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“Circuiti sbagliati” di Valentina Amoruso

Questo è uno di quei libri che inizi a leggere perché scritto da persone che, solo perché ne hai sentito tanto parlare, puoi dire di “conoscere”.

Circuiti sbagliati viene presentato come il “diario di una donna scompigliata” ma se vi aspettate il “Caro diario…” credo rimarrete delusi.

Si tratta quasi di flussi di coscienza, pensieri ed esperienze che apparentemente non hanno un nesso tra loro e che, francamente, all’inizio ti spiazzano. Perché inizialmente una logica non ce la vedi. Si passa da una presa di coscienza di se stessi ad un racconto di un avvenimento apparentemente banale accaduto durante la giornata.

Nel corso della mia vita, le persone a me vicine non hanno fatto altro che rialzarsi dopo ogni caduta, ammaccati e induriti, senza mai compiangersi.
Non hanno fatto altro che rimboccarsi le maniche, stringere i denti e lavorare sodo, facendo finta di non sentire il dolore e continuando ogni giorno a fare il loro fottutissimo dovere.
Ora, che a terra sono io, non ho scelta.
Non posso far altro che rialzarmi, stringere i denti e fare il mio fottutissimo dovere.

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Durante il susseguirsi delle varie pagine si mette a nudo l’anima dell’autrice, con i suoi sogni, i suoi pensieri e le sue speranze:

Voglio credere che, nella vita, le cose vadano come nei film dei supereroi, visti e rivisti al cinema, sporcandomi le mani con la paprika delle patatine.
Voglio credere che il bene trionfi sul male, dopo tante peripezie. Che si esca vivi da questa vita. Che alla fine di estenuanti battaglie, finiti nell’angolo stremati e stanchi, ci si possa riposare e rialzare.
Nonostante tutto, come al cinema.

Questo libro tocca vari temi: l’amore del e per il nonno, punto fermo nella sua vita, che rivive attraverso ricordi d’infanzia. L’amore per i genitori, l’amore che la mamma esprime cucinando per la sua famiglia. L’amicizia, quella pazza e senza un perché. Il lavoro e il volontariato. Più semplicemente questo libro parla della vita traendone delle personali conclusioni:

Non darsi troppo, non preoccuparsi troppo, non affannarsi troppo. Che alla fine la vita non ti dà quel che meriti, ti dà quel che vuole. Tanto vale prenderla a ridere. E, ogni tanto, prenderla per il culo.

Devo ammettere che ci sono stati dei momenti in cui ho storto un po’ la bocca per la presenza di alcune di quelle che, secondo me, sono “frasi fatte”, messe lì quando non si ha nulla di proprio da dire e si usano queste frasi “ad effetto” sentite mille volte.

Nonostante questo non si può negare che questo libro, pur con le sue piccole pecche tipiche di un’opera prima, ha in sé un forte potenziale. La narrazione è fluida e frizzante anche nei punti più riflessivi. Inoltre le vicende narrate sono fatti che in realtà accadono a tutti ogni giorno ma che, nel tran tran quotidiano, passano inosservate. Bene, con questo diario possiamo soffermarci a pensare e a cercare di capire quello che succede ogni giorno attorno a noi. E forse a capire che, in fin dei conti, l’importante in questa vita è amare prima di tutto se stessi.

Io mi sono innamorata di me. Ora mi scrivo un biglietto e me lo dico. Sono coraggiosa, ora. Faccio ciò che mi fa stare bene.
Speriamo che quella tipa strana, che sono io, mi risponda e non si perda nel groviglio scomposto dei fili elettrici dei suoi pensieri. Che magari vuole dirmi si e invece mi dice no.
Lei è tutta passione e non ci si capisce niente.
Intanto le scrivo due parole d’amore su un foglio, con la mia grafia minuscola e la forza che ho imparato. Poi comincerò a tamburellare velocemente le dita sulla scrivania e aspetterò.
Aspetterò, tremando, il corto circuito.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: PubMe
Pagine: 145
Prezzo: 10,00€

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“Le ragazze vogliono la luna” di Janet McNally

Capita, mentre spulci tra le nuove uscite su Amazon, di imbatterti in una copertina che ti attira. E badate bene: la copertina ti attira in primis. Poi noti il titolo ed infine leggi la trama. Se anche questa ti conquista allora procedi all’acquisto. Strano a dirsi ma è quello che è successo a me con questo ebook.

