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Presentazione de Le notti blu di Chiara Marchelli

Il 17 giugno alla libreria Culture Club di Mola di Bari, Ilaria Amoruso e Nicole Zoi Gatto assieme alla giornalista Annamaria Minunno, hanno avuto il piacere di presentare Chiara Marchelli e il suo libro Le notti blu edito dalla Giulio Perrone editore.

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Di seguito vi riportiamo le domande e le risposte più salienti venute fuori dall’interessante conversazione con l’autrice.  (Per la recensione, la trama e saperne di più, qui )

Si può notare come lei abbia deciso di collegare ai ricordi, odori ben precisi e a loro modo forti e presenti nella mente dei protagonisti, come le acciughe all’inizio del libro o il latte e miele delle notti insonni di Mirko.
Come mai questa scelta?

Il libro comincia con un odore, e molto spesso i nostri ricordi sono legati a un odore, perché siamo fatti così, la memoria funziona in questo modo. La vita, la letteratura è fatta di pensieri e ricordi, di quello che sentiamo, proviamo, delle emozioni ma anche delle parole. Insomma siamo fatti a 360 gradi, siamo dei sistemi che pensano, mangiano, dormono, e ciò che cerco, quello che secondo me è la letteratura a cui io aspiro e ciò che la scrittura dovrebbe fare è restituire la vita così com’è. Per ciò non soltanto i pensieri, le emozioni, i nostri voli pindarici su quanto la vita possa avere valore e perché tanto è già stato scritto meglio di chiunque possa farlo oggi, mille anni fa, tanto vale gettare la spugna. Ma quello che ci possiamo fare è fare la nostra parte, è fare il nostro tentativo. E la vita per come la vedo io quando si scrive non bisogna descriverla; l’attenzione al linguaggio che ho dovuto e voluto porre per non scadere subito nel sentimentalismo affrontando un tema di questo tipo. E la vita va mostrata quando si scrive non va descritta, non va definita. Non credo che sia necessario raccontare per filo e per segno come è fatto un tavolino, per esempio. Si può benissimo dire che ha tre gambe ed è tondo e poi la vostra immaginazione fa il resto e così come lascio spazio all’immaginazione raccontando le cose, vorrei offrire un quadro più completo possibile di quello che succede in quel momento perché mi piace pensare che leggendo una pagina ci sia quello che esattamente succede, lo svolgersi della storia e di tutto quello che implica e quindi anche il vivere. Poi il fatto che le acciughe in questo contesto siano collegate a qualcosa di negativo e quello del latte e miele a qualcosa di positivo è contestualizzato alla situazione, nel senso che Michele stava mangiando le acciughe quando è successo e il figlio si è ucciso, ma poteva essere qualsiasi altra cosa, non c’è un’intenzione, è che le cose succedono anche in questo modo e molto spesso, appunto, per come funziona la memoria ogni volta che senti un odore vai allo stesso ricordo.

Lo stile del romanzo è chirurgico, asettico. Ma proprio per questo fa arrivare ancor più forte il dolore, il disagio, il grido della disperazione di Michele e Larissa, come mai ha scelto di raccontare così il dolore? Ed inoltre perché proprio soffermarsi sulla teoria dei giochi di Nash? 

Sempre da quando scrivo sono alla ricerca dello stile. Come facciamo tutti, un pittore cerca il suo modo di dipingere, chi canta la sua voce ecc e quindi è un percorso iniziato prestissimo, perché ho iniziato a scrivere prestissimo. Ho provato varie cose però piano piano già da parecchio tempo mi sono diretta su questo stile più essenziale possibile, anche perché prediligo in generale scritture così. La ricerca linguistica è sempre stata vigilata, per quanto mi riguarda, ma in questo caso a maggior ragione proprio il tema,  l’argomento era talmente delicato e il rischio talmente grosso che sbagliando una parola, mettendo un aggettivo di troppo si sarebbe rovinato tutto. Si rovina l’intento, l’impegno, si manca di rispetto. Affrontando un argomento di questo tipo io credo che si debba stare doppiamente attenti perché appunto basta un niente e si finisce nello sciacallaggio sentimentale che è una cosa che io volevo assolutamente evitare. Quindi con rigore ho scritto e poi riscritto, e poi fatto le revisioni fino a che addirittura talvolta quello che scrivevo era incomprensibile a me stessa perché ho tagliato talmente tanto che non capivo più cosa c’era scritto. Per cui ho dovuto fare il percorso inverso però avevo sempre in mente questo dictat che era il rispetto ma non il rispetto del dolore proprio perché il compito della letteratura è quello di indagare sui sentimenti, di rivoltare le cose di entrare dentro il dolore e cercare di esplorarlo per tentare di distillare la vita, sennò la letteratura non serve a niente. Antonio Tabucchi, Giorgio van Straten molto prima di noi dicevano che la letteratura non deve essere consolatoria, non deve servire a farci star bene, la letteratura dovrebbe aiutarci a farci pensare nel peggiore dei casi e a farci star male nel migliore dei casi, poi è anche un luogo dove si trova la cura perché lì c’è già tutto. Quindi per me era necessario evitare di sporcare la storia, la forma di rispetto era in questo senso.

