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Vox – Christina Dalcher

Nella mia vita da lettrice mi sono convinta di una cosa: per un libro che non mi è piaciuto troverò sicuramente un altro (o più di uno) che mi piacerà sicuramente. E fino ad oggi non mi sono mai sbagliata.

Vox si potrebbe definire, o forse lo è, un romanzo distopico ed è la storia della dottoressa Jean McClellan, neurolinguista di grande fama che si trova costretta ad interrompere la sua professione a causa del nuovo governo instauratosi negli Stati Uniti.

Se questo può sembrare già un evento assurdo il peggio deve ancora arrivare, poiché Jean, come tutte le donne del Paese, è stata ridotta quasi al silenzio. Infatti ogni essere di sesso femminile, di qualsiasi età e di qualsiasi ceto, è dotato di un braccialetto contatore. A cosa serve? Serve a non far dire più di  100 parole al giorno ad ogni donna.

Questo è quello che ha deciso il Movimento per la Purezza, il nuovo ordine al governo. Un governo che vuole le donne sottomesse, dedite solo alla cura della casa, senza nessuna conoscenza e nessuna libertà. Un governo che istituisce dei veri e propri campi di prigionia per le donne che commettono adulterio e per tutti quegli esseri, uomini o donne, che si dichiarino omosessuali.

La situazione è delicata, molte donne vorrebbero ribellarsi mentre altre si lasciano trascinare in questo nuovo ordine di cose senza battere ciglio. Ma Jean ha una bambina piccola, Sonia. Una bambina che sta crescendo con la paura di pronunciare anche solo una sillaba. E un figlio adolescente che si sta facendo fare il lavaggio del cervello e si sta pericolosamente omologando al pensiero corrente.

La sua rabbia è tanta e la voglia di fare qualcosa anche. Ma come fare? L’occasione si presenta il giorno in cui viene convocata per riprendere momentaneamente la sua professione per curare il fratello del Presidente dall’afasia di Wernicke. Accettare l’incarico le consentirà di liberarsi momentaneamente del braccialetto e di poterlo togliere anche alla piccola Sonia e cercare di porre rimedio all’irreparabile danno che sta subendo.

Ma davvero le sue risorse e le sue competenze serviranno solo a guarire il fratello del Presidente? E perché, oltre il suo team, ci sono altri due team su livelli di segretezza altissimi che operano nello stesso settore ma che sembrano stiano andando nella direzione opposta?

Per Jean è arrivato il momento delle decisioni: fare finta di niente e condannare lei e l’intera popolazione femminile al silenzio o ribellarsi e cercare di salvare il suo futuro e quello di tante altre donne?

2019-01-21

Christina Dalcher, con il suo romanzo d’esordio, ci regala una storia che, purtroppo, non si può definire nemmeno “di fantasia”. Perché il tema trattato è molto attuale ma che trova radici profonde nel passato, nelle credenze e nelle usanze di alcuni.

Jean rappresenta perfettamente la figura della donna di questo secolo: una donna che ha potuto studiare, specializzarsi, esprimere tutto il suo potenziale non solo attraverso la famiglia, il matrimonio ed i figli. Una donna che ha preso tutto quello che poteva prendere perché era lì ed era giusto che lo prendesse.

Ma cosa potrebbe succedere se qualcuno, dall’alto delle sue malsane convinzioni, tentasse di toglierci non solo quello per cui abbiamo sudato e lottato ma soprattutto la nostra libertà? Jean è una donna moderna ma che richiama le donne che sono venute prima di noi: intelligente e ribelle, pronta a lottare per sé e per il bene di chi le sta intorno.

La paura, i dubbi, il senso d’impotenza vengono sapientemente mescolati alla voglia di ribellione e riscatto che animano la nostra protagonista e vengono descritti in maniera magistrale. Ma non solo la psiche della protagonista è ben tratteggiata. Anche quella dei personaggi secondari che ruotano intorno alla vicenda è così ben definita che è inevitabile, per il lettore, provare tutti i sentimenti possibili che una storia del genere può suscitare (nel mio caso sono passata molte volte dall’orrore alla rabbia vera e propria).

Il tutto con una scrittura così fluida e con un ritmo così serrato che è davvero difficile staccarsi dalle pagine anche solo per prendere una boccata d’ossigeno.