Phoebe è una ragazzina di 17 anni alla prese non solo con i normali problemi di una qualsiasi ragazza di quell’età ma, soprattutto, con quella che è la presenza di due genitori ‘pesanti’. Infatti Phoebe è figlia di Meg e Kieran Ferris ovvero la coppia leader di un gruppo famosissimo negli anni ’90: gli Shelter. Ma il gruppo si è diviso, i suoi genitori si sono separati e, mentre lei vive con la madre e sua sorella Luna si è trasferita a New York, il padre è scomparso dalla loro vita da circa tre anni.

Il romanzo si apre con Phoebe che si prepara per partire alla volta di New York: andrà a trovare sua sorella Luna e dovrà cercare di convincerla a non lasciare il college per intraprendere la vita da rock star. Ma in realtà l’intento è un altro: trovare suo padre e cercare di capire cosa è successo tra lui e Meg, agli Shelter e, soprattutto, perché lui sia sparito dalla sua vita così all’improvviso.

20170314_233127Sullo sfondo di una New York cosmopolita e piena di sorprese, Phoebe si troverà ad affrontare rivelazioni inaspettate, a dover prendere decisioni da adulta e ad accogliere con trepidazione e paura le prime esperienze d’amore.

La narrazione è fluida e scorrevole e, per la maggior parte del libro, la storia è raccontata dal punto di vista di Phoebe. Dico per la maggior parte perché alcuni capitoli vengono raccontati dal punto di vista di Meg, la madre, con dei flash back a quella che era la vita da persona famosa con i suoi pro e i suoi contro.

La storia è quella tipica dello young adult quindi diretto principalmente ad un pubblico adolescente però credo che anche un pubblico più adulto possa saper apprezzare questa storia dal retrogusto un po’ amaro.

E l’amaro in bocca lo lascia soprattutto il finale: parecchie questioni rimangono aperte e irrisolte. Non mi è molto chiaro se potrebbe esserci o meno un sequel così da chiudere il cerchio e riportare un po’ di equilibrio nella vita della giovane Phoebe Ferris.

Una lettura piacevole e molto carina che mi sento di consigliare davvero a tutti. Perché anche una storia apparentemente insignificante può celare degli insegnamenti preziosi.


SCHEDA DEL LIBRO:

Editore: De Agostini
Pagine: 403
Prezzo: 6,99€ ebook – 14,90€ cartaceo

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La vita degli altri di Neel Mukherjee

36801992-3656-4052-80f2-875ffb96d5d3“Chi può sfuggire a ciò che fin dalla nascita ha scritto in fronte?”

Con questa frase che ritroviamo in una delle prime pagine, comprendiamo come quello che ci apprestiamo a leggere non sia solo un romanzo familiare, ma più un’analisi culturale e sociale della condizione in cui si trovano a vivere i bengalesi negli anni ’60.

Già dal titolo del romanzo “La vita degli altri”, ci aspettiamo che l’autore Neel Mukherjee nato a Calcutta e finalista con questo gioiellino del Man Booker Prize 2015, si comporti come un investigatore, una spia, che è ovunque e ci racconterà ogni particolare della vita della numerosa famiglia Ghosh protagonista della narrazione.

Siamo nel 1967 nel centro di Bhabanipur, uno dei quartieri più ricchi della Calcutta nord, catapultati nella quotidianità di questo miscuglio eterogeneo di personaggi che ben presto ci confonderà e destabilizzerà a causa anche dei numerosi appellativi e nomi che dovremo far nostri.

Nell’affresco familiare dipinto con maestria e grazia da Mukherjee, si staglieranno le figure di Baba e Ma e della famiglia di Adinath, erede che dovrà gestire le ricchezze dei Ghosh, Bholanath il più giovane della famiglia, dirigente della Charu Books, il secondogenito Priyo e Purba.

