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Il velo dipinto di W. Somerset Maugham

La storia narrata ne Il velo dipinto di W. Somerset Maugham è una delle più classiche che si possano raccontare e per questo non è sicuramente l’elemento che più colpisce il lettore: una moglie intesse una relazione extraconiugale con un affascinante uomo, anch’egli sposato. Il tutto sembra procedere per il verso giusto fino a quando lei non ha la sensazione che la tresca sia stata scoperta dal marito. Il suo sesto senso pare avere ragione, il marito ha capito del tradimento subito e organizza la più spietata delle vendette: far comprendere alla moglie, tramite l’espediente della richiesta del divorzio da avanzare al suo amante, che egli, del cui amore lei è totalmente certa, sia in realtà un ipocrita egoista pieno di sé, decisamente poco intenzionato a lasciare la sua vita matrimoniale sicura e per certi versi priva di problemi, per l’ingenua donna per la quale professava amore eterno.

Con questa premessa sarà facile comprendere quanto l’elemento che rende il romanzo estremamente interessante e per nulla noiosa, quello che mi ha tenuta incollata alle pagine, sia non la storia in se quanto l’analisi psicologica dei personaggi che Maugham, con uno stile preciso ed estremamente curato, riesce ad attuare.

Il racconto si svolge ad Hong Kong e vede come protagonista la giovane Kitty, donna inglese che segue il marito batteriologo, sposato più per accontentare la madre preoccupata per il suo destino e per il futuro da zitella che pareva sempre più prossimo, che per amore. Ed il mancato sentimento la porterà a commettere adulterio nei confronti del marito Walter; il dolore, il dubbio, la colpa saranno i perni della narrazione. Ma se da un lato Kitty è la classica donna medio borghese, come la descrive il marito “ sciocca e frivola e una testa vuota. Le tue aspirazioni e i tuoi ideali erano banali e volgari” dall’altro è una donna che cerca di andare avanti e superare il terribile errore commesso. La scelta, dopo l’aver smascherato l’amante Charlie, di seguire il marito in una missione suicida scelta da lui a Men-tan-fu, zona nella quale imperversava il colera, una sorta di punizione finale per il tradimento subito, rivela una grande intenzione di redenzione.

In questo luogo Walter, come il lettore potrà ben aspettarsi, si ammalerà fino a lasciarvi la vita. Kitty non lo abbandonerà un attimo, lo accudirà e se ne scoprirà quasi innamorata, un amore frutto della conoscenza reciproca, un amore che sarebbe potuto accrescersi sempre più solo con il tempo dalla loro. Ed è da questo episodio che la donna riuscirà a riprendersi la propria vita; conscia di una gravidanza frutto (forse) del tradimento, Kitty, così messa alla prova dalla vita, dagli eventi e dalla sua superficialità, uscirà più forte di prima.

La sua sarà una evoluzione, una crescita in positivo, un avvicinamento alla spiritualità e all’affetto della sua famiglia di origine, frutto anche della vita che cresce dentro di lei.

Un romanzo banale nella storia forse, ma decisamente profondo per le emozioni che mette in luce e che per questo può rivelarsi una lettura adatta ai lettori più sensibili quanto anche ai più esigenti.

“Per questa volta lascia che parli con franchezza, papà. Sono stata sciocca, cattiva, odiosa. Sono stata terribilmente punita. Sono bene decisa a salvare mia figlia da tutto questo. Voglio che sia impavida e schietta. Voglio che sia una persona, indipendente dagli altri perché padrona di sé, e voglio che prenda la vita da persona libera e ne faccia un uso migliore di quello che ho fatto io.”

Scheda libro:

Editore: Adelphi
Pagine: 234
Costo: 11 euro

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Il mio cane del Klondike di Romana Petri

La mia Kira

Solo chi ha la fortuna di poter convivere con un animale, cane o gatto che sia, può comprendere quanto sia stata provante per me la lettura di questo romanzo. Il nuovo lavoro di Romana Petri Il mio cane del Klondike edito Neri Pozza usa il pretesto del racconto dell’incontro di una donna, insegnante precaria con un cane per analizzare qualcosa di molto più profondo; usando le parole dell’autrice “come si fa a perdonarsi per aver deluso un’anima pura anche se vestita d’atroce?”.

