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#WhatsHotThisMonth?

Oggi inizia ufficialmente l’autunno e per noi lettori significa solo una cosa: lunghi pomeriggi sul divano con plaid, una bella bevanda calda e il nostro amico libro. Uniche uscite ammesse: le sortite in libreria.

E quale modo migliore per inaugurare l’arrivo dell’autunno se non quello di dare il via a questa nuova rubrica per sperperare soldi conoscere le nuove uscite che ci attendono nei prossimi giorni e mesi?

In particolare oggi vi parlaremo delle prossime uscite della Fazi Editore.

edgeworth_w182_h278Il castello Rackrent di Maria Edgeworth (28 settembre 2017)
Thady Quirk è il vecchio servitore di un’antica famiglia anglo-irlandese. Nel corso della sua lunga vita trascorsa al castello Rackrent (letteralmente il castello ‘arraffa-affitti’) ha assistito alla progressiva decadenza dei suoi aristocratici padroni: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick “per una questione d’onore”; e Sir Kit, giocatore d’azzardo che alla fine vende la proprietà al figlio di Thady. Generazione dopo generazione, il graduale declino della famiglia diventa la simbolica premonizione dei profondi cambiamenti che investiranno la società irlandese e dei problemi che, a oltre duecento anni di distanza, sono ancora ben lontani dall’essere risolti.
Apparso all’inizio del 1800, anno in cui si compiva l’esautorazione del Parlamento di Dublino e si preparava la strada all’unione tra l’Irlanda e la Gran Bretagna, Il Castello Rackrent ebbe un enorme successo. Politicamente audace, stilisticamente innovativo e incredibilmente piacevole, questo romanzo è una tappa fondamentale della letteratura irlandese e un grande classico da riscoprire.

beatty_w182_h278Il blues del ragazzo bianco di Paul Beatty (28 settembre 2017)
Questa è la storia di Gunnar Kaufman, «il negro demagogo»: ultimo discendente di una dinastia di «devoti leccaculo servi dei bianchi» – un padre ufficiale di polizia e una madre autoritaria che canta le lodi dei suoi discutibili antenati –, Gunnar trascorre un’infanzia serena e priva di tensioni razziali nell’agiata Santa Monica. Tanto che, quando la madre prospetta a lui e alle sue sorelle la possibilità di andare in vacanza in un campeggio per soli neri, la risposta è univoca: «Nooooo!». Il motivo? «Perché loro sono diversi da noi». Risposta sbagliata. In un attimo la madre li carica tutti in macchina e la famiglia si trasferisce a Hillside, ghetto nero di Los Angeles dove i vicini ti salutano con un insulto e il pestaggio è sempre dietro l’angolo. Qui ha inizio la scalata di Gunnar, che da outsider riuscirà non solo a inserirsi nella comunità, ma a diventare poco a poco un idolo delle folle, in una strenua battaglia contro tutti i capisaldi della società americana. Fra basket e poesia, gang di strada, mogli giapponesi comprate per corrispondenza e suicidi di massa innescati da fraintendimenti, Paul Beatty si diverte e ci fa divertire pagina dopo pagina con la sua vivida immaginazione.
Un esordio potente, audace e rivelatore, per quella che ormai è considerata una delle voci di spicco della letteratura americana contemporanea.

il_giardino_di_elizabeth_w182_h278Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim (5 ottobre 2017)
Elizabeth si stabilisce con le tre figlie nell’ex convento di proprietà del marito in Pomerania e si dedica alla ristrutturazione dell’edificio innamorandosi perdutamente del giardino. Mentre le stagioni si susseguono, passeggia con le figlie April, May e June, s’intrattiene con le signore dell’alta borghesia locale e con la famiglia dei vicini, si sofferma sulle dinamiche dei rapporti con il marito, ospita le due amiche Irais e Minora nella sua tenuta. Le loro conversazioni sono brillanti e conflittuali, i loro rapporti uniscono amicizia, rivalità e solidarietà femminile nella ricerca dell’indipendenza e dell’espressione di sé.

