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Il mondo invisibile – Liz Moore

Il mondo invisibile di Liz Moore è stato pubblicato da NN Editore il 15 aprile 2021.

Si tratta del secondo romanzo dell’autrice pubblicato da questa casa editrice. Il primo, I cieli di Philadelphia, era stato pubblicato l’anno scorso riscuotendo molto successo. Questo romanzo invece, nonostante sia stato pubblicato successivamente, è cronologicamente precedente all’altro.

Ada è una ragazzina di dodici anni, vive con suo padre e non conosce sua madre. È stata concepita con la pratica dell’utero in affitto e non ha mai sentito l’esigenza di conoscere la sua madre biologica. 

Inoltre David, suo padre, l’ha cresciuta in una maniera piuttosto particolare: Ada non frequenta la scuola e quindi nemmeno i suoi coetanei, non ha parenti, a dodici anni ha gli atteggiamenti di una donna adulta a cui è stato insegnato solo ad usare il cervello senza lasciarsi distrarre dai sentimenti.

L’unica “famiglia” che lei può definire tale è composta dai membri del laboratorio di cui suo padre è direttore. Con loro Ada si sente a suo agio e per lei il laboratorio è casa. 

Ma il fulcro del suo mondo è David: David e il suo brillante intelletto; David e i suoi cifrari; David che le insegna, la sprona, la sfida a superare i suoi limiti. Ada e David e i loro piccoli rituali.

È quindi del tutto lecito immaginare che quando David inizierà a dare segni di cedimento per colpa dell’Alzheimer anche l’intero mondo di Ada cederà sotto quell’enorme peso. 

E se da un lato Ada inizierà a fare una vita quanto più normale per una ragazzina della sua età grazie a Liston, un’amica di famiglia che l’accoglie in casa, incominciando a frequentare la scuola e a fare amicizia con i suoi coetanei, dall’altro si troverà spaesata e senza più certezze.

Certezze che si dissolvono ancora di più quando un dubbio viene insinuato: David non è chi ha sempre sostenuto di essere. David è un’impostore. Chi è David in realtà?

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Partendo dagli anni Ottanta e con brevi salti temporali, Liz Moore ci racconta la storia di una ragazzina e del suo rapporto, quasi morboso, con il padre.

Ada venera il padre e per lei ogni cosa negativa pensata e provata nei suoi confronti è come un tradimento: lei nasce e cresce con lui, assorbendo le sue manie, le sue convinzioni, il suo modo di vivere. È convinta che nessuno possa conoscerlo meglio di lei e quando capisce che non è così il suo istinto la porta ad allontanarsi quasi come una sorta di protezione.

D’altra parte David, il padre, rigetta su di lei tutte le sue aspettative, le sue convinzioni, quasi volesse crescere questa bambina secondo un’immagine ben stabilita che lui ha in testa.

È un rapporto viscerale, a tratti potrebbe sembrare quasi malato visto la sua esclusività. 

La Moore ha saputo giocare molto bene su questo tratto, su questa dipendenza psicologica che, forse involontariamente, si sviluppa in Ada. Una dipendenza che, alla luce del “tradimento”, Ada cerca di rompere non riuscendoci del tutto.

Stilisticamente, a differenza de I cieli di Philadelphia, ho trovato questo romanzo più acerbo: la storia procede quasi con lentezza soprattutto nella prima parte. Troppo descrittivo e dettagliato il lavoro di David così come la routine degli anni passati. Questa parte potrebbe rappresentare uno scoglio non indifferente da superare.

Una volta superato questo ostacolo il romanzo prende vita forse anche grazie alla vena mistery rappresentata dal passato di David. Questo però non salva completamente il libro che, in alcuni punti, riecheggia di quella pesantezza iniziale.

Il linguaggio usato è comunque molto semplice e di facile lettura, pochi sono i tecnicismi usati che non inficiano la facilità di lettura.

Il mondo invisibile di Liz Moore è un libro molto psicologico in cui, partendo da un rapporto padre/figlia, si indagano i comportamenti umani in situazioni complesse. Un romanzo in cui, in qualche modo, si va avanti con la vita ma senza riuscirsi a scrollare il passato dalle spalle.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: NN Editore
Pagine: 432
Prezzo: 19.00€
Voto: 7.5/10

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Una vita da ricostruire – Brigitte Riebe

Uscito a marzo 2021 per Fazi editore, Una vita da ricostruire è il primo capitolo della trilogia Le sorelle del Ku’damm di Brigitte Riebe.

Siamo a Berlino, la seconda guerra mondiale è appena finita, la città è stata occupata dai russi. Nascoste nella cantina della villa di famiglia Rike, Silvie, Florentine e la madre Claire sono spaventate, la città è stata bombardata, con quei pochi averi che sono riuscite a custodire, cercano di capire cosa poter fare. La villa è stata requisita dai russi e le ragazze della famiglia Thaleim sono costrette a cercare rifugio nell’appartamento della zia Lydia, affittato fino a poco tempo prima a dei nazisti. Le donne decidono di rimboccarsi le maniche e agire attivamente per la ricostruzione della città: Berlino è stata rasa al suolo, le macerie sono da raccogliere e portare via per permettere la ricostruzione e per far sì che centinaia di migliaia di abitanti tornino ad avere un tetto sopra la testa.