Credo, per la prima volta in vita mia, di aver trovato un romanzo d’esordio validissimo che coniuga una bella penna, una storia importante ed attuale che fa riflettere moltissimo e che, nel dopo lettura, ti lascia davvero tanto. Assolutamente consigliato.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Editrice Nord
Pagine: 414
Prezzo: 19.00€
Voto: 9/10

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I Moore – Charlotte Bronte

Charlotte Bronte è la mia scrittrice preferita tra le tre sorelle e, rispetto ad Emily e Anne, è anche stata la più prolifica. Accanto ai romanzi Jane Eyre, Il professore, Shirley e Villette c’è una consistente raccolta di documenti e opere incompiute che sono state riscoperte solo recentemente. In Italia, grazie alla casa editrice flower-ed abbiamo avuto il piacere di leggerne alcuni, nella speranza che chissà, un giorno tutto ciò che questa donna ha scritto possa venire alla luce.

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I Moore  è uno dei piccoli gioiellini pubblicati nel 2017 proprio da flower-ed per la collana Five yards. In poche pagine viene tratteggiato l’inizio di un possibile romanzo. Abbiamo Henry Moore e sua moglie, alcuni battibecchi tra i due, dopo sei mesi di matrimonio Henry si diverte a prenderla in giro e a metterla in difficoltà. E’ arrivata una lettera: William, il fratello di Henry, chiede di poter andare da lui per lavorare, ha rinunciato ad un possibile matrimonio con la figlia del suo datore di lavoro e, per tale ragione, si ritrova senza un’entrata economica.

A casa Moore William non è l’unico ospite atteso: Julia Moore ha invitato Alicia Wynne, una sua cara amica, dal carattere molto particolare. Alicia infatti sogna una vita da aristocratica, è abituata a economizzare, a valutare tutto in base al suo valore monetario. Il racconto seppur breve e interrotto, lascia intendere un possibile intreccio amoroso tra i due ospiti di casa, del cui futuro purtroppo non siamo a conoscenza.

Anche se ci sono arrivati pochissimi capitoli, Charlotte aveva già descritto alcuni tratti essenziali dei suoi personaggi, permettendo al lettore di  figurarseli nella sua immaginazione. Arricchisce il racconto la postfazione di Alessandranna D’Auria che racconta la genesi di queste pagine.

Charlotte, prima della pubblicazione del più noto Jane Eyre, aveva scritto Il professore, opera che le fu rifiutata in quanto considerata troppo breve. Il romanzo, che non ho ancora avuto il piacere di leggere, raccontava dell’amore tra un professore e una sua alunna, rievocando elementi autobiografici della scrittrice a Bruxelles. Gli editori le avevano chiesto di allungare il romanzo dividendolo in tre parti: inizialmente Charlotte rifiutò di cambiare e aggiungere nuovi elementi che arricchissero e dilatassero quindi la sua storia, ma I Moore rappresenta il tentativo di un nuovo inizio per quel testo.

Desiderio estremo di Charlotte era quello di vedere le sue opere pubblicate, quindi probabilmente per questo decise di riscrivere il suo romanzo seguendo il consiglio degli editori: ma il tentativo fu interrotto, forse per l’attaccamento alla sua prima opera che fu pubblicata solo dopo la sua morte.

I Moore per un lettore che si approssima per la prima volta alla scrittura di Charlotte Bronte, probabilmente sarebbe una lettura abbastanza inutile e senza senso, per cui penso che quest’opera sia maggiormente apprezzabile dal pubblico che ha già amato la sua autrice e che desidera conoscere e analizzare ogni suo scritto perchè spinto dalla passione per essa. Una lettura quindi per un pubblico ristretto, ma sicuramente forse più di qualità.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Flower-ed
Pagine: 79
Prezzo: 15.00€
Voto: 7/10

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La Regina del Nord – Rebecca Ross

Qualche tempo fa, nelle stories di una bookstragramer, mi ero imbattuta nella versione inglese di questo fantasy. La ragazza annunciava che il titolo era stato tradotto in italiano, pubblicato e che si trattasse del primo volume di una saga.

Avevo voglia di un bel fantasy che mi tenesse incollata alle pagine e che nascondesse un bel mistero quindi ho letto la trama e mi sono abbastanza convinta a comprare l’ebook. Ahimè, però, la delusione è stata tanta.