E per quanto riguarda la teoria dei giochi: Michele che è un insegnante di economia alla Scuola di Economia di New York, mi è venuto un po’ fuori così. Doveva essere un professore di una materia scientifica perché così doveva essere il personaggio e quello che è successo a me è quello di cui parlano sempre Dacia Maraini che Camilleri e tantissimi altri, cioè che i personaggi si formano un pochino da sé una volta che hai delineato, che hai chiaro in testa più o meno come devono essere. Io non credo che siamo dei pazzi penso che la creatività funzioni in modo tale che tu parti da un’idea, da una suggestione, da un’intenzione e sei talmente dentro alla storia che i personaggi davvero si formano da sé. Ma nel frattempo abbiamo visto, filtrato, vissuto e conosciuto perciò vai anche a pescare laddove conosci. Il problema di Michele è che io mi sono accorta che sarebbe potuto essere un professore di economia trattante la teoria dei giochi, cose che non conoscevo affatto. Per cui ho studiato il più possibile, poi naturalmente prima di mandare il libro in stampa ho fatto correggere a chi ne sapeva, sbagli grandi non ne ho fatti anche perché non sono entrata così tanto nella teoria, a parte il teorema. E si è scelta da sé perché è perfetta per Michele, appunto parla dei i rapporti con le persone affinché trovino delle strategie per cooperare e arrivare ad un risultato comune e  più decente possibile per tutti. Michele, nei 5 anni che seguono il suicidio di Mirko  non soltanto insegna dei teoria dei giochi ma ci si rifugia, trova lì il proprio perimetro, i propri appigli perché così riesce ad andare avanti, perché così riesce a sopravvivere. Perché questa teoria assomiglia abbastanza alla sua vita, ma il quinto anniversario succede una cosa che rompe gli equilibri, quindi sfalda tutto quello che è stato costruito fino a quel momento che obbliga sia Michele che Larissa a fare una scelta, a quel punto lì, tutto ciò che è teorico e gli ha salvato la pelle fino a quel momento salta . E quindi anche nel libro, mi è stato fatto notare ma non me lo ricordo francamente, che all’inizio del libro la teoria dei giochi è molto presente e poi pian piano va sfumando, proprio perché in effetti l’evoluzione di Michele fa sì che la teoria dei giochi alla fine non abbia più senso.

Come è riuscita ad approcciarsi a questa tematica tanto forte? Ha attinto alla sua esperienza personale?

E’ stato difficile perché è un dolore grande ed è una cosa che grazie al cielo non è toccata a me, se fosse toccata a me invece sarebbe stato tremendo e non so se sarei stata in grado di raccontarlo, ma dato che non è successo, ho potuto fare riferimento soltanto a quello che ho vissuto fino ad adesso, quindi alla mia esperienza, alla mia osservazione, al mio ascolto, ed è stato estremamente faticoso scrivere questo libro. Ricordo che alla presentazione del libro che ha preceduto questo  alla classica domanda se stessi scrivendo qualcos’altro, dissi di si (ed era le notti blu) e mi chiesero come fosse scriverlo ed io risposi “faticoso, è una fatica” ma davvero non riuscivo a dire altro, era incastrata in un punto della narrazione, non riuscivo ad andare avanti perché non mi rendevo tanto conto di stare entrando così tanto dentro a un tentativo dell’esplorazione dei sentimenti di questi due genitori.  Ho molto sofferto scrivendola, è stato faticoso perché a ogni passo c’era un passo dopo , c’era un livello successivo, verso l’alto, verso il basso, ogni volta che entravo nei loro dialoghi, nel loro individualismo, nella loro separazione, nell’unione  dentro al dolore, c’era qualcosa che si aggiungeva.
Si fa tesoro degli strumenti della scrittura che sono  oltre alla lettura, l’osservazione della vita, l’ascolto delle persone, la distanza perché bisogna essere anche un po’ feroci secondo me, per scrivere. Non fermarsi al pudore dell’argomento ma entrare con pudore nell’argomento, nel dolore, nella gioia, nella storia. Oggi mi è successo di avere una conversazione molto intima con una persona che mi ha regalato un segreto, e allora poi cosa fai? Lo usi  perché se scrivi della vita, se scrivi delle cose così come sono, di questo dolore o ne fai qualche uso o non fai lo scrittore.

La narrazione è disposta su tre luoghi diversi: New York, Genova e la Valle D’Aosta, come mai questi luoghi in particolare? Inoltre, sia Larissa che Michele, esprimono la perdita di Mirko in modo differente. Del tutto. Come mai ha scelto di concentrarsi prevalentemente sul dolore di Michele e non su Larissa, la madre di Mirko?