sencin_1_w182_h278L’ultimo degli Eltysev di Roman Sencin (5 ottobre 2017)
Nikolaj è un agente di polizia che si occupa della sorveglianza in un luogo di detenzione temporanea per alcolizzati e disturbatori della quiete pubblica. Sua moglie Valentina lavora da trent’anni nella biblioteca cittadina. Vivono in un appartamento di serivizio assegnato loro dal comune insieme ai due figli ventenni, Artem e Denis. Tutto precipita quando Nikolaj perde il lavoro a causa di una grave negligenza. Le conseguenze sono devastanti: la famiglia è costretta a trasferirsi in campagna, nella catapecchia di una vecchia zia. E’ solo l’inizio di una serie di catastrofi che porteranno alla distruzione totale della famiglia…

serge_w182_h278Il caso Tulaev di Victor Serge (12 ottobre 2017)
Mosca, 1938. Il giovane Kostja uccide Tulaev, membro del comitato centrale del Partito Comunista. In seguito all’attentato, la polizia segreta organizza la ricerca non tanto dell’esecutore materiale, quanto dei responsabili morali che, con il loro atteggiamento critico verso lo stalinismo, avrebbero contribuito a creare il clima in cui è maturato il delitto. Cinque sono i colpevoli designati e a tutti costoro, rivoluzionari di provata fede, sono rivolte le accuse più fantasiose ed infamanti e si chiede il sacrificio supremo per una causa alla quale hanno già sacrificato tutto. Nel clima di terrore e menzogna che Serge riesce così mirabilmente a ricostruire,  uomini irreprensibili arrivano al punto di riconoscersi colpevoli dei peggiori crimini e, per una rivoluzione che è pur sempre la loro, preferiscono morire disonorandosi piuttosto che denunciare  gli orrori del regime alla borghesia internazionale.

giordano_bruno_1_w182_h278Bruno Giordani. Una vita sulle montagne russe di Giancarlo Governi (5 ottobre 2017)
Dai campi sportivi improvvisati nelle piazze e nelle vie della Trastevere degli anni Cinquanta, all’approdo in prima squadra nella mitica Lazio di Giorgio Chinaglia, fino alla Nazionale: la carriera di Bruno Giordano è una giostra, dalle vette professionali ai bassifondi del coinvolgimento nella vicenda del calcio scommesse. Non meno altalenante la sua vita privata: un matrimonio giovanile sbagliato che lo tormenterà per anni; la sorella tossicomane che, alla morte, gli lascia un figlio da crescere; il tragico incidente statale nel quale perse la madre. In questa biografia avvincente come un romanzo, Governi ci regala non solo il profilo di un calciatore, ma il ritratto di un personaggio che porta con sé una scheggia di storia italiana.

Per oggi terminiamo qui. Abbiamo solleticato la vostra curiosità? La nostra lo è stata sicuramente!

Alla prossima!

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Lavennder – Giacomo Bevilacqua

Recentemente Giulia ha recensito Il suono del mondo a memoria (potete trovare la recensione qui) il primo romanzo grafico a colori di Giacomo Bevilacqua.

A luglio è uscito il suo secondo lavoro a colori: Lavennder. Premetto che trovo davvero molto difficile parlarne, è passato quasi un mese da quando l’ho letto ma sono ancora piacevolmente sconvolta e senza parole.

Aaron e Gwen sono due ragazzi che si trovano a dover trascorrere una vacanza un po’ particolare. Si tratta, infatti, di una permanenza di diversi giorni su di un’isola completamente deserta organizzata dall’agenzia viaggi Lavvender.

Vengono così accompagnati sull’isola da un ragazzo dell’agenzia e lasciati lì con le tende, le provviste e il telefono satellitare per ogni emergenza.

L’isola sembra quasi un paradiso incontaminato con l’acqua cristallina e la folta vegetazione. Ma sull’isola si nasconde qualcosa di sinistro ed i protagonisti, Gwen soprattutto, se ne accorgono subito.

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La storia raccontata è un thriller di quelli belli tosti, la suspance è palpabile grazie anche al sapiente uso dei colori. Durante la lettura si è combattuti tra la voglia di sapere a tutti i costi quale sarà il destino dei protagonisti e la meraviglia suscitata dalle bellissime tavole.

L’uso dei colori pastello e la loro gradazione fanno sembrare assolutamente realistico il paessaggio e trasmettono la giusta “ansia” nei momenti salienti del racconto. Il tutto condito da un finale che è una vera bomba inaspettata.