La famiglia Thaleim era poi proprietaria di alcuni Grandi Magazzini di gran classe, per la borghesia tedesca, bombardati nel 1943 dagli Alleati. Le ragazze vorrebbero ricostruire anche quelli, tornare all’attività di famiglia, grazie anche a due macchine da cucire custodite gelosamente e nascoste in un magazzino a Postdam assieme ad un bel gruzzolo di soldi e tante stoffe. Potrà aiutarle Miriam Stenberg, amica di infanzia di Rike e Silvie, ebrea di origini, che si è riuscita a nascondere durante i rastrellamenti compiuti dai nazisti e che ha grandi capacità sartoriali. Le ragazze hanno un’idea: organizzeranno una sfilata con pochi capi di abbigliamento, per ridare colore e speranza alle donne, quelle che stanno ancora aspettando i loro uomini prigionieri, quelle che si spaccano la schiena per avere una tessera annonaria più consistente. Inoltre Rike si muove per cercare di far tornare a casa il padre prigioniero dei russi.

La storia della famiglia Thaleim va avanti, tra povertà, voglia di tornare a vivere, soldi che pian piano finiscono, inverni freddi, storie d’amore, nuove conoscenze. Il tutto si mescola alla storia di una città, che verrà divisa in quattro blocchi e poi in due, la storia di un popolo che ha pagato a caro prezzo l’aver avuto un dittatore come Hitler e che ha continuato a pagare anche dopo la sua morte.

Una vita da ricostruire ci presenta dei personaggi a cui ci si riesce ad affezionare solo nel corso del romanzo, che fatica un po’ ad ingranare. Rike e Silvie sono due sorelle molto diverse tra loro: Silvie ha un fratello gemello disperso in guerra, è bellissima, ha un fascino che conquista, è abituata a civettare con gli uomini e riesce abilmente a fare accordi vantaggiosi nel mercato nero cittadino. Rike è la sorella razionale, è abituata a fare economia, a pensare alla famiglia, ha perso la madre quando era una ragazzina, ora ha venticinque anni, tante cose da scoprire sul suo passato, tante responsabilità sulle spalle in quanto sorella maggiore. Poi c’è Florentine, la figlia di secondo letto del padre, che nel 1945 è ancora una bambina, crescerà e diventerà adolescente seguendo i fervori della gioventù di quegli anni.

Una storia famigliare ma anche sociale, di vita vera, che ci permette di farci un quadro di questo periodo storico che arriva fino al 1951, lasciando in sospeso l’esistenza di queste donne e il loro futuro.

Editore: Fazi editore
Pagine: 363
Prezzo: 17,50€
Voto: 8/10

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Il pane perduto – Edith Bruck

Il pane perduto di Edith Bruck è un romanzo pubblicato il 21 gennaio 2021 dalla casa editrice La Nave di Teseo ed è uno dei candidati al Premio Strega 2021.

Si tratta di un romanzo autobiografico in cui la Bruck racconta, non per la prima volta, la sua esperienza nei campi di concentramento nazisti e la successiva libertà.

Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi.

Edith era una bambina allegra, solare e curiosa. Amava la vita, amava la sua famiglia povera, amava i suoi amici ed amava andare a scuola. Correva scalza per le vie del suo paesino in Ungheria e pensava che un giorno avrebbe potuto risollevare le sorti della propria famiglia.

Ma ben presto tutto cambia: le prime legge razziali, la diffidenza, il modo di rapportarsi. Iniziano a sparire le amiche, le loro famiglie. Il clima è teso. Finché un giorno non vengono a portare via anche loro.

Separata dalla madre ad Edith, diventata la prigioniera 11152, non rimane che aggrapparsi alla sorella Judith. Vivranno, sopravvivranno, in simbiosi per tutti gli spostamenti: Auschwitz, Dachau, Bergen – Belsen. Poi, finalmente, la tanto agognata libertà.

Ma quanto può essere difficile riconquistare un posto nel mondo quando da quel mondo sei rimasta estraniata per anni? La libertà non rappresenta il risveglio da un incubo ma probabilmente la sua continua.

Edith non si sente a posto in nessun luogo, non ha la convinzione di Judith che per loro non c’è altro posto che la Palestina, la terra promessa ai suoi avi. Cerca di riprendere i contatti con i familiari rimasti in vita ma anche qui le cose non durano, non funzionano.

Sarà un altro lungo peregrinare, forse meno penoso dei campi di prigionia, ma altrettanto duro e difficile. Finché un giorno, finalmente, Edith ritroverà il suo posto nel mondo.

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Il romanzo è un piccolo concentrato di strazianti verità, forte, crudo eppure il tutto è un reso con un linguaggio sì essenziale ma quasi delicato, come se l’autrice volesse farci entrare nella sua vita, negli strazi dell’epoca, ma in punta di piedi.