Questi 3 luoghi sono necessari perché sono i miei (la Marchelli è nata ad Aosta e vive a New York). Non ho una fortissima, sviluppatissima immaginazione, perciò non riesco a inventarmi un luogo, generalmente riesco a occuparmi di ciò che conosco. Ad un certo punto mi sono trovata nella mia vita, nella mia geografia interiore e nella scrittura a molti bivi ma soprattutto ad un blocco,  non riuscivo più ad ambientare le storie ad Aosta, perché non ci vivevo da troppo tempo, non sapevo più dove fossero i negozi, i nomi delle vie, gli odori, non vivendolo più non sapevo più riportarlo esattamente. Sono un po’ ragioniera nell’ambientazione del personaggio, devo conoscere tutto a menadito e poi magari uso un centesimo di tutto però se non ce l’ho, non riesco a scrivere. E arrivata a quel punto lì mi sono detta che non potevo ambientare solo tutto a New York, non me la sentivo, non è la mia casa, non è la mia identità, lingua e allora mi sono fermata per un pochino e poi ho capito che dovevo fare il punto con quello che avevo, nonostante questa cosa che di mescolare le mie geografie, scrivendo in italiano ma vivendo in inglese, andando avanti e indietro tra gli Stati Uniti e l’Italia, non appartenesse a nessun genere letterario riconosciuto. Sono fuori dagli schemi.
Sono uscita dal problema usando le cose che c’erano a disposizione e perciò ho scritto come soltanto posso scrivere cioè muovendomi tra questi vari territori. Inoltre generalmente quando parlo d’Italia si tratta o di memoria o di famiglia cioè quello che per me l’italia è oggi, mentre New York è il quotidiano, il lavoro. Ho formato un’identità personale e letteraria a sé che adesso è la mia cifra, non saprei fare altro.

Per quanto riguardo il punto di vista maschile, mi è sempre venuto istintivo parlare dal punto di vista maschile e può essere per varie ragioni o perché possiedo una parte di me molto maschile, che ragiona in un modo molto maschile, e quindi ho familiarità con il genere oppure il contrario cioè che prendo una tale distanza dal genere, osservo con una tale attenzione che non rischio di immedesimarmi perché ogni volta che ho tentato di scrivere dal punto di vista femminile, parlando magari di una persona della mia età sono cascata nella tentazione miserrima di parlare di me stessa, e non è un peccato parlare di sé, ma non so farlo io, mi annoio mortalmente e penso di essere estremamente noiosa mentre lo faccio. Quindi è meglio per me, se devo parlare al femminile così come ho fatto per Larissa affrontarlo dal punto di vista di una persona che non ha la vita che ho io, che è lontano da ciò che sono.

Ma passiamo a Caterina, la moglie di Mirko. Già è difficile perdere qualcuno che si ama, ma scoprire che la persona con la quale si condivideva la vita nascondeva in realtà un segreto credo sia devastante. Come è riuscita a raccontare questo personaggio che mi ha dato la sensazione fosse destinata a un ruolo di maggiore rilievo nel racconto, poi ridimensionato?

Nelle mie prime stesure del romanzo, Caterina aveva molto più spazio , ma sono stata spietata, l’ho tagliata, una grande metà. L’intenzione iniziale era di dare tre punti di vista diversi, ma poi diventava un libro corale che non ho saputo scrivere. E allora da una parte mi sono concentrata sempre di più sul punto di vista di Michele e mi è interessato sempre di più entrare nel punto di vista di un padre che perde un figlio, di un marito, di un suocero. Dall’altra parte però ho sofferto nel tagliare Caterina, mi è dispiaciuto perché è vero che meritava di più, insomma è protagonista di quel dolore tanto quanto gli altri però a me era venuta fuori livida, troppo mono dimensionale. Se dovessi riscrivere “Le notti blu” dal punto di vista di Caterina verrebbe fuori una tavola, un sentire e un pensare quasi legnoso, perché lei in quel momento della storia è ancora bloccata là, non ha fatto nessuna evoluzione, è ancora inferocita, tradita. Quindi quando ho capito che mi allontanavo dall’intento che è appunto quella della vita e non della morte, ho capito che era necessario tagliarla.

Che legge di solito Chiara? Quali sono i libri della sua vita e quali invece quelli che l’hanno accompagnata durante la stesura del romanzo?

Allora i miei libri non saprei elencarli, non so mai rispondere a questa domanda. Sono abbastanza onnivora, ho iniziato a leggere tardi per uno scrittore (secondo me) a dodici, tredici anni ma più seriamente al liceo mi sono bevuta tutti i russi, poi i francesi e gli inglesi ( i classici). Poi, dato che mi sono laureata in lingue orientali, ho avuto tutto il momento della letteratura orientale e poi ho maturato gusti sempre più contemporanei, ultimamente la Ernaux, Lucia Berlin, Marguerite Duras, Alice Munro , Roth, Hemingway, lui mi piace perché è un furibondo, un feroce. Durante la stesura de “Le notti blu” forse già leggevo la Ernaux, ma non me lo ricordo con esattezza, a furia di scrivere sono riuscita ad operare una distinzione tra quello che leggo e quello che scrivo. Ci sono degli scrittori che si rifiutano di leggere mentre scrivono perché sono come delle spugne, io divento spugna nei confronti delle cose, delle persone, dei dialoghi, di quello che posso rubare dalla vita, ma non tanto nei confronti degli scrittori. Lo divento di più quando non sto scrivendo perché sono alla ricerca di idee, cambiamenti di stile, mi piace tentare di cambiare sempre.

Cosa sono per lei Le notti blu, esistono nel suo mondo? 