Il tema perno della narrazione è l’amore incondizionato verso qualcuno che può essere sbagliato ma capace di sentimenti sinceri, genuini e imperituri.

Il protagonista del romanzo, gli occhi che fissano il lettore con determinazione e insofferenza sono quelli profondi, distrutti ma anche pieni di vita e di voglia di amare, di Osac (questo è il nome scelto per lui dalla sua nuova padrona) o Osacchio come teneramente lo chiama la sua salvatrice.

Sì, salvatrice perché il loro incontro non sembra per niente essere stato frutto del caso. Il cagnolone morente ricoperto di pulci e sporcizia, attendeva la sua fine sul ciglio di una strada, la stessa strada che avrebbe percorso la donna voce narrante del romanzo.

“Lo dominava l’impeto della vita, la marea dell’essere, la gioia perfetta di ogni muscolo, di ogni giuntura, di ogni tendine, poiché questo era il contrario della morte, era ardore e violenza, si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante solo le stelle”-Jack London ne Il richiamo della foresta

Certi occhi non lasciano indifferenti e nonostante si possa percepire dagli sguardi la devastazione di un’anima che troppo ha sopportato per poter essere curata e ricostruita, un tentativo lo si fa ugualmente.

Questo ha deciso di fare la donna che si è ritrovata un demonio in casa. Nulla aveva a che fare con i cani da lei posseduti in precedenza.

Questo cane era riuscito a portare il Caos nella sua vita fino a poco prima ordinaria. Caos presente persino nel nome scelto da lei, quasi presagio di ciò che avrebbe sopportato.

Protettivo fino all’estremo, violento con tutti tranne che con lei, irrequieto e indomabile, Osac si insinuerà ben presto nel cuore della donna e del lettore.

Non si può negare, che affiancarsi a qualcuno di disturbato, che può essere un animale, un amico, un compagno, non solo mette a dura prova la resistenza psicologica e fisica di chiunque, ma rischia di distruggere anche il ricordo dei bei momenti passati insieme.

E così se all’amore incondizionato di cui è capace un cane si frappone altro, come in questo caso una gravidanza, le priorità cambiano, i sacrifici si decide di compierli per qualcosa di meno nocivo, per ciò che non danneggi ma migliori la propria vita e si scende a patti con la propria coscienza.

“Si va in campagna, caro mio!” Gli dissi intanto che di fronte a quei preparativi Osac non trovava pace. “Fatti una valigetta pure tu”.

Così Osac, il fiero amico, nero come la pece, innamorato della vita ma spaventato dell’abbandono, in campagna non resterà solo per un breve periodo ma ci passerà gli ultimi anni della sua vita.

La maternità cambia ed è con questo che dovrà fare i conti la protagonista. L’amore senza freni, le energie e i pensieri sono indirizzati solo al figlio tanto desiderato.

“Osac, mi devi credere e perdonare, ma sebbene involontariamente, senza nemmeno accorgermene, è stato tutto il resto dell’universo mondo, proprio tutto, inclusa me, che giorno dopo giorno, paragonato a questo figlio che mi cresco, si è trasformato in piscio di gallina.”

La debolezza dell’uomo, la sua incostanza e il racconto di quanto sia enorme la distanza che intercorre fra il sentimento puro e viscerale di un animale e quello materiale e con scadenza degli esseri umani, sono tutti argomenti che fanno riflettere. Chissà quanti presi dalle difficoltà, dai periodi problematici e frenetici della propria vita trascurano chi amano fino quasi a dimenticarsi della loro presenza…

Se volete commuovervi fino a star male, la storia di Osac, della sua lealtà, della sua disperazione sapranno farlo.

“Parlammo a modo nostro, come solo avviene tra un umano e un cane. Ci scambiammo il dolore ma senza unirlo, perché solo l’animale, quando c’è da soffrire, non si risparmia. Non ne conosce la maniera. E poi resta lì, aggrappato al suo corpaccio che promanava sempre calore, anche in quel pomeriggio di vento fresco. Aveva capito tutto da un pezzo, se non se ne andava era solo per sentimentale purezza, per quel candore che ci disarma anche se poi sappiamo sempre come ristabilirci.”

