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Wintersong – S. Jae-Jones

53030572_10212676005246733_8225649317222809600_n.jpgChi non conosce la storia di Ade e Persefone? Chi non ne è rimasto in qualche modo affascinato?

Pensare a una sorta di “principe oscuro” che ama e rapisce la sua bella, ma che in qualche modo, non può davvero averla per sé…

Sulla storia mitologica di questa coppia si sono andate a creare varie trame e storie, è il caso, per esempio, di Labyrinth, il film degli anni ‘80 in cui l’oscuro Re dei Goblin era interpretato da David Bowie e dal suo sguardo dagli occhi eterocromi.

È proprio a queste due storie, così simili e prototipiche, che si rifà la storia del romanzo Wintersong di S. Jae-Jones.

La trama è semplice: in un periodo storico non meglio precisato, ma in cui la tecnologia non esiste e si crede ancora alla magia, anche se in minima parte, vive Elisabeth, detta Liesl. Una ragazza normale, per certi versi banale: non bella, anzi, una donna di casa che si prende cura della sua famiglia e dei suoi due fratelli. Una ragazza abituata a rimanere nell’ombra, a non prevalere. Sua sorella, d’altronde, è bellissima. Suo fratello è un fenomeno con il violino. La sua storia è quasi destinata a cadere nel dimenticatoio. Se non fosse che…

Elizabeth ha un dono, il dono della musica. Un dono diverso da quello di suo fratello, forse persino più potente e irruento. E che l’ha portata a conoscere il più oscuro dei re: il Re dei Goblin. Vive nelle sue memorie, come un sogno infantile, almeno fino al giorno in cui sua sorella non viene rapita…

Questo romanzo, scritto in modo molto fluente, mi ha colpito tantissimo.

Credo di non essere mai stata più combattuta sul giudizio di un libro come in questo caso in vita mia!
Il romanzo è molto bello, pieno di particolari, soprattutto psicologici, dei personaggi, in particolare dei protagonisti tra cui Elizabeth e il Re dei Goblin.

Nonostante ciò, nella prima parte ho faticato ad amarlo: ci sono scene poco curate, dettagli lasciati al caso, e, soprattutto, e questo si ripete per tutto il libro, questioni aperte e mai richiuse con una spiegazione soddisfacente.

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Gli avrei potuto dare un voto tra il 6 e mezzo e il 7, tranquillamente, se non fosse per questo: questo libro mi ha straziato il cuore. Dalla sua metà in poi, la lettura è diventata più concitata, quasi sofferta. Questo libro è stato capace ti tirarmi fuori emozioni fortissime, contrastanti, ti acchiapparmi le viscere e contorcermele per il dolore, la passione, la curiosità, lo struggimento. È un romanzo affascinante, davanti alla quale non si può rimanere indifferente.

La stessa protagonista, Elizabeth, è controversa, complessissima a livello psicologico, sfaccettata. Non potevo non adorare questa ambivalenza, che si ripete, in modo diverso ma non meno affascinante, per il Re dei Goblin. Un personaggio tormentato, bellissimo, impossibile non amarlo.

L’oscurità è una tematica cardine di questo romanzo, insieme a tutte le debolezze umane. E questa è stata una delle cose che più ho amato di questo romanzo che merita un posto d’onore nella mia libreria, oltre che nel mio cuore.

Consigliato a chi ama le storie travagliate e le emozioni forti!

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Newton Compton Editori
Pagine: 448
Prezzo: 10.00€
Voto: 8,5/10

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La casa che mi porta via – Sophie Anderson

Nel mio peregrinare tra un libro e l’altro mi piace perdermi anche tra le pagine di quei romanzi che vengono spesso definiti per bambini o ragazzi.

Personalmente sono abbastanza contraria a questo tipo di classificazione perché ho notato che alcuni libri che secondo gli addetti ai lavori non potrebbero essere indicati per la mia veneranda età in realtà possono insegnarmi molto di più rispetto ad altri magari pensati personalmente per i miei coetanei. Così come rileggere libri della mia infanzia mi fa notare cose e lezioni che, da piccina, non avrei mai colto.

Ma tralasciamo questo discorso che potrebbe risultare polemico e che comunque richiederebbe una sede diversa per discuterne e dedichiamoci al romanzo.