Le notti blu esistono perché sono un po’ le notti di tutti no? Blu in particolare perché questo blu è un illusione, quello che noi vediamo è un’illusione, quindi è anche una metafora della vita. Quello di cui siamo assolutamente certi, molto spesso non è così, fortunatamente o no. Poi le notti se sono insonni,  sono anche mie perché a tratti soffro di insonnia. Se sono notti come quelle di Mirko in cui ci si immagina, cresce, ama, ovviamente si, secondo me le notti blu sono un po’ le notti di tutti. Poi di autobiografico in questo libro c’è pochissimo se non la sistemazione del mondo, il filtro attraverso cui scrivo. Roth dice questo: non è l’importante quello che io chiamo l’anagrafe dentro ai libri e lui  l’elemento autobiografico, vero, infatti, poco dovrebbe avere a che fare con la vita dello scrittore, dovrebbe invece avere a che fare con ciò che lo scrittore decide di raccontare quindi l’argomento che sceglie, i personaggi che abitano il libro, i meccanismi, i sentimenti, i pensieri che trasferisce dentro ai personaggi perché in qualche modo o sono i tuoi, o sono quelli che hai assorbito dagli altri, quindi io taglio sempre l’elemento autobiografico o biografico perché mi piacerebbe andare a toccare delle corde che sono universali.

Una presentazione ricca di emozioni e di spunti quella della Marchelli, una scrittrice attenta e sublime che ringraziamo per aver apprezzato e risposto alle diverse domande.

 

 

 

 

 

 

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The Gift – Rebecca Daniels

the-gift-vKINDLEC’è un mondo inesplorato nella nostra mente. Un mondo fatto di paure e angosce, dove nascondiamo ciò che non vogliamo affrontare, ciò che non vogliamo ammettere a noi stessi. Ed è in quel mondo che Katie Corfield agisce. Pian piano porta con sé i dormienti verso la luce, verso la realtà. Perché questo è il suo dono, il suo compito.

The Gift parla di Katie, una ragazza di venticinque anni che in seguito ad un incidente ha acquistato la capacità di entrare nella mente di chi è in coma per riportarlo in vita. E non è sola, con lei c’è il suo amico Matt, la sua ancora di salvezza che le impedisce di perdersi nei ricordi di chi deve essere riportato indietro.

Ma se Matt non ci fosse? Se Katie fosse sola ad affrontare i pensieri degli altri ed i suoi?

Perché non si tratta soltanto di scontrarsi con le paure degli altri, ma anche di combattere le proprie, di capire fino a quanto la mente umana possa spingersi, cosa si possa realmente fare per aggirarla.

The Gift non è un semplice thriller ma anche un modo per analizzare cosa spesso ci sia dietro un nostro comportamento, un nostro atteggiamento, cosa ci blocchi, cosa ci porti a raggirare l’ostacolo e a fermarci.

Katie dovrà affrontare una dura prova in una situazione diversa dal solito. Riuscirà a salvare Daniel, il figlio di un importante boss di Boston?

Un libro assolutamente consigliato, in cui vi perderete. La Daniels ci accompagna fin da subito con uno stile avvincente, pulito e incalzante, delineando alla perfezione personaggi ben differenti fra loro. Soffermandosi anche su temi importanti come il rapporto padre-figlio, la violenza, la rabbia, la famiglia. Quanto si è disposti a rischiare per chi si ama e quanto invece lo si fa per se stessi? Un romanzo che vi farà riflettere senza mai annoiarvi.

 

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Scheda del libro

TITOLO: The Gift (Katie Corfield – Libro I)
AUTORE: Rebecca Daniels
GENERE: Thriller Sovrannaturale
PAGINE: 240
PREZZO: 3,99 ebook 12,90 cartaceo
DATA DI USCITA: 19 giugno 2017

LINK DI ACQUISTO ebook: https://goo.gl/kLDCiG

cartaceo: https://goo.gl/iua2VQ

SINOSSI

Katie Corfield ha un dono: riesce a entrare nella mente delle persone in coma, a guidarle in sogno e infine a riportarle in vita. Con l’aiuto di Matt O’Brien, suo amico e assistente, è riuscita a salvare molte persone. La fama è però un’arma a doppio taglio e Katie lo scopre sulla sua pelle quando viene rapita dal boss Alexander Mancini. L’uomo, incurante delle guerre tra clan che stanno dividendo Boston, ha il solo obiettivo di salvare il figlio Daniel, caduto in coma dopo un tentato omicidio. Mentre Katie è costretta a intervenire da sola in una situazione in cui fallire equivale a morire, Matt cercherà in tutti i modi di raggiungerla nel disperato tentativo di salvarle la vita. Rischiando di perdere se stessa nei violenti ricordi di Daniel Mancini, Katie scoprirà che l’aggressore del giovane è molto più vicino di quanto creda.

L’AUTRICE
Rebecca Daniels nasce e vive a Boston, dove lavora in un’azienda farmaceutica. The Gift è il suo primo romanzo.