Consiglio assolutamente la lettura e la rilettura di questa graphic novel. Perché, almeno che non siate dei geni quanto Giacomo Bevilacqua, solo ad un secondo sguardo noterete tanti piccoli dettagli disseminati qui e là che porteranno all’inevitabile e scioccante conclusione.

Potrete trovare il volume in tutte le edicole e fumetterie quindi affrettatevi perché questa è una storia che merita e che non dovete assolutamente perdere.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Sergio Bonelli
Pagine: 128
Prezzo: 6.30€

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La mia vita non proprio perfetta – Sophie Kinsella

Da brava lettrice onnivora leggo di tutto. Dai classici ai romanzi d’amore, passando per le graphic novel e i chick-lit. Ed è proprio di un chick-lit che voglio parlarvi oggi.

La mia vita non proprio perfetta è l’ottavo romanzo di Sophie Kinsella (se non contiamo tutta la serie di romanzi della saga di I love shopping) ed è uscito in Italia il 14 febbraio 2017.

Il romanzo parla di Katie, una ragazza del Somerset che, all’età di 28 anni, si trasferisce a Londra per lavoro. Questo rappresentava uno dei più grandi sogni di Katie: trasferirsi a Londra e diventare una di quelle donne in carriera che si vedono in giro per la città, che incontri in metro con la loro aria perennemente indaffarata e perennemente di fretta.

Purtroppo, però, la realtà è ben diversa. Perché Katie, pur lavorando per una nota società di branding, è solo la ragazza dei sondaggi. Nessuna riunione, nessuna campagna importante da seguire, nessuna carriera all’orizzonte. Solo uno sguardo da lontano a quella che è la sua formidabile capa Demeter e il desiderio di avere, un giorno, la sua vita. Inoltre si ritrova a convivere con persone con le quali non ha nulla in comune e con cui non riesce ad instaurare nessun rapporto, in una stanzetta soffocante con un’amaca che funge da armadio.

Katie cambia il suo diminuitivo, diventa Cat per tutti ed inizia a postare su Instagram foto della vita meravigliosa di Londra che, però, non sono la realtà. E continua a vivere in questa menzogna fino a che, un giorno, non viene licenziata.

Ma questo non segnerà la fine delle sue bugie, anzi! Perché Katie tornerà nel Somerset per aiutare i suoi genitori nella nuova attività di famiglia omettendo di essere stata licenziata ma parlando di un periodo sabbatico di sei mesi che l’azienda le ha concesso. Ma quanto potrà durare questa farsa?

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La Kinsella ci regala un altro romanzo all’insegna della leggerezza e del divertimento. Con la sua solita ironia ci porta nel mondo dorato di Londra e nel rovescio della sua medaglia. Una serie di fraintendimenti e scherzi del destino che porterà la protagonista del romanzo a rivedere le sue priorità ed ad una svolta decisiva.

La narrazione è, come sempre, molto scorrevole e fluida. Da lettrice fissa di quest’autrice, però, devo ammettere che alcune delle vicende narrate le avevo intuite già molto prima che avvenissero. Questo però non mi ha impedito di godermi la lettura e di passare qualche ora in piacevole compagnia di questo romanzo pieno di brio perfetto per l’estate.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Mondadori
Pagine: 345
Prezzo: 20,00€

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Juvenilia – Jane Austen

Jane Austen è una delle più famose e conosciute autrici del panorama letterario inglese. Tutti conosciamo almeno una delle sue opere, forse la più famosa e la più amata Orgoglio e Pregiudizio. Molti, invece, sono dei veri e propri amanti di questa scrittrice. E, a questi lettori, non può certo mancare questa piccola perla.

Juvenilia è una raccolta di racconti che la Austen ha scritto approssimativamente tra il 1787 e il 1793 ovvero quando l’autrice aveva tra i dodici ed i diciotto anni.

Questi racconti, insieme alle lettere, sono un piccolo tesoro prezioso per tutti i janeites. Le versioni originali sono raccolte in tre volumi attualmente consultabili che si trovano presso la Bodleyan Library di Oxford e la British Library a Londra.

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In questo volume troviamo quindi quelli che si potrebbero definire i primi esperimenti della Austen: brevi racconti, piccoli testi teatrali, lettere e piccole odi. Si tratta, in alcuni casi, di testi incompiuti. Tutti gli scritti qui raccolti sono indirizzati, tramite dediche, a delle persone ben precise: fratelli, sorelle, genitori e nipoti.