Per tutto il romanzo si sente fortissimo una sorta di distacco, come se ogni fase rompesse qualcosa nella protagonista e nel mondo che la circonda e lei lasciasse indietro una parte di sé pur di poter sopravvivere.

Naturalmente credo sia inutile specificare che l’impatto psicologico è forte e ben designato sia per la storia sia per l’effetto che lascia sul lettore. È un romanzo che fa riflettere, inorridire e raggiunge perfettamente lo scopo: NON DIMENTICARE MAI.

Seppure, come dice l’autrice stessa, la deriva che oggi si sta lentamente materializzando è assai simile a quella dell’epoca:

Da figlia adottiva dell’Italia, che mi ha dato molto più del pane quotidiano, e non posso che essergliene grata, oggi sono molto turbata per il Paese e per l’Europa, dove soffia un vento inquinato da nuovi fascismi, razzismi, nazionalismi, antisemitismi, che io sento doppiamente; piante velenose che non sono mai state sradicate e buttano nuovi rami, foglie che il popolo imboccato mangia, ascoltando le voci grosse nel suo nome, affamato com’è di identità forte, urlata, e italianità pura, bianca; che tristezza, che pericolo.

Il pane perduto di Edith Bruck è un romanzo che ci racconta un passato pericolosamente presente, un monito per la parte sana del mondo che invita a conoscere e non dimenticare proprio per evitare il ripetersi di certe oscenità.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: La Nave di Teseo
Pagine: 126
Prezzo: 16.00€
Voto: 9/10
    

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Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout

Mi chiamo Lucy Barton è un romanzo di Elizabeth Strout uscito in Italia nel 2017 per Einaudi editore. Protagonista è Lucy Barton che si trova ricoverata in un ospedale di New York che affaccia sul Chrysler. La madre è venuta a trovarla, quella donna che Lucy non vede da tantissimi anni. Per cinque giorni le due donne avranno modo di passare del tempo assieme e di parlare.

Così attraverso i racconti della madre su persone che vivevano nella cittadina di Amgash in Illinois e flashback del passato di Lucy apprendiamo la sua storia. La famiglia Barton era sempre stata povera, genitori e tre figli vivevano in una stalla vicino alla villa di alcuni zii. Dopo la morte di questi ultimi i cinque si trasferirono nella casa, ma le abitudini non cambiarono. La madre sarta, il padre che ripetutamente veniva licenziato, i tre figli vivevano nella miseria degli anni Sessanta negli Stati Uniti. Tra punizioni chiusa nel furgone del padre, dove avrebbe maturato una paura mostruosa per i serpenti, i pomeriggio a studiare a scuola per stare al caldo il più possibile, neanche un televisore in casa e il pane alla melassa per cena, conosciamo la storia di miseria e solitudine di Lucy.

Solitudine per Lucy che si traduce nel rifugiarsi nello studio e nei libri, nel sogno di diventare scrittrice un domani. Sogno che la spingerà grazie ai buoni voti a lasciare Amgash per il college e a non tornarci più. Studio, lavoro e poi la conoscenza di William, di origini tedesche, la allontaneranno sempre più da quel nucleo famigliare. I legami famigliari perdono consistenza, Lucy nel mentre si rifa una famiglia e finalmente dopo tanti anni rivede sua madre mentre è in ospedale.

-Lucy, piantala, dai -. Le sentivo la gioia nella voce.

-Avanti, mamma. Ho gli occhi chiusi.

Ci fu una pausa di silenzio. Ero felice. -Mamma? – dissi.

-Quando hai gli occhi chiusi, – disse.

-Mi vuoi bene quando ho gli occhi chiusi?

Leggiamo così tra le righe una richiesta di amore, un bisogno disperato di sentirsi dire che si è stati amati, anche se Lucy è sempre stata abituata a non ricevere neanche un bacio dalla madre; sa poi di aver offeso il padre, avendo sposato un uomo di origini tedesche, quando il padre aveva combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale proprio contro i nazisti. Poi lei è l’unica che è andata avanti, il fratello e la sorella sono rimasti ad Amgash.

Questa esperienza di racconto, di parole, lunga solo qualche giorno, spingerà Lucy a ripensare a se stessa, al suo passato e ad agire in determinati modi nel suo futuro.

Mi chiamo Lucy Barton è il racconto di una vita, la rivendicazione di una propria identità, attraverso il rapporto e l’amore con una madre, che non diventa mai oppressivo o pesante, sdolcinato o tenero, ma è un amore che rimane insito nella lontananza e nelle distanze, che non viene distrutto dagli anni e dal tempo. Conosciamo così anche il volto dell’America dei più poveri, degli ultimi, di chi viveva con poco e che di poco è soddisfatto.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 160
Prezzo: 12,00€
Voto: 7/10

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La profezia dei Romanov – Steve Berry

La profezia dei Romanov di Steve Barry è un romanzo pubblicato per la prima volta nel 2004 in lingua originale. In Italia arrivò solo l’anno dopo, nel 2005, grazie alla casa editrice Tea Libri.

Letto nell’ambito della mia rubrica su La Russia dei Romanov si discosta dai libri letti finora, romanzi puramente storici, in quanto ambientato in epoca moderna unisce storia, fantasia e thriller in un mix micidiale. Ma andiamo per ordine.