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Salone Internazionale del libro Torino – 2017


Buongiorno a tutti, siamo qui in questo articolo di gruppo per parlarvi della nostra esperienza al SalTo di quest’anno! Io (Lydia) sono andata venerdì 19 maggio 2017. E’ stata una bella esperienza, vissuta anche l’anno scorso. I padiglioni erano ricchi di stand tra i più disparati, dalle case editrici minori, a quelle grandi, dagli stand dedicati alle regioni e alle forze armate a quelli di tema vario. Ho iniziato il mio giro notando subito uno stand a tema Potteriano che vendeva magliette di Harry Potter, delle case, dei doni della morte, dello stemma di Hogwarts, ma purtroppo la mia indecisione ha fatto sì che dalla mattina ho acquistato la maglietta di Corvonero solo nel pomeriggio (mannaggia al non saper scegliere :P). Dal punto di vista degli acquisti di libri, dal momento che chi mi conosce sa che compro libri praticamente tutti i mesi, ho optato per acquistare solo titoli che mi colpissero tanto, infatti ho preso dallo stand di Libraccio (siano santificati i libri usati) “Jane e la disgrazia di Lady Scargrave”  di Stephanie Barron e dallo stand Neri Pozza “Ritratti di artista” di Susan Vreeland, approfittando dello sconto del 20% sui libri della collana Beat. Pochi acquisti quindi, ma, come si suol dire, pochi ma buoni!Ho avuto modo di vedere tanti libri e di respirare l’aria che piace a me. Nel tardo pomeriggio poi ho avuto modo di farmi fare l’autografo alla copia nuova (comprata apposta per l’occasione) di “Oceano mare” da Alessandro Baricco, dopo l’evento in cui dialogava con Jan Brokken alle 17.30. Ho concluso la mia giornata con grande soddisfazione, con una shopper e un quadernino di Appunti magici regalati e con la voglia di prenotare già i voli per il prossimo anno! Unica pecca di questo Salone?I prezzi esorbitanti del cibo!!! 5,50€ per un Hot Dog e 3,50€ per una coca cola..mi ci potevo comprare un altro libro!:P  Ah..e non dimentichiamoci della simpatia della Littizzetto che ci ha concesso un selfie! -favole94

Per me invece (Ilaria) questo è stato il primo Salone. Non riesco realmente a spiegare la sensazione di emozione che ho provato entrando in fiera. Già fuori dalla metropolitana, mi sono sentita battere forte il cuore, poi in fila per convertire l’accredito, ho realizzato che ero lì, con il pass stampa, vicino al mio mondo. Perché per chi ama i libri, la carta, le copertine, la lettura, ciò che c’è dietro, il Salone è il Paradiso. Un Paradiso unico. Ho potuto trascorrere lì ben 3 giorni, venerdì, sabato e parte della domenica, e ho passato gran parte del tempo a gironzolare tra i vari stand. Conoscere autori, dialogare con chi lavora, scoprire le novità, è stato per me il massimo. Ho avuto il piacere di poter conoscere Chiara Marchelli, finalista al Premio Strega con le Notti Blu, una persona bellissima e disponibile, la cui presentazione è stata interessante e mi ha incoraggiata a voler lavorare in questo piccolo grande mondo. Ma non solo, ho potuto ricevere uno splendido disegno da Mirka Andolfo, autrice di Contro Natura, conoscere Emily Witt, autrice di Future Sex, edito da Minimum Fax.
I miei acquisiti sono stati molti e ho dovuto cercare di contenere le mie finanze. Ho scoperto, tra l’altro, anche piccole case editrici con delle piccole chicche, come la Eris edizioni, che ha pubblicato Challenger di Guillem Lopez (ovviamente acquistato!) e Racconti edizioni, con un catalogo troppo interessante da cui ho scelto Famiglie Ombra di Mia Alvar. Assolutamente da menzionare, Liberaria (casa editrice barese) per la calorosa accoglienza, la gentilezza e i titoli magnifici in catalogo.
Questo Salone è stato travolgente, il tempo è volato velocemente e purtroppo non ho potuto dedicarmi a molti eventi; ho preferito assaporare la scoperta della prima volta, di girare tra i vari espositori, di godermi l’eccitazione trasmessa dal momento. Sicuramente un’esperienza da rivivere che consiglio anche voi, se come me, amate anche solo annusare la carta stampata! – ilariamoruso

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Per me (Nicole) quello di quest’anno è stato il primo salone al quale io abbia partecipato, perciò potete ben capire che mi sono spesso sentita sopraffatta da tutta quell’abbondanza di libri!

Sono arrivata a Torino giovedì sera e ho iniziato a godere del SalTo dal venerdì mattina. La sensazione meravigliosa e a tratti destabilizzante del sentirsi parte di un mondo che fino a poco tempo prima sembrava così distante, ha reso questa esperienza indimenticabile e ovviamente oggi, a solo una settimana di distanza, mi ritrovo a sperare che quest’anno passi velocemente solo per poterla rivivere.

Ho avuto modo di vagare con sguardo sognante per i vari padiglioni, bramando ogni titolo sul quale posavo gli occhi ed esaltandomi come una bambina alla vista delle nuove edizioni di una delle mie case editrici preferite, la Minimum Fax.

Sembrerà scontato, ma la parte più emozionante è stata il poter parlare con i responsabili degli stand che, per la Neri Pozza in particolare e per la Minimum, si sono rivelati gentili, preparati e disposti a consigliare proprio come farebbe il libraio di fiducia sotto casa, mossi solo dalla passione per i libri e per il loro lavoro. Gli acquisti sono stati tanti, come vedrete, perché ho deciso di partire e di farmi del male, per tornare poi senza rimpianti.

