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Le piccole memorie – José Saramago

 

 

27394295_10215025447534363_678468963_n.jpg“Sì, le memorie di quando ero piccolo, semplicemente.”

Questa è la definizione che lo stesso Saramago dà del suo libro Le piccole memorie. Un susseguirsi incessante di ricordi, a volte caotici, colora di tenerezza, dolcezza e ingenuità il bianco della carta. Un flusso di coscienza accarezza la trasposizione del’infanzia dello scrittore Portoghese.  Soltanto uno spazio bianco separa un ricordo dall’altro e scandisce gli avvenimenti che uno dietro l’altro raccontano e si fanno raccontare.

La scoperta del sesso, la meraviglia dell’amore, i segreti di famiglia, i pensieri più nascosti, le delusioni, gli incubi, gli aneddoti più disparati affluiscono nel lago della memoria. Uno degli aneddoti più particolari è quello di un errore (s)fortunato all’anagrafe:

Ho raccontato altrove come e perché mi chiamo Saramago. Che quel Saramago non era un cognome per parte paterna, bensì il soprannome con cui era conosciuta la mia famiglia nel paese. Che quando mio padre andò a dichiarare all’Anagrafe di Golega la nascita del suo secondo figlio capitò che l’impiegato (si chiamava Silvino) fosse ubriaco (indignato, di questo lo avrebbe sempre accusato mio padre) e che, nei fiumi dell’alcol e senza che nessuno si accorgesse dell’onomastica frode, decidesse, a suo rischio e pericolo di aggiungere Saramago al laconico José de Sousa che mio padre voleva che fossi. E, che, in questo modo, infine, grazie a un intervento a tutte le evidenze divino, mi riferisco, è chiaro, a Bacco, dio del vino e di coloro che eccedono nel berlo, non ho avuto bisogno di inventare uno pseudonimo, caso mai ci fosse stato un futuro, per firmare i miei libri.

Gli odori, i colori della sua giovinezza a Lisbona sono prorompenti, forano la pagina e colpiscono immediatamente la vista e l’olfatto del lettore. Basti pensare alla forza delle descrizioni, dettagliate, anzi, dettagliatissime. La conoscenza di un pittore di ceramiche, divenuto suo amico, nonostante la differenza d’età, esemplifica il modo di procedere impressionistico di Saramago in questa raccolta di ricordi.

Bussavo alla porta, mi apriva la moglie, sempre scontrosa e che a mala pena mi prestava attenzione, e passavo nella stanzetta da pranzo dove, in un angolo, illuminato da un lume a olio, c’era il tornio con cui lavorava. Lo sgabello alto sul quale dovevo sedermi era già lì pronto ad aspettarmi. A me piaceva guardarlo mentre dipingeva le terracotte, già invetriate, con una tinta quasi grigia che, dopo la cottura, si sarebbe trasformata nella ben nota tonalità azzurra di questo tipo di ceramica. Mentre i fiori, le volute, gli arabeschi e i cordami apparivano sotto i pennelli, conversavamo.

Interessanti, inoltre, sono i rimandi nel libro ad altre sue opere. La sua consapevolezza di scrittore si intreccia, fino a fondersi, con una fanciullezza trasognata e ormai lontana. La scrittura, qui più che mai, assume una funzione eternatrice. Il ricordo diventa immortale e la pagina immortala come una fotografia le esperienza di vita vissuta. Conseguenza immediata di ciò è la possibilità di fermare il tempo, di sospenderlo in una eterna fanciullezza. Il punto di vista dell’uomo cede più e più volte il passo a quello del bambino.

Il bambino che sono stato non vide il paesaggio come sarebbe tentato di immaginarlo, dalla sua altezza d’uomo, l’adulto che è diventato. Il bambino, nel tempo in cui lo fu, stava semplicemente nel paesaggio, ne faceva parte, non lo interrogava, non diceva né pensava, con queste o con altre parole: “Che bel paesaggio, che magnifico panorama, che stupendo punto di osservazione!”