Scheda del libro

Editore: Neri Pozza
Pagine: 205
Costo: 16,00 euro

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Riparare i viventi di Maylis De Kerangal

“Cosa sia questo cuore umano, (…) cosa l’abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l’abbia stordito, cosa l’abbia fatto struggere- l’amore; che cosa sia il cuore di Simon Limbres, che cosa abbia filtrato, registrato, archiviato, scatola nera di un corpo di vent’anni, nessuno lo sa davvero.”

Il cuore. Da sempre considerato la sede dei sentimenti, quello che ci fa capire, se lo sentiamo battere in modo accelerato, che siamo in una situazione di pericolo o che siamo vicini alla persona che amiamo; quel luogo in cui si formano, maturano e crescono le emozioni più forti. Poco importa che tutto parta dal cervello; troppo poco poetico per contare davvero.

È tutto nel cuore. È questo il cardine del romanzo breve di Maylis De Kerangal Riparare i viventi.

La storia è quella di Simon ma potrebbe essere la storia di molti. Simon è un giovane ragazzo di diciannove anni che, di ritorno da una sessione di surf notturno con i suoi amici, è vittima di un incidente. Il van su cui viaggiava andava troppo forte. Un attimo e tutto si annebbia.

Inutile la corsa in ambulanza, il trauma subito è troppo grave. Coma immediato e morte annunciata.

Non posso negare che leggere questo romanzo non è stato semplice. Ad ognuno di noi è capitato di perdere qualcuno che si amava. Ai più sfortunati è toccato il compito che hanno avuto i genitori del ragazzo, Marienne e Sean, quello di decidere cosa farne degli organi del figlio: donarli e permettere ad altri di vivere o lasciare il suo corpo all’apparenza perfetto e vivo ma internamente distrutto, inutile, una scatola vuota?

“Bisogna pensare ai vivi (…), bisogna pensare a quelli che restano. Che fare Nicolas? Seppellire i morti e riparare i viventi.”

Ed è questa la strada che sceglieranno i due. Andare avanti non è mai stato così difficile. Il dramma dei due genitori, la lotta interiore che si troveranno a fronteggiare renderanno difficile al lettore non immedesimarsi nel racconto.

“Sono soli al mondo, la stanchezza li sommerge, è un maremoto.”

Sono stata più volte costretta ad interrompere la lettura.

Il linguaggio della Kerangal passa dal clinico e chirurgico, ( molti saranno i brani interamente dedicati alla medicina e alle procedure seguite nel trapianto e prima nella terapia seguita per Simon) al poetico e raffinato non lasciando spazio all’immaginazione. Il lettore è accompagnato per mano attraverso la distruzione che un evento del genere porta nella vita di chi lo subisce; è come un’onda, l’onda tanto amata dal Simon vivo, quella che lui cavalcava e di cui sapeva descrivere nascita, crescita e morte.

Ed è questa la metafora di vita usata dall’autrice; un ostacolo può interrompere prematuramente il percorso di un’onda facendola infrangere più o meno debolmente. Allo stesso modo un improvviso, brusco arresto può subire la vita di chiunque, distruggendo con la stessa forza di un cataclisma tutto ciò che si trova al contorno.

I personaggi che fanno parte della narrazione sono numerosi e ognuno di loro fornirà un ricordo del Simon vivo guidando il lettore verso la consapevolezza che sì, bisogna davvero scendere a patti con la propria disperazione perché in ogni cosa, anche in un semplice ricordo c’è vita.

Restare attaccati all’idea che un corpo intonso possa contenere l’essenza di una persona è pura follia.

“Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore traboccante, pieno, troppo pieno, quel cuore full?”

Bisogna andare avanti e pensare a chi resta.
Scheda del libro

Editore: Feltrinelli

Pagine: 218

Prezzo: 16 euro

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Challenger-Guillem López

 

#73

Challenger

Cape Canaveral, Florida 11:38 a.m.

Il conto alla rovescia è iniziato.Sono successe molte cose da quando gli occupanti della navicella spaziale Challenger sono saliti a bordo e hanno occupato i loro posti. Cose che sono strettamente legate a questa storia, anche se sono successe in altri posti, in altri momenti. È una cosa complicata che dipende, come tutto ciò che è complicato, dalla fede e dell’immaginazione.”

Non mi è capitato spesso di leggere qualcosa che non riuscissi a classificare. Challenger di Guillem López non ha una sola anima; non può essere limitato al genere romanzo di fantascienza, ma è qualcosa di più. Tutto parte il 28 gennaio 1986 con il lancio della navetta spaziale che ha dato il titolo al romanzo.