Uno fra gli incontri più belli: quello con Chiara Marchelli autrice de Le Notti Blu, libro che io e Ilaria presenteremo a giugno e candidato al Premio Strega; disponibile, genuina e appassionata nel parlare del suo romanzo.

E poi la fila per Zerocalcare, che mi ha portato via tutte le energie rimaste ma è valsa una dedica, Simona Binni alla Tunué col suo Silverwood Lake, Guillem López con Challenger alla Eris, Emily Witt alla Minimum, Saviano e Mauro Corona visti di sfuggita, Anna Giurickovic Dato autrice de La figlia femmina alla Fazi, la Littizzetto che ci ha concesso una foto di gruppo, lo stand dedicato a Harry Potter… ma soprattutto i libri, meravigliosi nella loro imponenza.

Non posso che consigliare a tutti voi di prenotare già i biglietti per il prossimo anno! Spero che le nostre impressioni vi siano piaciute e servite a farvi respirare l’aria del Lingotto almeno un po’. Per quelli di voi che ci sono stati, siamo curiose: condividete con noi le vostre impressioni!

Nicole

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Giulio Perrone, intervista all’autore

Noi di Leggendo a Bari abbiamo avuto la possibilità di incontrare, al “Caffè d’arte Dolceamaro” di Bari, lo scrittore ed editore Giulio Perrone che ha presentato il suo nuovo libro Consigli pratici per uccidere mia suocera edito da Rizzoli.  Un evento davvero interessante, una chiacchierata con l’autore, moderata da Maria Grazia Rongo, in cui abbiamo potuto conoscere meglio il suo lavoro, il suo scritto, il percorso che lo ha portato a questo.
In questo romanzo Perrone narra le vicende di Leo, dipendente di una casa editrice diretta da un personaggio alquanto singolare, Enea, che assilla i suoi collaboratori affinché trovino, al suo posto, l’espediente giusto per far si che la suocera muoia alla fine del libro che sta scrivendo.

Leo non ha concluso nulla nella sua vita, un po’ come suo padre, Dustin, un personaggio macchietta, arricchito dalle sue stravaganti storie. In bilico tra la sua ex moglie, ora amante, e la sua compagna. E ancora una volta non sa scegliere.

Con questo romanzo, Perrone si focalizza su un genere diverso rispetto a quello del suo primo lavoro, L’esatto contrario, ma rimane ben saldo sull’usare un personaggio maschile perché è il punto di vista di un uomo quello che gli interessava far uscire fino in fondo.  Uomini che però qui sembrano essere meno forti a decidere della loro vita rispetto alle donne, ovvero Annalisa e Marta.

Un incontro con Perrone per conoscere un romanzo sui rapporti amorosi, lavorativi, tra padre e figlio, sulla scelta e sulla risoluzione della vita. Riuscirà Leo, un artista della fuga, a smettere di correre?

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Maria Grazia Rongo e Giulio Perrone durante l’incontro del 4 maggio al “Caffé d’arte Dolceamaro” a Bari

A fine presentazione, inoltre, abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchere con l’autore dando vita ad una piccola intervista che qui vi riportiamo.

L’ambiente editoriale può essere ostico così come si legge nel suo libro? Personaggi come Enea esistono realmente in questo mondo che noi lettori tendiamo a mitizzare?

Diciamo che Enea Ranieri Malosi è un editore piuttosto sui generis e per fortuna non direi che esistano degli editori esattamente uguali a lui. Mi sono divertito a raccogliere nel suo personaggio un po’ tutte le follie, le fissazioni e i tic degli editori che conosco, me compreso. Detto questo l’ambiente in cui ormai mi muovo e lavoro da più di dieci anni è sicuramente complesso e ricco di sfaccettature anche ostiche a volte. Penso tuttavia che continui ad essere, quello che faccio, il lavoro più bello e sicuramente appassionante del mondo.

Dustin è una figura paterna un po’ particolare ma molto attuale, com’è avvenuta la creazione di questo personaggio? Perché ha deciso di inserire questo personaggio controverso nella già problematica vita del protagonista?

Il rapporto padre-figlio è qualcosa che mi interessa e per certi versi ossessiona da sempre. Non in quanto abbia avuto un padre come Dustin per fortuna ma perché credo che si tratti di uno degli snodi fondamentali della vita di una persona e soprattutto di un uomo. Il protagonista soffre di una profonda crisi e precarietà emotiva che viene alimentata da tanti fattori, compreso questo padre, prima del tutto assente, e poi così incredibilmente presente nella sua vita ma non nel ruolo che gli spetterebbe. Penso che un ragazzo non ancora diventato uomo come Leo non potesse non avere un padre tipo Dustin.

E’ stato difficile immergersi nel focus di Leo e provare a trasmettere le emozioni e i sentimenti di questo personaggio, comprese le difficoltà sia lavorative che sentimentali? Si ritiene soddisfatto del lavoro fatto o ha qualche “rimpianto”, magari di qualcosa che ha preferito omettere al momento ma di cui poi si è pentito?