La casa che mi porta via nasce dalla penna di Sophie Anderson che si rifà alla leggenda di Baba Jaga, figura leggendaria della mitologia russa: si tratta di una strega che vola in groppa ad un mortaio utilizzando il pestello come timone e che cancella i sentieri nei boschi con una scopa di betulla d’argento. Vive in una capanna sopraelevata che poggia su due zampe di gallina, servita dai suoi servi invisibili. Il buco della serratura del portello anteriore è costituito da una bocca riempita di denti taglienti; le mura esterne sono fatte di ossa umane. In una variante della leggenda, la casa non rivela la posizione della porta finché non viene pronunciata una frase magica.

Bene: tenete la casa con le zampe di gallina e la presenza delle ossa umane e dimenticate tutto il resto. La Baba Yaga descritta in questo libro è un’adorabile vecchina che ama cucinare, suonare la balalaika e che vive con la sua nipotina Marinka. Inoltre, nonostante la veneranda età, Baba ha anche un lavoro: accompagnare le anime dei morti al Cancello che li condurrà alle stelle per completare il grande ciclo della vita.

Ma la vera protagonista della storia è Marinka, una ragazzina di dodici anni, orfana di genitori, cresciuta con la nonna e con la cultura delle Yaga. E diventare una Yaga è il suo destino perché prima o poi dovrà sostituire la nonna come Guardiana del Cancello e sarà lei ad accompagnare i morti dall’altra parte.

Ma in realtà Marinka detesta questa vita, detesta doversi spostare da una parte all’altra del globo, detesta non poter fare amicizia con i vivi, detesta la prospettiva di un futuro come quello di Baba Yaga. Per cui, arrivati nella Terra dei Laghi, tenterà di fare amicizia con un suo coetaneo e quando la casa deciderà di partire la notte stessa in Marinka crescerà una rabbia feroce che la porterà a decidere di ribellarsi.

Ma questa ribellione sarà l’inizio di una serie di spiacevoli avvenimenti (tra cui la scomparsa di Baba oltre il Cancello) che porteranno la piccola Marinka ad essere ogni giorno più arrabbiata ma anche a temperare il suo carattere e a farla crescere.

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Sophie Anderson scrive una storia fantastica e dolcissima, la storia di una ragazzina alla ricerca di se stessa e della sua strada. Marinka dovrà lottare contro la sua rabbia e la sua testardaggine, crederà di avere il mondo contro e riporrà la propria fiducia nei personaggi sbagliati. Ma saprà rendersi conto dei suoi errori e tenterà in tutti i modi di porre rimedio.

Il libro scorre in maniera fluida grazie anche alla scrittura semplice e lineare, tutto il romanzo è pervaso da quell’alone di fiaba e mitologia che tiene il lettore sospeso in un altro mondo.

Marinka rappresenta tutto quello che è un giovane adolescente, quello che siamo stati noi e anche quella parte che in realtà non abbandona mai il nostro essere: la testardaggine che spinge a lottare sempre e comunque e che, a volte, annebbia la ragione.

Menzione particolare alla veste grafica del romanzo: le pagine sono impreziosite da ghirigori e da bellissimi disegni che rendono la lettura un’esperienza bellissima.

 

Un romanzo davvero molto bello che consiglio a tutti, adulti e bambini, per imparare e sognare ancora un po’.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Rizzoli
Pagine: 327
Prezzo: 17.00€
Voto: 8/10

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La pietra di luna – Wilkie Collins

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“La pietra di luna” è il secondo romanzo che leggo di Wilkie Collins ed è considerato il suo miglior lavoro. Dopo la lettura posso confermare quest’opinione. Collins ha voluto scrivere, attraverso i punti di vista di diversi personaggi, l’avventura del diamante di inestimabile valore denominato “pietra di luna”. Originario dell’India, il diamante giallo con un difetto nell’intaglio e racchiuso in una statua sacra per gli Indù, fu rubato dal colonnello Herncastle all’inizio dell’Ottocento.

Ciò che il colonnello non sa è che questa pietra sembra essere circondata da una maledizione: chiunque la ruberà ne avrà in cambio solo disgrazie. Inoltre, tre religiosi di una casta dell’India, cercheranno di recuperare il diamante ovunque esso sia e in qualsiasi modo, senza scrupoli.