Il romanzo si apre con un prologo ambientato nel 1916: Rasputin viene urgentemente convocato dalla zarina Alessandra in quanto lo zarevic Alessio è preda di una delle sue crisi dovute all’emofilia. 

Dopo aver curato e calmato il bambino lo starec però appare delirante: inizia a parlare di una profezia, di rivoluzione, di dodici morti e della salvezza di qualcuno.

Subito dopo facciamo un lungo balzo temporale e ci ritroviamo nella Mosca dei giorni nostri. Qui l’avvocato americano Miles Lord si trova con il suo capo Taylor Hayes per appoggiare la candidatura di Stefan Baklanov come nuovo zar di Russia.

Dopo settant’anni di comunismo ferreo e altri di un governo debole il popolo russo ha infatti votato per tornare alla monarchia e Baklanov sembra il discendente più prossimo allo zar Nicola II, deceduto nel 1918. Compito di Miles è trovare materiale per favorirne la candidatura e la conseguente elezione.

Ma le ricerche non producono il materiale sperato. Anzi, il risultato di queste ricerche potrebbe mandare tutto a monte. Incappato in alcuni documenti segretati, l’avvocato Lord viene a conoscenza di una profezia riguardante i Romanov e di una ben più fondata testimonianza secondo cui la famiglia imperiale non è completamente deceduta a Ekaterinburg nel 1918.

Questa scoperta mette in serio pericolo Lord: scampato a ben tre agguati viene soccorso da un uomo che si dice a capo di una società segreta, una Sacra Compagnia il cui compito è quello di difendere lo zar e la sua discendenza.

Inizia così una lunga avventura, un viaggio contro il tempo in due continenti, alla ricerca della discendenza diretta dello zar Nicola II, contro la mafija per portare a compimento una profezia di quasi un secolo prima.

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Steve Berry cattura l’attenzione del lettore con uno stile accattivante dalla prosa semplice e incisiva. Troviamo sapientemente mixate tra loro la realtà storica della rivoluzione d’ottobre e della tragica fine della dinastia Romanov e l’azione del thriller più puro, con quel pizzico di fantasia data dalla profezia di Rasputin.

Il ritmo della narrazione è serrato, il lettore resta concentrato sulle pagine e sulla lettura in un pathos crescente, curioso di sapere come si evolverà la storia.

Il protagonista, Miles Lord, è uno di quei personaggi perfettamente caratterizzati: un passato non facile, un amore per una terra che non è la sua, una curiosità innata e uno spirito d’iniziativa invidiabile.

Per alcuni tratti ammetto che la storia mi ha ricordato il più famoso Codice Da Vinci di Dan Brown ma questo non ha assolutamente inficiato il piacere della lettura.

Quando ho scelto questo titolo per la rubrica sulla dinastia Romanov non ero certa di cosa mi sarei trovata ad affrontare e sono stata molto indecisa se lasciare intatta la mia decisione o orientarmi verso altri titoli. Alla fine ho deciso che andava bene così.

La profezia dei Romanov di Steve Berry è un romanzo che ha avuto l’abilità di ridare vita, seppur nella finzione, ad una delle stirpi imperiali più famosa e potente di sempre regalandole un finale alternativo. Un finale che forse si sarebbe davvero meritata.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Tea Libri
Pagine: 392
Prezzo: 9.00€
Voto: 8/10

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Splendi come vita – Maria Grazia Calandrone

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone è uno dei dodici libri candidati al Premio Strega 2021. Edito da Ponte alle Grazie questo romanzo si presenta come una lettera d’amore, ma anche come racconto di una vita, ricca di disamore. Maria Grazia racconta la sua esperienza di bambina adottata: nel 1965 il suo caso finì su tutti i giornali. La madre e il padre biologici, lei già sposata con un altro uomo, lui incapace di crescere una famiglia, l’avevano abbandonata a Roma con un biglietto e si erano poi gettati nel Tevere.

Allora Maria Grazia aveva solo pochi mesi e fu adottata da Ione e Giacomo Calandrone, lei ormai aveva 50 anni quasi e faceva l’insegnante, lui era dirigente del PCI (Partito Comunista Italiano), non avevano avuto figli biologici. Maria Grazia scopre a soli quattro anni di essere stata adottata: suo padre non è il suo vero padre e la sua mamma non è la sua vera mamma, eppure lei la ama così tanto.

Da allora comincia per la piccola una rincorsa in cerca di un amore che sembra sempre più sfuggirle dalle mani e scappare lontano. Amore misto alla paura di essere abbandonata: si fa mille domande quando Ione tarda a tornare a casa dal lavoro, ama stare con lei, dormire nel lettone al posto del padre lontano per lavoro. Maria Grazia cresce, ha tante passioni, alcune pure strane, viene mandata più volte in collegi dove puntualmente viene cacciata: una volta addirittura libera un topolino da una trappola. La Maria Grazia adulta dedica anche pagine stupende a quel padre che dai suoi viaggi aerei custodiva per lei dei piccoli tesori: i crackers o le salviette profumate

Così sai che ti penso sempre. Così voli con me. Qui si fondano odore e sapore di ogni volo futuro. L’amore è vero e senza lontananza.

