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Rosamund – Rebecca West

Rosamund di Rebecca West è il capitolo conclusivo della trilogia de La famiglia Aubrey pubblicata in Italia da Fazi Editore.

È arrivato in libreria il 12 settembre ed io, avendovi già parlato sia de La famiglia Aubrey che di Nel cuore della notte, non potevo esimermi dal parlarvi anche di questo ultimo romanzo (non fosse altro che ero comunque curiosa di poter esprimere un parere completo sull’intera trilogia).

In questo romanzo ritroviamo quello che è rimasto della famiglia Aubrey alle prese con i vari sviluppi sia sul piano personale che su quello professionale.

Rose e Mary ormai sono delle affermate pianiste che girano il mondo con i loro concerti e, pur se con uno spirito non propriamente adatto, partecipano alle varie feste del bel mondo (soprattutto in America).

Intorno a loro girano tutti gli altri personaggi, amici e familiari, che abbiamo incontrato negli altri romanzi. Anche loro, come le protagoniste, subiscono dei cambiamenti molto importanti: c’è chi, inevitabilmente, invecchia e muore; chi si sposa e mette al mondo figli; chi cerca di portare avanti la propria esistenza nonostante un evidente vuoto in essa.

Una vicenda in particolare segnerà le sorti di questo romanzo: il matrimonio di Rosamund, l’adorata cugina delle sorelle Aubrey. Infatti, da infermiera devota e bravissima, Rosamund si troverà a vestire i panni della moglie di un arricchito straniero, borioso e meschino. Questo matrimonio allontanerà le tre giovani non solo fisicamente (Rosamund andrà a vivere all’estero) ma soprattutto moralmente, segnando uno strappo nella psicosi soprattutto di Rose.

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Per tre quarti del libro lo stile di Rebecca West è quello che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi: uno stile rilassato, una penna che senza fretta ci racconta la vita di questa famiglia e delle giovani donne che la compongono. Ma poi, all’improvviso, sembra che l’autrice voglia arrivare subito al finale e iniziano ad accadere eventi che nessuno avrebbe mai immaginato perché arrivati senza nessun preavviso.

Per quanto riguarda, invece, i personaggi devo confermare quello che avevo già avvertito in precedenza: non sono riuscita a simpatizzare con nessuno. L’amore viscerale che unisce i vari personaggi non riesce a sovrastare quella che, secondo me, è la realtà e cioè che tutti, chi più e chi meno, siano enormemente egoisti e concentrati su loro stessi.

Questa impressione mi viene data soprattutto da Rose, colei a cui è affidato il compito di raccontare le vicende: se nei primi romanzi attribuivo alcuni suoi atteggiamenti alla giovane età (prima bambina poi adolescente), in quest’ultimo non ho trovato alcuna scusa ai suoi atteggiamenti. Rebecca West dipinge una donna ancora estremamente infantile, egoista, egocentrica e capricciosa.

Naturalmente questo è anche un pregio: seppur non apprezzandola, i personaggi hanno una spiccata connotazione psicologica e questo è sicuramente un grande merito da riconoscere a Rebecca West.

Tra l’altro, a mio modesto parere, quest’ultimo romanzo è una conclusione/non-conclusione: troppe sono ancora le vicende e le domande lasciate in sospeso. E questo è un altro elemento che mi ha dato la sensazione che l’autrice volesse chiudere velocemente la sua storia con la famiglia Aubrey.

Rosamund ha confermato il mio pensiero su questa trilogia familiare: una storia banale con personaggi per la maggior parte odiosi, una narrazione che nel primo volume annoia mentre negli altri due, pur migliorando, presenta diversi “buchi”.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Fazi Editore
Pagine: 421
Prezzo: 20.00€
Voto: 5/10

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Le colline, il tramonto, un cane -Sara Staffolani

Emily Dickinson

Buongiorno lettori, oggi vi parlo de Le colline, il tramonto, un cane di Sara Staffolani, edito flower-ed, dedicato ad Emily Dickinson. Come vedete continua il loop nelle biografie di questa casa editrice. Anche questa volta la lettura non mi ha delusa, nonostante di base ci fosse un mah. Ho studiato Emily Dickinson al liceo e ho letto alcune sue poesie: non mi aveva mai particolarmente colpito e, nonostante questo, continuavo ad essere attratta dal suo personaggio. Una vita segregata in casa, senza mai sposarsi, scrivendo poesie dense di spiritualità. Questa era la mia impressione, non proprio positiva ecco, di questa poetessa. Meno male che ciò non mi ha fermata dal leggerne la biografia che Sara Staffolani ha scritto. E’ stata una piacevole sorpresa.