Si badi bene, il filo rosso del libro non è soltanto la fanciullezza dello scrittore, bensì il consiglio di ritrovare il bambino che è in ognuno di noi.  È questo il messaggio rivolto al lettore, messaggio che è reso noto sin dalla citazione in epigrafe tratta dal Libro dei consigli: “Lasciati portare dal bambino che sei stato”.

Soltanto attraverso l’auscultazione del bambino che in noi si cela riusciremo a capire in toto le parole del libro.

 

 

Scheda del libro

Editore: Feltrinelli
Pagine: 142
Prezzo: 7,50 euro

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“Abissi” – Paolo Cabutto

“Abiss51+dP-xZSXL._SX323_BO1,204,203,200_i” è un libro che ti cattura già alla prima occhiata grazia a una copertina graficamente stupenda a un titolo che, insieme alla trama, promette di tenerti sveglio tutta la notte a controllare le ombre intorno a te. Ma andiamo con ordine e lasciate che vi presenti la trama del libro di Paolo Cabutto:

Un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo, macabri incontri in un cinema di periferia, una stazione della metro che sembra sussurrare il nostro nome, una tragedia shakespeariana che diventa realtà, l’ultima giornata di lavoro di un killer professionista. La paura prende il lettore per mano e lo conduce attraverso tredici stanze buie, in cui l’incomprensibile e il sovrannaturale intaccano la sicurezza della nostra quotidianità. Non resta quindi che chiudere gli occhi, trarre un respiro profondo e gettarsi negli abissi.

Scrivere racconti non è mai facile, anche se potrebbe sembrarlo. Hai poco tempo per descrivere la storia e i suoi personaggi e per questo ogni parola deve essere soppesata bene. La costruzione della storia, nel racconto, non permette errori. Il lettore deve essere “accalappiato” a ogni nuovo capitolo perchè non avrà personaggi principali a cui affezionarsi che lo invoglieranno a proseguire la lettura anche se il ritmo narrativo dovesse calare. Per questo, ripeto, lo scrittore di racconti è (secondo me) un lavoraccio.

Paolo Cabutto si è trovato così a scrivere il suo primo romanzo percorrendo questa insidiosa strada e già solo per questo merita tutta la mia stima.

Tornando a parlare del romanzo, posso dire che aver gradito particolarmente il suo tentativo di pensare a storie originali e diverse dai soliti cliché. Lo stile di scrittura è piacevole, veloce e pulito. Non mi sono trovata però ad apprezzare a pieno i racconti perchè, ahimè, c’erano troppi dettagli all’interno delle storie che facevano ben presagire cosa sarebbe successo. Difficilmente è riuscito a stupirmi, spesso già dalla presentazione dei personaggi si capiva chi sarebbe stato a fare una brutta fine e il dettaglio inquietante, individuato immediatamente, non faceva più nessuna paura. Altre volte la narrazione andava troppo veloce, non sempre le scelte dei protagonisti erano chiare, mi lasciava un po’ perplessa come quando, guardando un film horror, la comparsa di turno vuole entrare nel cimitero in piena notte dopo aver sentito il pianto di un bambino. Insomma, tu che leggi/guardi stai lì a scuotere la testa perchè lo sai che quella non sarà mai una buona idea!

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In conclusione credo che Paolo Cabutto sia un buon autore e che, facendo tesoro dell’esperienza di questa pubblicazione, tirerà ben presto fuori uno splendido secondo libro che io non esiterò ad acquistare 😀

Scheda del libro

Editore: Talos Edizioni
Pagine: 185
Prezzo: 10.00 euro

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Memorie di un Cyborg – Alex Zaum

WhatsApp Image 2018-01-05 at 13.49.50Un bel giorno, girando distrattamente su Facebook, una foto cattura la mia attenzione. E’ un post della libreria barese “Zaum” (Ormai Prinz Zaum) e diceva così:
“Qualche giorno fa arriva la mail di un editore sulla posta di Zaum. Dice, tra le altre cose:
“Le scrivo, per indicare una novità editoriale di un autore barese vostro assiduo cliente che avrebbe piacere di vedere alcune copie del suo libro presso la vostra libreria.
L’autore si chiama XXXXXX e scrive sotto lo pseudonimo di Alex Zaum (a quanto sembra lo pseudonimo prende spunto dalla vostra libreria).”
Come dirgli di no?”
E io come potevo dirgli di no? Una bella copertina, un titolo che odorava di fantascienza, una trama che prometteva mondi apocalittici.. la decisione era presa, il libro (il giorno stesso) pure. Qualche mese dopo poi è l’autore stesso a contattarci proponendoci il suo libro. Era destino!