Ma le cose non andranno come da programma; la navetta infatti dopo soli 73 secondi dal suo decollo esploderà, riempiendo il cielo della Florida dei suoi detriti e illuminando con la forza della sua esplosione, pochi istanti della vita dei protagonisti attraverso lo schermo delle televisioni dalle quali i vari personaggi seguiranno la vicenda. Sì, perché questo è un racconto corale, un dipinto che per completarsi ha bisogno di vari colori, distinti, ognuno con la sua sfumatura precisa.

L’autore deciderà di dividere la narrazione in settantatré brevi racconti, ognuno autoconclusivo certo, ma legato ai successivi grazie a particolari elementi. Ed è questo ciò che più ho amato, il fatto che nonostante i vari microsistemi siano racchiusi nei confini del singolo racconto, siano solo il pezzo di un puzzle più grande e complesso, quello della Miami nella quale tutto si muove con la sua pluralità di voci e di storie.

Proprio per questo al libro è allegata la mappa della città, con i nomi dei vari protagonisti ed una timeline sulla quale ci si può appuntare l’ora in cui hanno luogo i numerosi eventi raccontati, e come un moderno Sherlock, cercare di trovare il bandolo della matassa.

“Che valore può avere la vita di un singolo in confronto alla rivoluzione? Che valore ha il suo beneficio in confronto al beneficio della specie? Che valore ha la sua sofferenza in confronto al mutamento delle coscienze di una nuova era?”

Oltre alle storie, nelle quali trovano voce tutti, dai bambini, alle liceali, ai professori, agli immigrati, molte sono le riflessioni di una profondità che non ci si aspetta.

Ecco una delle mie preferite

“Esiste un inizio? Esiste davvero? Come si può riconoscerlo nell’infinita catena di cause, conseguenze, previsioni? Il tempo ad esempio. Avrà una fine? Cosa c’era prima? Ci sarà qualcosa dopo? Ah, il tempo. La vera dimensione sconosciuta. La variabile ingannevole, contorta, schiva, gelatinosa che ci si insinua dentro, nelle viscere. (…)La realtà è là fuori, oltre lo specchio, è quel numero infinito di possibilità che si ripercuotono sul caos onnipresente, è ovunque e in nessun posto. Siamo figli dell’incertezza, in balia del nostro io più primitivo e vittime della casualità.”

Se vi piacciono le letture particolari, originali di quelle che ci sorprendono ad ogni pagina, leggetelo e consigliatelo a vostra volta.

“Vivere significa mantenere l’equilibrio e cercare di cadere il più tardi possibile, perché alla fine tutti cadiamo, tutti. Per questo è impossibile decidere la rotta dell’esistenza. Gli asteroidi viaggiano senza meta, spinti e attratti dalla gravità di altri corpi celesti. A volte si disintegrano l’uno contro l’altro. Nascere significa lanciarsi spinti dalla forza d’ inerzia del nostro retaggio, fatto di principi morali e di abitudini, in questo caotico ballo di forze invisibili e fluttuare da una parte all’altra della galassia, dell’asilo alla pensione. A che serve negarlo? Nessuno controlla niente.”

SCHEDA LIBRO

Editore: Eris Edizioni
Pagine: 401
Prezzo: 20 euro

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Presentazione La bambina e il sognatore-Dacia Maraini

Venerdì 26 maggio ho avuto l’opportunità di assistere alla presentazione del libro “La bambina e il sognatore” di Dacia Maraini alla Libreria Culture Club di Mola di Bari dove vivo. Dal momento in cui è entrata nella stanza nella quale si sarebbe tenuto l’evento, ho capito che avrei amato ogni sua parola.

Si è posta in maniera sicura, ha espresso senza filtri le sue opinioni e ha saputo conquistare tutto l’uditorio.

Siamo stati immersi nella storia sin da subito grazie alla lettura di un brano che ci ha dato modo di iniziare a fare la conoscenza di Nani Sapienza, il protagonista. Nonostante lei sia sempre ricorsa a protagoniste femminili, in questo suo ultimo romanzo il cardine della storia è un uomo, un maestro di scuola elementare, quel maestro che tutti avremmo voluto avere, spinto dall’amore per la conoscenza e la lettura.