Mi piace molto lo stile di scrittura dell’autrice, che ho avuto già modo di apprezzare in C’è sempre il sole dietro le nuvole, la vita dedicata a Jean Webster (che se vi interessa ho recensito qui). In questo libretto si concentra su quella che viene considerata la più grande poetessa americana: Emily Dickinson.

Nata nel 1830 nel Massachussets, aveva un fratello e una sorella, Austin e Vinnie e, insieme alla sorella, ebbe la fortuna di condurre una vita agiata che permise loro di non doversi sposare per forza. Entrambe, infatti, non abbandonarono mai la casa paterna, a differenza del fratello che per continuare la stirpe dei Dickinson fu spinto al matrimonio con una cara amica di Emily, Susan e si trasferì nella villa vicina, permettendo scambi continui tra le due case. Per quanto non avesse mai ricevuto un particolare affetto da parte dei genitori, volle loro molto bene e fu molto affezionata al padre, nonostante avesse imposto una rigida educazione puritana ai figli. Pur essendo i suoi genitori molto religiosi, Emily visse la sua vita senza un particolare credo, cercava sempre (e ciò si nota nelle sue poesie) la spiritualità, qualcosa di metafisico, ma non lo riconosceva nella religione cattolica. Divertenti sono gli aneddoti che l’autrice riporta nel libro per raccontare i tentativi del padre e delle insegnanti del college a professare il il cristianesimo e a seguirne il credo.

Emily descrive il padre come un uomo austero, autoritario e freddo, ma era consapevole del suo cuore tenero, in quanto come lei, amava gli animali e voleva molto bene ai suoi tre figli, anche se non glielo aveva mai dimostrato. Il rapporto con la madre era anche difficile, Emily riconoscerà una figura materna nella zia Lavinia, che purtroppo verrà presto a mancare nella sua vita. In compenso l’attaccamento tra i tre fratelli era molto forte, al punto che Emily e Vinnie arriveranno a difendere e coprire il fratello quando questi, dopo il matrimonio con Susan, si innamorerà di una donna sposata, Mabel Loomis Todd, che avrà un ruolo dominante nella pubblicazione postuma dell’opera dickinsoniana.

Infatti Emily Dickinson rigettava la fama poetica dovuta alla pubblicazione delle sue poesie, ben poche furono comunque pubblicate in riviste durante la sua vita. La sua formazione continuò al college, da cui fu ritirata a causa di alcuni problemi di salute (probabilmente attacchi epilettici), ma ebbe modo di farsi una grande cultura e di apprezzare grandi nomi della letteratura, tra cui: Shakespeare, George Eliot, Elizabeth Barrett Browning e il marito, le sorelle Bronte. Tra queste ultime sentiva la forte affinità intellettuale con Anne, la sorella più giovane, che nei suoi romanzi sentiva molto la componente spirituale ed ebbe una vita molto sedentaria.

Anche se non si sposò mai sappiamo della sua grande ammirazione e del suo profondo affetto per il reverendo Charles Wadsworth. Del loro rapporto purtroppo non ci sono rimaste tracce, se non qualche biglietto e si presume che i due abbiano dovuto rinnegare il loro legame, dal momento che il reverendo era sposato. Emily iniziò ad avere dei problemi alla vista, divenne fotosensibile e cominciò così la sua segregazione volontaria in casa. Aveva la sua stanza al piano superiore della casa paterna, tante finestre da cui vedere il giardino pieno di fiori e piante, il suo cagnolino Carlo che, oltre a tenerle compagnia, la comprendeva più di chiunque altro. Aveva poco più di venticinque anni e rifiutava così di avere rapporti sociali al di la di coloro che la venivano a trovare a casa.

