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Jane e la disgrazia di Lady Scargrave – Stephanie Barron

downloadJane e la disgrazia di Lady Scargrave è un libro di Stephanie Barron, primo di una serie di romanzi gialli che vedono la famosa scrittrice inglese Jane Austen al centro delle indagini.

Jane è ospite presso una sua cara amica, la bellissima e facoltosa Lady Isobel Scargrave. I festeggiamenti per il recente matrimonio della nobildonna sono presto interrotti dalla tragica morte del marito,  Lord Scargrave. Dell’improvvisa scomparsa dell’uomo, avvenuta in circostanze sospette, viene presto incolpata la stessa Lady Scargrave. Sicura dell’innocenza dell’amica, Jane inizia ad indagare, raccogliere indizi ed elaborare ipotesi che la porteranno a fare luce sulla vicenda.

Il romanzo è costruito su un’espediente letterario ideato dall’autrice. Stephanie Barron nella prefazione, si presenta come una semplice curatrice dell’opera. Racconta di essere venuta in possesso del diario e di alcune lettere della scrittrice inglese indirizzate alla sorella Cassandra, scritti durante il periodo di permanenza presso casa Scargrave. Il libro è infatti scritto sotto forma di diario ed è intervallato dalla corrispondenza epistolare di Jane con la sorella.

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Leggendo questo libro si ha come l’impressione di rincontrare una vecchia amica. L’autrice è stata infatti capace di scrivere un romanzo che sembra essere realmente frutto della penna di Jane Austen. Lo stile narrativo, il pensiero critico con cui la protagonista descrive le vicende e i vari personaggi, sono elementi che hanno sempre caratterizzato non solo le protagoniste femminili dei romanzi della Austen ma anche lei stessa e sono elementi che l’autrice ha saputo abilmente trasporre nel suo romanzo. L’arguzia e l’intelligenza di Jane, a volte un pò eccessivamente esaltati, saranno infatti decisi per la risoluzione del mistero che grava sulla morte di Lord Scargrave.

Jane e la disgrazia di Lady Scargrave è un vero e proprio giallo ambientato nel ‘700; non mancano infatti la suspance, i colpi di scena e perfino ritrovamenti di cadaveri. Ha tutti gli elementi per essere una lettura piacevole e mai noiosa, in compagnia di una delle più grandi scrittrici di tutti i tempi, che per la prima volta diventa lei stessa protagonista di un libro. Gli amanti della Austen non possono lasciarsi sfuggire l’occasione di tornare ancora una volta nell’elegante  e frizzante mondo, profumato di tea dei salotti inglesi del ‘700.


Scheda del libro

Titolo: Jane e la disgrazia di Lady Scargrave
Autore: Stephanie Barron
Pagine: 314
Prezzo: 12 euro
Editore: Tea

Altri libri della serie “Le indagini di Jane Austen“:

  • Jane e il mistero del reverendo
  • Jane e il segreto del medaglione
  • Jane e lo spirito del male
  • Jane e l’arcano di Penfolds Hall
  • Jane e il progioniero di Wool House
  • Jane e i fantasmi di Netley
  • Jane e l’eredità di sua signoria

 

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Raccontami di un giorno perfetto – Jennifer Niven

2Oggi voglio parlarvi di un libro intenso e coinvolgente, che mi ha trascinata in un vortice di emozioni lasciandomi con una profonda sensazione di vuoto una volta arrivata all’ultima pagina. Raccontami di un giorno perfetto è un romanzo di Jennifer Niven e narra la storia di due ragazzi interrotti, Violet Markey e Theodore Finch che frequentano il liceo della cittadina di Bartlet, nell’Indiana. Violet, distrutta dalla morte improvvisa della sorella maggiore, si trova sul cornicione del terrazzo della scuola, decisa a lanciarsi nel vuoto. È qui che incontra Finch per la prima volta, il bel ragazzo dagli occhi blu, che tutti gli altri studenti evitano ed etichettano come “Finch lo schizzato”.

<<Posso farti una domanda? Secondo te esiste un giorno perfetto?>>
<<Cosa?>>
<<Un giorno perfetto, dall’inizio alla fine. Un giorno in cui non succede niente di tragico, o di triste o di ordinario. Secondo te esiste?>>
<<Non lo so.>>
<<Te ne è mai capitato uno?>>
<<No.>>
<<Nemmeno a me. Ma lo sto cercando.>>

Finch riesce a convincere Violet che la vita è ancora degna di essere vissuta e a farla scendere dal cornicione. Finch, molto attratto dalla “ragazza dagli occhi grigio-verdi, grandi e magnetici”, decide allora che il suo compito non è ancora terminato: trascina Violet in un viaggio per le strade dell’Indiana alla scoperta dei luoghi più belli e caratteristici, restituendole quel sorriso che aveva perso da tempo. Da semplici compagni di viaggio, presto Violet e FInch diventeranno qualcosa di più. Ma era solo Violet ad aver bisogno di essere salvata?

“Raccontami di un giorno perfetto” non è un libro semplice, tratta di temi molto forti, quali il suicidio in età adolescenziale e dello stigma dovuto alle patologie psichiatriche da cui spesso è difficile liberarsi.

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Finch è un personaggio che può sembrare quasi irritante, dai pensieri e dalle azioni esuberanti, a tratti avventate e folli. Avanti nella lettura, quando si inizia a conoscere il significato dei suoi gesti e il grande dolore dietro le sue parole, Finch riuscirà ad entrare nel cuore del lettore per non andarsene più. Ha alle spalle una famiglia assente, una madre che a malapena si accorge della sua presenza e un padre violento. Una famiglia che non è in grado di cogliere i segnali del suo malessere.

Spalanco gli occhi e mi tiro su a sedere di scatto, boccheggiante, respirando a pieni polmoni. […] Non provo nessun entusiasmo a essere sopravvissuto, ci sono solo un senso di vuoto, i polmoni in debito di ossigeno e i capelli bagnati appiccicati sulla faccia.

Violet è l’unica persona che riesce ad entrare nel mondo di Theodore Finch, che riesce a comprenderlo e ad amarlo ed è l’unica che riesce a fargli togliere tutte le maschere che indossa. Con Violet non ha bisogno di essere “Finch il Nerd”, “Finch degli anni ’80” o  “Finch americano purosangue”, ma riesce ad essere semplicemente Theodore Finch.

Per una volta non desidero essere nessun altro se non Theodore Finch, il ragazzo che la frequenta. Lui sa perfettamente cosa significa essere elegante ed euforico, e un centinaio di altre cose: imperfetto, stupido, in parte stronzo, in parte incasinato, in parte fuori di testa, uno che non vuole causare problemi alla gente che ha intorno, ma, soprattutto a se stesso. Un ragazzo che si sente a proprio agio in questo mondo e nella propria pelle. Ecco il ragazzo che voglio essere. E questo è quello che voglio sia scritto sul mio epitaffio: Il ragazzo che piaceva a Violet Markey.

