Michela Marzano, intervista all’autrice

Il 15 maggio 2017, alla Feltrinelli di Bari, si è tenuto l’incontro con la professoressa Michela Marzano per la presentazione del suo romanzo L’amore che mi resta edito da Einaudi (trovate la recensione qui).

La presentazione è stata così bella e coinvolgente e la lettura del romanzo mi ha così profondamente colpito che ho chiesto alla professoressa se fosse disponibile a rispondere a qualche domanda e lei, molto gentilmente, ci ha concesso qualche minuto tra i suoi impegni.

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Le protagoniste di questo romanzo sono Daria e Giada. Due donne con due caratteri ben distinti. Quello che si nota, durante la lettura del romanzo, è che Daria sembra, delle due, la più debole. Una donna piena di dubbi e di paure che poi cerca di trasformare in amore e che riversa tutto sulla figlia. Dubbi e paure che si ripresentano, prepotentemente, quando Giada si toglie la vita e che non permettono a Daria di guardare la realtà dei fatti. Crede che questo tipo di debolezza sia proprio della figura materna in generale o appartenga di più alle mamme adottive?

Non so se si possa generalizzare e attribuire a tutte le mamme le fragilità e le debolezze di Daria. Una cosa però è certa, non è il fatto di essere una madre adottiva che rende Daria fragile. La fragilità che si porta dentro è legata piuttosto al rapporto problematico che aveva avuto con sua madre. E poi al desiderio di essere “perfetta” mentre in realtà, nella vita, nessuna madre è perfetta. Come spiega il pedopsichiatra D.W. Winnicott, le madri dovrebbero sempre accontentarsi di essere “sufficientemente buone” senza cercare di colmare i vuoti dei propri figli e “ripararli” attraverso il proprio amore. Come ammetterà la stessa Daria a un certo punto del romanzo: “Il mio errore è stato quello di pensare che il mio amore ti avrebbe salvata, esattamente come il tuo arrivo aveva salvato me. Ma nessuno salva nessuno, nemmeno tu potevi salvarmi, dovevo solo fare la pace dentro di me, come te, anche tu dovevi fare la pace dentro”.

La figura di Giada viene descritta attraverso vari flash back che partono dall’infanzia sino ad arrivare a poche ore prima del suo suicidio. Nonostante la descrizione venga fatta prevalentemente attraverso gli occhi della madre, ci sono dei punti in cui lei viene raccontata da altri personaggi secondari. Attraverso l’insieme delle descrizioni si viene a conoscenza di una giovane donna che, per quanto amputata di una cosa importante come la verità sulla sua nascita, è forte e pronta a combattere per ottenere giustizia. Questa forza poi lascia spazio a una debolezza che porta all’esito fatale che conosciamo. E’ stato difficile scrivere e descrivere questo passaggio mentale?

La vera difficoltà di questo romanzo è stato quella di trovare le parole giuste per raccontare la storia della perdita della figlia da parte di una madre. Per anni mi sono chiesta cosa sarebbe successo a mia madre se, quella notte di ormai vent’anni fa, invece di risvegliarmi dopo molte ore di coma, fossi morta. Era la fine degli anni Novanta e non ce la facevo proprio a riemergere dalle tenebre in cui ero lentamente precipitata. Dimenticando completamente che, se fossi morta suicida come avevo scelto, non avrei distrutto solo me, ma anche mia madre. Mi ci è voluto molto tempo prima di realizzare che, se quella notte me ne fossi andata via, forse nemmeno mamma ce l’avrebbe fatta. La storia di Daria e di Giada, una madre e una figlia appunto, è nata così. Prima di diventare un romanzo non più, e non solo, sulla perdita, ma anche, e forse soprattutto, sull’amore e sulla maternità.

Il romanzo è diviso in cinque parti. Potrebbe, questa divisione, essere una specie di metafora che indichi i cinque passi che, chi rimane, deve affrontare per riconciliarsi con il mondo che li circonda?

Quando muore un figlio – nonostante la vita continui e debba forse continuare non solo per gli altri figli o familiari ma anche e soprattutto per se stessi – si è devastati da un dolore senza senso, senza ragione, senza fine. Si spalanca un vuoto incolmabile. Talvolta non si riesce nemmeno più a capire per quale motivo si dovrebbe continuare a vivere. Come posso andare avanti ora che ho perso tutto? Esiste anche solo una ragione per continuare a svegliarmi la mattina e a coricarmi la sera? Di fronte alla morte di una persona cara non si tratta solo di fare i conti con la realtà, riconoscendo ciò che si è perso, ma anche di accettare la fine della promessa di tutto ciò che si sarebbe potuto o voluto vivere con chi non c’è più. A maggior ragione quando si tratta di un figlio o di una figlia, anche se per tantissimo tempo si gira solo intorno a un vuoto che sembra incolmabile. Lentamente, ci si deve spostare dal “perché è successo” al “come fare per ricominciare a vivere”, come dice uno dei personaggi del mio romanzo. Lentamente, si può provare a mettere tutto in fila, tutti i ricordi e tutte le parole, quello che si è vissuto insieme e quello che la vita può ancora insegnare. Anche se il dolore non finisce mai, è il peso di questo dolore che pian piano cambia.