“Memorie di un Cyborg” mi ha tenuto compagnia durante le vacanze natalizie e devo dire che era esattamente la lettura che ci voleva dopo il periodo super stressante della tesi/trasferimento/lavoro.  Un libro perfetto per un’amante della fantascienza e del distopico come me.

Ci troviamo in un futuro apocalittico segnato dalle conseguenze della terza guerra mondiale. L’acqua è infetta, l’aria irrespirabile, la terra bruciata. Le città hanno perso lo splendore di un tempo e ogni cosa è più cupa, diversa. La società che conosciamo è decaduta in favore di una nuova, nella quale dopotutto sussiste ancora la più antica delle differenze: quella tra i potenti e gli sfortunati. Una fetta del mondo è gestito dalle cosiddette corporazioni che fondano il loro potere sul monopolio dell’acqua o sulle invenzioni in bio-meccanica. Il resto del mondo, i sopravviventi vivono come reietti della comunità, come veri e propri zombie sociali.

In questa cornice sconvolgente, il nostro protagonista Sean Parker, un cyborg, e il suo socio Christopher Tuttle vengono ingaggiati dalla Stilla Corporation per indagare su un misterioso furto, avvenuto in maniera del tutto inspiegabile, all’interno dei loro laboratori. Il furto in questione riguarda il Progetto 2037, sul quale aleggia un’ombra misteriosa: cos’è? Perché è tanto importante per la Stilla? Ma soprattutto chi l’ha rubato?

E’ compito del lettore scoprirlo e seguire le avventure dei personaggi, godendosi una lettura adrenalinica, dal ritmo incalzante e contornata da un’ambientazione affascinante. Ho tanto apprezzato anche quei piccoli riferimenti cinematografici (e non solo) disseminati per il testo, che mi hanno fatto capire che l’autore si “poggia” su solide basi anche dal punto di vista letterario (basta leggere all’inizio quali sono gli autori che lo hanno ispirato).
I personaggi, dotati di un’ottima caratterizzazione, pongono il lettore d’avanti a certe questioni etiche che donano punti di forza a questo romanzo di fantascienza. Lo stesso autore nella postfazione dice: “L’elemento di evasione è solo l’aspetto più evidente del genere fantastico. Per molti versi il fantastico è l’essenza del romanzo politico e, nello stesso tempo, di quello psicologico”. E io mi trovo pienamente d’accordo. Il motivo per il quale adoro Orwell, Auxley, Golding e i distopici in generale, è perché dietro il velo dell’intrattenimento e dell’esercizio di fantasia, si nascondono i simboli e le riflessioni. E cosa si potrebbe volere di più da un libro?

Sento di consigliare questo libro sia agli amanti del genere che non. Il racconto è sotto tutti i punti di vista molto interessante e il finale si snoda in maniera impeccabile tra colpi di scena e rivelazioni importanti.
Concludo dicendo che l’autore, Alex Zaum, ha intenzione di scriverne anche un seguito che noi di Leggendo a Bari saremmo felicissime di leggere. 😉

 


SCHEDA DEL LIBRO:

Editore: Eden Editori
Pagine: 432
Prezzo: € 15,00

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Follia – Patrick McGrath

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Ho concluso il mio 2017 con la lettura del libro di cui oggi voglio parlarvi: Follia di Patrick McGrath.