La Regina del Nord è la storia di Brianna, giovane ragazza che all’età di dieci anni viene portata dal nonno a Magnalia, una scuola in cui le ragazze vengono seguite per sette anni in una specifica materia per diventarne appassionate.

Brianna è orfana di madre, suo padre non si sa chi sia, si sa solo che la giovane ha sangue per metà valeniano come la made e per metà maevaniano come il padre. Inoltre, nei sette anni passati a Magnalia, Brianna non ha mai brillato in nessuna delle discipline lì insegnate (Arte, Musica, Eloquenza, Teatro e Sapienza) ma, grazie al maestro Cartier, sta per appassionarsi in Sapienza.

Purtroppo, la sera del solstizio d’estate, durante la cerimonia finale, Brianna si ritrova a non essere scelta da nessun patrono e quindi ad essere l’unica delle studentesse di Magnalia a non potersi appassionare.

Questo evento, in realtà, segnerà la “svolta” nella storia poiché, all’improvviso, Brianna si troverà a rivivere dei ricordi ancestrali appartenuti a qualcuno vissuto cent’anni prima e, grazie a questi, si ritroverà invischiata in un gioco di tradimenti, sotterfugi e piani per ripristinare l’antica stirpe reale sul suolo di Maevania.

La partecipazione a questo piano porterà la giovane in Maevania e a scoprire finalmente qualcosa del suo passato e di suo padre. E questo rimetterà tutto in gioco.

la regina del nord

Ora: partiamo dal presupposto che La Regina del Nord è un romanzo d’esordio e che quindi non sia perfetto. Però mi aspettavo davvero qualcosa di più.

La protagonista e tutti i personaggi che girano intorno si sono rivelati insulsi e piatti. La storia è priva di veri e propri colpi di scena poiché li si intuisce pagine prima che vengano svelati. Anche la psiche dei personaggi lascia il tempo che trova.

Tralasciando gli evidenti richiami a fantasy ben più famosi e riusciti, la cosa che manca a questo romanzo è proprio il mordente: niente pathos, niente emozioni. Tutto molto piatto e alquanto noioso.

Anche quella che dovrebbe essere la vicenda d’amore che accompagna in parallelo la storia è così improvvisata e senza alcuna base che più di una volta mi sono trovata a domandarmi il perché e il come fosse nato tutto.

Una nota positiva? Si legge velocemente. Ma per il resto è uno di quei libri che, una volta finito, ti lascia completamente indifferente e con la sensazione di aver sprecato due giorni della tua vita in cui avresti potuto leggere qualcosa di veramente valido.

Altra piccola nota: come dicevo all’inizio questo è il primo romanzo di una serie (ora non ho ben capito se sarà una duologia, trilogia o più) però anche qui la mia perplessità è grande in quanto la storia, secondo me, è abbondantemente conclusa con questo libro. Non riesco proprio a capire cosa potrebbe succedere di così pazzesco da dover venire raccontato in altri volumi.

Quindi per me questo libro è un no grande quanto una casa. Il che è davvero un peccato perché la trama non è male ma è la costruzione che proprio non mi ha convinto.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Piemme
Pagine: 370
Prezzo: 17.50€
Voto: 4/10

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Come non scrivere – Claudio Giunta

“A chi non teme il dubbio
a chi si chiede i perché
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare la vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne”

Molti di voi riconosceranno questa dedica perché appare su di uno dei libri più venduti nella storia italiana: Lettera ad un bambino mai nato. Questa stessa dedica appare anche a pagina cinque del saggio Come non scrivere di Claudio Giunta, come esempio però di brutta scrittura. E’ così che la mia antipatia per Oriana Fallaci come autrice ha trovato nelle parole di Giunta un senso e nessuno (scusatemi se è puerile) mi affascina di più di chi critica meglio di me ciò che detesto.

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In questo saggio non c’è  nessuna regoletta d’oro o idea strampalata su come diventare un moderno Dante, bensì, coerentemente col titolo, Giunta spiega cosa non fare per ottenere un testo quantomeno leggibile. Sembra facile, vero? Niente affatto, scrivere bene non è per niente facile.