Come già detto, questo romanzo ha come protagoniste due donne. Attorno a loro ruota tutta la vicenda e ruotano anche diverse figure maschili che, però, rimangono sullo sfondo: Andrea, Giacomo e Paolo. Come mai ha preso questa decisione di non dare troppo rilevanza a questi personaggi?

Quello che volevo raccontare era soprattutto il rapporto tra una madre e sua figlia. Raccontando la storia di Daria e di Giada, provo a dire quanto ciascuno di noi sia fragile, ma anche forte; magari pieno di fratture, ma disposto ogni volta a ricominciare. Anche i personaggi maschili, però, hanno una loro importanza. Andrea, ad esempio, è il primo a capire che uno dei problemi che ha un genitore che perde un figlio è quello di non poter nemmeno essere qualificato: in nessuna lingua esiste un termine per definirlo; non c’è in francese, non c’è in spagnolo, non c’è in inglese, non c’è in tedesco, non c’è in russo. Non c’è nemmeno in cinese. Solo in arabo, forse, c’è una parola: un termine ormai desueto, di cui però resta traccia in un racconto antico. A un certo punto un guerriero, per sfida, dice ai nemici: si faccia avanti chi vuole che stasera la moglie sia vedova, i figli orfani e la madre thakla. Solo che ormai questa parola non si usa più. Come si fa, d’altronde, a nominare l’innominabile? Come trovare una parola per indicare quel caos, quel disordine, quel qualcosa di assurdo e di assolutamente contrario all’ordine naturale delle cose?

Durante la presentazione si è più volte ritornati sul concetto di colpa: chi rimane si sente irrimediabilmente in colpa verso la persona che non c’è più, indipendentemente da come questa persona muoia. Ma il sentirsi in colpa non implica, necessariamente, la presenza di una colpa reale. Crede che questa presa di coscienza possa essere raggiunta anche senza l’aiuto di una persona specializzata? O dipende dai vari casi?

Credo che sia una questione che dipenda dai vari casi. Anche se poi la mia esperienza personale è quella di una persona che ha imparato a ricominciare a vivere proprio grazie a una lunghissima psicanalisi.

Durante la presentazione è stata molto coraggiosa ad ammettere di aver tentato il suicidio anni fa e di aver avuto bisogno di aiuto per riprendersi e, in un certo senso, rinascere. La stesura di questo romanzo cosa ha comportato a livello psicologico in lei?

Non è stato facile. Ma alla fine credo di essere riuscita a scrivere il libro che avrei voluto che mia mamma leggesse se quel giorno del 1997 me ne fossi andata via per sempre.

Lei, finora, ha scritto esclusivamente saggi e un memoir. Questo è il suo primo vero romanzo. Ha trovato difficoltà durante la scrittura?

Certo. Anche semplicemente perché si tratta di diventare i propri personaggi e di allontanarsi il più possibile da stessi. Al tempo stesso, però, ho scoperto una scrittura potentissima e bella capace di nominare le cose in maniera efficace e capace anche, molto più dei saggi, di raccontare la complessità dell’esistenza.

Dalle notizie che possiamo reperire sul web sappiamo che lei è una donna molto impegnata: filosofa, saggista, accademica, scrittrice e politica. Ma è soprattutto una donna. Come riesce ad integrare il tutto? E, di queste attività, quale sente più “sua”?

Non so se sono veramente capace di integrare tutto, anzi, sicuramente non ne sono capace, anche se ci provo. Se dovessi però dire quale attività sento più “mia”, si tratta senz’altro di quella di docente universitaria. È quando sono con i miei studenti che sono felice: felice di trasmettere loro un certo numero di valori e di conoscenze, ma soprattutto felice di imparare da loro tante cose.

Un ultima domanda: purtroppo è risaputo che l’Italia è una delle nazioni in cui si legge di meno. E’ anche vero che, da qualche anno, sta crescendo il fenomeno dei gruppi di lettura. Qual è il suo pensiero in proposito? Crede che i gdl possano essere una realtà in grado di far rinascere l’amore per la lettura nel nostro Paese?

Credo che la lettura sia fondamentale. È attraverso la lettura che si ha accesso a mondi sconosciuti e che si imparano a nominare le sfumature dell’esistenza. Da questo punto di vista, penso che i gruppi di lettura possano essere una grande risorsa per il nostro paese. Tutto parte dai libri e dalla cultura.

Ringrazio la prof.ssa Marzano per il tempo che mi ha concesso e per quello che è riuscita a trasmettermi in pochi minuti.

 

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