Ma le grandi fortune dei Ghosh non sembrano avere origini limpide e quello che accadrà dal ’67 in poi sembra quasi opera di una mente superiore che cerchi di punirli per lo sfruttamento e i guadagni derivanti dalla rovina altrui.

“Chissà com’è, farsi spremere fino all’ultima goccia di sangue (e di terre) senza poterci fare niente. È come finire nelle sabbie mobili: più ti agiti, più sprofondi? Quanto ci vuole per spezzare un uomo (spezzarlo fisicamente) come si spezza una bestia da soma che lavora sostenendosi con una minima parte della razione che gli sarebbe necessaria?”

Da questo sfondo di povertà e miseria, si fanno spazio le figure dei cinque figli dei Ghosh, quattro maschi e una femmina Chaya, scura come la pece, strabica e senza più possibilità di trovare marito nonostante gli sforzi dei genitori.
Poi ci sono i nipoti, gli emarginati, quelli che vengono relegati ai piani bassi della lussuosa palazzina a quattro piani in cui vivono, affinché non possano godere del lusso e del benessere della famiglia alla quale appartengono.

Il mondo femminile poi pare a se stante. I rapporti fra le donne della famiglia sono ricchi di invidie, rivalità, gelosie di ogni tipo, liti… persino fra madri e figlie non sembra esserci autentico affetto.

Di questo tomo impegnativo, vivo, ricco di spunti di riflessione non ci si annoia mai, fino all’ultima pagina, in quanto l’autore, con sapienti cambi di punti di vista, riesce a mantenere costante la nostra attenzione.

Si passa dalla storia dell’anziano Prafullanath, al morboso legame di Priyo e Chaya, al genio della matematica Sona, al servo accusato di furto, tutto permeato dall’atmosfera calda e in rivolta del Bengala degli anni ’60.

Proprio in relazione ai tentativi di ribellione della popolazione bengalese, figura importante e voce narrante parallela a quella dell’autore, sarà quella di Supratik, nipote maggiore dei Ghosh che deciderà di andar via di casa, abbandonando così un futuro certo e privo di preoccupazione per unirsi ai Naxaliti del Medinipur nell’ovest del Bengala, ribelli maoisti che con la violenza e la lotta armata reclamano la ridistribuzione delle ricchezze e delle terre per gli sfruttati lavoratori delle piantagioni di tè, quelli la cui vita conta e vale niente.

Le scelte politiche di Supratik, coraggiose ed estreme ci fanno pensare.

Anche noi al posto suo, nato fortunato in una famiglia abbiente e senza apparenti problemi, saremmo disposti ad abbandonare tutto per difendere un ideale? La paura ci frenerebbe?

Libro assolutamente consigliato specialmente per chi non è solo in cerca di intrattenimento ma di una lettura che anche dopo giorni ti lascia qualcosa sotto la pelle che senti farà parte di te per un lungo periodo.

Scheda libro

Autore: Neel Mukherjee

Editore: Neri Pozza

Pagine: 605

Costo: 20 euro

In collaborazione con Thrillernord

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Nero l’ebano – Simukka Salla