Ma nella sua vita c’è un ombra; Nani ha subito una grave perdita, quella della figlia Martina, che ha distrutto il suo matrimonio, ma che non gli ha fatto perdere entusiasmo per il suo lavoro o positività nel porsi con i suoi allievi. Non si lascerà andare alla disperazione e cercherà in ogni modo di far appassionare i suoi studenti ai libri, leggendoli fiabe e stimolando la loro immaginazione e l’uso del ragionamento. Come la stessa Maraini afferma:

“L’informazione dovrebbe essere ricerca, dubbio, un interrogarsi e discutere sui grandi problemi che ci riguardano. Mentre spesso si cade nel sensazionale e nel patetico. Si cerca di colpire allo stomaco lo spettatore anziché farlo ragionare.”

Ma accanto alla parte razionale trova posto l’irrazionalità della dimensione onirica: un sogno che avrà come protagonista una bambina, Lucia, la stessa che la mattina dopo il maestro vedrà stampata sulle pagine del giornale, perché scomparsa, lo metterà alla prova.
Nani sente che la piccola non è giunta alla sua ora, come invece paiono credere tutti, e perseverando continuerà la ricerca, incontrandosi nel tragitto con se stesso.

Dall’intervista si è evinto quanto i temi dell’abuso e della violenza siano cari alla Maraini che li sviluppa in ogni sua storia.

Alla domanda “Da dove parte per raccontare degli abusi?”, lei ha risposto con una semplicità disarmante.

“Dalla realtà.”

Sì, perché a questo siamo soggetti quotidianamente; notizie di guerre, soprusi, verso tutto e tutti e spesso ci vanno di mezzo anche i bambini.

Per questo l’autrice torna spesso sul tema del sapere e dell’importanza della lettura come stimolo a porsi delle domande.

“La violenza va analizzata senza usare simbolismi. Bisogna comprendere i carnefici a volte vittime a loro volta.La violenza è una ferita sociale che riguarda tutti.”

A questo servono le fiabe nel racconto. In passato venivano usate per far conoscere il male in tutte le sue forme. I bambini in questo modo avrebbero imparato come difendersi essendo preparati. Oggi invece, colpa anche delle varie principesse di turno, la realtà viene edulcorata e resa troppo perfetta, come se il male fosse un concetto inesistente, sospeso, che non ci potrà mai riguardare.

Questo e molto altro mi aspetta fra le pagine di questo romanzo che si prospetta struggente.

Vi lascio con le parole che la Maraini ha pronunciato al Salone del Libro del 2016, che descrivono bene i motivi per i quali questa donna si può solo amare.

“amo i libri e amo moltissimo leggere, classici e libri moderni per cui molte conoscenze che ho del mondo mi vengono attraverso i libri. Quando sono andata per la prima volta a San Pietroburgo che si chiamava Leningrado ora si chiama di nuovo San Pietroburgo, io sono andata a cercare la Neva, sono andata a cercare i luoghi di Dostoevskij perché per me quelli erano i luoghi che avevo già percorso con la mia immaginazione. Chi legge è come se conoscesse altri luoghi attraverso i libri e questo da uno spessore ai luoghi e un calore, un mistero che è dato dal libro che tu hai letto. Il libro crea un qualcosa di forte, un rapporto fra il luogo e tu che leggi. …In ogni posto in cui vado mi porto dietro il mio bagaglio da lettrice. Non è solo un bagaglio, è una sensibilità, è un qualcosa che già conosco, che sta dentro di me e che ritrovo. È un rapporto molto emotivo. …”.

Scheda libro:
Autore: Dacia Maraini

Editore: Rizzoli

Pagine: 411

Prezzo: 20 euro

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Consigli pratici per uccidere mia suocera-Giulio Perrone

 

Non fatevi ingannare dal titolo! Consigli pratici per uccidere mia suocera non vi fornirà idee bizzarre su come sbarazzarvi di una suocera che odiate; vi farà sorridere, riflettere e poi pensare: “Questa potrebbe essere la storia di quel mio amico, quello perennemente indeciso, quello che non sa cosa ne sarà del suo futuro. E che gliene importa dell’età che avanza!!!”.Perché sì, il nuovo libro di Perrone racconta la storia di un uomo ordinario che lavora, come tanti, da precario nell’editoria, che non ha una vita sentimentale definita e che ha alle spalle un padre che può solo creargli problemi.