Jennifer Niven, alternando le voci dei due ragazzi, racconta una storia d’amore dolce, intensa e struggente; regala la speranza che i sentimenti, quelli veri e puri, siano in grado di far superare ogni difficoltà e siano in grado di guarire anche i dolori dell’anima. La conclusione di questo romanzo farà invece capire che a volte questo non è sufficiente, che non bisogna sottovalutare la sofferenza di chi abbiamo accanto e che cogliere i messaggi d’aiuto nascosti, può fare la differenza.

L’autrice è stata in grado di descrivere tutto questo e di trattare temi così delicati con una scrittura brillante, che può essere vicina anche ai lettori più giovani e sensibili a questi argomenti.

La verità è che sono stati tutti giorni perfetti.


Scheda del libro

Titolo: Raccontami di un giorno perfetto
Autore: Jennifer Niven
Pagine: 384
Prezzo: 14,90 euro
Editore: DeA

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Presentazione del libro “Una volta l’estate” di Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi

Giovedì 2 Febbraio 2017 il nostro gruppo di lettura ha avuto l’onore di presentare il libro “Una volta l’estate” di Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi. La bellezza del libro, la simpatia e  la bravura degli autori hanno reso unica e meravigliosa questa esperienza.

I due autori sono entrambi collaboratori della scuola Omero. Ilaria Palomba ha pubblicato romanzi e racconti che sono stati tradotti anche in tedesco, francese e inglese ed è vincitrice del premio letterario indipendente Carver. Luigi Annibaldi collabora come docente e editor presso la già citata scuola Omero, ha pubblicato racconti su riviste come Linus e conduce corsi di narrativa nella capitale.

Ecco l’intervista fatta da Nicole e Paola agli autori:

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[NICOLE]: La vostra prima esperienza di scrittura a quattro mani, questo breve romanzo che ho amato molto per lo stile così incalzante ed evocativo, per come siete riusciti a far calare il lettore nel racconto delle ansie, del lento logorarsi della vita dei protagonisti attraverso simbolismi precisi e riferimenti all’arte che sono stati una delle cose che ho apprezzato maggiormente, ha una trama davvero molto particolare.
La protagonista della narrazione Maya, è un’artista estremamente originale. Trova nell’arte sollievo e la usa come unico modo per sentirsi libera e serena. L’incontro col marito Edoardo porrà fine a tutto questo, la porterà a dover limitare la sua personalità, ingabbiando la sua vita in un universo di quotidianità e ordinarietà che ben presto le starà stretto. La partenza del marito poi, militare che sarà costretto ad andare in missione in Medio Oriente, e la comparsa di un personaggio destabilizzante, distruggerà definitivamente il suo equilibrio di moglie e futura madre già precario.

Il personaggio in questione è Anya, una misteriosa postina che sembra essere ben altro, incontrerà Maya sempre in posti diversi, in ristoranti giapponesi, in periferia, in ricche dimore di uomini illustri, ogni volta spingendola a vivere le esperienze senza rinunce. Lo psichiatra di Maya cercherà attraverso i suoi ricordi di porre rimedio alla lenta disgregazione della sua mente creando una connessione fra l’infanzia di Maya, il piccolo Arturo che cresce nel suo grembo e il padre morto quando era bambina. La loro estate, quella di Edoardo e Maya sembra essere finita, ma forse c’è ancora una possibilità.

[PAOLA]: Questa per me è stata una lettura intensa di quelle che ti restano addosso per giorni anche dopo aver finito di leggere. La linea temporale è alterata, una serie voci si alterna per raccontare un pezzo della storia. È come se tra le pagine fosse avvenuta una sorta di esplosione, che ha confuso il tempo e le voci. Questa esplosione la stessa è la stessa che è avvenuta nell’anima di Maya, la protagonista. Il lettore insieme allo psichiatra di Maya è chiamato a raccogliere i vari frammenti e a dargli un ordine e un senso.

Il libro inizia così:

Una volta l’estate era una liberazione, non vedevo l’ora di essere là, sulle spiagge del sud, a correre in costume, mostrando quasi nudo il mio non corpo. Ero così diversa dalle donne e ne andavo fiera, non una bambina e neppure una vera donna, un ibrido, una non cresciuta. Mi consolavo dicendo a me stessa brevi frasi propiziatorie. Non vedere i contorni nella materia ma l’esistente, prendi le spiagge di Monet con dodici tonalità di turchese, tra le linee del cielo spariscono i confini. E così io vedevo. L’odore del mare lo trasformavo in carboncino, ne sfumavo i cardini e mi perdevo nel blu e nel porpora, dove non più di carne ero fatta ma di colore vivo.

Questo è un libro scritto a quattro mani e sorge dunque spontanea una curiosità: ognuno di voi ha dato voce ad un singolo personaggio o ogni personaggio parla con la voce di entrambi? Quanto c’è di vostro nei vari personaggi?

[LUIGI]: Inizialmente ognuno si è occupato di un personaggio, e non vi diciamo quali… poi li abbiamo rivisti insieme aggiungendo o tagliando scene e dettagli per dare equilibrio.

[ILARIA]: Sicuramente c’è una parte di noi in ogni personaggio, com’è necessario in ogni romanzo. L’autore pesca dal profondo qualcosa di ignoto dandogli una fisionomia umana. Questo accade sia che si tratti di una storia autobiografica sia nel caso in cui si è apparentemente lontani dal realismo.

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[PAOLA]: Inoltre avete entrambi già scritto e pubblicato altri libri singolarmente, e quindi mi chiedo com’è scrivere un libro a quattro mani? È più difficile o è un’esperienza che fa crescere dal punto di vista artistico?

[LUIGI]: È più difficile perché si hanno ritmi diversi di scrittura ma può essere un’ottima cosa confrontarsi con uno scrittore che per stile e tematiche è diverso da te.

[ILARIA]: In quel caso ciascuno ha da imparare molto dall’altro.

[NICOLE]:

-Edvard Munch, la solitudine, il diniego del mondo dell’arte e l’Angoscia fluida, oscura, di carne. Vincent van Gogh, in quel l’ospedale psichiatrico. E mi sembra di vedere girasoli gialli, curvati e appesantiti dalla stessa angoscia. E mi sembra di vedere i suoi autoritratti così pieni di morte.

-Nei ricordi d’infanzia si spalancavano i colori. Gli Ulivi e i Limoni della vecchia casa di campagna dipingevano con lunghe pennellate i bordi del cielo. Papaveri rossi sulle colline del borgo campestre, contadine con lunghe gonne grigie e ocra, impressioni di vita nei chiarori dell’albore, all’orizzonte grovigli di nuvole, tra il bianco e il porpora, erano dita d’artista. È dalla notte del matrimonio che non ho più preso una matita in mano.