9788804661702_0_0_1549_80In questo ultimo e decisivo capitolo della saga di Lumikki Andersson (trovate qui la recensione del primo libro e qui la recensione del secondo) si chiude finalmente il ciclo delle peripezie della nostra eroina e si svelano tutti i segreti, disseminati nei primi due libri, riguardanti la sua storia e il suo passato. Non mi dilungherò troppo sul personaggio di Lumikki perché, come non ho mancato di ripetere varie volte, è un personaggio che mi ha infastidito in svariate occasioni e che ho trovato troppo forzato e volutamente troppo coraggioso e caparbio (ai limiti dell’inverosimile). In questo terzo capitolo però, con mio sommo piacere e stupore, ho provato un’empatia tutta nuova. Che mi sia ormai abituata a lei e sia stato come ritrovare un’amica di cui ormai si conosce ogni difetto e limite?  In ogni caso, veniamo alla trama: Lumikki è finalmente a casa e sembra aver trovato la pace e la serenità. Ha conosciuto un ragazzo, Sampsa, di cui sembra essersi innamorata. Un giorno, dopo le prove dello spettacolo teatrale di cui è protagonista (una rivisitazione di Biancaneve), Lumikki riceve un bigliettino da un ammiratore misterioso. Inizialmente dà poco peso all’accaduto e cestina la lettera. Ma ben presto ne riceve delle altre, via via più inquietanti e minacciose. Lo stalker, perché di questo si parla, sembra conoscere cose del suo passato di cui persino lei è all’oscuro. La nostra protagonista è finalmente, in questo terzo capitolo, più umana. Scopre la vera paura e la vera angoscia e poiché lo stalker gli intima di non parlarne a nessuno, Lumikki saggia anche la vera solitudine, quella che non deriva da una propria peculiarità caratteriale, ma da un’imposizione esterna.
Nonostante alcune scene e alcuni particolari siano inverosimili, e nonostante certe banalità che ho potuto riscontrare, questo terzo libro mi è piaciuto molto di più dei primi due e lo considero un validissimo epilogo. In generale, non dimenticandoci che l’intera trilogia è letteratura per ragazzi, mi sento di promuovere questa saga un po’ ingenua per i lettori più esperti, ma molto godibile.

 

Editore: Mondadori
Pagine: 173
Prezzo: 18.00 euro

 

(In collaborazione con Thrillernord)

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5 buoni motivi per leggere Stoner

Io ho davvero poca pazienza e sono talmente curiosa che i regali che ricevo per Natale li apro sempre prima del 25 dicembre (Purtroppo ben pochi sono libri!). Inoltre sono una persona estremamente golosa a tal punto che non so resistere a una tavoletta di cioccolato senza mangiarla tutta. Eppure Stoner è rimasto a prender polvere sullo scaffale per un bel po’ di tempo(L’ho perfino consigliato prima di leggerlo!). È davvero una sensazione strana quella di sorprendersi delle proprie scelte. Non avrei mai immaginato che un libro da me tanto desiderato avrebbe atteso di esser letto per anni. Poi, al momento giusto, è stato lui a scegliere me. L’ho portato con me per sbaglio in borsa in una di quelle giornate universitarie interminabili che ti fanno svegliare presto e tornare a casa tardi e mi ha fatto compagnia in treno per quel giorno e per i seguenti. Di quanto ho trovato al suo interno e del perché dovreste leggerlo, vorrei proprio parlarvene.

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Ecco qui (i miei) 5 buoni motivi per leggere Stoner:

Grigio: Grigi non sono solo i capelli di chi ha visto tanta vita e il cielo d’inverno ma grigia delle volte è anche la vita. Grigia, è la vita di Stoner. Le poche volte in cui prende decisioni, il fato lo punisce. Eppure non vi è alcun fallimento quando si rispetta profondamente se stessi e non si tradisce la propria integrità morale. Questo è uno dei messaggi che il caro Williams ci lascia in questo libro incredibilmente potente. Consigliato a chi vuole scoprire le sfumature e la profondità di un uomo apparentemente monocolore.

Incanto: Molti scrittori possono produrre una storia avvincente ma un bravo scrittore sa rendere indimenticabile una storia banale. La bravura non si ostenta, quando c’è si manifesta da sola e quella di John Williams è talmente evidente che non occorre dilungarsi a riguardo. Questo è proprio uno di quei libri che, una volta terminato, ti fa esclamare: “Eccolo, finalmente”.

John Williams

Equilibrio: L’arte di calibrare i giusti ingredienti nella letteratura non va mai sottovalutata e Stoner è un libro che dosa sapientemente delicatezza ed energia. In quest’opera si trovano diverse tematiche: la ricerca di una vocazione, le delusioni e gli scontri, l’amore idealizzato e quello passionale, la cattiveria, l’incomprensione e le occasioni perdute. Cosa ne viene fuori? L’Opera. Non un’opera qualsiasi ma una con la lettera maiuscola. Semplice e complessa. Dolce e allo stesso tempo, amara.