La lettura è molto scorrevole e semplice, si nota molto il fatto che si tratti di lavori acerbi ma, per chi conosce bene la scrittura di Jane Austen, si riconosco i tratti distintivi di questa grande autrice.

Troviamo anche qui il suo modo di scrivere i dialoghi rendendoli come dialogo diretto, epistolare o con il dialogo indiretto libero. La vena ironica con cui prende in giro la società dell’epoca è sempre molto spiccata e concede una lettura leggera e spensierata.

Come dicevo prima, si tratta di un piccolo gioiello che gli amanti di questa scrittrice non si devono assolutamente far scappare soprattutto ora che è così facilmente reperibile.

Si spera che, in futuro, anche le ultime opere introvabili vengano pubblicate e siano alla portata di tutti.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Rogas Edizioni
Pagine: 372
Prezzo: 23,90€

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La vita in due – Nicholas Sparks

Aspettavo questo libro da quando ne fu annunciata l’uscita l’anno scorso. Pre-ordinato ho dovuto attendere circa una settimana rispetto alla data di uscira per averlo tra le mani. Ma ne è valsa la pena.

Russ Green è un pubblicitario che vive a Charlotte, nel North Carolina. E’ sposato con Vivian e hanno una bambina di nome London. La sua vita sembra perfetta: ha un buon lavoro, una moglie fantastica, una figlia che non smette mai di sorprenderlo e una famiglia presente. Cosa si può volere di più?

Ma, un giorno, tutto comincia ad andare a rotoli. Russ perde il lavoro e decide di mettersi in proprio. Questa decisione andrà ad influire sulla situazione finanziaria della famiglia e non solo. Infatti, Vivian si trova improvvisamente a dover economizzare tutto e, presa da una grande insoddisfazione, deciderà di tornare a lavorare. Ma questa decisione segnerà l’inizio della fine.

Infatti, con il passare dei giorni, la situazione subirà un capovolgimento e da essere Russ l’uomo di casa, colui che provvede al mantenimento della famiglia, si ritroverà a fare il mammo e il casalingo mentre Vivian provvede a tutto il resto. Ma questa situazione spingerà lei tra le braccia di un altro uomo e, di conseguenza, alla decisione di lasciare Russ.

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Ma non tutto è perduto. In questa situazione tutt’altro che facile Russ troverà qualcosa a cui appigliarsi: sua figlia London. Le numerose assenze di Vivian porteranno i due a costruire un rapporto davvero unico e speciale, un rapporto in cui Russ non solo imparerà ad essere una figura presente e di riferimento ma, soprattutto, che la felicità della vita si nasconde nelle piccole cose. E vedere la propria figlia crescere e imparare ad affrontare la vita con le sue gioie e le sue avversità è sicuramente una fonte di felicità.

Con il suo stile inconfondibile, Nicholas Sparks ci regala un’altra bellissima storia d’amore. Ma stavolta si tratta di quell’amore tenero, puro ed incondizionato che solo un genitore può provare. Una storia che vede i protagonisti alle prese con la vita e la routine di tutti i giorni come la scuola ed il lavoro ma anche con le cose più grandi con cui prima o poi tutti abbiamo avuto a che fare: l’abbandono e la perdita.

Con una narrazione scorrevole, con piccoli flash back all’inizio di ogni capitolo, ci viene raccontata la vita di un uomo che cambia radicalmente nell’arco di un anno ma che si tiene ben ancorato a quelli che sono i valori fondamentali, primo tra tutti la famiglia. Ma non temete, ci sarà spazio anche per l’amore romantico a cui Sparks ci ha sempre abituati.

Non è la prima volta che Nicholas Sparks racconta di un rapporto padre – figlia (non dimentichiamo il romanzo Ogni giorno della mia vita) ma stavolta è proprio questo che costituisce il perno principale della storia, il punto da cui si dirama tutto. Questa è una storia di quelle che fa provare tanti sentimenti: dalla dolcezza alla rabbia, passando per momenti anche divertenti. Ma che alla fine lascia un messaggio di speranza: i momenti bui capitano ma, alla fine del tunnel, tornerà a splendere il sole.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 505
Prezzo: 19.90€

 

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Rosa Montero: intervista all’autrice

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Rosa Montero ( Madrid, 3 gennaio 1951)

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato la recensione di In carne e cuore di Rosa Montero edito da Adriano Salani Editore (se ve la siete persa la potete trovare qui).