Con la lettura di questi due brani, evinciamo quanto l’arte sia di fondamentale importanza per Maya. Lei è un artista e l’impossibilità di dipingere unito alla vita di rinunce alla quale è costretta dopo il matrimonio la spegneranno, portandola a trovare rifugio molte volte nei ricordi. Contrapporrà il buio, l’ansia e il malessere citando numerose volte Munch e Van Gogh alla memoria di un passato felice evocandolo attraverso la tavolozza di colori tenui alla Monet.
L’arte riveste la stessa importanza che sembra avere per la protagonista nelle vostre vite? E quanto della Maya artista c’è in voi?

[ILARIA]: Credo che l’arte, intesa in senso ampissimo, sia come una vocazione. Quando hai questa vocazione, ma non riesci a trovare i canali per esprimerla, per portarla avanti, è come una potenza che si ritorce contro. L’arte può sia salvare che portarti alla dannazione. Non tutti hanno il coraggio o i mezzi per vivere della propria vocazione. Quando ciò non accade si è come in gabbia e invece di avere qualcosa di più degli altri si ha qualcosa in meno, si è dei diversi.

[LUIGI]: In questo senso, così universale, c’è molto di noi in Maya. C’è tutta la sofferenza di un dono che diventa dannazione.

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[PAOLA]: Il titolo di questo libro è “Una volta l’estate” ed è proprio l’estate ad essere uno dei temi ricorrenti. È il sogno e il ricordo di una vita felice che c’era e che ora non c’è più e alla quale Maya cerca di tornare senza però riuscirci. L’estate appare più volte simboleggiata dalla Grecia. Come mai avete scelto proprio la Grecia per rappresentarla? Ha un significato particolare per voi?

[ILARIA]: Si tratta di un viaggio che i due protagonisti hanno fatto e che anche noi abbiamo fatto in passato e ci ha lasciato l’impressione di un mondo con linee temporali diverse dalle nostre. Forse perché era estate e viaggiavamo in macchina senza sapere dove andare. Quello che accadeva era tutta una grande meraviglia, inaspettata. I colori erano proprio i colori dei quadri impressionisti. E lì abbiamo avuto come la sensazione che esista un modo per stare bene, anche nella povertà, di godersi la vita in comunione con la natura, senza stare nella frenesia delle nostre capitali più competitive dove tutto è veloce e ansiogeno.

[LUIGI]: L’estate e la Grecia rappresentano un po’ il simbolo di una vita diversa che non insegue con i canoni del successo e l’obiettivo di arrivare primi ed essere perfetti.

[NICOLE]: Altro punto cardine del romanzo è il rapporto della protagonista con i genitori. Se da un lato il rapporto con la madre risulta essere ricco di contrasti dati dall’intransigenza della donna che sembra non capirla, dall’altro c’è il ricordo del padre avvolto da un alone di malinconia e tenerezza.
In particolare sentiamo che col padre lei abbia un legame più profondo. A questo proposito, numerose volte viene nominato un regalo del genitore, un braccialetto. In che modo esso incide sulla stabilità psichica ed emotiva di Maya? Avete anche voi un oggetto al quale siete particolarmente legati e la cui perdita potrebbe destabilizzarvi?

[ILARIA]: Il padre è l’eterno assente e in quanto tale, visto che scompare quando Maya ha sette anni, non può che essere idealizzato. Poi è una figura contraddittoria. Lei lo immagina come il bene assoluto, così come vede sé stessa. Ma in realtà c’è sia il bene e il male in ognuno di noi, quando si cerca di ottundere in negativo, riemerge con maschere mostruose.

[LUIGI]: Il braccialetto è una specie di amuleto per Maya e infatti le cose si complicano nel momento in cui non se lo trova più al polso. Sono importanti i simboli con cui si conferisce significato al reale. Se ho deciso che un oggetto è magico e lo perdo sarò portato a ricollegare tutti gli eventi negativi della mia esistenza a partire dalla perdita di quell’oggetto.

[ILARIA]: Una volta avevo una pianta di peperoncino…

[LUIGI]: Una volta avevo un anello…

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[PAOLA]: I personaggi narranti in questo libro hanno delle personalità ben caratterizzate e distinte e ognuno è rappresentato da un registro linguistico ben definito. Si passa dal linguaggio sublime e poetico di Maya a quello pragmatico di Edoardo. È proprio questa differenza, questa incompatibilità del mondo dell’arte rappresentato da Maya e del mondo geometrico e matematico rappresentato invece da Edoardo, a causare la frammentazione di Maya? Queste due visioni del mondo sono troppo diverse per poter coesistere secondo voi? E voi in quale vi rispecchiate maggiormente?

[ILARIA]: Maya rivede in Edoardo le regole che ha cercato di darle sua madre (senza successo) e si convince che arrivata a trent’anni e non avendo realizzato quello che voleva (diventare una grande artista) sia necessario rientrare nei ranghi della società civile e vede in Edoardo questa possibilità, di darsi delle regole. Il guaio è che sono regole esterne a cui è sempre tentata di ribellarsi.

[LUIGI]: Al contrario Edoardo è attratto da Maya perché lei è la meraviglia del mondo che gli manca e che forse lo riporta a quando era bambino. Questi mondi sono destinati a scontrarsi finché l’uno cercherà di cambiare l’altro, cercando di sottometterlo. Certamente ci sono altre possibilità di stare insieme senza che l’uno riduca a sé l’altro. Ed è quello che nel corso della storia è proprio la prova di fuoco attraverso cui passeranno. Siamo stati Maya ed Edoardo fin dall’inizio, portando però alle estreme conseguenze le nostre personalità.

[PAOLA]

Il corpo graffiavo, tutto, con la spugna. Fino a metterci le unghie. E lasciarmi segni. E farmi il sangue sulle braccia. E ai capezzoli. E all’ombelico. Questa pancia. Questa pancia. Un corpo estraneo.

Le differenze tra Maya ed Edoardo come abbiamo detto sono tante, e si rivelano anche nella decisione di avere un bambino. Maya infatti rifiuta fin dall’inizio del suo rapporto con il marito l’idea di una gravidanza e anche quando rimane incinta, continua a sentire come estranea la vita che le cresce dentro. A cosa è dovuto questo forte rifiuto della maternità da parte della protagonista?

[ILARIA]: Ci sono molte interpretazioni. Se seguiamo l’interpretazione psicoanalitica accade spesso, in determinati disturbi di personalità, dove il problema è che non c’è un’unità tra i vari frammenti del sé, che al momento della gravidanza la donna possa sentire come estraneo il corpo che le cresce dentro. Poi c’è la vicenda esistenziale, di cui parlavamo prima, per cui Maya si è sforzata di fare una serie di passi definitivi per poter essere come secondo lei una donna deve essere dopo i trent’anni. E quando questo avviene con una forzatura c’è una parte del sé che continua a ribellarsi e a far valere i bisogni più profondi che la protagonista ha voluto obliare.