Poi Giacomo Calandrone muore quando Maria Grazia ha solo undici anni e sembra che dentro Ione si rompa qualcosa, un qualcosa che pian piano la porterà a declinare mentalmente e fisicamente, pur rimanendo estremamente bella

Fu così che smise di vedermi. Fu così che iniziò a perseguitarmi. Fu così che, infine, divenne cieca. E fu così che smisi di dipingere quadri che non poteva più vedere e tentai la poesia.

Il disamore di Ione per la ragazzina si concretizza nell’allontanarla sempre di più affettivamente, nel leggere il suo diario segreto e fotocopiarlo per farlo leggere ad altri, nell’incolparla, nel dirle che è una puttana. E Maria Grazia accetta tutto, perchè quella per lei è il primo amore di una vita, accetta il trattamento che pensa di meritare.

Intanto Maria Grazia cresce, partecipa al clima degli anni settanta e ottanta, conosce il mondo del cinema e Ornella Muti, che sognava prima di conoscere, si dedica all’arte e alla poesia, alla magia delle parole che ancora può svegliare qualcosa in questa donna sempre più stanca, che soffre ed è malata. Questa donna a cui questa grande lettera è dedicata: parole d’amore che sgorgano da un cuore che l’ha amata immensamente e dal quale avrebbe sempre voluto essere ricambiata. Il testo è quasi un testamento spirituale, un grido d’amore reso in uno stile pieno di poesia, spezzettato e apparentemente senza linea di continuità, che potrebbe creare disagio in un lettore meno avvezzo al genere.

Splende, la vita, splende come vita. A volte splende quieta come il tuo corpo abbandonato al sonno. A volte sfolgora come il lampo del sorriso. Ma la terra non splende, la cenere non splende. Davvero, Mamma, non sappiamo niente e non siamo che corpo e non siamo più in nessun luogo, dopo, probabilmente e questo precipizio di parole non è buono a rifare neanche una molecola del tuo sorriso. Era vivo, il tuo corpo, e lo guardavo come si guarda la casa distesa nella luce del tramonto e il colle dove stiamo tornando. Faticavo a raggiungerti, alla fine. Ma eri vita accessibile, vita dovuta e vita che ho dovuto lasciar andare. Addio, Mamma.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Ponte alle Grazie
Pagine: 224
Prezzo: 15,00€
Voto: 7/10

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L’anno che a Roma fu due volte Natale – Roberto Venturini

L’anno che a Roma fu due volte Natale di Roberto Venturini è un libro pubblicato da SEM Libri il 4 febbraio 2021.

Candidato al Premio Strega è stato il romanzo con cui abbiamo deciso di riaprire, ancora una volta, la nostra rubrica sui libri candidati all’ambito premio che portiamo avanti da qualche anno: #leggendoStrega.

Ci troviamo al Villaggio Tognazzi a Torvaianica. Qui, in un villino a due piani, abitano Alfreda e suo figlio Marco. La donna, ormai anziana e vittima di demenza senile, ha reso il villino un tugurio invivibile, pieno di cianfrusaglie, sporco e preda di insetti di ogni genere.

Marco, che vive al piano di sopra, è un uomo insicuro, senza nessuno scopo della vita se non quello di prendersi cura della madre. Madre che però si rivela essere una donna testarda e determinata a voler vivere in quella maniera.

Preoccupato per una possibile ispezione da parte dell’Ufficio Igiene che provocherebbe un’immediata confisca dell’immobile, Marco decide che è arrivato il momento di ripulire il villino. Naturalmente c’è da scontrarsi con il muro di Alfreda. Muro che si scalfisce solo davanti ad una promessa: Marco deve prelevare la salma di Raimondo Vianello dal cimitero del Verano e la deve portare a Lambrate dove riposa Sandra Mondaini.

Il perché di questa richiesta? La donna, nei suoi deliri notturni, è convinta di vedere il fantasma di Sandra Mondaini (che lei ha conosciuto ai tempi d’oro del villaggio Tognazzi) che piangendo le chiede una mano per ricongiungersi con il marito.

È un argomento delicato per Alfreda avendo lei perso il marito in mare e non sapendo nemmeno dove piangere il suo corpo. Quindi deve assolutamente aiutare la sua “amica”. E non potendo agire lei stessa decide di incaricare il figlio.

Marco, assieme a Carlo e a Er Donna, decide di assecondare la madre. Cosa mai potrà andare storto?

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Roberto Venturini racconta, con uno stile ironico e a tratti graffiante, la storia di una donna che vive nel ricordo della felicità passata. E quanto questo atteggiamento possa influire anche su chi ci sta intorno.

In realtà quello che dalla trama sembra essere il perno principale dell’intera vicenda non è altro che uno spunto, una “scusa”, attraverso cui l’autore ci rende partecipi di esistenze disastrate ma che ardono di voglia di vivere.