Cominciò a scrivere senza sosta e tra il 1858 e il 1862 compose più di seicento poesie, che raccolse in fascicoli rilegati, ben quaranta volumetti. Un grande corpus poetico quindi che sarebbe andato distrutto se fossero state seguite le volontà dell’autrice, morta nel 1886. Fortunatamente la sorella e l’amante del fratello decisero di lavorare assieme alla pubblicazione di questi versi di cui fu riconosciuta la bellezza, permettendo di conoscere finalmente il genio di chi li aveva scritti e regalando così un tassello molto importante alla letteratura americana ottocentesca.

Ovviamente la biografia di Sara Staffolani non tralascia nulla che non sia importante e ci descrive anche i dettagli più intimi di questa donna: dalla scelta di indossare sempre vestiti bianchi, colore simbolo di purezza, al grande affetto che la legava al cagnolino Carlo; dalla timidezza nei confronti degli estranei all’attaccamento nei confronti della madre, verso cui riconobbe un grande amore durante la sua malattia. Eventi ed emozioni si susseguono in queste pagine, permettendoci così di apprezzare una donna così fuori dall’ordinario, per la vita e per l’opera.

Una parola muore
quando è detta
Dice qualcuno −
Io dico che proprio
Quel giorno
Comincia a vivere.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Flower-ed
Pagine: 198
Prezzo: 15.50€
Voto: 8/10

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I testamenti – Margaret Atwood

I testamenti di Margaret Atwood è stato pubblicato il 10 settembre sotto l’effige di Ponte alle grazie ed è il seguito de Il racconto dell’ancella (di cui trovate la recensione qui).

Dopo quasi trentacinque anni e dopo tante domande che i lettori di tutto il mondo si sono posti e hanno posto all’autrice, questo romanzo arriva per fornire risposte e per raccontarci cos’è accaduto.

E a farlo sono le voci di tre donne diverse per età, posizione ed educazione: la prima è una Zia, una donna che nella vita prima di Gilead aveva una posizione di prestigio ed era assolutamente autosufficiente e che, successivamente, si è dovuta riplasmare per permettersi la sopravvivenza; la seconda è una ragazza cresciuta con i principi inculcati dallo stato totalitario in cui vive, convinta che non ci possa essere vita diversa da quella che conduce; ed infine, la terza, è una ragazza cresciuta libera in Canada ma la cui vita è indissolubilmente legata a doppio filo a Gilead.

Tutte e tre dovranno venire a patti con la verità, con il mondo che le circonda ma soprattutto con loro stesse e con quello in cui credono.

È un romanzo, questo, pieno di pathos. Il lettore è attirato dalle pagine, dalle testimonianze delle tre donne.

I testamenti

Lo stile, ormai inconfondibile, della Atwood accompagna il lettore per mano attraverso una storia che non lesina nulla, che nulla nasconde, che riesce a suscitare sconcerto ma anche speranza.

Magistrale la caratterizzazione psicologica sia delle protagoniste principali che di tutti gli altri personaggi che girano attorno alla vicenda.

Avendo letto da poco Il racconto dell’ancella alcuni collegamenti mi sono stati chiari fin da subito ma questo non ha pregiudicato la lettura: con un senso crescente di nausea e orrore condito da un pizzico di speranza, ho affrontato le cinquecento pagine nel romanzo completamente immersa in Gilead e nella vita delle tre protagoniste.

Agli occhi di qualcuno questo romanzo potrebbe sembrare altamente irrealistico e improbabile eppure sono convinta che invece possa portare il lettore a riflettere e ad avere una visione più aperta e chiara su quelli che ogni giorno sono i tentativi, magari anche subdoli, che vengono fatti per limitare e reprimere le nostre libertà.