Vita: Stoner è una vita che scorre di fronte agli occhi del lettore. E’ un libro in cui non succede QUASI nulla, si tratta di un’esistenza ordinaria e priva di colpi di scena ma vi si trova tutta la sorprendente banalità della vita. Mentre le pagine scorrono, l’opera di Williams conquista la mente e il cuore del lettore.

Stoner: L’ultima ragione è la più ovvia. Williams ne scolpisce ogni tratto come il più abile degli scultori e realizza un personaggio autentico. E come quando si guarda un’opera d’arte, si osserva un tramonto o si legge una poesia, non si può che contemplare la bellezza e restare senza parole.

 

 

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“La vita è sogno”, Pedro Calderón de La Barca

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“Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione. E il più grande dei beni è poca cosa, perché tutta la vita è sogno, e i sogni sono sogni.”

Così termina il secondo atto del capolavoro di Pedro Calderón de La Barca, “La vita è sogno”, una delle opere teatrali più riuscite del Siglo de Oro. L’opera racconta della particolare ascesa al potere di Sigismindo, figlio del re di Polonia, Basilio.
Sigismondo è stato relegato, per volere del padre, in una torre sin dalla sua nascita, in completa solitudine, se si eccettua la presenza del vecchio Clotaldo. Un oracolo aveva predetto che il principe Sigismondo sarebbe diventato re, uccidendo brutalmente il padre e instaurando un potere tirannico.
Basilio però, contravvenendo ai dettami del cielo, decide di far liberare il futuro re, con l’idea che “[…]l’uomo può avere dominio sulle stelle”.
Ci sono due possibilità per Sigismondo: vincere con magnanimità la propria indole o farsi vincere da questa rimanendo irrimediabilmente “bestia”.
Per Sigismondo sarà una sfida non solo con sé stesso e con le pulsioni più recondite e mostruose dell’animo umano, ma anche con il padre che l’ha privato della dignità di uomo e gli ha dato la vita, per poi togliergliela.

“Se non me l’avessi data, non mi lamenterei di te; ma una volta data sì, perché poi me l’hai tolta. Sebbene il dare sia l’azione più nobile e singolare, il dare per poi ritogliere è la maggior bassezza.”

Preludio di una riflessione successiva, quella freudiana, l’opera di Calderón espone, in una modalità in bilico tra l’ingenuità della fiaba e la complessità della costruzione metaforico-simbolica, una riflessione densa di significato e di successive reinterpretazioni: guidato dagli impulsi naturali, l’essere umano si abbandona all’aggressività e alla sensualità fino a rischiare di distruggere e distruggersi.
Argine a questo pericolo è la cultura che regola i rapporti tra gli uomini e li desta dal loro stato ferino.
Un forte pessimismo ma anche una fiducia tutta umana pervadono, come una macchia d’inchiostro che si propaga senza fine, l’intera opera.
Il conflitto natura/cultura, che si traduce tipologicamente nell’opposizione torre/palazzo, viene superato dalla presa di coscienza del protagonista, che, temprato ed educato dell’esperienza, reprimerà le sue pulsioni in omaggio alla sicurezza degli ordinamenti e della cultura.
Non vi è assoluto ottimismo che tenga, come si è già accennato. Calderón delinea, infatti, un personaggio che riecheggia a più riprese i protagonisti della tragedia greca, le loro paure, le loro ansie, i loro comportamenti mai scontati, sempre in bilico, ogni volta inaspettati. Impossibile non scorgere in controluce il tormentato Edipo sofocleo.
Uno solo è il punto fermo in tutta questa gamma di elementi multiformi, magmatici, enigmatici :

“Ma, se sia realtà o sogno una cosa importa: agire bene; se è realtà, perché lo è; se no, per conquistare amici per il momento del risveglio.”