“Uno dei vantaggi d’essere stato bambino negli anni Ottanta è che i gusti del gelato erano pochi, scegliere era facile.”

Già dall’incipit del romanzo è chiaro che il protagonista del racconto ha sempre avuto problemi con le decisioni, persino le più banali.
Leo, questo è il nome dell’uomo, viene dipinto da Perrone come un bambinone eternamente combattuto fra il voler prendere posizione e il tirarsi indietro. Rifugge dalle responsabilità che per chiunque sono diretta conseguenza del crescere, del diventare indipendente.

Nonostante l’età non ha ancora un’idea precisa di ciò che ne sarà della sua vita.

La sua vita sentimentale, come se non bastasse, è in equilibrio precario: la sua ex moglie Marta, lasciata per una donna più giovane, diviene la sua amante e Annalisa, la giovane donna per la quale ha divorziato, diviene sua compagna. Come risultato Leo si ritrova conteso ma allo stesso tempo terribilmente solo; è come se non riuscisse a vedersi in futuro sistemato e con prole o comunque maturo. Consapevole di questo suo problema si avvarrà dell’aiuto di un analista.

“Ho inseguito i miei sogni a metà e ho lasciato che una folata di vento li portasse via.”

A questo quadro già estremamente delicato, si aggiunge la sua situazione lavorativa instabile che sta alla base del titolo del romanzo. Lo stravagante proprietario della casa editrice per la quale lavora ha spesso idee particolari e il trovare un modo originale per uccidere la suocera è solo l’ultimo strumento che ha per decidere chi far lavorare ancora per lui e chi licenziare definitivamente.
Le varie chat riportate nel romanzo oltre agli appunti di Leo sulle morti più bizzarre, saranno a mio avviso, le parti più divertenti del libro.

 “Su Yahoo! Answers, nota fonte di saggezza, un tizio chiede numi.La migliore risposta è: “E chi le ammazza a quelle!”.Un altro si dà a una riflessione escatologica:”Secondo me certe suocere nemmeno la morte le leva dalle balle”.Riesco a trovare anche un’altra perla di sapienza poco sotto: “Di solito un paletto di frassino piantato nel cuore è sufficiente… Altrimenti prova con la luce del sole o l’acqua santa…””

Personaggio estremamente originale sarà il padre scapestrato di Leo, Dustin, eterno playboy, sempre senza soldi e invischiato in traffici strani con gente poco raccomandabile.

Giulio Perrone riesce con maestria e intelligenza ad alternare all’ironia del racconto della vita di un uomo come tanti, che nulla ha di speciale o di rimarcabile da dire, un tono più serio, che lascia spazio a riflessioni profonde sul rapporto padre/figlio, sul come gli uomini di mezza età di oggi stiano cambiando, sulla direzione che può prendere la loro vita e sulla fondamentale voglia di scappare dalle responsabilità.

“La compassione è la conseguenza della mia incapacità di stare vicino alle persone, io non so assorbire il dolore, la paura, la difficoltà degli altri e farmene carico. In fondo non sono tanto diverso da mio padre.”

Forse però c’è sempre tempo per cambiare, per fermarsi a riflettere e decidere di dare un taglio col passato prendendo in mano il proprio destino.

Vi consiglio la lettura di questo romanzo perché, oltre a farvi divertire, vi farà pensare. I problemi non si eliminano semplicemente alienandosi dal mondo (come spesso Leo farà, spegnendo il telefono, non rispondendo a chiamate e messaggi), bensì prendendo di petto le difficoltà e decidendo concretamente cosa fare, iniziando davvero a vivere.

Ciò che evitiamo di affrontare non sparisce mai del tutto: ritorna più forte di prima fino a quando la matassa non viene sbrogliata e si giunge ad una soluzione.

Cliccando sul link troverete l’intervista che Ilaria, Daniela e io abbiamo fatto a Perrone che ringrazio ancora per la disponibilità.

https://leggendoabari.wordpress.com/2017/05/22/consigli-pratici-per-uccidere-mia-suocera-giulio-perrone-intervista-allautore/

Scheda libro:
Autore: Giulio Perrone
Editore: Rizzoli
Costo: 18
Pagine: 254

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La vita degli altri di Neel Mukherjee

36801992-3656-4052-80f2-875ffb96d5d3“Chi può sfuggire a ciò che fin dalla nascita ha scritto in fronte?”