Rosa Montero è una nota giornalista e scrittrice spagnola insignita di numerosi premi. Nonostante sia una donna dai molti impegni ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda dando vita a questa intervista.

 

Soledad Alegra è la protagonista di questa storia. Una donna professionalmente affermata ma sentimentalmente molto sola. Per la costruzione di questo personaggio ha forse giocato un ruolo importante quella che è adesso la nostra società, che vede le donne inseguire il proprio appagamento professionale a scapito, a volte, della vita privata?

In effetti, no. Non era quello che avevo in mente, anche perché non credo che sia quello che accade nella civiltà occidentale. Forse trenta o quarant’anni fa sì, ma oggi non più… Forse lo è ancora per quanto riguarda talune professioni, come gli ambasciatori per esempio, costretti a cambiare spesso residenza. In qual caso, sì… gli uomini sono certamente meno disposti a seguire le loro mogli, e perciò la maggior parte delle ambasciatrici, ovvero delle donne che hanno intrapreso la carriera diplomatica, non hanno un partner fisso.  Però, come ho già, detto, non era questo ciò a cui pensavo quando ho scritto il romanzo, tanto è vero che il protagonista principale della storia potrebbe essere benissimo anche un uomo. Bisognerebbe solo modificare qualche dettaglio, ma in sostanza Soledad potrebbe benissimo essere un uomo. È forse questo è il motivo per cui molti lettori uomini si sono identificati con lei.

Quando la protagonista decide di rivolgersi a un sito di accompagnatori il suo scopo principale è quello di far ingelosire il suo precedente amante. Invece poi nasce quasi una vera e propria relazione anche se non di quelle ritenute “classiche”. Qui si nota un cambio quasi repentino nelle intenzioni e nei sentimenti della donna. Con questo cambiamento ha forse voluto mettere un accenno su quanto la mancanza d’amore possa, a un certo punto della vita, portare anche a commettere degli errori?

L’amore vero non è esente da errori. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Per alcuni l’amore è come una droga. Come diceva Sant’Agostino: «Amiamo l’amore», ovvero: amiamo la sensazione di essere innamorati più che la persona in carne e ossa. La passione è un’invenzione, ci inventiamo l’altro secondo quelle che sono le nostre necessità. Per questo, quando la realtà scopre ciò che c’è dietro il miraggio, spesso l’amore finisce. Soprattutto se non siamo capaci di farlo diventare un amore sincero e quotidiano, che consiste nel conoscere davvero l’altro, dargli il giusto peso, amarlo, andarci d’accordo, trovare un compromesso, rispettare le differenze, rispettare, cioè, tutto quell’enorme lavoro di pazienza e perseveranza che è l’amore sincero tra due persone. Perciò, tornando alla tua domanda, “gli errori” fanno parte di tutti i sentimenti appassionati proprio perché tutta la passione è un’invenzione. Poi, con una buona dose di fortuna e con il duro lavoro, si può farla diventare una relazione reale.

Adam rappresenta un personaggio un po’ controverso eppure molto attuale: ragazzi che emigrano e che tentano di far fortuna prostituendosi in attesa che qualcosa si smuova. La sua caratterizzazione è ben definita e particolareggiata. È stato difficile entrare così in profondità in quello che è un focus maschile?

Non direi… Ci sono molti personaggi maschili nei miei romanzi, in tre di essi il protagonista è un uomo. Indossare i panni di un altro, uomo o donna che sia, è sempre un viaggio verso l’altro. Nei miei libri ci sono personaggi femminili che hanno meno a che fare con chi sono io nella realtà rispetto ad Adam, e che infatti ho sviluppato con maggiore difficoltà. Per questo credo che, alla fine, Adam e Soledad si assomiglino parecchio.

Non ho potuto fare a meno di notare che, ad un certo punto della narrazione, lei ha voluto inserire la sua presenza come un cammeo all’interno dell’opera. La percezione è stata quella di aver voluto inserire un elemento reale per dare più veridicità alla storia. Com’è stato scrivere di sé all’interno del proprio libro? La Rosa Montero che troviamo nel romanzo potrebbe avere “In carne e cuore” sul suo comodino? Cosa ne penserebbe? 