[NICOLE]:

Infilo ancora il dito nell’ombelico. Tiro fuori un filo. Da un’estremità indice e pollice tirano fuori, l’altra estremità, è ancora immersa nell’ombelico. Tiro e tiro e tiro, il filo è lungo, fino a quando non sento qualcosa pungermi e infilzarmi l’ombelico da dentro. Urlo. Mi piego in due per guardare meglio cosa stia succedendo al mio ombelico. Vedo una punta metallica venire fuori da lì dentro. Tiro poco poco il filo e vedo che quella cosa metallica è collegata al filo. Più tiro il filo più la punta metallica vuole venire fuori, con l’idea di squarciarmi la pancia. Tiro, tiro forte comunque. Dall’ombelico si apre uno strappo e si libera un amo sanguinante. Avvicino l’amo agli occhi per vederlo meglio. È un amo da pescatore. Che cazzo ci fa un amo da pescatore nel mio ombelico?

Inizialmente ci ritroviamo a pensare che Edoardo desideri un bambino al contrario di Maya, ma questo incubo mi ha portata a riflettere e ha insinuato il dubbio. Cosa rappresenta questa sua idea di essere morso da qualcosa che si trova all’interno della sua pancia? È semplice paura o nasconde altro, un rifiuto del ruolo di padre e marito?

[LUIGI]: In realtà in quel momento Edoardo inizia a comprendere Maya, ne sente la sofferenza (a modo suo) inizia a entrare davvero in empatia con lei. Lo ha sempre saputo ma ha fatto finta di niente. E si sa, questi pensieri prima o poi vengono a galla. L’incubo è un momento determinante nella storia, dove Edoardo inizia il percorso da Ulisse che vuole tornare da Penelope.

[PAOLA]

Sono stata in pineta. Mi sentivo sola. Ho guardato le fronde muoversi. Erano mani. Mani verdastre sulle nuvole. Ho chiuso gli occhi. Ho inspirato il vento. Ho pensato che fossi esattamente dove desiderassi essere. Ho pensato di non agire. Di non tornare. Di restare lì. Tra quelle mani. Nel dominio del vento. Senza decidere. Senza scegliere. Senza rischiare di avere un ruolo. Una responsabilità.
Ho riaperto gli occhi. I colori del cielo erano mutati. Allora mi sono detta: lo vedi, Anya? Se non scegli tu sarà l’esistenza a farlo per te. Il cielo sfumava, si faceva rosso, viola e blu notte, sempre più simile al buio. Alcuni aghi si sono staccati dai pini. Sono volati via. Mi hanno colpita. Le fronde erano scure e non potevo distinguerne i tratti. Come un pugno in faccia, tutto, mi ha colpita. Ho sentito l’inesistenza. Ho scelto di tornare a casa. In questa casa. Ho scelto di esistere: dispiegare la mia volontà contro tutto quanto desiderasse colpirmi. Sono qui, Maya. Esisto. Più di quanto tu riesca a immaginare.

Anya è forse il personaggio più enigmatico della storia. Dalla lettura della prima pagina sembra essere una criminale dal momento che ha rapito il bambino di Maya. Nel corso invece della lettura si scopriranno invece delle verità diverse sul conto di questo personaggio. Cosa potete dirci su Anya?

[ILARIA]: Anya è l’ago della bilancia, rappresenta l’Es dal punto di vista psicanalitico. La pulsione a vivere tutto quello che le passa per la testa per il semplice piacere di farlo e a spese del prossimo. Per lei Maya sta rinunciando a sé stessa con questo bambino. Nessuno, neanche i criminali, agiscono pensando di fare del male. Ciascuno agisce pensando alla sua personale idea di giustizia.

[LUIGI]: Certo, quando questa personale idea di giustizia si scontra radicalmente con il senso comune si compiono atti talvolta orrendi. Sia Maya che Anya vivono uno squilibrio, l’una pensando di non poter realizzare nulla di quel che desidera, l’altra pensando di poter fare tutto.

[NICOLE]: Giungendo alle ultime pagine del romanzo, il quadro della vita dei due protagonisti sembra ancora incompleto, aprendo alla possibilità di un’ultima pennellata. L’inverno fatto di rassegnazione nel quale si trovano i personaggi avrà mai fine? Riuscite a vedere per loro una nuova Estate?

[LUIGI]: L’idea è che a partire dal finale ci siano le basi per una ricomposizione dei frammenti. La tragedia dopo essersi compiuta lascia le tracce per un percorso nuovo, un nuovo punto di partenza.

[ILARIA]: Vivere con gli altri in generale non è una cosa facile così come non è facile vivere con sé stessi, considerando quante alterità ci abitano, bisogna trovare l’equilibrio e la mediazione tra i desideri dell’io e le strutture del mondo.

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Il bacio più breve della storia

Oggi voglio parlarvi di un libricino piccolo piccolo che ho letto durante le vacanze natalizie: “Il bacio più breve della storia” di Mathias Malzieu. Ho voluto dare una seconda possibilità a questo scrittore che avevo avuto modo di conoscere grazie alla nostra prima lettura di gruppo “La meccanica del cuore“, la quale non mi aveva particolarmente entusiasmata (potete leggerne la recensione qui). Purtroppo anche questo nuovo libro mi ha lasciata con una serie di perplessità riguardanti la trama che di certo non hanno aiutato Malzieu a figurare tra i miei autori preferiti.

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“Il bacio più breve della storia” racconta del fugace incontro del protagonista, un inventore, con una misteriosa e sfuggente ragazza, Sobralia, avvenuto durante un concerto a Parigi. Questo breve incontro tra i due esita in un ancor più breve bacio che causerà l’improvvisa scomparsa nel nulla di lei. Il ricordo di quel bacio non dà pace al protagonista, il quale si ingegna in tutti i modi per ritrovare la ragazza invisibile. In questa ricerca è aiutato da un detective in pensione, con una particolare somiglianza ad un orso polare, e dal suo strano pappagallo, in grado di registrare e riprodurre i suoni come fosse un vero e proprio registratore.

La trama sembra preannunciare il racconto di una dolce storia d’amore, impreziosita da qualche elemento  magico e ambientata in un mondo nel quale tutto, anche l’impossibile, può succedere. La lettura ha invece rivelato soltanto un racconto a mio parere mal costruito e pretenzioso, che cerca di essere una fiaba moderna, senza tuttavia riuscirci. Troppi sono infatti gli elementi che non danno consistenza alla storia e le impediscono di restare nel cuore di chi la legge.

