è perfetto.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 235
Prezzo: 17,50€

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La locanda dove il mare parla piano – Emma Sternberg

978882006249_Sternberg_La locanda dove il mare_300X__exactOggi vi parlo di un romanzo uscito cinque giorni fa per la Sperling & Kupfer e che ha una copertina bellissima e coloratissima che richiama molto l’estate. E l’estate la si ritrova anche nelle pagine di questo libro. Un’estate che non è intesa solo come stagione ma ha un significato più profondo. Ma andiamo per ordine.

Devo ammettere che l’inizio è dei più scontati e che mi ha fatto un po’ storcere il naso: Linn, giovane ragazza tedesca senza una famiglia, torna un pomeriggio a casa in anticipo e trova il suo fidanzato a letto con la sua migliore amica. Picco di tragedia con sceneggiata e cacciata di casa annessa. Ma ecco che, poco dopo, il citofono suona e appare Mr. Cunningham, un cacciatore di eredi, che le comunica di aver ricevuto una grossa eredità da una zia morta in America di cui Linn ignorava l’esistenza.

Con un disperato bisogno di scappare dalla sua vita andata in frantumi, Linn decide di partire per l’America per andare a vedere con i suoi occhi l’eredità che le è piovuta dal cielo. E, mentre per tutto il volo si ritrova a fantasticare su un appartamento nel centro di Manhattan, al suo arrivo le viene riservata un’altra sorpresa. Perché la sua eredità non è un appartamento a New York City ma, bensì, una casa negli Hamptons un tempo adibita a locanda: il Sea Whisper Inn. Ed insieme ad essa, Linn eredita anche cinque vecchietti che abitano la casa ed erano i migliori amici della defunta zia Dotty.

Intenzionata inizialmente a vendere la casa, Linn si ritrova a fare la conoscenza di Patty, Eleonore, Olimpia, Frederic e Maxwell. E, attraverso loro, anche di zia Dotty. E sono queste conoscenze che permetteranno a Linn di cambiare il suo modo di affrontare la vita e le avversità. Perché questi cinque adorabili vecchietti le faranno capire che mai niente è perduto, anche quando le cose sembrano tutte volgersi contro di te.

L’autrice dosa sapientemente l’esperienza della vecchiaia con le speranze giovanili, la tranquillità degli Hamptons con l’oceano di sfondo che sembra toccare il cielo, i dubbi e le paure di una nuova vita. Condisce il tutto con una narrazione scorrevole e frizzante e ci regala un romanzo in cui, come dicevo all’inizio, l’estate non è intesa solo come stagione climatica ma proprio come una “stagione dell’anima”, fatta di rinascite e cambiamenti che chiunque, a qualunque età, può serenamente affrontare.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 360
Prezzo: 18,90€

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In carne e cuore – Rosa Montero

Il mese di maggio è stato uno dei mesi più proficui in quanto ad uscite editoriali di un certo peso. Una di queste pubblicazioni, edita da Salani, è In carne e cuore di Rosa Montero.

Soledad è una donna di sessant’anni professionalmente affermata e appagata. Curatrice di mostre, attualmente ingaggiata dalla Biblioteca National per curare una mostra dal titolo “Gli scrittori maledetti”, una vita agiata. Ma, come contrappeso a questo appagamento professionale, la donna si sente completamente sola.

La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà più vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi attorno storditi.

Ci troviamo di fronte ad una donna dai tratti cinici, che non ha mai voluto costruirsi una storia ed una famiglia, che non prova nessun instinto materno. In compenso si circonda di amanti, tutti più giovani di lei. Perché Soledad ambisce alla passione, ai desideri della carne.

Ed è per vendicarsi di Mario, il suo amante che l’ha lasciata perché la moglie aspetta un bambino, che una sera Soledad accede ad un sito che offre servizi di intrettenimento per donne. E, scorrendo le varie foto dei gigolò presenti sul sito, decide di ingaggiare Adam.

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Adam è alto, atletico, ha trentadue anni, un fisico mozzafiato. Il loro incontro, all’inizio con il solo scopo di far ingelosire Mario, sfocia ben presto in una forte attrazione sessuale. Soledad inizia a provare qualcosa di forte per questo ragazzo, lo cerca e cerca di tenerlo legato a sè pagandogli provvigioni extra e con continui regali.