I testamenti di Margaret Atwood è un insegnamento, un grido di speranza e di forza lanciato alle menti dei lettori che non possiamo far altro che cogliere e custodire.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Ponte alle Grazie
Pagine: 502
Prezzo: 18.00€
Voto: 9/10

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The chain – Adrian McKinty

The chainThe chain di Adrian McKinty è uscito lo scorso 29 agosto per la casa editrice Longanesi.

Molta è stata la pubblicità fatta e molti i rumors attorno a questo libro. Dopo aver letto qualche recensione in giro ho deciso che sarebbe stata una lettura interessante. Mai pensiero fu più sbagliato.

The Chain è la storia di Rachel, una donna quasi quarantenne, a cui una mattina arriva una telefonata anonima in cui le dicono che sua figlia tredicenne, Kilye, è stata rapita.

Per liberarla lei deve a sua volta rapire un bambino e, ovviamente, pagare un riscatto. Questo è il modus operandi de la Catena, un’organizzazione criminale che si basa su rapimenti a catena di bambini e conseguenti riscatti. Ovviamente i rapimenti devono essere messi in atto dai genitori dei rapiti, gente normalissima che non ha mai avuto a che fare con il crimine ma che possiede un qualche requisito per cui venire considerato idoneo.

La prima parte del libro, quindi, parla appunto del rapimento di Kilye e del conseguente rapimento di un’altra bambina da parte di Rachel (con l’aiuto di suo cognato Pete). Nessun accenno viene fatto all’organizzazione criminale né a chi c’è dietro.

Nella seconda parte tutto cambia: i protagonisti, tornati alle loro vite, devono fare i conti con i risvolti psicologici di questa spiacevole avventura (oltre che, naturalmente, andare avanti con le loro vite e con i problemi di tutti i giorni).

Non potendo parlare con nessuno di quello che è successo e non trovando nessun rimedio ai disturbi che colpiscono Kilye, Rachel decide che l’unico modo per liberarsi definitivamente di questa brutta storia è quella di scovare e debellare definitivamente la Catena.

Riuscirà nel suo intento? Non vi resta, se vi va, di leggere il romanzo per scoprirlo.

Romanzo che, non dimentichiamoci, in origine era un racconto. Ed è qui che, secondo me, si nasconde la grande pecca.

Perché, durante la lettura, si ha la sensazione che l’autore abbia buttato alla rinfusa tanta carne sul fuoco, tanti sapori che non legano tra loro, e abbia lasciato bruciare il tutto.

Partendo dalla prima parte: tante le cose inverosimili, le scene assurde che ti lasciano con domande senza risposta. Tutto troppo veloce e tutto che fila liscio come l’olio e, per questo, risulta davvero poco credibile.

Poi arriva la seconda parte e sembra che si stia leggendo un altro romanzo: un sacco di informazioni in netto contrasto e che contraddicono alcune cose dette nella prima parte del romanzo. Il lato psicologico della vicenda è trattato in maniera superficiale e abbastanza becera.

Per non parlare di tanti argomenti seri e importanti buttati lì e trattati in maniera a dir poco indecorosa: partendo dall’argomento principale, il rapimento, passando per cose come il cancro, la tossicodipendenza e le deviazioni mentali dovuti a un’infanzia problematica.

Il tutto condito, per quanto riguarda la versione italiana, da errori di traduzione e revisione che proprio non si riescono a sorvolare. Molti sono i refusi, più di una volta nel corso della lettura mi sono trovata davanti a personaggi che cambiano improvvisamente nome per poi ritornare al loro nome originario un attimo dopo. Per non parlare dell’inglese sky mask che viene tradotto con il letterale maschera da sci invece che con il più consono passamontagna. Per cui, per tutto il libro, il lettore si convince che i rapimenti vengano fatti praticamente a volto scoperto, con indosso solo degli enormi occhialoni a specchio, e si domanda come mai questi non vengano riconosciuti o comunque guardati con sospetto.

Unico pregio di questo libro: si legge davvero velocemente, merito anche dello stile telegrafico dell’autore.

The Chain di Adrian McKinty può essere paragonato ad un tema di un bambino con grandi capacità ma che non si vuole applicare: l’idea di base era davvero ottima ma lo svolgimento è risultato un’accozzaglia di fatti e luoghi comuni che fanno ricredere il lettore.