Innanzitutto, come già in “La meccanica del cuore”, la travolgente passione che lega i due protagonisti appare irreale. Il loro rapido e fugace bacio e l’ossessione successiva di lui nei confronti della ragazza invisibile, pretendono di essere dei momenti romantici ma di fatto appaiono soltanto esagerati e forzati. Inoltre quello che viene descritto come un immenso e infinito amore del protagonista nei confronti di Sobralia, inconcepibilmente e incoerentemente vacilla non appena fa timidamente ritorno una vecchia fiamma.

Come detto precedentemente, la storia è animata da una serie di elementi magici e fantastici, come lo stravagante pappagallo o i cioccolatini inventati dal protagonista, in grado di ricreare in chi li mangia esattamente il sapore e le sensazioni di quel fugace e misterioso bacio con cui è iniziata la storia. Questi particolari, non essendo approfonditi e introdotti all’interno di un contesto ben costruito, risultano essere inverosimili, grotteschi e inseriti a caso.

Inoltre lo scrittore inserisce nella narrazione delle descrizioni pesantemente erotiche del corpo dell’amata che risultano alquanto fuori luogo rispetto al contesto e al tono del resto della narrazione.

In conclusione, l’idea alla base della storia, per quanto carina, originale e con buone potenzialità per essere davvero una fiaba moderna, non è stata sviluppata nella maniera migliore dall’autore.
Devo quindi ammettere che purtroppo questo libro mi ha lasciata indifferente, non è stato in grado di trasmettermi alcun tipo di emozione e di conseguenza non è riuscito a modificare il mio pensiero nei confronti di Malzieu.


Scheda del libro:

  • Titolo: Il bacio più breve della storia
  • Autore: Mathias malzieu
  • Editore: Feltrinelli
  • Pagine: 121
  • Prezzo: 7.50 €
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La trilogia dei Sogni

Buongiorno lettori! Oggi voglio parlarvi di una serie young adult che ho appena finito di leggere: “La trilogia dei sogni” di Kerstin Gier. Ho già avuto modo di conoscere questa scrittrice tedesca grazie alla lettura della “Trilogia delle gemme” e da quel momento sono rimasta completamente ammaliata dal suo stile. La Gier è stata infatti in grado di creare una storia originalissima basata sui viaggi nel tempo e di raccontarla con uno spirito brioso, ironico ed esilarante, facendo subito scattare quella trilogia in vetta alla mia personalissima classifica di romanzi young adult. Non potevo quindi lasciarmi sfuggire l’occasione di leggere “La trilogia dei sogni”, nella speranza che anche questa fosse all’altezza di quanto letto precedentemente. Le mie aspettative non sono state assolutamente deluse e la Gier mi ha regalato nuovamente quel turbinio di emozioni che solo lei è in grado di creare. Ho divorato in pochi giorni questi libri e attendo con ansia che ne scriva altri!

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La trilogia dei sogni si compone dunque di tre libri:

  • Silver – Il libro dei sogni
  • Silver – La porta di Liv
  • Silver – L’ultimo segreto

Liv Silver ha 15 anni e insieme alla sorella Mia, alla bambinaia Lottie e alla cagnolina Buttercup, si è da poco trasferita nella lussuosa abitazione londinese di Ernest, il nuovo compagno della madre. Dopo aver conosciuto il fratellastro Grayson, Liv inizia a fare dei sogni alquanto bizzarri, in cui le capita spesso di incontrare lui e i suoi amici. In uno di questi sogni, si trova ad esempio a spiare i ragazzi mentre sono impegnati in uno strano rituale esoterico in un cimitero. La stranezza di questi sogni è che sembrano incredibilmente reali ma è ancor più strano e inspiegabile come mai quei ragazzi sembrano sapere cose che sono accadute soltanto nei suoi sogni. Liv sa che le stanno nascondendo qualcosa e, da brava amante di Sherlock Holmes, è intenzionata a tutti i costi ad arrivare fino in fondo a questo mistero.

La prima cosa che colpisce dei libri di Kerstin Gier è il carattere ironico e pungente delle sue protagoniste femminili. Il romanzo è narrato in prima persona da Liv che descrive gli avvenimenti, commentando ogni azione ed ogni personaggio con un’ironia pungente e in maniera esilarante e travolgente. Più di una volta infatti mi sono sorpresa a ridere di gusto per quello che leggevo. Oltre alla protagonista, è impossibile non amare un personaggio che fa da cornice a tutto il romanzo, senza il quale la storia non avrebbe avuto la stessa bellezza: Lottie. Lottie ha iniziato a lavorare da ragazzina come bambinaia delle sorelle Silver, ma è poi rimasta con loro anche quando sono diventate grandi e indipendenti. Lei, infatti, si è sempre stata una seconda mamma per le due ragazze, sopperendo alle mancanze della madre, sempre in giro a causa del suo lavoro. Il rapporto tra Lottie, Mia e Liv è meraviglioso e dolce come il profumo dei dolci che Lottie prepara quasi giornalmente; è infatti convinta di poter risolvere qualsiasi problema con le sue prelibatezze.

Nei romanzi della Gier non manca mai una dolce storia d’amore, che non sconfina mai nello smielato o nel volgare. Nella trilogia dei sogni troviamo infatti Liv alle prese con il suo primo amore, Henry Harper, uno degli amici di Grayson, ragazzo bellissimo ma che nasconde anche molti segreti.

La narrazione durante i tre libri che compongono questa trilogia, non ha mai abbassamenti di tono e non risulta mai ripetitiva o noiosa. I libri si leggono tutto d’un fiato e uno dietro l’altro.

Il motivo fantasy alla base di questi romanzi, cioè l’esistenza di un mondo onirico nel quale i protagonisti si aggirano, è molto originale anche se non ha lo stesso mordente e la stessa caratterizzazione caleidoscopica che invece contraddistinguevano i viaggi nel tempo della Trilogia delle Gemme. Questo elemento però è marginale perché lo stile di questa scrittrice e i suoi personaggi renderebbero divertente e accattivante anche la lettura di un libro di ricette.

Il racconto di Liv è inframmezzato dagli articoli del Tittle-Tattle Blog, scritti da un misterioso personaggio “Secrecy”, di cui nessuno conosce l’identità ma che sembra conoscere i segreti, che vengono puntualmente svelati, di tutti i ragazzi della Frognal Accademy, la scuola frequentata da Liv. Il lettore è chiamato a recuperare i vari indizi durante la lettura per cercare di scoprire chi sia Secrecy, la cui identità verrà svelata solo alla fine dell’ultimo libro.

Il Tittle-Tattle Blog della Frognal Academy con gli ultimi pettegolezzi, le novità più attuali e gli scandali più scottanti della nostra scuola. 

CHI SONO: Mi chiamo Secrecy. Sono in mezzo a voi e conosco i vostri segreti.