Follia è un romanzo che racconta e analizza i sentimenti umani e di come questi possano spesso portare ad azioni fuori da ogni logica. Il romanzo è narrato in prima persona da Peter Cleave, famoso e anziano psichiatra che racconta la travagliata e folle storia d’amore tra Edgar Stark, un suo paziente ricoverato nell’ospedale psichiatrico criminale, e Stella Raphael, la bellissima moglie di un suo collega, Max Raphael. Edgar è stato ricoverato in quanto colpevole dell’omicidio della moglie: vittima di ossessioni e paranoie ricorrenti su inesistenti tradimenti, Edgar dopo aver picchiato e ucciso la donna, ne ha brutalmente oltraggiato il cadavere, staccandone la testa e cavandone gli occhi. A lavorare nell’ospedale psichiatrico nel quale l’omicida è stato ricoverato, è da poco arrivato lo psichiatra Max Raphael, il quale si è trasferito insieme alla moglie Stella e al figlio Charlie in una casa situata all’interno della proprietà dell’ospedale. Annualmente l’ospedale organizza un ballo, al quale partecipano sia i pazienti sia i dipendenti dell’ospedale. E’ proprio in questa occasione che avviene il primo incontro tra Stella ed Edgar, che segnerà irrimediabilmente un cambiamento nella vita della donna. Quando Edgar inizia ad effettuare una serie di lavori manuali nel giardino della residenza dei Raphael, l’interesse e l’attrazione di Stella nei confronti di quell’uomo diventano incontrollabili e la portano ad intraprendere una relazione clandestina ed estrema che avrà delle conseguenze nefaste non solo sulla vita di Stella, ma su tutte le persone che la circondano.

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Per la prima volta Stella sentiva che era valsa la pena di saltare nel vuoto, perché alla fine avrebbero trovato il posto sicuro dove amarsi senza paura. E fu in quello spirito che fecero l’amore: senza paura, liberamente, mentre i treni rombavano sul viadotto nella notte. E Stella lo fece ridendo, gridando, urlando al magazzino intero tutta la vita che aveva dentro.

 L’intero romanzo è dunque incentrato sulle emozioni e sui pensieri di Stella e sulla inspiegabile follia che la porta ad innamorarsi perdutamente di un criminale come Edgar Stark. Non può infatti che trattarsi di un sentimento folle quello che lega Stella all’uomo: la donna non sembra minimamente spaventata dalle azioni che Edgar ha compiuto in passato e non sembra rendersi conto che l’uomo, profondamente malato, potrebbe compiere nuovamente quegli orrori e farle del male. Incurante di tutto, Stella è comunque fortemente attratta da quest’uomo, bruto ma fortemente passionale che è in grado di farle vivere delle emozioni forti che non ha mai provato in tanti anni di via coniugale. McGrath descrive dunque in maniera molto precisa come la noia e il piattume di un’esistenza senza stimoli come quella di Stella, l’abbiano portata alla ricerca smodata di una passione che potesse dare un senso alla vita stessa e che ne mantenesse accesa la fiamma. Questo porterà la donna ad allontanarsi dal tetto coniugale, abbandonando addirittura il figlio piccolo e a vivere una vita clandestina con Edgar, dopo che questi sarà riuscito ad evadere dall’ospedale psichiatrico.

Le donne romantiche, riflettei. Non pensano mai al male che fanno in quella loro forsennata ricerca di esperienze forti. In quella loro infatuazione per la libertà.

L’autore nel suo romanzo fornisce una descrizione psicologica indiretta anche degli altri protagonisti. Max è infatti descritto come un uomo completamente incentrato sul suo lavoro e sulla sua carriera, che sembra aver dimenticato che la moglie è una persona e non solo un bell’oggetto da mostrare ai propri colleghi. Max infatti non sembra fare attenzione a quelli che possono essere i desideri della moglie e non riesce infatti a rendersi conto del progressivo allontanamento della moglie e dell’inizio della sua relazione con quell’uomo pericoloso fino a quando non sarà troppo tardi. Lo psichiatra è infatti colpevole, se non quanto ma almeno in parte, degli eventi tragici che si verificheranno nella parte conclusiva della storia. Lo stesso Peter Cleave non sfugge all’analisi psicologica di McGrath e rimane un personaggio alquanto oscuro per tutto il romanzo a causa dei suoi sentimenti ambigui verso Stella ed Edgar.