SCHEDA DEL LIBRO:

Editore: Longanesi
Pagine: 352
Prezzo: 19.50€
Voto: 2/10

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Planimetria di una famiglia felice – Lia Piano

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Il libro di cui vi parlo oggi è un romanzo un po’ strano. Innanzi tutto il titolo è particolare: Planimetria di una famiglia felice. Il richiamo ai progetti architettonici e alla geometria è abbastanza palese e quella che ne esce fuori è una descrizione di una famiglia anormale ma felice.

Siamo negli anni settanta: la voce narrante è quella della Nana, la bimba che supera a malapena il metro di altezza, che ha sei anni e che racconta di come la famiglia dopo aver a lungo viaggiato senza mai stabilirsi da qualche parte, si sia trasferita in una grandissima villa a Genova. La famiglia è così composta: il padre che fuma la pipa e vuole costruire una barca nel seminterrato, la madre che perde sempre gli occhiali in casa e che ha scelto come domestica/cuoca/istitutrice per i bambini una donna calabrese analfabeta, con più di dieci figli e il marito che entra ed esce dalla galera. Concepita Maria viene scelta perchè la madre vede in lei una persona portafortuna e che non può essere mandata via. E Maria con la sua lingua che è un misto tra italiano e calabrese si occupa della casa, anche se viene inseguita da Marco, figlio maggiore della famiglia, che nella sua adolescenza è in preda agli ormoni e ha la mania di girare nudo per casa e di tentare di accoppiarsi con lei. Poi c’è Gioele, figlio di mezzo, che balbetta e farnetica.

Nana è quella con meno personalità tra tutti: come un libro dalle pagine bianche assiste e vive in funzione dei fratelli e dei genitori, assimilando come una spugna ciò che può imparare facendone esperienza: e così impara la fedeltà dei cani, quando i genitori dopo averne preso uno decidono di prenderne altri tre, visto che hanno tre figli. Ma poi così c’è un cane in più e viene deciso che il primo sarà il guardiano di tutti.  Impara l’arte della cova quando prendendo diverse uova di pulcini li mettono nella vasca da bagno coprendoli con delle coperte e illuminandoli con delle lampade; e una volta nati i pulcini si imparerà a costruire un pollaio in giardino e lo si farà non con conoscenze di costruzioni o di precisione, ma provando direttamente sul campo: se le travi reggono allora va bene, se i sassi messi uno contro l’altro reggono allora la costruzione è stabile.

E poi imparerà a capire che cos’è l’amore, quando il suo amato cane fuggirà sulle colline per inseguire una cagnolina, quando Marco comincerà a cantare canzoni d’amore, quando Gioele si innamorerà di Silvia e la terrà sempre per mano. Imparerà a rendersi conto dello spazio quando in una gita in barca, dove apprenderà l’arte della navigazione, vedrà per la prima volta Genova dal mare, in tutta la sua lunghezza

Guardai dritto davanti alla prua: laggiù in fondo riluceva la linea dell’orizzonte. Dietro di noi apparve invece, lunga e lontana, Genova. Ma allora esisteva davvero, non se l’erano inventata loro, come le città del nessun dove che mamma mi raccontava prima di dormire. Genova era vera, solo che da terra si nascondeva. Era sempre uno spicchio tra le case, il lampo che si affaccia un istante tra i vicoli per svanire subito, come le ombre cinesi di papà sul muro. Era grandissima. Spostai lo sguardo da levante a ponente: strade scogliere chiese palazzi ciminiere muri ponti sopraelevate caruggi e navi. E poi indietro: tetti terrazze altane camini ringhiere lenzuoli al vento. Gerani rossi fioriti e balconi. Non finiva mai. In alto, sulle colline, luccicavano fortezze, santuari e un bosco di antenne.