La narrazione degli avvenimenti si concentra poi sul 1848: siamo a giugno e la giovane signorina Rachel Verinder, nipote del colonnello Herncastle, sta per compiere 18 anni. Regalo del lontano parente, in lite da anni con i fratelli, è proprio la pietra di luna. Compito del nipote diretto del colonnello, Franklin Blake, è quello di consegnarglielo il 21 di giugno. In occasione della festa di compleanno sono presenti alla villa nello Yorkshire, oltre alla signora Verinder e al fedele maggiordomo Betteredge, i due cugini della festeggiata, Franklin Blake e Godfrey, entrambi innamorati della giovane.

Rachel sfoggia raggiante il suo gioiello attaccato al vestito e la notte decide di custodirlo nel suo salottino, dentro ad un cassetto non chiuso a chiave. La mattina dopo si scopre che il diamante è sparito. Chi può essere entrato nella villa? Chi sono i tre prestigiatori indiani che sono incappati nei nostri personaggi? Qual è la verità nascosta dietro al prezioso gioiello?

Raccontano gli eventi susseguendosi con la loro prospettiva il maggiordomo Betteredge, Franklin Blake, il sergente Cuff, il legale della famiglia Herncastle ed altri ancora: vengono alla luce i diversi aspetti psicologici di questi personaggi e scopriamo assieme a loro la verità dietro al mistero della scomparsa della pietra di luna.

La bravura di Collins è quella di essere riuscito a costruire un intreccio magistrale che ti trascina e ti lega al racconto senza stancarti: si segue la narrazione e si seguono le interpretazioni del caso credendo nella loro veridicità fino alla fine e il disvelamento della verità colpisce e sorprende appieno.

“La pietra di luna” viene considerato il primo romanzo giallo della storia, Collins è stato un maestro del genere per il suo secolo e per la sua terra, consiglio questo romanzo a chiunque voglia immergersi nell’atmosfera dell’Inghilterra ottocentesca, respirando un po’ di lontana India.

SCHEDA DEL LIBRO (ne esistono molte edizioni, qui considero l’edizione Fazi)

Editore: Fazi editore
Pagine: 572
Prezzo: 19.00€
Voto: 8/10

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La mia prima volta – Kabi Nagata

In quest’ultimo periodo si è molto parlato di questo manga e della storia da esso raccontata, una storia autobiografica che l’autrice ha deciso di disegnare.

La mia prima volta – My lesbian experience with loneliness è la storia di una giovanissima Kabi alle prese con quella che è la crescita e il futuro.

Viene descritta una ragazza profondamente insicura, divisa tra la voglia di essere quello che è realmente e la voglia di assecondare e far felici i genitori. Scegliendo quasi sempre quest’ultima soluzione vive il passaggio tra la scuola e il mondo lavorativo (o, più in generale, il mondo degli adulti) con profondo malessere.

Questo malessere trova sfogo nel suo trascurarsi (anche a livello igienico), nei problemi alimentari e nelle relazioni con gli altri.

Non esisteva un posto che sentissi mio. A quanto pareva, per guadagnarsi un luogo accogliente a cui appartenere era necessario qualcos’altro. Il denaro da solo non bastava. A quel tempo ancora non lo sapevo, ma anni dopo mi resi conto che questo “qualcosa” al di là del denaro è necessario per molto altro. Per mangiare con gusto il cibo, per prendersi cura del proprio aspetto, per rispettare gli altri ed essere rispettati da loro.

Alla fine si convincerà che quello che le manca per sbloccarsi ha a che fare con il sesso, argomento tabù per i suoi genitori, e rendendosi conto di provare una strana attrazione per il suo stesso sesso deciderà di ingaggiare una escort per affrontare questo scoglio.

Ma sarà davvero questo il passo decisivo per dare una svolta alla sua vita?

La mia prima volta

L’autrice, come dicevo prima, si descrive come una ragazza con una bassissima autostima, bloccata con tutto quello che riguarda il mondo esterno e il rapporto con gli altri. La decisione di riversare la sua esperienza nelle vignette di un manga l’ho trovata una scelta molto coraggiosa e di grande impatto.

La vita di Kabi è tristemente comune ad un sacco di altre ragazze di qualsiasi continente e può servire per capire che niente e nessuno può decidere chi siamo al posto nostro, che avere prima di tutto stima in se stessi è molto più importante (anche perché solo così si riuscirà ad acquistare anche la stima altrui).