Durante la scrittura di questa recensione ho anche scoperto che il “Tittle Tattle Blog” esiste davvero! Vi sono riportati sia gli articoli effettivamente presenti nella storia, che articoli nuovi ed è possibile anche commentare e interagire con la scrittrice e gli altri lettori! E’ infatti un blog a tutti gli effetti, che purtroppo è scritto interamente in tedesco. In questo modo Kerstin Gier ha creato un’illusione fantastica in cui i suoi personaggi e le sue storie si materializzano e diventano reali, un pò come i sogni di Liv. È un peccato che però possano goderne soltanto i lettori tedeschi.

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http://www.tittletattleblog.de/

La realtà virtuale creata dall’autrice non si ferma al Tittle-Tattle Blog: ha infatti creato anche un gioco online (http://silber-finale.de/). Durante i suoi sogni Liv si ritrova in uno sconfinato corridoio, dove si affacciano le porte di tutte le persone del mondo. Ogni porta è protetta da una serie di sistemi di sicurezza, in particolare indovinelli ed enigmi. Se questi vengono risolti, è possibile entrare nel sogno del proprietario della porta. Allo stesso modo, ogni giocatore è invitato a creare e personalizzare la propria porta e a raccontare un sogno che potrà essere letto dagli altri giocatori solo se riusciranno a risolvere l’indovinello messo a protezione della propria porta. Nel gioco è possibile infatti vagare nello stesso corridoio in cui si svolge la vicenda della trilogia ed è possibile cliccare sulla porta di qualsiasi giocatore, risolvere l’indovinello e accumulare premi. Purtroppo anche questo è in lingua tedesca! Kerstin Gier ha quindi creato un intero mondo al di fuori dei suoi libri, in cui comunica e crea un rapporto bellissimo con i suoi lettori.

Di questa scrittrice adoro non solo lo stile leggero e mai banale di raccontare, ma adoro anche il suo gusto artistico in fatto di copertine per i suoi libri. Le edizioni tedesche sono infatti molto diverse da quelle italiane, come si vede dalle immagini.

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Trovo le copertine tedesche incantevoli e anche molto più in linea con lo stile brillante ed effervescente di questi romanzi. Le copertine italiane, per quanto belle, sono completamente diverse e suggeriscono un contenuto molto più gotico e oscuro. Trovo quindi che sia un gran peccato che nella versione italiana non sia stato mantenuto il design originale.

In conclusione, posso dire con assoluta certezza che Kerstin Gier è, a mio parere, una delle migliori scrittrici urban-fantasy e young adult dei nostri giorni e i suoi libri non possono mancare nelle librerie di tutti gli amanti di questo genere letterario.

Se non lo avete ancora fatto, correte in libreria e buona lettura!


Scheda del libro

  • Titolo: Silver – Il libro dei sogni / La porta di Liv / L’ultimo segreto
  • Autore: Kerstin Gier
  • Editore: Corbaccio
  • Prezzo: 9.90 € / 16.40 € / 16.40 €

Kipferl alla vaniglia di Lottie

Alla fine del secondo libro di questa trilogia, Kerstin Gier ha riportato la ricetta dei famosi “Kipferl alla vaniglia di Lottie adatti per ogni stagione” e ho deciso di provare a farli per la nostra rubrica Book&Food! Sono davvero buonissimi e facilissimi da fare! Di seguito trovate la ricetta così come è riportata sul libro:

Ingredienti:

  • 200g di burro
  • 100g di zucchero
  • 1 bacca di vaniglia
  • 100g di mandorle macinate
  • 250g di farina
  • Zucchero a velo e una bustina di zucchero vanigliato

PicMonkey Image.jpgMescolare lo zucchero e il burro fino ad ottenere un impasto morbido e cremoso (1). Tagliare la bacca per lungo e grattare l’interno nell’impasto (io per semplicità ho usato due bustine di vanillina). Aggiungere la farina e le mandorle e impastare. Creare una palla e lasciarla riposare in frigorifero per un’ora (2). Stendere l’impasto in modo tale da ottenerne un rotolo e da questo ritagliare bastoncini di circa 2 cm (io ho tagliato dei bastoncini molto più lunghi, di circa 10cm) (3). Dar loro la tipica forma ricurva e infornare per 10 minuti a 190°C sul ripiano intermedio fino a quando si dorano (4). Lasciarli raffreddare e spolverarci su lo zucchero a velo e vanigliato precedentemente mescolati.

Distribuirli a tutti quelli che hanno bisogno di essere consolati, insieme a parole di incoraggiamento, come <<andrà tutto bene>> o <<insieme ce la faremo>>.

Come dicevo prima, Kerstin Gier è in grado di rendere divertente anche una ricetta!

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Buon appetito!

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The Siren

the siren.jpgOggi vi parlo di un libro uscito meno di un mese fa, “The Siren” di Kiera Cass, autrice di successo grazie alla saga di “The Selection”. Questo romanzo è in realtà antecedente alla scrittura della serie che l’ha resa famosa. Nei ringraziamenti, Kiera Cass si rivolge ai suoi lettori dicendo:

Questo è il primo romanzo che ho scritto. È quello che mi ha fatto capire che volevo continuare a scrivere. È quello che in origine non è riuscito a percorrere la strada editoriale tradizionale. L’unico motivo per cui adesso è nelle vostre mani è che avete amato così tanto quello che ho creato da dargli una seconda possibilità. È tutto merito vostro.

E noi lettori non possiamo che ringraziare l’autrice per averci regalato questo romanzo dolce, intenso e coinvolgente.

“The Siren” è un romanzo urban-fantasy che narra la storia di Kahlen, una ragazza degli anni ‘30, la cui vita, fino a quel momento perfetta e spensierata, viene sconvolta dal naufragio della nave su cui stava viaggiando con la famiglia. Il suo destino sarà diverso da quello degli altri passeggeri e riuscirà a salvarsi dalla morte grazie a Madre Oceano, che le darà la possibilità di vivere una seconda vita. Tutto questo però ha un prezzo. Kahlen infatti verrà trasformata in una sirena e per 100 anni, insieme ad altre sirene che diventeranno le sue nuove sorelle, dovrà rinunciare ad avere una vita normale e la sua voce sarà mortale per qualsiasi umano la oda. I primi 80 anni della sua nuova esistenza trascorrono senza problemi, fino a quando incontrerà Akinli, un ragazzo dolce e bellissimo, che riuscirà a conquistare la sirena con la sua semplicità e con la sua capacità di riuscire a comprendere a fondo la sua anima nonostante il suo mutismo. Da quel momento, sarà difficile per la giovane sirena ignorare il sentimento che inizia a nascere nel suo cuore e continuare a vivere seguendo le regole di Madre Oceano.