McGrath non fornisce dei giudizi sui personaggi, ma ne descrive i pensieri e le azioni in maniera del tutto imparziale e dettagliata, lasciando al lettore il compito di interpretare e giudicare. La narrazione procede in maniera veloce, ad un ritmo incalzante che spinge il lettore ad andare avanti nella storia per capire fino a che punto la follia (o l’amore, che spesso sono concetti che si sovrappongano) possa portare l’uomo ad azioni estreme. Una lettura intensa, che fornisce molti spunti di riflessione e quindi fortemente consigliata.


Scheda del libro

Editore: Adelphi
Pagine: 302
Prezzo: 12 euro

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Van Helsing – Gianmario Mattei

[…] Infine, a questi due casi estremi, si accompagna una terza stirpe di uomini, di numero esiguo, a cui è stato concesso il dono di operare sia il bene attraverso il male, che il male attraverso il bene. Le loro sorti non sono gestite dal Fato, bensì direttamente dalla Divina Potestate, la quale si serve di questi suoi eletti agenti per perseverare in Terra l’equilibrio tra le forze antiche e antitetiche che lo animano. E alcuni di questi adempiono il loro compito con una tale perfezione, da far sì che l’onnisciente occhio di Dio si posi sulla loro primogenitura e sulle generazioni che da essa seguiranno.

Siamo nel dicembre del 1438, esattamente il 23 dicembre 1438, quando Boudjiewin Van Helsing fa ritorno in patria ad Amsterdam a seguito di diversi anni passati in giro per il mondo, ma soprattutto in Italia, per studiare e specializzarsi nelle arti mediche. Il rientro è stato richiesto esplicitamente dal padre poiché a breve ci sarà il fidanzamento della giovane Sonja Van Helsing con un importante principe.

Ma, già nel momento in cui Boudjiewin mette piede sul suolo olandese, iniziano a succedere cose strane. Infatti, da un deposito del porto, sopraggiungono delle urla strazianti e Boudjiewin, accorrendo insieme alla folla dei curiosi e alle guardie, si ritrova davanti un macabro spettacolo: un uomo, un marinaio italiano, sta quasi per morire dissanguato ad opera di un mostro di cui si vedono solo degli occhi gialli.

Facendo prevalere allo stupore e alla paura l’uomo di scienza, Boudjiewin soccorre il marinaio ma rimane ancora più sconvolto quando l’uomo chiede di essere ucciso invece che salvato. Portato dal suo vecchio maestro Salomon per curarlo sarà invece la morte che incontrerà il marinaio poiché egli è stato infettato da un malvagio virus che sta per trasformalo in un essere abominevole: un vampiro.

Questo evento segna l’inizio di una serie di vicende a cui il giovane non riesce inizialmente a dare un senso, passando da un atteggiamento di incredulità ad un altro di quasi rassegnazione al suo destino.

Il Fato desiderava altro per me, ne divenni conscio in quegli istanti benedetti da Dioniso: un futuro fatto di solitudine nutrita da malafede e da pericoli continui.

L’essere venuto a conoscenza dell’esistenza dei vampiri stravolgerà la vita di Boudjiewin e, dopo un tragico evento che coinvolgerà tutta la sua famiglia, intraprenderà un lungo viaggio con alcuni compagni con lo scopo di liberare il mondo della piaga dei vampiri.

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Gianmario Mattei, già scrittore di un’altra saga fantasy, si immerge nel mito dei vampiri e nella leggenda della famiglia da cui ogni cacciatore di vampiri discende: i Van Helsing. Mescolando sapientemente il mito, la componente fantasy ed eventi storicamente accertati, ci regala un romanzo avvincente e ben scritto.

La narrazione è fluida e scorrevole, i salti temporali gestiti al meglio anche grazie all’espediente del racconto tramite diario. Punto di merito alla giovane casa editrice che ha puntato su un cavallo che, almeno alla partenza, sembra essere di quelli vincenti. Attenderò con ansia la pubblicazione del seguito poiché questo era solo un piccolo, ma avvincente, assaggio.