I disegni sono molto elementari, la parte scritta del racconto occupa il minimo indispensabile rispetto alla quantità del disegnato (poco ma di grande impatto).

Consiglio vivamente la lettura di questo manga, aiuta a riflettere sia su stessi che su gli altri.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Edizioni BD
Pagine: 142
Prezzo: 10.00€
Voto: 7.5/10

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Le tre del mattino – Gianrico Carofiglio

WhatsApp Image 2019-02-14 at 11.08.21Quando Antonio perde conoscenza a scuola capisce che il suo occasionale estraniarsi dal mondo non è così normale come invece pensava. Il medico gli parla di epilessia idiopatica, una diagnosi che per lui non vuol assolutamente niente e gli prescrive quattro farmaci al giorno più un divieto assoluto per le partite di calcio e le bibite gassate.
Antonio fa fatica a rispettare questi divieti e poco alla volta comincia a sentirsi diverso, come lontano dai suoi coetanei, progressivamente abbandona amici ed hobby. I suoi genitori, pur separati da tanti anni, fanno fronte comune per il bene del figlio e lo portano a Marsiglia da uno specialista, il Dottor Gustaut. Il luminare francese riduce la terapia a due soli farmaci al giorno e annulla tutti i precedenti divieti restituendogli una vita normale. Antonio e suo padre tornano a Marsiglia tre anni dopo e il dottor Gustav, per verificare l’effettiva guarigione del ragazzo, prescrive lui una prova da scatenamento una sorta di prova del nove per capire se le crisi si ripresentano quando l’organismo è sotto stress: Antonio deve rimanere sveglio per quarantott’ore senza prendere farmaci.  

La storia entra così ne vivo: Antonio, che ha sempre vissuto con la madre, si ritrova a condividere due giorni interi col padre. Dapprima i dialoghi sono incerti, imbarazzati, fatti per coprire i silenzi; i due sono schivi. Poi però, complici le circostanze e lo stordimento dovuto al sonno mancato, riusciranno a mettersi a nudo, a raccontarsi episodi del passato e a trovare una certa complicità. Inizieranno  a conoscersi a partire dalla piccole cose, argomenti quotidiani come la musica, le donne, i libri, e Antonio finalmente scoprirà cosa si nasconde dietro la maschera di rigido matematico del padre. Per entrambi sarà un viaggio alla scoperta dell’altro.
Marsiglia è lo scenario perfetto per la storia, una città sconosciuta e piena di pericoli, soprattutto durante la notte, quando i due si addentrano nei vari vicoletti per non abbandonarsi al sonno. La sera, per fare i tiratardi, vanno ad ascoltare musica jazz in vari localini tipici, dove faranno un incontro che cambierà per sempre la vita di Antonio…

«Si è fatto tardi molto presto.»

Pur trattandosi di una storia intensa la lettura è tutt’altro che impegnativa, scorre piacevolmente e l’intreccio è ben costruito. La penna di Carofiglio è precisa e semplice, il romanzo si legge con facilità. Ho avuto qualche perplessità su alcuni dialoghi, troppo costruiti per i miei gusti, ma a parte questo è stata una bella lettura. Lo consiglio a che cerca una storia avvincente se pur breve.

«Ero scettico e lui per convincermi ha citato un grande matematico polacco, Stefan Banach: diceva che i buoni matematici riescono a vedere le analogie ma i grandi matematici riescono a vedere le analogie tra le analogie. E’ una definizione geniale, e il mio amico diceva che la stessa cosa vale per i giuristi: quelli bravi colgono le analogie, le omogeneità e le disomogeneità, i grandi le analogie fra le analogie. Sono capaci di portare il discorso su un livello diverso.»