Leggendo queste pagine assistiamo alla vita di questa famiglia strana e felice, che spesso si trova a dover fare i conti con la realtà e con il dover in qualche modo adeguarsi alla normalità. Poi si ride, si ride tanto nella lettura e ci si immedesima negli occhi di una bambina di sei, poi sette, poi otto e infine nove anni, cresciuta anche di qualche centimetro, che vede e vive il mondo in una maniera tutta sua. Se si presta orecchio si può sentire anche il rumore del vento, attraverso le finestre della casa, che corre tra quelle scale, stanze, come lo spettatore dei momenti di questa famiglia.

“Planimetria di una famiglia felice” è una storia bella, divertente, sicuramente particolare e un po’ diversa dalla norma per alcuni versi, ma piena di felicità e affetto, ricca di momenti che magari abbiamo tutti vissuto, ma che abbiamo dimenticato e chiuso nel comodino. Davvero un bell’esordio per Lia Piano e grazie a Bompiani per averci creduto e averlo portato sugli scaffali.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Bompiani
Pagine: 154
Prezzo: 15€
Voto: 9/10

 

 

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L’opale perduto – Lauren Kate

L’opale perduto di Lauren Kate è uscito il 3 settembre per Rizzoli e segna il ritorno della Kate in libreria.

Piccola premessa: se vi aspettate il solito fantasy a cui ci ha abituato Lauren Kate vi dico già che non lo è.

L’opale perduto si apre con un prologo in una gelida serata in una Venezia del 1725 in cui la protagonista del romanzo, Violetta, ha cinque anni e si trova nella soffitta dell’ospedale degli Incurabili dove abita insieme ad altri orfani. Qui assiste alla scena di una madre che abbandona il figlio nella ruota, un bambino della sua stessa età. Quello che le rimarrà impresso di quella notte, oltre all’aspetto del bambino, sarà la canzone che la madre canta mentre abbandona il figlio.

A dieci anni da questo evento ritroviamo Violetta, ormai quindicenne, a cui inizia a stare stretta la vita agli Incurabili. Un giorno, salendo nella sua amata soffitta, non sarà sola. Troverà infatti un ragazzo, Mino, abile suonatore di violino, che l’accompagnerà nelle sue fughe sul tetto e con cui nascerà qualcosa.

Ma, nel momento in cui Mino dichiarerà a Violetta il suo amore e le chiederà di fuggire con lui, lei rifiuterà mettendo davanti all’amore la sua passione per il canto e la sua carriera all’interno degli Incurabili.

Basterà questo a separare i due giovani? Venezia nasconde una miriade di segreti e tra i suoi canali, infiniti eppure minuscoli, giace un segreto che sarà presto rivelato: chi è il padre di Mino? E perché fu abbandonato in quella lontana notte del 1725?

L'opale perduto

Lauren Kate ha abituato il suo pubblico alle sue storie fantasy ma qui, di fantastico, non c’è proprio nulla.

Ammetto che, inizialmente, ero molto scettica: nei primi tre capitoli succede già di tutto. I due ragazzi si incontrano, si innamorano, lui le propone di fuggire, lei rifiuta, i due si lasciano in malo modo. A quel punto mi sono domandata: cosa potrà mai succedere nelle 300 e più pagine che mi separano dal finale se già è tutto qui?

La risposta è presto data: ci viene raccontato un percorso di crescita, di rinunce, di sbagli e di adattamenti. Un percorso per entrambi difficile e costellato di difficoltà.

E tutto questo ci viene raccontato con lo stile fluido e scorrevole tipico di Lauren Kate. Uno stile alla portata di tutti che, con parole semplici, ci racconta sì una storia di un amore tormentato ma, soprattutto, la crescita di due giovani dalle origini ignote in una Venezia che risulta da un lato molto frivola ma dall’altro estremamente chiusa e fredda.

Grande ammirazione per la componente psicologica di questo romanzo: senza perdersi in psicologia spicciola e da quattro soldi e senza usare inutili spiegazioni, l’autrice ci lascia percepire tutto quello che passa nella mente di Mino e Violetta facendoci immergere nelle loro menti senza appesantire il racconto.