Se non mi fossi sottoposto a tali forzature, sarebbe restata estranea ed incomprensibile alla mia mente la volontà del Fato, del Destino, di Dio o di qualsiasi altro nome si voglia dare a tale potenza che decise di rendermi attore della serie di intricate azioni che avvennero tra la realtà del mondo visibile e quello celato agli uomini. Ovvero, che noi Van Helsing e la nostra futura genia, dovremo ergerci a difesa dei nostri simili dai mali che dimorano nelle tenebre di questo mondo, ovunque questi si manifesteranno.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Edizioni 2000Diciassette
Pagine: 237
Prezzo: €16.00

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Che la festa cominci – Niccolò Ammaniti

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Che la festa cominci è un romanzo che può essere facilmente letto come una grottesca ed esasperata rappresentazione del degrado della società italiana e dei suoi malcostumi.

I protagonisti della storia sono lo scrittore Fabrizio Ciba e Saverio (detto Mantos) leader delle “belve di Abaddon”, setta ormai in crisi.  I due sono il centro della narrazione e di certo anche il punto forte del romanzo: due uomini diversi tra loro, con diverse vite, ma afflitti dallo stesso male: quella spasmodica voglia di emergere, affermarsi a tutti i costi, persino compiere un gesto clamoroso che permetta loro un’uscita di scena in grande stile. Fabrizio e Saverio sono due protagonisti capricciosi, che cambiano idea nel giro di poche pagine, e in questo molto veritieri.

A fare da teatro alle vicende abbiamo una sfarzosa festa a Villa Ada, organizzata dal corrotto imprenditore Sasà Chiatti per intrattenere i suoi ricchi e famosi ospiti, che si trasforma in una sorta di zoo safari dai risvolti tragicomici (più tragici che comici!).

Il romanzo è nel pieno stile Ammaniti: esagerato, satirico, caustico; la narrazione rappresenta al meglio il narcisismo di oggi: i personaggi sono ipocriti e desiderano emergere ad ogni costo. L’abile penna dell’autore ha tratteggiato soggetti molto realistici, paradossalmente proprio perché così privi di umanità.

Che la festa cominci è un romanzo pungente, soprattutto quando mette in mostra le mancanze dei suoi personaggi, la vacuità della loro vita, il paradosso elevato a normalità. Ammaniti è un maestro in questo, eccellente nel caratterizzare i personaggi, nell’architettare una trama originale, ma a differenza di altri suoi lavori (come ad esempio Ti prendo e ti porto via) qui la trama si perde un po’ sul finale.

 

Il romanzo è diviso in tre parti, la prima sicuramente più leggera e divertente in cui vengono soprattutto presentati i protagonisti, le altre due parti invece sono più narrative e il ritmo diventa più incalzante, però l’intreccio pian piano sfuma, diventa alquanto irreale, sembra quasi l’autore sia alla ricerca spasmodica di originalità. Nel complesso la parte finale risulta forzata e il romanzo ne perde, ho persino faticato nella lettura di alcune scene, mi riusciva difficoltoso immaginarne l’ambientazione, le vicende risultavano un po’ confuse.

Intreccio un po’ ingarbugliato a parte, credo l’irrealismo  sia stata  una scelta voluta, del resto l’esagerazione delle vicende è in linea con la storia in sé e con il concetto di fondo che Ammaniti voleva passare al lettore. Ovviamente con questi giudizi si entra nell’ambito del gusto personale, quindi questo aspetto può piacere o meno al lettore; una cosa però è certa: surreale è la parola che rappresenta meglio questo romanzo.

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Ho letto questa storia come fosse una rappresentazione del paradosso contemporaneo, una metafora della nostra vita odierna, e in questo il romanzo è molto critico e molto attuale. Ritengo personalmente sia importante leggerlo cercando di coglierne le sfumature e i parallelismi con l’epoca che stiamo vivendo e con le sue contraddizioni, altrimenti si rischia di non apprezzarne appieno il contenuto. 