Siren è dunque ambientato in un mondo in cui le sirene non sono solo figure mitologiche ma esistono davvero e girano per le nostre strade. Kiera Cass dona però alle sue sirene un aspetto e una caratterizzazione completamente innovativi rispetto allo stereotipo tradizionale, ritagliando per loro uno spazio ben definito nel panorama del fantasy. Infatti non troviamo ragazze metà donne e metà pesce, con lunghe code dalle squame iridescenti, che vivono nelle profondità degli abissi. Le sirene di “The Siren” sono ragazze dall’aspetto del tutto umano, dal viso meraviglioso e appositamente magnetico per attrarre gli umani. Quando si tuffano nell’oceano il sale crea sul loro corpo un abito meraviglioso, che si dissolve dopo poche ore, una volta fuori dall’acqua. Queste sirene sono inoltre in grado di vivere tranquillamente sulla terra ferma, dove possono condurre una vita quasi normale, frequentando locali, visitando monumenti o biblioteche e andando a fare shopping. L’unica cosa che non possono fare è parlare, in quanto il suono della loro voce è mortale per gli umani, che vengono in questo modo stregati e attratti nelle acque di Oceano, dove troveranno la morte. Per 100 anni queste sirene sono al servizio di Madre Oceano e periodicamente, circa una volta all’anno, dovranno cantare per lei, causando naufragi e morte di svariate persone, per permetterle di nutrirsi.

Non avevamo molte regole, ma quelle poche erano perentorie.Rimanere in silenzio in presenza di altri, finché non era il momento di cantare.E quando quel momento arrivava, farlo senza esitazione.

Siren è un romanzo autoconclusivo. Dopo tanti romanzi fantasy che si dilatano in trilogie, quadrilogie o più, è bello leggere un romanzo che abbia un inizio e una fine in un solo libro. Non ci sono punti morti o ripetitivi nella narrazione, anche se viene meno, a mio parere, una profonda caratterizzazione dei personaggi. In una narrazione più estesa, si avrebbe modo inoltre di conoscere qualche particolare in più sul mondo ideato dall’autrice.

La protagonista è la vera colonna portante di tutto il romanzo ed è impossibile non amarla per la sua capacità di restare umana anche in seguito alle atrocità che è costretta a commettere.  Per tutto il romanzo infatti il lettore prova la stessa angoscia e lo stesso turbamento emotivo che Kahlen soffre a causa della sua nuova vita e del suo essere portatrice di morte. Quello che però manca è una maggiore descrizione e caratterizzazione delle altre sirene che vivono con la protagonista, che appaiono più come comparse che come personaggi con un ruolo importante nella storia.

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Non ho apprezzato molto com’è stata sviluppata la storia d’amore tra Kahlen e Akinli: i due ragazzi si innamorano perdutamente l’uno dell’altra solo dopo un paio di incontri. Questa breve storia d’amore finisce prematuramente, per la decisione di Kahlen di non rivedere più Akinli, per via della sua natura immortale.

Osservai Akinli, il suo sorriso illuminava la folla, un carisma naturale emanato dalla sua persona. Era stata una cosa speciale, bella addirittura, ma non era sopportabile. Alla fine qualcosa avrebbe suscitato i suoi sospetti. Perché non mi ammalavo mai? Perché il mio peso non cambiava? Perché ogni tanto ero costretta a scomparire?

L’estremo struggersi di dolore della protagonista in seguito alla separazione mi è apparso inverosimile, vista la brevità della loro frequentazione. Avrei preferito una storia d’amore più lunga, con il racconto di qualche altro loro incontro, che mi avrebbe permesso di immedesimarmi e tifare maggiormente per il loro amore. Avrei preferito, in sostanza, una storia che mi restasse nel cuore e che mi facesse provare più empatia verso i sentimenti dei protagonisti.

Un elemento innovativo che l’autrice introduce nel mondo delle sue sirene è il ruolo dell’oceano. L’oceano diventa infatti un personaggio a tutti gli effetti, con una personalità ben distinta, caratterizzata da sentimenti profondi ma anche da debolezze. L’oceano diventa infatti Madre Oceano e il rapporto di odio-amore tra lei e Kahlen è molto intenso e ricco di spunti di riflessione. Per la sirena infatti, Oceano è la cosa più vicina ad una famiglia e traspare tutto l’amore che prova per questo essere eterno. Allo stesso tempo però Oceano è la responsabile della sua natura assassina, cosa per la quale soffre continuamente e non riesce ad accettare e perdonare.

Mi aveva detto di vivere, non sapevo come dirLe che il solo essere in vita non era sufficiente per chiamarlo vivere

In conclusione, nonostante alcune piccole critiche, la lettura di questo romanzo è stata di gran lunga piacevole. La scrittrice ha uno stile di scrittura leggero, scorrevole e soprattutto coinvolgente, infatti, leggerò sicuramente altri suoi lavori e sono infatti curiosa di leggere “The Selection”. Non bisogna dimenticare che questo è stato il primo romanzo scritto dall’autrice e sono quasi certa che nelle sue opere successive abbia uno stile più definito e maturo. Posso dare quindi un voto decisamente positivo e consigliarne la lettura a tutti coloro che desiderano rifugiarsi per qualche ora in un mondo nuovo che ha l’odore del mare e il sapore del sale.

Buona lettura!


Scheda del libro:

  • Titolo: The Siren
  • Autore: Kiera Cass
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Pagine: 287
  • Prezzo: 17.90 €
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Il gioco di Gerald

Cari lettori, questo è il periodo dell’anno che amo di più! Adoro l’aria frizzantina, i colori caldi dell’autunno e le tisane fumanti da bere in compagnia di un buon libro. Adoro i paesaggi variopinti di cui si dipingono le città, con le foglie che cadono lentamente al suolo e dipingono con i loro colori i prati e gli angoli urbani. Adoro la sensazione di poter indossare un maglioncino la sera per uscire a passeggio fra i vicoli dei paesi densi degli odori dei camini accesi e delle prelibatezze casalinghe che si cucinano in questo periodo. Adoro tante altre cose, ma qui mi fermo, per non annoiarvi.

Per un amante dell’ horror come me questo periodo è speciale anche per la ricorrenza di una delle festività che attendo con più trepidazione, quella di Halloween. Aspettando la notte del 31, adoro leggere libri a tema, decorare la casa con qualsiasi cosa abbia la forma di un pipistrello o di una strega e cucinare cibi dolci e salati a base di zucca.

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Quale libro è dunque più adatto da leggere nel mese di ottobre se non uno scritto dal re dell’horror, Stephen King? La mia scelta per queste serate autunnali è stata “Il gioco di Gerald”. Questo thriller-horror è sicuramente un romanzo in grado di creare tensione e di lasciare il lettore con il fiato sospeso, anche se non è di certo il migliore di quelli targati King.