Con questa frase che ritroviamo in una delle prime pagine, comprendiamo come quello che ci apprestiamo a leggere non sia solo un romanzo familiare, ma più un’analisi culturale e sociale della condizione in cui si trovano a vivere i bengalesi negli anni ’60.

Già dal titolo del romanzo “La vita degli altri”, ci aspettiamo che l’autore Neel Mukherjee nato a Calcutta e finalista con questo gioiellino del Man Booker Prize 2015, si comporti come un investigatore, una spia, che è ovunque e ci racconterà ogni particolare della vita della numerosa famiglia Ghosh protagonista della narrazione.

Siamo nel 1967 nel centro di Bhabanipur, uno dei quartieri più ricchi della Calcutta nord, catapultati nella quotidianità di questo miscuglio eterogeneo di personaggi che ben presto ci confonderà e destabilizzerà a causa anche dei numerosi appellativi e nomi che dovremo far nostri.

Nell’affresco familiare dipinto con maestria e grazia da Mukherjee, si staglieranno le figure di Baba e Ma e della famiglia di Adinath, erede che dovrà gestire le ricchezze dei Ghosh, Bholanath il più giovane della famiglia, dirigente della Charu Books, il secondogenito Priyo e Purba.

Ma le grandi fortune dei Ghosh non sembrano avere origini limpide e quello che accadrà dal ’67 in poi sembra quasi opera di una mente superiore che cerchi di punirli per lo sfruttamento e i guadagni derivanti dalla rovina altrui.

“Chissà com’è, farsi spremere fino all’ultima goccia di sangue (e di terre) senza poterci fare niente. È come finire nelle sabbie mobili: più ti agiti, più sprofondi? Quanto ci vuole per spezzare un uomo (spezzarlo fisicamente) come si spezza una bestia da soma che lavora sostenendosi con una minima parte della razione che gli sarebbe necessaria?”

Da questo sfondo di povertà e miseria, si fanno spazio le figure dei cinque figli dei Ghosh, quattro maschi e una femmina Chaya, scura come la pece, strabica e senza più possibilità di trovare marito nonostante gli sforzi dei genitori.
Poi ci sono i nipoti, gli emarginati, quelli che vengono relegati ai piani bassi della lussuosa palazzina a quattro piani in cui vivono, affinché non possano godere del lusso e del benessere della famiglia alla quale appartengono.

Il mondo femminile poi pare a se stante. I rapporti fra le donne della famiglia sono ricchi di invidie, rivalità, gelosie di ogni tipo, liti… persino fra madri e figlie non sembra esserci autentico affetto.

Di questo tomo impegnativo, vivo, ricco di spunti di riflessione non ci si annoia mai, fino all’ultima pagina, in quanto l’autore, con sapienti cambi di punti di vista, riesce a mantenere costante la nostra attenzione.

Si passa dalla storia dell’anziano Prafullanath, al morboso legame di Priyo e Chaya, al genio della matematica Sona, al servo accusato di furto, tutto permeato dall’atmosfera calda e in rivolta del Bengala degli anni ’60.

Proprio in relazione ai tentativi di ribellione della popolazione bengalese, figura importante e voce narrante parallela a quella dell’autore, sarà quella di Supratik, nipote maggiore dei Ghosh che deciderà di andar via di casa, abbandonando così un futuro certo e privo di preoccupazione per unirsi ai Naxaliti del Medinipur nell’ovest del Bengala, ribelli maoisti che con la violenza e la lotta armata reclamano la ridistribuzione delle ricchezze e delle terre per gli sfruttati lavoratori delle piantagioni di tè, quelli la cui vita conta e vale niente.

Le scelte politiche di Supratik, coraggiose ed estreme ci fanno pensare.

Anche noi al posto suo, nato fortunato in una famiglia abbiente e senza apparenti problemi, saremmo disposti ad abbandonare tutto per difendere un ideale? La paura ci frenerebbe?

Libro assolutamente consigliato specialmente per chi non è solo in cerca di intrattenimento ma di una lettura che anche dopo giorni ti lascia qualcosa sotto la pelle che senti farà parte di te per un lungo periodo.

Scheda libro

Autore: Neel Mukherjee

Editore: Neri Pozza

Pagine: 605

Costo: 20 euro

In collaborazione con Thrillernord