 

SCHEDA DEL LIBRO
Editore: Einaudi
Pagine: 160
Prezzo: 16,50 €
Voto: 7/10

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Domani nella battaglia pensa a me – Javier Marías

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Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno se non chi sia previsto dovrà morire accanto a noi. Molte volte si nascondono i fatti o le circostanze: i vivi e quello che muore – se ha il tempo di accorgersene – spesso provano vergogna per la forma della morte possibile e per le sue apparenze, e anche per la causa. Una indigestione di frutti di mare, una sigaretta accesa quando si sta per prendere sonno che dà fuoco alle lenzuola, o anche peggio, alla lana di una coperta; uno scivolone nella doccia – la nuca – e la porta del bagno chiusa a chiave, un fulmine divide l’albero in un grande viale e quell’albero cadendo schiaccia o stacca la testa di un passante, forse uno straniero; morire con indosso soltanto i pedalini, o dal barbiere con un grande bavaglino, al postribolo o dal dentista; o mangiando il pesce e trafitto da una spina, morire strozzandosi come il bambino la cui madre non è lì a infilargli un dito in gola per salvarlo; morire rasati a metà, con una guancia coperta di schiuma e la barba diseguale fino alla fine dei tempi se nessuno rimedia e per pietà estetica non conclude il lavoro; per non citare i momenti più ignobili dell’esistenza, i più nascosti, di cui non si parla mai se non durante l’adolescenza, perché al di fuori di questa non c’è il pretesto, anche se c’è poi chi li sbandiera per apparire arguto senza riuscirci mai. Ma quella è una morte orrenda, si dice di certe morti; ma quella è una morte ridicola, si dice anche, sghignazzando. Lo sghignazzo viene fuori perché si parla di un nemico finalmente estinto o di qualcuno distante, qualcuno che ci ha fatto uno sgarbo o che abita nel passato da molto tempo, un imperatore romano, un trisavolo, oppure qualche potente nella cui morte grottesca si vede soltanto la giustizia ancora vitale, ancora umana, che in fondo desidereremmo per tutti quanti, noi compresi. Come mi rallegro di questa morte, come mi dispiace, come la celebro. A volte per suscitare l’ilarità basta che il morto sia uno sconosciuto, della cui disgrazie inevitabilmente ridicola leggiamo sui giornali, poveretto, si dice in preda alle risate, la morte come rappresentazione o come spettacolo di cui si dà notizia, tutte quante le storie che si raccontano o si leggono o si ascoltano percepite come teatro, c’è sempre un grado di irrealtà in ciò di cui ci informano, come se niente accadesse mai per intero, nemmeno quello che capita a noi e che non dimentichiamo. Nemmeno quello che non dimentichiamo.

È così che Marías, uno dei nomi più interessanti e apprezzati della narrativa spagnola contemporanea, fa immergere il lettore, lentamente e con amara dolcezza, nelle profonde e oscure acque del suo romanzo “Domani nella battaglia pensa a me”.
Il titolo dell’opera è ispirato al contesto shakespeariano del quarto atto del Riccardo III. Di matrice shakespeariana è, anche, una vera e propria condizione fantasmatica che caratterizza chi vive come quasi perseguitato dalla memoria di chi è morto, dal ricordo che attanaglia la mente sia nel sonno sia nella veglia.
Victor, infatti, protagonista e voce narrante, per tutto il corso dell’opera è tormentato dallo spettro di una donna, Marta, con la quale avrebbe dovuto consumare un rapporto sessuale adulterino. Questo incontro “di corpi”, però, è interrotto dalla morte della donna a causa di un malore improvviso.
È un incontro d’amore mancato, accarezzato dalla velata e incombente presenza della morte, percepita perfettamente dalla donna che chiede a Victor di stringerla a sé, di non lasciarla:

Ho obbedito, ho aspettato, non ho fatto niente e non ho chiamato nessuno, sono soltanto tornato al mio posto nel letto, che non era il mio ma quella della notte continuava a esserlo, mi sono messo di nuovo accanto a lei e allora lei mi ha detto senza girarsi: «Tienimi, tienimi, per favore, tienimi», e voleva dire che la abbracciassi e così ho fatto, l’ho abbracciata dalla schiena, la mia camicia ancora aperta e il mio petto entrarono in contatto con la pelle liscia che era calda, le mie braccia passarono sopra le sue, con le quali si copriva, su di lei quattro mani e quattro braccia adesso e un doloroso abbraccio, e di certo non bastava, mentre il film alla televisione andava avanti senza audio in silenzio e senza che noi ci badassimo, ho pensato che un giorno o l’altro avrei dovuto vederlo prestandoci attenzione, in bianco e nero.