Credo che il confine tra realtà e fantasia sia molto sottile e sfumato. Finzione e realtà si mescolano costantemente nelle nostre vite. Per esempio, i nostri ricordi sono invenzioni: ciò che ricordiamo sono racconti che facciamo a noi stessi, e che cambiano man mano che cambiamo noi o invecchiamo. E si dà il caso che io adori giocare con questo tipo di storie. Il romanzo rappresenta proprio questo confine sfumato dal quale attingo personaggi e fatti reali intrecciandoli alla fantasia. La direttrice della biblioteca, per esempio, Ana Santos Aramburo, è davvero la direttrice della Biblioteca Nazionale. È un’amica che non sapeva che la stessi trasformando in un personaggio… Per quanto mi riguarda, mi sono divertita un mondo a vedermi attraverso gli occhi della protagonista, che mi detesta. Peraltro le critiche di Soledad sono pienamente giustificate, perché davvero io mi sento molto come un Peter Pan. Però è anche vero che mi piace esserlo, credo anzi che a scrivere, a creare, sia proprio la mia “bambina” interiore. Anche se questo al mio personaggio dà un fastidio incredibile. Ad ogni modo, quella è una parte importante del romanzo, perché faccio dire a Soledad che anche la vita immaginaria è una forma di vita e questo la sprona a finire il suo libro meglio di quanto lo abbia iniziato.

Nei ringraziamenti finali viene chiesto espressamente al lettore di non fare parola di quello che si viene a scoprire durante la narrazione. È la prima volta, nella mia vita da lettrice, che mi trovo davanti a una richiesta del genere. Quindi la domanda che sorge spontanea è: cosa l’ha spinta a inserire questa specie di postilla a fine libro?

Il libro è strutturato intorno a una trama molto forte che è essenziale per il romanzo. Se la trama fosse svelata prima ancora di leggere, si rovinerebbe tutto, perché questo tipo di romanzo presuppone una certa dose di suspense e di sospetto che deve arrivare fino alla fine. I lettori ormai sono abituati a non rivelare il finale dei romanzi polizieschi, diciamo che sono stati educati a farlo, ma questo non è un giallo ed ero certa che se non avessi chiesto a miei lettori di mantenere una certa forma di discrezione, tutti avrebbero potuto commentarlo, specialmente in rete o sui giornali, rovinando l’effetto e il piacere della lettura. Fortunatamente questa richiesta di silenzio ha funzionato, perciò grazie a tutti quelli che hanno voluto mantenere il silenzio sul finale.

Come blog nato da un gruppo di lettura, non possiamo fare a meno di chiudere quest’intervista con una domanda che poniamo a tutti gli scrittori che abbiamo la fortuna di poter intervistare: cosa ne pensa dei book club? Sono diffusi in Spagna o, come in Italia, stentano ancora a prendere piede?

Amo ogni forma di scambio e di confronto tra lettori e scrittori, amo questi circoli di amici che si formano intorno alla condivisione della lettura. In Spagna ce ne sono molti e sono molto attivi. Per fortuna.

Ringraziamo Rosa Montero per la disponibilità, la Salani Editore nella persona di Matteo Columbo per aver fatto da tramite ed infine (ma non meno importante) un grazie enorme a Sara Minervini che ha curato la traduzione dell’intervista dallo spagnolo all’italiano.

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Michela Marzano, intervista all’autrice

Il 15 maggio 2017, alla Feltrinelli di Bari, si è tenuto l’incontro con la professoressa Michela Marzano per la presentazione del suo romanzo L’amore che mi resta edito da Einaudi (trovate la recensione qui).

La presentazione è stata così bella e coinvolgente e la lettura del romanzo mi ha così profondamente colpito che ho chiesto alla professoressa se fosse disponibile a rispondere a qualche domanda e lei, molto gentilmente, ci ha concesso qualche minuto tra i suoi impegni.

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Le protagoniste di questo romanzo sono Daria e Giada. Due donne con due caratteri ben distinti. Quello che si nota, durante la lettura del romanzo, è che Daria sembra, delle due, la più debole. Una donna piena di dubbi e di paure che poi cerca di trasformare in amore e che riversa tutto sulla figlia. Dubbi e paure che si ripresentano, prepotentemente, quando Giada si toglie la vita e che non permettono a Daria di guardare la realtà dei fatti. Crede che questo tipo di debolezza sia proprio della figura materna in generale o appartenga di più alle mamme adottive?