L’opale perduto di Lauren Kate è il libro perfetto per chi ama le storie d’amore che non siano semplici o scontate. Un ritorno in grande stile dopo alcuni libri che, a mio parere, erano un po’ sottotono rispetto alle reali capacità di questa scrittrice.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Rizzoli
Pagine: 352
Prezzo: 18.00€
Voto: 7.5/10

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La misura imperfetta del tempo – Monica Coppola

La misura imperfetta del tempo di Monica Coppola è un romanzo uscito a maggio 2019 per l’adolescente casa editrice Las Vegas Edizioni (è attiva dal 2007, dodici anni di lavoro, è o non è un’adolescente?).

Anche in questo caso un ruolo fondamentale nella conoscenza di questa casa editrice e del suo bellissimo catalogo l’ha giocato il Salone del Libro di Torino. Tra i tanti titoli però, quello che mi aveva più incuriosito è stato proprio questo e, anche se dopo un po’ di mesi, ho deciso di leggerlo.

La misura imperfetta del tempo è un romanzo al femminile. E sono proprio tre le donne protagoniste: Zita, sessantottenne vedova da poco; Lara, figlia di Zita, quarantenne in carriera; ed infine Mia, nipote di Zita e figlia di Lara, ventiduenne arrabbiata con il modo e molto introversa.

Quando Zita rimane vedova, Mia decide che deve prendersi cura di sua nonna esattamente come lei ha fatto quando Mia era bambina e Lara non voleva saperne di crescere. Ed è per questo che, nel tentativo di distrarre la nonna, la spedisce alle terme con altri anziani più o meno coetanei.

La partenza per Zita è una costrizione, non ha nessuna voglia di partire ed è sicura che si annoierà e non vedrà l’ora di tornare a casa. Ovviamente, niente di più sbagliato. Perché alle terme Zita farà la conoscenza di Santo e, pur tenendo sempre nel cuore il suo defunto Tore, tornerà ad aprire il cuore e ad amare.

Ma, come spesso succede, quest’accadimento non incontra il benestare di Mia. La sua gelosia, la sua mania del controllo, il suo essere perennemente arrabbiata con il mondo, la porta ad intraprendere una sorta di guerra fredda contro la nonna e il suo compagno.

E cosa importa se, per raggiungere il proprio scopo, dovrà chiamare Lara? Proprio lei, la madre che l’ha lasciata a Torino alle cure dei nonni ed è fuggita a Milano per inseguire la sua carriera. La donna che passa le sue giornate a lavorare, che ha tutto organizzato al secondo e che non conosce sua figlia e non si interessa di lei.

Sarà proprio il nuovo amore di Zita a dare una svolta alle loro vite, a metterle davanti alla realtà dei fatti e dei loro sentimenti. E proprio un segreto alla base dei loro rapporti spezzati tornerà prepotente tra loro, insieme ai fantasmi del passato, e pretenderà di essere svelato: chi era il padre di Mia? E perché Lara ha preferito farsi passare per una poco di buono piuttosto che rivelare la verità?

La misura imperfetta del tempo

Monica Coppola ha uno stile delicato che con un linguaggio semplice e alla portata di tutti racconta la storia di tre donne, di tre generazioni diverse per età ma soprattutto per modi di essere e di pensare, che si intrecciano e si fondono.

Nella sua apparente semplicità, La misura imperfetta del tempo è un romanzo psicologicamente forte. Ci racconta quanto, pur volendosi bene ed essendo legate da un amore che va oltre ogni cosa, le persone non riescano a impedire di farsi del male a vicenda. Racconta della voglia di fuggire da ciò che non sappiamo né vogliamo spiegare. Ma, soprattutto, racconta di quanto sia facile ritrovarsi e riequilibrare la propria vita.

La misura imperfetta del tempo di Monica Coppola non pretende di insegnare come si sta al mondo. Suggerisce solo di seguire sempre e comunque il proprio cuore.

Alla fine le cose belle te le devi prendere quando arrivano. E devi imparare a lasciarle andare quando se ne vanno. Anche l’amore fa così.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Las Vegas Edizioni
Pagine: 221
Prezzo: 14€
Voto: 8/10