Una morale, che, tutt’altro che improntata all’utile e al contingente, come potrebbe sembrare ad un’occhio poco attento e privo di senso critico, pare librarsi leggera sulle pendici evanescenti dell’animo umano.
Tra l’onirico e il reale, tra l’esperienza immaginifica e l’azione concreta, tra l’irrazionale più irrequieto e il ragionato più ponderato, tra l’orientale e l’occidentale, l’autore è capace di regalare ad ogni rilettura una sfumatura diversa, un valore aggiunto, la scoperta di un significato ancora inesplorato.
Un’opera, che, a dispetto dei luoghi chiusi e ben delineati in cui si svolge, è suscettibile di molteplici interpretazioni e capace di spingere l’occhio e la mente del lettore – oltre che il cuore, beninteso – oltre il consentito e l’immaginabile, trasformando, con l’aiuto del supporto scrittorio, la potenza in atto.

Autore: Pedro Calderón de La Barca
Editore: Einaudi
Pagine: XII-82
Prezzo:€ 9,50

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Teneri violenti – Ivan Carozzi

violenti1“Teneri violenti” di Ivan Carozzi è un libro che in un primo momento appare ostico, nello stile, nella trama, nel modo che il narratore ha di rapportarsi con il lettore. È necessario continuare la lettura per cominciare ad inoltrarsi in un mondo talmente descritto lucidamente da far paura. Siamo davanti alla Milano dei giorni nostri, la Milano fatta di star che nascono e tramontano, della televisione e di trentenni alla disperata ricerca di un lavoro che possa pagare l’affitto del piccolo monolocale in centro. Il mondo dello star system, dei vip, degli autori di programmi e dei redattori. Ivan Carozzi con minuziosa indagine, mostra dettagliatamente da cima a fondo l’ambientazione milanese, i suoi diversi aspetti, portando alla luce i suoi dettagli, le famose vie, i monumenti, le strade, la gente.

“Teneri violenti” è la storia di un trentenne assunto come redattore per un quiz televisivo. Il suo compito è ricercare notizie succulente risalenti agli anni 70 sino al 1985. Un lavoro alienante fatto di archivi su computer, pdf da riempire, avvenimenti da indagare per dare la linfa a un programma che vuole risplendere sui soliti palinsesti. “Teneri violenti” è la storia della precarietà. Della precarietà del lavoro, della vita, della ricerca. Della precarietà delle relazioni, dei rapporti umani. Il protagonista vive all’interno di un mondo fatto di sorrisi, caffè e incontri con i colleghi, battute squallide e corsa allo sharing più alto: il dietro le quinte della televisione.

Deciso a rincorrere ogni autunno lavori diversi per lasciarsi sprofondare nel silenzio e nella solitudine del suo appartamento durante i mesi estivi, ottiene la possibilità di scavare nel passato di un’Italia dai mille volti. Ne vien fuori un ritratto fatto di storie vere, uniche, legate agli anni di piombo, al precariato e al lavoro, cronache di suicidi e omicidi amorosi, la ricerca della madre da parte del piccolo Simone. Storie che contrastano con lo sguardo moderno su cui il protagonista si posa ogni giorno nella sua routine. Da una parte Milano e la modernità, fatta di messaggini su Whatsapp, di mail, di aperitivi al bar e confessioni tra sconosciuti, dall’altra il volto del passato, delle emozioni intrappolate su fogli di carta che catturano “Ivan” in un vortice. Da sfondo l’incontro con Silvia, una stylist che avrà un ruolo importante, tutto da scoprire all’interno della vicenda.

Ciò che però non convince sono i tempi della narrazione, troppo concentrata sugli eventi passati e poco calibrata con quello che è il filone portante della storia, la vicenda del protagonista. Lo stesso finale appare scabro, incerto, che lascia qualcosa di non detto palpabile fra le parole, proprio su quella storia del passato che risulta più importante, la storia di Simone. Ivan Carozzi con abilità stilistica e narrativa pone a confronto lo scenario dell’apparire del Duemila con i conflitti della Storia dell’Italia, soprattutto della storia di un popolo, sconosciuta e complessa.

Autore: Ivan Carozzi
Editore: Einaudi
Pagine: 160
Genere: Narrativa
Anno Pubblicazione: 2016

(in collaborazione con Thrillernord)