Non so se si possa generalizzare e attribuire a tutte le mamme le fragilità e le debolezze di Daria. Una cosa però è certa, non è il fatto di essere una madre adottiva che rende Daria fragile. La fragilità che si porta dentro è legata piuttosto al rapporto problematico che aveva avuto con sua madre. E poi al desiderio di essere “perfetta” mentre in realtà, nella vita, nessuna madre è perfetta. Come spiega il pedopsichiatra D.W. Winnicott, le madri dovrebbero sempre accontentarsi di essere “sufficientemente buone” senza cercare di colmare i vuoti dei propri figli e “ripararli” attraverso il proprio amore. Come ammetterà la stessa Daria a un certo punto del romanzo: “Il mio errore è stato quello di pensare che il mio amore ti avrebbe salvata, esattamente come il tuo arrivo aveva salvato me. Ma nessuno salva nessuno, nemmeno tu potevi salvarmi, dovevo solo fare la pace dentro di me, come te, anche tu dovevi fare la pace dentro”.

La figura di Giada viene descritta attraverso vari flash back che partono dall’infanzia sino ad arrivare a poche ore prima del suo suicidio. Nonostante la descrizione venga fatta prevalentemente attraverso gli occhi della madre, ci sono dei punti in cui lei viene raccontata da altri personaggi secondari. Attraverso l’insieme delle descrizioni si viene a conoscenza di una giovane donna che, per quanto amputata di una cosa importante come la verità sulla sua nascita, è forte e pronta a combattere per ottenere giustizia. Questa forza poi lascia spazio a una debolezza che porta all’esito fatale che conosciamo. E’ stato difficile scrivere e descrivere questo passaggio mentale?

La vera difficoltà di questo romanzo è stato quella di trovare le parole giuste per raccontare la storia della perdita della figlia da parte di una madre. Per anni mi sono chiesta cosa sarebbe successo a mia madre se, quella notte di ormai vent’anni fa, invece di risvegliarmi dopo molte ore di coma, fossi morta. Era la fine degli anni Novanta e non ce la facevo proprio a riemergere dalle tenebre in cui ero lentamente precipitata. Dimenticando completamente che, se fossi morta suicida come avevo scelto, non avrei distrutto solo me, ma anche mia madre. Mi ci è voluto molto tempo prima di realizzare che, se quella notte me ne fossi andata via, forse nemmeno mamma ce l’avrebbe fatta. La storia di Daria e di Giada, una madre e una figlia appunto, è nata così. Prima di diventare un romanzo non più, e non solo, sulla perdita, ma anche, e forse soprattutto, sull’amore e sulla maternità.

Il romanzo è diviso in cinque parti. Potrebbe, questa divisione, essere una specie di metafora che indichi i cinque passi che, chi rimane, deve affrontare per riconciliarsi con il mondo che li circonda?

Quando muore un figlio – nonostante la vita continui e debba forse continuare non solo per gli altri figli o familiari ma anche e soprattutto per se stessi – si è devastati da un dolore senza senso, senza ragione, senza fine. Si spalanca un vuoto incolmabile. Talvolta non si riesce nemmeno più a capire per quale motivo si dovrebbe continuare a vivere. Come posso andare avanti ora che ho perso tutto? Esiste anche solo una ragione per continuare a svegliarmi la mattina e a coricarmi la sera? Di fronte alla morte di una persona cara non si tratta solo di fare i conti con la realtà, riconoscendo ciò che si è perso, ma anche di accettare la fine della promessa di tutto ciò che si sarebbe potuto o voluto vivere con chi non c’è più. A maggior ragione quando si tratta di un figlio o di una figlia, anche se per tantissimo tempo si gira solo intorno a un vuoto che sembra incolmabile. Lentamente, ci si deve spostare dal “perché è successo” al “come fare per ricominciare a vivere”, come dice uno dei personaggi del mio romanzo. Lentamente, si può provare a mettere tutto in fila, tutti i ricordi e tutte le parole, quello che si è vissuto insieme e quello che la vita può ancora insegnare. Anche se il dolore non finisce mai, è il peso di questo dolore che pian piano cambia.

Come già detto, questo romanzo ha come protagoniste due donne. Attorno a loro ruota tutta la vicenda e ruotano anche diverse figure maschili che, però, rimangono sullo sfondo: Andrea, Giacomo e Paolo. Come mai ha preso questa decisione di non dare troppo rilevanza a questi personaggi?