Villaggio Tognazzi, una volta jet set dell’estate vip italiana (e non solo), diventa un luogo dove esistenze al limite si ritrovano e si supportano. Ed è così che il villaggio stesso diventa metafora, metro di comparazione tra bellezza e degrado, tra ciò che fu e ciò che rimane.

Il risvolto psicologico di questo romanzo è molto forte e ben netto: accanto al sorriso che inevitabilmente scappa per alcune scene, il lettore si ritrova catapultato in momenti di profonda tristezza e nostalgia. Tristezza che a volte nemmeno i personaggi avvertono, non quanto la nostalgia per un passato che non può più tornare.

Ma è proprio questa nostalgia per il passato, questo sguardo perennemente puntato all’indietro, che permette ad alcuni di andare avanti con la propria vita: perché il presente può essere brutto e disastroso, il futuro può far paura ma il passato sarà sempre una sorta di coperta di Linus che riuscirà ad addolcire tutto.

L’anno che a Roma fu due volte Natale di Roberto Venturini è un romanzo che ho faticato a capire. Inizialmente mi aveva delusa, aspettandomi dalla trama tutt’altro. Ma, lasciando sedimentare la lettura per qualche giorno, sono riuscita a cogliere sfumature che a caldo avevo quasi ignorato. Sarà questo il suo punto forte?


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: SEM Libri
Pagine: 192
Prezzo: 17.00€
Voto: 7.5/10
 

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La cicala dell’ottavo giorno – Mitsuyo Kakuta

La cicala dell’ottavo giorno è un romanzo di Mitsuyo Kakuta pubblicato in Italia nel 2014 ed edito da Neri Pozza.

Protagonista della vicenda è Kiwako, una donna di ventisei anni. Kiwako tempo prima aveva iniziato a frequentare il suo capo, uomo d’affari già sposato in un’altra città, avevano iniziato una relazione extraconiugale, con continue promesse di divorzio da parte dell’uomo. Una volta che la moglie aveva scoperto il loro rapporto aveva iniziato a mandare lettere e fare chiamate persecutorie a Kiwako attaccandola ripetutamente. La cosa si era protratta anche quando Kiwako, rimasta incinta, sotto pressione dell’uomo, aveva abortito. Dopo poco però anche la moglie era rimasta incinta e aveva partorito una bambina: Erina.

Kiwako dopo aver lasciato il lavoro e la casa in cui viveva ha iniziato a pedinare spesso la coppia e, una volta scoperta la nascita della piccola, ha iniziato a provare il desiderio di vederla. Approfittando del momento in cui i due lasciavano da sola tutti i giorni la bambina per circa venti minuti, lasciando addirittura la porta aperta, Kiwako si è introdotta nella casa, ha preso in braccio Erina e ha sentito che non poteva più lasciarla.

La fuga diventa necessaria, Kiwako sa di aver compiuto un gesto estremo e di non poter tornare indietro, Erina diventa Kaoru, la figlia mai nata e che la donna ha sempre desiderato. La fuggiasca ha da parte molto denaro, ereditato dalla morte del padre, oltre che una cospicua somma risparmiata negli anni di lavoro. In treno viaggiano lontano, entrando in contatto con un’ex amica dell’università di Kiwako e una signora sconosciuta, molto strana, che le ospita per quasi una settimana.

Una donna sopra un furgone sembra essere la soluzione definitiva, d’altronde Kiwako non ha un lavoro, nè un marito, nè tanto meno possiede i documenti della piccola: la donna infatti fa parte de la Casa dell’Angelo, una comunità che offre ospitalità alle donne, una specie di setta in cui le ospiti cambiano nome, hanno un posto sicuro dove vivere, completamente escluso ed indipendente dall’esterno. Dopo questa tappa la fuga continuerà per alcuni anni, fino a che la giustizia farà il suo corso e Kiwako verrà separata dalla bambina con cui avrebbe voluto passare il resto della sua vita.

La seconda parte del romanzo è invece dedicata ad Erina, diventata ormai adulta, che racconta con dei flashback a Chigusa, vissuta anche lei nella Casa dell’Angelo, ciò che è successo dopo essere tornata dalla sua vera famiglia. Apprendiamo quindi dei problemi coniugali della coppia, di questa famiglia in cui la bambina prima e la ragazza poi non è mai riuscita a sentirsi parte, di come abbia cercato di fuggire da essa il prima possibile e di come abbia ripercorso alcune tappe fondamentali della vita di Kiwako stessa.

Due donne legate da un filo, un rapporto impossibile, in cui si perde il senso della distinzione tra giustizia e ingiustizia, tra bene e male. Ci si pone tante domande, ci si chiede quale sia la colpa originale, come si possa rimediare ad essa. La cicala dell’ottava giorno è un romanzo estremamente duro in alcuni punti, ma molto bello ed emozionante, ricco di elementi psicologici su cui riflettere. E’ interessante anche il titolo scelto, il richiamo alla vita delle cicale che solitamente muoiono dopo sette giorni sulla terra, dopo aver passato sette anni sotto terra; c’è il credere che magari qualche cicala riesca a sopravvivere al settimo giorno e arrivando all’ottavo riesca a vivere anche cose belle in mezzo a quelle brutte che la vita mette di fronte a tutti gli esseri viventi. Una metafora estremamente intelligente, tenera, a cui le esistenze di Kiwako ed Erina sembrano inesorabilmente avvicinarsi.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Neri Pozza
Pagine: 398
Prezzo: 18,00€
Voto: 8/10

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La tentazione di essere felici – Lorenzo Marone

La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone è un romanzo pubblicato nel 2015 da Longanesi.