Questo romanzo lo consiglio soprattutto a chi ha già amato Ammaniti, per chi invece lo legge come prima volta, un’avvertenza: è dissacrante, non adatto ai buonisti, per apprezzarlo probabilmente dovrebbero piacervi le storie scomode, che fanno riflettere, disturbanti, a tratti capaci di farvi accapponare la pelle. Se cercate quindi un autore che sia capace di coniugare uno stile scorrevole ad una trama originale non potete che puntare su Ammaniti, e se cercate una storia bizzarra, originale e ricca di spunti di riflessione, non potete non leggere che la festa cominci.

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Il velo dipinto di W. Somerset Maugham

La storia narrata ne Il velo dipinto di W. Somerset Maugham è una delle più classiche che si possano raccontare e per questo non è sicuramente l’elemento che più colpisce il lettore: una moglie intesse una relazione extraconiugale con un affascinante uomo, anch’egli sposato. Il tutto sembra procedere per il verso giusto fino a quando lei non ha la sensazione che la tresca sia stata scoperta dal marito. Il suo sesto senso pare avere ragione, il marito ha capito del tradimento subito e organizza la più spietata delle vendette: far comprendere alla moglie, tramite l’espediente della richiesta del divorzio da avanzare al suo amante, che egli, del cui amore lei è totalmente certa, sia in realtà un ipocrita egoista pieno di sé, decisamente poco intenzionato a lasciare la sua vita matrimoniale sicura e per certi versi priva di problemi, per l’ingenua donna per la quale professava amore eterno.

Con questa premessa sarà facile comprendere quanto l’elemento che rende il romanzo estremamente interessante e per nulla noiosa, quello che mi ha tenuta incollata alle pagine, sia non la storia in se quanto l’analisi psicologica dei personaggi che Maugham, con uno stile preciso ed estremamente curato, riesce ad attuare.

Il racconto si svolge ad Hong Kong e vede come protagonista la giovane Kitty, donna inglese che segue il marito batteriologo, sposato più per accontentare la madre preoccupata per il suo destino e per il futuro da zitella che pareva sempre più prossimo, che per amore. Ed il mancato sentimento la porterà a commettere adulterio nei confronti del marito Walter; il dolore, il dubbio, la colpa saranno i perni della narrazione. Ma se da un lato Kitty è la classica donna medio borghese, come la descrive il marito “ sciocca e frivola e una testa vuota. Le tue aspirazioni e i tuoi ideali erano banali e volgari” dall’altro è una donna che cerca di andare avanti e superare il terribile errore commesso. La scelta, dopo l’aver smascherato l’amante Charlie, di seguire il marito in una missione suicida scelta da lui a Men-tan-fu, zona nella quale imperversava il colera, una sorta di punizione finale per il tradimento subito, rivela una grande intenzione di redenzione.

In questo luogo Walter, come il lettore potrà ben aspettarsi, si ammalerà fino a lasciarvi la vita. Kitty non lo abbandonerà un attimo, lo accudirà e se ne scoprirà quasi innamorata, un amore frutto della conoscenza reciproca, un amore che sarebbe potuto accrescersi sempre più solo con il tempo dalla loro. Ed è da questo episodio che la donna riuscirà a riprendersi la propria vita; conscia di una gravidanza frutto (forse) del tradimento, Kitty, così messa alla prova dalla vita, dagli eventi e dalla sua superficialità, uscirà più forte di prima.

La sua sarà una evoluzione, una crescita in positivo, un avvicinamento alla spiritualità e all’affetto della sua famiglia di origine, frutto anche della vita che cresce dentro di lei.

Un romanzo banale nella storia forse, ma decisamente profondo per le emozioni che mette in luce e che per questo può rivelarsi una lettura adatta ai lettori più sensibili quanto anche ai più esigenti.

“Per questa volta lascia che parli con franchezza, papà. Sono stata sciocca, cattiva, odiosa. Sono stata terribilmente punita. Sono bene decisa a salvare mia figlia da tutto questo. Voglio che sia impavida e schietta. Voglio che sia una persona, indipendente dagli altri perché padrona di sé, e voglio che prenda la vita da persona libera e ne faccia un uso migliore di quello che ho fatto io.”

Scheda libro:

Editore: Adelphi
Pagine: 234
Costo: 11 euro