Quello che volevo raccontare era soprattutto il rapporto tra una madre e sua figlia. Raccontando la storia di Daria e di Giada, provo a dire quanto ciascuno di noi sia fragile, ma anche forte; magari pieno di fratture, ma disposto ogni volta a ricominciare. Anche i personaggi maschili, però, hanno una loro importanza. Andrea, ad esempio, è il primo a capire che uno dei problemi che ha un genitore che perde un figlio è quello di non poter nemmeno essere qualificato: in nessuna lingua esiste un termine per definirlo; non c’è in francese, non c’è in spagnolo, non c’è in inglese, non c’è in tedesco, non c’è in russo. Non c’è nemmeno in cinese. Solo in arabo, forse, c’è una parola: un termine ormai desueto, di cui però resta traccia in un racconto antico. A un certo punto un guerriero, per sfida, dice ai nemici: si faccia avanti chi vuole che stasera la moglie sia vedova, i figli orfani e la madre thakla. Solo che ormai questa parola non si usa più. Come si fa, d’altronde, a nominare l’innominabile? Come trovare una parola per indicare quel caos, quel disordine, quel qualcosa di assurdo e di assolutamente contrario all’ordine naturale delle cose?

Durante la presentazione si è più volte ritornati sul concetto di colpa: chi rimane si sente irrimediabilmente in colpa verso la persona che non c’è più, indipendentemente da come questa persona muoia. Ma il sentirsi in colpa non implica, necessariamente, la presenza di una colpa reale. Crede che questa presa di coscienza possa essere raggiunta anche senza l’aiuto di una persona specializzata? O dipende dai vari casi?

Credo che sia una questione che dipenda dai vari casi. Anche se poi la mia esperienza personale è quella di una persona che ha imparato a ricominciare a vivere proprio grazie a una lunghissima psicanalisi.

Durante la presentazione è stata molto coraggiosa ad ammettere di aver tentato il suicidio anni fa e di aver avuto bisogno di aiuto per riprendersi e, in un certo senso, rinascere. La stesura di questo romanzo cosa ha comportato a livello psicologico in lei?

Non è stato facile. Ma alla fine credo di essere riuscita a scrivere il libro che avrei voluto che mia mamma leggesse se quel giorno del 1997 me ne fossi andata via per sempre.

Lei, finora, ha scritto esclusivamente saggi e un memoir. Questo è il suo primo vero romanzo. Ha trovato difficoltà durante la scrittura?

Certo. Anche semplicemente perché si tratta di diventare i propri personaggi e di allontanarsi il più possibile da stessi. Al tempo stesso, però, ho scoperto una scrittura potentissima e bella capace di nominare le cose in maniera efficace e capace anche, molto più dei saggi, di raccontare la complessità dell’esistenza.

Dalle notizie che possiamo reperire sul web sappiamo che lei è una donna molto impegnata: filosofa, saggista, accademica, scrittrice e politica. Ma è soprattutto una donna. Come riesce ad integrare il tutto? E, di queste attività, quale sente più “sua”?

Non so se sono veramente capace di integrare tutto, anzi, sicuramente non ne sono capace, anche se ci provo. Se dovessi però dire quale attività sento più “mia”, si tratta senz’altro di quella di docente universitaria. È quando sono con i miei studenti che sono felice: felice di trasmettere loro un certo numero di valori e di conoscenze, ma soprattutto felice di imparare da loro tante cose.

Un ultima domanda: purtroppo è risaputo che l’Italia è una delle nazioni in cui si legge di meno. E’ anche vero che, da qualche anno, sta crescendo il fenomeno dei gruppi di lettura. Qual è il suo pensiero in proposito? Crede che i gdl possano essere una realtà in grado di far rinascere l’amore per la lettura nel nostro Paese?

Credo che la lettura sia fondamentale. È attraverso la lettura che si ha accesso a mondi sconosciuti e che si imparano a nominare le sfumature dell’esistenza. Da questo punto di vista, penso che i gruppi di lettura possano essere una grande risorsa per il nostro paese. Tutto parte dai libri e dalla cultura.

Ringrazio la prof.ssa Marzano per il tempo che mi ha concesso e per quello che è riuscita a trasmettermi in pochi minuti.