Devo dire che nonostante la mia vita sia un po’ distante da quella di Leo, non ho fatto fatica ad immedesimarmi come del resto mi hanno confessato molti lettori uomini. Questo perché al di là delle contingenze di vita, le sue preoccupazioni, i suoi cedimenti, la sua fragilità fa parte forse di molti di noi in modo diverso. Viviamo un periodo in cui sicuramente i quarantenni non brillano per fermezza e decisione. Stiamo attraversando un periodo di transizione all’interno di una società che continua a cambiare e ci rende sempre meno sicuri di tutto quello che ci circonda.

Durante la presentazione si è accennato al suo precedente lavoro, “L’esatto contrario” che, a differenza di questo nuovo lavoro, è un giallo a tutti gli effetti. Ha già spiegato come il protagonista, Riccardo, abbia esaurito tutto quello che aveva da dire e che, per questo, non ha sentito la necessità di creare un altro romanzo. Nella sua decisione può aver influito la “paura” di essere poi etichettato come autore di genere e di non riuscire più ad uscirne? E quanto è stato difficile passare da un registro all’altro in fase di scrittura del nuovo libro?

Devo dire che non mi sono posto il problema del genere o del rimanere etichettato perché credo (anche da editore) che sia necessario andare oltre questi ragionamenti e pensare solo agli scrittori e ai libri. Detto questo sicuramente la storia di Leo non poteva in alcun modo presupporre una trama noir. Si trattava di una storia molto diversa anche se ravvedo molti punti di continuità tra i due libri nello stile e nel tono della narrazione. Anche se questo, nel bene e nel male, lo sento molto più mio come autore.

Andando un po’ più sulla sfera personale, lei passa da essere il direttore della Giulio Perrone Editore ad essere semplicemente Giulio Perrone, autore per Rizzoli. E’ difficile il passaggio tra le due condizioni? E, soprattutto, le due attività sono facilmente conciliabili?

Secondo me sono due rette parallele o almeno io le vedo così. La scrittura è uno spazio che mi piace tenere molto distante dalla mia attività di editore che è il vero lavoro, quello che faccio quotidianamente e che continua ad appassionarmi. Sono due ruoli molto distanti per responsabilità e impegno ma anche per quello che possono darti in termini di emozione. La cosa che li accomuna credo sia la dedizione e l’amore verso le storie. Da raccontare o da pubblicare.

Scommettiamo che tutti i lettori si stanno ponendo la stessa domanda: come ha preso sua suocera il titolo del libro?

Inizialmente con un po’ di disappunto, ma poi si è divertita a leggerlo prima di tutto perché parliamo di un libro profondamente ironico e poi perché i consigli che Leo dà sono davvero di difficile attuazione…

Tornando al suo ruolo di editore, sappiamo che avete fortemente voluto e presentato al Premio Strega il libro di Chiara Marchelli “Le notti blu”. A tal proposito è stato indetto, per il 15 giugno 2017, il Gruppo Lettura Day che vedrà coinvolti numerosi GdL in tutta Italia, tra cui il nostro di Leggendo a Bari. Lei cosa pensa dei gruppi lettura? Li considera una realtà in grado di rilanciare la lettura in Italia?

Sono una straordinaria risorsa perché alimentano la passione dei lettori forti. Anche noi come casa editrice da settembre ne abbiamo creato uno presso la nostra sede che ospita ogni mese autori di altre realtà editoriale. Un’esperienza davvero straordinaria. Quello che spero è che piano piano si possano attrarre anche lettori meno forti magari con grandi iniziative come il Gruppo Lettura Day che tendono ad unire realtà operanti in luoghi diversi. Credo infatti che un coordinamento dei circoli di lettura possa essere assolutamente vincente.

Come chiusura di questa intervista le chiediamo: è più divertente essere Giulio Perrone lo scrittore o Giulio Perrone l’editore?

Credo sia più divertente fare lo scrittore perché si sente meno responsabilità. Ti devi preoccupare solo di te stesso, mentre da editore hai il grande onere, che è anche un onore, di difendere, supportare, far crescere i tuoi autori. Come per il libro di Chiara Marchelli che speriamo si faccia strada il più possibile al premio Strega.

Ringraziamo ancora Giulio Perrone per l’interessante incontro e per la sua immensa disponibilità.

Autrici: dolcedany84ilariamorusoNicoleZoi

 

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Due piccole grandi fiabe

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Vanessa Navicelli è l’autrice di due bellissime fiabe che ho avuto l’onore di poter leggere, “Un sottomarino in paese” e “Mina e il Guardalacrime”. La prima, tra l’altro libro di esordio di Vanessa, narra la storia di un capitano di un sottomarino che abituato da sempre a far la guerra, si ritrova spaesato quando la guerra stessa è finita e così decide di dichiararla ad un piccolo paesino ed ai suoi abitanti. La seconda invece, si apre con un’iniziativa davvero interessante, ogni fiaba che la Navicelli scriverà sarà accompagnata da un bonbon disegnato il quale, una volta aperto a fine fiaba, conterrà informazioni chiave per comprendere la morale. Una tecnica che sicuramente sarà in grado di affascinare i più piccoli. Qui a parlare è Mina, una piccola lacrima, affranta dalla posizione che ricopre, vorrebbe essere, infatti, una goccia di una pozzanghera o di rugiada, per non portare dispiacere e sofferenza.