Si tratta del romanzo d’esordio di Lorenzo Marone ed ora si trova in libreria nella versione TEA.

Complice il gruppo di lettura itinerante che portiamo avanti da qualche mese sul nostro profilo Instagram e la presenza di questo libro nella mia libreria (regalatomi circa un anno fa) mi sono catapultata tra le pagine e le ho letteralmente divorate.

Cesare Annunziata è il protagonista di questo romanzo. Direi assolutamente il protagonista indiscusso. Settantasette anni, vedovo, due figli, insoddisfatto della sua vita, cinico e splendidamente asociale.

Asociale proprio con tutti, anche con i due figli: Sveva, la maggiore, che è sempre stata la sua preferita e che ora vede come una donna infelice e sempre (troppo) indaffarata; Dante, figlio minore, esplicitamente omosessuale ma che non ha mai trovato il coraggio di dirlo al padre.

Poche le persone a cui Cesare da’ “l’onere” di girare attorno a lui: c’è Marino, l’amico di una vita, che abita nel suo stesso portone ma che ormai i dispiaceri della vita hanno ridotto ad un prigioniero della sua stessa casa; c’è Rossana, la prostituta con cui si vede ormai da due anni e poi c’è Eleonora, la gattara del condominio che abita sul suo stesso pianerottolo.

Questa è la cerchia alquanto ristretta delle persone care a Cesare. Persone che però vengono trattate tutte con lo stesso cinismo, giudicate con la feroce ironia che lo contraddistingue.

E poi un giorno arriva lei, Emma: la nuova giovanissima vicina di casa. Sarà per il nome che gli ricorda il suo unico vero amore, sarà la palese condizione di maltrattamento in cui vive, sarà che Cesare ha uno spiccato senso di giustizia, il fatto è che questa ragazza poco a poco riesce a scalfire la corazza del burbero vecchietto e diventano amici. 

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Tra lucide analisi della realtà che lo circonda, siparietti comici con il povero Marino, liti furiose con la figlia e dolcissime riconciliazioni, Lorenzo Marone ci racconta una vita che è stata vissuta e che ancora vuole esistere.

Sullo sfondo una Napoli che non è descritta come una delle meraviglie del mondo: lurida, con la gente pettegola e ficcanaso, con i giovani che fanno i bulletti. Ma tuttavia l’unica città in cui un burbero come Cesare potrebbe mai vivere.

Che poi, burbero fino ad un certo punto. Nel romanzo emergono forte i rimpianti di una vita che è stata sprecata, di un amore che non si è saputo ricambiare perché troppo impegnato a sognare l’impossibile. Cesare Annunziata è un burbero dal cuore fondamentalmente tenero e più volte viene dimostrato.

Lo stile di Marone è semplice, diretto, lineare e a tratti poetico. Il lettore si ritrova alla fine del libro senza nemmeno rendersene conto con una ridda di emozioni che lo avvolge e lo assale.

Appena terminata la lettura ero rimasta un po’ delusa dal finale: mi sembrava incompiuto, lasciato lì in sospeso, come se mancasse qualcosa, come se volessi di più. Ma, lasciando sedimentare le emozioni e a distanza di qualche ora ho capito che no, il finale andava benissimo così: nel suo essere “sospeso” ha tutte le risposte che il lettore cerca.

La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone è un libro dolcissimo e divertente al tempo stesso, un libro che fa riflettere ed emozionare. Un perfetto primo approccio che lascia la voglia di approfondire la conoscenza con questo autore.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: TEA
Pagine: 268
Prezzo: 5.00€
Voto: 10/10

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Benedetto sia il padre – Rosa Ventrella

Benedetto sia il padre è il nuovo romanzo di Rosa Ventrella uscito lo scorso 16 marzo per Mondadori.

Si tratta del secondo romanzo di cui ci occupiamo (il primo, La Malalegna, era stato recensito da Lydia qualche tempo fa) ma l’autrice ha all’attivo diverse pubblicazioni arrivate anche in altri paesi.

In questo romanzo la protagonista è Rosa: ad apertura del romanzo incontriamo una rosa già adulta, separata e madre di una bambina. Il suo mondo, già in bilico, viene stravolto da una notizia: la madre ha avuto un ictus.

Immediatamente Rosa fa le valigie e prende un treno: da Roma deve tornare a casa. Deve tornare a Bari, lì dove la sua storia ha avuto inizio. Lì dove la sua vita è stata scritta, il suo cammino designato forse per sempre.

Ed è proprio in questo viaggio verso la sua terra d’origine che la protagonista si lascia andare: un lungo monologo, una sorta di flusso di coscienza, un racconto destinato alla madre in cui, per la prima volta, Rosa si mette a nudo e le svela ogni cosa.