Ma Adam non è quello che sembra. E tra un incontro e l’altro Soledad si ritroverà invischiata in una rete oscura che metterà a dura prova tutta la sua esistenza.

Rosa Montero, nota giornalista e scrittrice spagnola, ci regala un romanzo che scava nella profondità dell’animo umano con un linguaggio semplice e scorrevole. Inoltre, durante la narrazione, complice la costruzione della mostra, ci sono continui richiami alla letteratura spagnola e agli scrittori che ne hanno dato lustro.

La Adriano Salani Editore mette a segno un altro colpo. Un romanzo che ti tiene incollato alle pagine e che ti porta a riflettere su quanto quello che si vede da fuori non è esattamente quello che succede all’interno delle vite.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Adriano Salani
Pagine: 222
Prezzo: 16,80€

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Sottovento e sopravvento

Vi è mai capitato di girovagare per la libreria e di venire colpiti da una copertina su cui si trova un elemento da voi particolarmente amato? Ecco, questo è quello che mi è successo con questo libro. Perché sulla copertina di Sottovento e sopravvento di Guido Maria Di Sospiro è raffigurata un’immensa distesa d’acqua: l’oceano.

In Sottovento e sopravvento vengono narrate le vicende di Chris e Ruth.
Chris è un uomo cresciuto con un difetto fisico, la gobba, con cui ha imparato a convivere e a riderne insieme agli altri facendolo diventare, così, il suo punto di forza. Crescendo, inoltre, sviluppa dapprima un amore per l’oceano e per la navigazione grazie al peschereccio del padre e, successivamente, diventa un uomo quasi ossessionato dalla ricerca di tesori nascosti.

Durante una delle sue ricerche viene a conoscenza della leggenda delle isole Negrillos: sedici galeoni spagnoli sono naufragati tra le due piccole isole gemelle mentre trasportavano dei forzieri pieni d’oro. E questo oro è nascosto da qualche parte in quelle isolette. Ma un mistero avvolge la posizione delle isole Negrillos: segnalate dai cartografi fino ad un certo punto della storia, all’improvviso sono scomparse da tutte le carte nautiche e tutti sono convinti del fatto che non siano mai esistite.

Ruth è una ragazza fredda, razionale, la cui vita ruota attorno alle cose che sono tangibili e spiegabili. Il suo mondo rischia di andare in frantumi nel momento in cui scoprirà che è stata adottata: il suo nome è Marisol ed è originaria di Cuba. Per ricostruire il suo mondo si reca nella sua terra d’origine, inizia a farsi chiamare con il suo vero nome e inizia la ricerca della sua famiglia biologica. L’ennesimo fallimento la porterà a trasferirsi a Miami e a ricominciare a farsi chiamare Ruth.

E qui, a Miami, Ruth incontrerà Chris. Entrambi ingaggiati da un pericoloso Boss, partiranno alla ricerca delle misteriose isole Negrillos e dell’inestimabile tesoro sepolto nella loro terra.

Ma questo viaggio non sarà quello che entrambi si sarebbero aspettati.

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Attraverso una scrittura onirica l’autore ci accompagna, pagina dopo pagina, alla scoperta del mondo della navigazione e dell’avventura. Calcando sulla personalità dei personaggi e sugli scherzi del destino giocati da Dei pagani (e non), il lettore viene portato a riflettere su come le circostanze possano cambiare il corso delle nostre vite, rendendoci improvvisamente consci di quello che mancava e di come potremo migliorarci.

La narrazione non è facile, ammetto di essere tornata indietro per rileggere qualche punto a me un po’ ostico. Ma, se si ha la perseveranza di non mollare, questo piccolo libro può aprire un vaso che poi difficilmente potrà essere richiuso e che lascerà il lettore con un dubbio: sto facendo davvero il possibile perché questa mia vita sia il massimo?


SCHEDA DEL LIBRO:

Autore: Guido Mina Di Sospiro
Editore: Ponte Alle Grazie
Pagine: 198
Prezzo: 14,90€