La Navicelli è un’abile scrittrice. In entrambi i casi riesce a sottolineare concetti importanti della vita e ad inscatolarli in qualche espediente che sia comprensibile e arrivi diretto ai bambini. La potenza della storia di Mina, per esempio, è così fondamentale da renderla una fiaba che anche un adulto dovrebbe leggere.

La forza del pianto e del suo significato non andrebbe mai trascurata, così come l’amicizia e l’amore sono componenti importanti del nostro io da non dover essere sottovalutati. E la scrittrice in queste due libri riesce a rendere, con un linguaggio chiaro e semplice, quanto questi concetti siano fondamentali e necessari nei più piccoli. Attraverso le sue parole sono stata trasportata a leggere sempre di più della storia di Mina o del Capitano e ad immedesimarmi nei due personaggi, anche se sono adulta. Perché noi siamo i primi a dover ricordare l’importanza degli affetti, dell’amore e quanto i momenti bui ci rendano, in realtà, solo più forti e ci insegnino tanto.

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Inoltre ho trovato davvero molto belli i disegni che hanno accompagnato le due trame. Un modo anche per affascinare ancor di più i bambini e far sorridere noi grandi.  Magia, poesia e tenerezza, come scrive Vanessa,  sono caratteristiche delle sue storie e della sua prosa cristallina.

Insomma si tratta di due fiabe che consiglio sia a voi adulti che ai più piccini. In grado di trasportare il lettore e di insegnare molto. Perché non è mai tardi per lasciare anche una piccola traccia in ognuno di noi.

Scheda libri: 

Titoli: Un Sottomarino in paeseMina e il Guardalacrime

Autore: Vanessa Navicelli

Pagine: circa 40

Illustrazioni di:  Deborah Henking e Sabrina Borron

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Teneri violenti – Ivan Carozzi

violenti1“Teneri violenti” di Ivan Carozzi è un libro che in un primo momento appare ostico, nello stile, nella trama, nel modo che il narratore ha di rapportarsi con il lettore. È necessario continuare la lettura per cominciare ad inoltrarsi in un mondo talmente descritto lucidamente da far paura. Siamo davanti alla Milano dei giorni nostri, la Milano fatta di star che nascono e tramontano, della televisione e di trentenni alla disperata ricerca di un lavoro che possa pagare l’affitto del piccolo monolocale in centro. Il mondo dello star system, dei vip, degli autori di programmi e dei redattori. Ivan Carozzi con minuziosa indagine, mostra dettagliatamente da cima a fondo l’ambientazione milanese, i suoi diversi aspetti, portando alla luce i suoi dettagli, le famose vie, i monumenti, le strade, la gente.

“Teneri violenti” è la storia di un trentenne assunto come redattore per un quiz televisivo. Il suo compito è ricercare notizie succulente risalenti agli anni 70 sino al 1985. Un lavoro alienante fatto di archivi su computer, pdf da riempire, avvenimenti da indagare per dare la linfa a un programma che vuole risplendere sui soliti palinsesti. “Teneri violenti” è la storia della precarietà. Della precarietà del lavoro, della vita, della ricerca. Della precarietà delle relazioni, dei rapporti umani. Il protagonista vive all’interno di un mondo fatto di sorrisi, caffè e incontri con i colleghi, battute squallide e corsa allo sharing più alto: il dietro le quinte della televisione.

Deciso a rincorrere ogni autunno lavori diversi per lasciarsi sprofondare nel silenzio e nella solitudine del suo appartamento durante i mesi estivi, ottiene la possibilità di scavare nel passato di un’Italia dai mille volti. Ne vien fuori un ritratto fatto di storie vere, uniche, legate agli anni di piombo, al precariato e al lavoro, cronache di suicidi e omicidi amorosi, la ricerca della madre da parte del piccolo Simone. Storie che contrastano con lo sguardo moderno su cui il protagonista si posa ogni giorno nella sua routine. Da una parte Milano e la modernità, fatta di messaggini su Whatsapp, di mail, di aperitivi al bar e confessioni tra sconosciuti, dall’altra il volto del passato, delle emozioni intrappolate su fogli di carta che catturano “Ivan” in un vortice. Da sfondo l’incontro con Silvia, una stylist che avrà un ruolo importante, tutto da scoprire all’interno della vicenda.

Ciò che però non convince sono i tempi della narrazione, troppo concentrata sugli eventi passati e poco calibrata con quello che è il filone portante della storia, la vicenda del protagonista. Lo stesso finale appare scabro, incerto, che lascia qualcosa di non detto palpabile fra le parole, proprio su quella storia del passato che risulta più importante, la storia di Simone. Ivan Carozzi con abilità stilistica e narrativa pone a confronto lo scenario dell’apparire del Duemila con i conflitti della Storia dell’Italia, soprattutto della storia di un popolo, sconosciuta e complessa.

Autore: Ivan Carozzi
Editore: Einaudi
Pagine: 160
Genere: Narrativa
Anno Pubblicazione: 2016

(in collaborazione con Thrillernord)