Il romanzo racconta dell’esperienza più terribile mai vissuta da Jessie Mahout, giovane donna sulla quarantina, sposata con l’avvocato di successo Gerald Burlingame, che si apprestano a trascorrere un piccante weekend nella loro casa sul lago in una cittadina del Maine. Nell’intimità della propria abitazione, decidono di dedicarsi ad un gioco erotico che avrà però delle conseguenze impreviste. Infatti, Jessie, ammanettata  alla testiera del letto per assecondare le fantasie del marito, si sente improvvisamente in imbarazzo ed umiliata. Quando la sua richiesta di interrompere il gioco e di essere liberata viene ignorata, la donna allontana il marito con un calcio, causando un improvviso infarto al cuore già malato e sofferente dell’uomo che muore da li a pochi minuti ai piedi del letto. Da questo momento inizieranno per Jessie delle ore di puro terrore in cui cercherà di liberarsi in tutti i modi possibili dalle manette. La situazione, che è già tragica, viene complicata dall’intrusione nella casa di un cane randagio, attirato dall’odore di sangue proveniente da Gerald, e di una strana presenza che Jessie soprannominerà “Il cowboy spaziale”: la donna non riesce più a distinguere se quello che vede è reale o è frutto di un’allucinazione dovuta allo stress fisico ed emotivo a cui è sottoposta.

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Solo un grande autore come Stephen King è in grado di costruire un romanzo basato su una storia in cui accade ben poco a causa dell’immobilità fisica della protagonista: la lettura provoca ugualmente ansia, attesa, suspense e lascia il lettore con il naso incollato al libro. Mi era già capitato di riscontrare questa incredibile abilità di King in un altro suo capolavoro, “La bambina che amava Tom Gordon”, romanzo incentrato sulla vicenda di una bambina che durante una gita con la famiglia, si perde nel bosco. Anche in questo caso la vicenda è alquanto lineare, si segue infatti la protagonista durante la sua lunga “passeggiata” nel tentativo di ritrovare la via di casa e durante il percorso non avverrà nulla di eccezionale o particolarmente pericoloso. Nonostante tutto, l’ansia e l’angoscia provate dalla bambina che all’improvviso si ritrova a passare notti e giorni da sola, all’interno di una foresta, sono descritte in maniera talmente intensa da costringermi a chiudere il libro per qualche secondo per poter riprendere fiato, far diminuire il ritmo del mio battito cardiaco e riprendere la lettura.

In “Il gioco di Gerald” King manifesta la sua incredibile maestria nel descrivere in maniera terribilmente vivida e realistica il dolore fisico provato dalla protagonista, descrivendo con precisione quasi “chirurgica” quello che succede ad un corpo quando è costretto a lungo ad immobilità in una posizione non fisiologica e quando è privato da troppo tempo di acqua e cibo.

Un elemento che è possibile riscontrare in “Il gioco di Gerald”, comune a tutte le opere di questo autore, è l’approfondimento psicologico dei personaggi. Nei romanzi di Stephen King nulla viene lasciato al caso e nessun personaggio è una semplice comparsa, neanche lo spaventoso cane randagio che pasteggerà con il corpo del defunto Gerald; lo scrittore dedica ad ognuno un ampio spazio con il risultato finale di creare dei personaggi che il lettore difficilmente può dimenticare e che diventano autonomi e indipendenti dalla  penna dello scrittore.

Attraverso un dialogo costante tra Jessie e varie “voci” che affollano la sua mente, il lettore viene accompagnato nella conoscenza del passato fortemente doloroso della protagonista, caratterizzato da un rapporto particolare con il padre (su cui Freud avrebbe sicuramente molto da dire), nel quale però si nasconde la chiave che permetterà a Jessie di liberarsi dalle manette fisiche e mentali che la imprigionano. Questa forte caratterizzazione dei personaggi rallenta in qualche punto la narrazione che si mantiene però fluida e piacevole. Questo romanzo è più un thriller che un horror puro in quanto gli elementi macabri seppur presenti, non occupano la maggior parte della narrazione, permettendo quindi anche a chi non è un grande amante del genere, di leggere con piacere e coinvolgimento questo romanzo. Come detto precedentemente, questo romanzo non occupa le prime posizioni della classifica dei libri che ho amato del maestro dell’horror, ma ne consiglio fortemente la lettura se si ha desiderio di un po’ di brivido. Insomma, leggere un libro di Stephen King, non delude mai!

Vi lascio con la ricetta di un dolce a base di zucca, consumatissimo in questo periodo autunnale in America, la Pumpkinpie! Vi propongo questa versione con il cioccolato, spero vi piaccia e vi auguro di trascorrere un felice e spaventoso Halloween!

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Scheda del libro

  • Titolo: Il gioco di Gerald
  • Autore: Stephen King
  • Editore: Sperling Paperback
  • Pagine: 368
  • Prezzo: 8.41 €

Pumpkinpie al cioccolato 

Ingredienti:

  • 250 gr di pasta brisée
  • 120 g di cioccolato fondente
  • 240 ml di panna fresca
  • 150 g di zucca già lessata
  • 150 g di zucchero di canna
  • 1 uovo
  • qualche goccia di essenza di vaniglia
  • Mezzo cucchiaino di maizena
  • Un pizzico di sale

PicMonkey Collage1.jpg(1) Cucinare la zucca a vapore dopo averla tagliata a tocchetti per 15 minuti e lasciarla raffreddare. (2) Riporre la pasta brisée nello stampo, bucherellarla e rivestire con un foglio di carta forno e ricoprire con legumi secchi. Cuocere per 10 minuti, togliere la carta forno con i legumi secchi e riprendere la cottura per altri 5 minuti. Al termine della cottura lasciar raffreddare. (3) Montare la panna e (4) sciogliere a bagnomaria 30 ml di panna e il cioccolato e versare sulla base. Lasciar riposare per 10 minuti in frigorifero.

(5) Unire in un mixer la zucca, l’uovo, lo zucchero di canna, la maizena, l’essenza di vaniglia e il sale. Frullare fino a quando non si ottiene una crema morbida ed omogenea. Aggiungere la panna alla crema di zucca (facendo attenzione a lasciarvene una quantità necessaria per decorare la torta) mescolando dal basso verso l’alto. (6) Aggiungere la crema ottenuta alla base e cuocere in forno statico preriscaldato a 180° per 20 minuti. Estrarre dal forno e lasciare raffreddare. Decorare a piacere la torta con la panna montata.

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Ed ecco la vostra pumpkinpie al cioccolato! Effettivamente è venuta un pò diversa da quello che mi aspettavo, ma vi assicuro che è molto buona!

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Per fare questa torta ho usato la classica zucca tonda di Halloween, però mi sono accorta che è molto acquosa. Questo ha aumentato i tempi di cottura facendo assumere alla pumpkinpie questo aspetto caramellato. Vi consiglio quindi di usare una zucca lunga che ha un minor contenuto d’acqua.

Buon appetito!

Fonte: blog.giallozafferano.it/mastercheffa