È interessante il fatto che la vita di Marta finisca tra le braccia di un perfetto sconosciuto che, dopo aver compreso la tragedia, decide di andarsene e di non lasciare alcuna traccia.
Victor, però, si assicura che il figlio di Marta stia bene e prova a rintracciare il marito della donna, Eduardo, che si trova a Londra per lavoro, non prima di aver rivestito la donna per darle una morte dignitosa, nonostante per lui si tratti quasi di una perfetta sconosciuta.
Victor, sentendosi gravato del peso delle ultime volontà di Marta, deciderà di cercare di capire cosa nasconda la vita della giovane donna, quale siano le dinamiche del rapporto con il marito, con il padre e con la sorella Luisa.
Con una strategia ben architettata e degna di un giallo, il protagonista cercherà di celebrare una morte, di darle un senso, di sottrarla all’oblio.
Nonostante la difficoltà della scrittura, molto densa, caratterizzata da un ampio periodare, a tratti ridondante – che, però, riesce a cogliere perfettamente i pensieri, i dubbi incessanti, gli interrogativi di Victor – Marías è riuscito sapientemente a rendere la pagina scritta portatrice privilegiata del ricordo.
Quello di Marías, in questo romanzo, è il disperato elogio della vita e della memoria di questa – e, in senso lato, dell’amore – attraverso la ricomposizione dei molteplici, sfaccettati e bifronti frammenti di un’esistenza. La morte, esorcizzata e sublimata con la scrittura e con la continua ricerca di senso, diviene il punto di partenza e non di arrivo di una vita che si rifiuta, con tutte le sue forze, di sprofondare nell’oscurità degli abissi

 

SCHEDA DEL LIBRO
Editore: Einaudi
Pagine: 283
Prezzo: 12,00 €
Voto: 7/10

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Il canto di Penelope – Margaret Atwood

Venerdì scorso c’è stato l’incontro del nostro gruppo di lettura e tra una cioccolata, un biscottino e tante chiacchere è stata decisa la nuova lettura: Il canto di Penelope di Margaret Atwood.

Avendolo già da qualche tempo in attesa e dovendo iniziare un nuovo libro ho deciso di leggerlo subito e quindi ho passato l’ultimo weekend immersa nell’antica Grecia e nei suoi poemi epici.

In questo romanzo Margaret Atwood ci presenta una versione inedita della vicenda narrata nell’Odissea, ovvero del viaggio durato vent’anni che Odisseo (conosciuto anche come Ulisse) affrontò dopo la guerra di Troia per tornare a Itaca da sua moglie e suo figlio.

Inedita perché le vicende che tutti conosciamo sono lasciate quasi in secondo piano per dare spazio alla voce della stessa Penelope, colei che aspettò il marito ingannando i Proci con la sua tela. Ma Penelope ci racconta anche qualcosa della sua infanzia, dei rapporti con la cugina Elena e delle difficoltà ad adattarsi alla sua vita sull’isola di Itaca.

Un romanzo particolare che fonde la modernità del linguaggio usato da Penelope a intrusioni di un coro in perfetto stile Muse/tragedia greca. In entrambi i casi il lettore potrà ritrovare gli antichi personaggi che hanno fatto grande l’epica e la storia con quel tocco di modernità che non guasta.

Il canto di Penelope

Il metodo di scrittura della Atwood è coinvolgente e scorrevole, la lettura procede senza difficoltà ed in maniera spedita. Tuttavia mi sarei aspettata qualcosa di più.

Il personaggio di Penelope è ben caratterizzato e psicologicamente ben strutturato ma rivela la figura di una donna che, nonostante le avversità affrontate già dalla culla, non riesce ad essere totalmente indipendente. Ci troviamo infatti alla presenza di una figura che sì, riesce a portare avanti da sola un regno (seppur modesto come quello di Itaca) e ad ordire un inganno come quello della tela, ma che nell’intimo rimane profondamente debole e bisognosa del marito accanto.

Onestamente mi ero fatta l’idea di una donna molto più indipendente e sicura di sé. Forse l’intento della Atwood era proprio quello di ridare “umanità” alla figura della perfetta ed integerrima Penelope ma personalmente non sono riuscita ad apprezzare a pieno questo rovescio della medaglia.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Ponte alle Grazie
Pagine: 156
Prezzo: 13.50€
Voto: 6.5/10