Facciamo quindi la conoscenza di una Rosa tredicenne e con lei di tutta la sua famiglia: la mamma Agata, il padre Giuseppe e i due fratellini, Salvo e Michele. Ci viene presentato il quartiere San Nicola, l’attuale città vecchia, con le sua chianche bianche, il mare a due passi e i vicini di casa che tutto sapevano e tutto vedevano.

Immediatamente veniamo catapultati in quella che è la realtà della famiglia Abbinante: un padre svogliato, che non ha voglia di lavorare, bello come un angelo ma con l’animo nero come il diavolo. Un padrone che da un momento all’altro cambia umore e riversa la sua violenza sulla moglie, un uomo per cui un bambino non deve piangere, per cui un maschio deve essere maschio. Nessuna sfaccettatura, nessuna gradazione intermedia: o nero o bianco.

E in quella stessa mentalità gretta stanno crescendo i due fratellini di Rosa, mentalità frutto dell’epoca ma soprattutto frutto dell’ignoranza. E mentre Rosa vede sempre di più Salvo diventare la copia di suo padre spera che Michele rimanga il bambino sensibile che è.

Tutta la loro vita gira intorno alla figura di questo padre e ai maltrattamenti subiti dalla madre. E Rosa non lo sopporta. Vorrebbe che la madre lo lasciasse, che fuggissero lontano solo loro due per rifarsi una vita. Una vita in cui sua madre possa ritrovare il piacere di essere persona e donna.

Ora la vedevo con occhi netti – mia madre -, come qualcuno avesse sollevato la carta velina dalle pagine di un vecchio giornale ingiallito: prima una sognatrice romantica dopo una creatura annientata da tutti gli oggetti dell’inganno che papà aveva seminato lungo il cammino.

Per ribellarsi al padre e alla situazione familiare la piccola Rosa cercherà di andare contro a qualsiasi precetto insegnatole: diventerà amica di una prostituta, s’invaghirà di un uomo molto più grande di lei, cercherà in tutti i modi di ribellarsi.

Fin quando non incontra Marco: bello, colto, intelligente. Con lui tutto sembra possibile. I suoi sogni diventano quelli di Rosa e tutto sembra culminare alla perfezione nel loro matrimonio. Un matrimonio che porta la ragazza lontano da casa, a Roma. Un matrimonio che, alla fine, forse non sarà quell’oasi di pace che Rosa si aspettava.

E in questo lungo racconto alla madre si lascia andare ad una confessione, a lungo covata, dolorosa, che spezza il cuore di chi racconta e di chi ascolta:

Quello che mi hai tolto, ma’, nessuno me lo restituirà mai.

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Rosa Ventrella racconta una storia fatta di dolore, una storia dove la speranza è un lusso e i sogni vengono sempre disattesi.

La figura del padre padrone a cui tutto è permesso, una madre succube i cui tentativi di ribellione sono fiacchi ed inutili, una società che considera tutto questo la normalità. Il tutto condensato nella storia di una donna che, anche nell’età adulta, non riesce a liberarsi di tutto ciò.

La figura di Rosa è assai complessa. L’odio/amore per i genitori è un punto cardine dell’intero romanzo: naturale per il padre che maltratta, deride e ignora; una conseguenza per la madre succube ed incapace di reagire. Qui l’affetto non basta, non serve. La piccola Rosa tredicenne vorrebbe un segnale, una prova che tutto può cambiare ma nessuno sarà disposto a darglielo.

E tutto quello che ha patito da bambina se lo porterà dietro da adulta inizialmente in maniera quasi incosciente fino ad aprire gli occhi e ad accorgersi che sta rivivendo la vita di sua madre. Fino a prendere coscienza di sé e liberarsi di un fardello fin troppo pesante.

Forte è la vena psicologica su cui tutto il racconto si posa: principale, ovviamente, quello della protagonista, sapientemente amalgamato a quelli che sono i pensieri e i comportamenti di tutti gli altri personaggi che girano attorno alla vicenda.

Lo stile della Ventrella è ipnotico, scorrevole e di facile lettura. Le pagine si susseguono in un flusso quasi ininterrotto in cui si riescono a percepire i suoni e gli odori. Si vive la città, con i suoi colori e le sue peculiarità. Anche per chi ci è nato.

Unica pecca che sento di segnalare è una particolarità del linguaggio: molte frasi nel testo iniziano ad essere rese in dialetto ma poi vengono italianizzate perdendo, secondo me, la “forza”, la loro “intenzione”. Capisco che possa essere stata una scelta “dovuta” visto che si tratta di un romanzo che non andrà letto solo da baresi/pugliesi però da barese questa necessità di tradurre una parte delle frasi mi ha fatto storcere un po’ la bocca.

Rimane il fatto che Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella è un romanzo potente, viscerale, crudo eppur bellissimo. Un romanzo che segna nel profondo ma che, nonostante tutto, dona anche un po’ di speranza.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Mondadori
Pagine: 233
Prezzo: 18.00€
Voto: 8/10