“Curare il linguaggio non significa soltanto curare il modo in cui si parla o si scrive, ma anche curare il modo in cui si pensa. La lingua non è il codice della strada: nessuno vi multerà se userete ‘mitico’ o ‘bestiale’ come il prezzemolo, o se direte ‘quest’estate ci recheremo in un resort esclusivo’ o ‘che serata sfiziosa!’. Se però usate espressioni del genere in mezzo a persone che hanno studiato o in mezzo a persone che, pur non avendo studiato molto, sono abituate a una conversazione decente, vi guarderanno con un po’ d’imbarazzo (per voi) e di fastidio. Questo perché la lingua non ha soltanto a che fare con la norma ma anche con l’educazione. Dire ‘Che serata sfiziosa!’ è un po’ come mettersi le dita nel naso: non è un delitto, ma non fa una buona impressione. Perché? Perché, per dirla in breve, è una di quelle che in retorica si chiamerebbero sineddochi (la parte per il tutto): se dite, senza sorridere, ‘sfizioso’ nel senso di ‘piacevole’ o ‘attimino’ nel senso di ‘un poco’ (‘sei stato un attimino precipitoso’) vuol dire che avete visto tanta tv al pomeriggio e avete letto molte riviste tipo “Chi” ma pochi libri, avete viaggiato poco e male e, soprattutto, vi manca quell’uso del mondo che vi rende delle persone frequentabili.”

Impegno è la parola chiave, poco importa che si tratti di scrivere un romanzo o di uno stato su Facebook, esso è alla base di quella che Giunta definisce La legge di Borg perché quando all’ex tennista svedese Björn Rune Borg venne chiesto se lo impegnasse di più un set con McEnroe o uno con Connors, lui rispose: «Mi impegna tutto, anche un set con mio nonno.» Chiaro, no?
Altri due concetti da tenere bene a mente che Giunta chiama ironicamente leggi sono La legge di Silvio Dante e La legge di Catone, rispettivamente: parla chiaro e se conosci ciò di cui vuoi scrivere, le parole arrivano da sole.

Nonostante si tratti di consigli e promemoria, il tono del saggio non è affatto accademico e contiene parecchi esempi colti e pop, alcuni quasi scontati, altri molto meno. Ad esempio, anche voi cedete alla tentazione del “bello scrivere”, infiorettando inutilmente i vostri testi con parole fintamente eleganti? («mi sono recato» invece di «sono andato» è molto usato). Tranquilli, scriviamo male ma spesso non è colpa nostra, gli esempi di antilingua li troviamo negli slogan pubblicitari, negli articoli dei giornali, nelle sentenze giudiziarie… del resto la filosofia che ci inculcano a scuola è: perché usare questo termine semplice quando ne esiste uno più ricercato? Ebbene sì, era tutto sbagliato.

Cosa buona e giusta sarebbe anche evitare le citazioni (colte o meno) e preferire sempre le parole italiane a quelle straniere (niente è peggio delle massime latine inserite in lingua originale nel testo) e un richiamo va fatto anche ai giornalisti che puntano sulla retorica emozionale, quelli che utilizzano uno stile commovente che fa  subito letteratura da quattro soldi.

Giunta sa scrivere e lo dimostra con questo saggio, ma non è un fanatico, riconosce i suoi come consigli e non come regole auree da seguire ciecamente (io stessa non l’ho fatto in questo testo), ma ricorda che non siamo tutti talentuosi al pari di Marcel Proust quindi il più delle volte è meglio puntare della filosofia del Less is more.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: De Agostini
Pagine: 224
Prezzo: 16.00€
Voto: 10/10

 

 

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Donne che parlano – Miriam Toews

Tra le varie uscite editoriali dell’anno scorso mi aveva oltremodo incuriosito un romanzo edito dalla Marcos y Marcos ma non avevo avuto ancora occasione di acquistarlo e leggerlo.

Durante una visita alla Libreria Libriamoci di Bitritto ho trovato questo romanzo sugli scaffali e ho deciso che fosse il momento di acquistarlo. Ed è stato con questo libro che ho cominciato alla grande il mio 2019 letterario.

Donne che parlano è la storia delle donne della colonia mennonita di Molotschna, una piccola comunità fuori dal tempo e dello spazio dove le donne sono trattate alla stregua degli animali mentre gli uomini dettano legge.

Siamo donne senza voce. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotshcna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni,  per forza che siamo sognatrici.

A seguito di alcuni episodi di stupro a danno di donne e bambine ad opera degli uomini della stessa comunità, le donne decideranno che è il momento di reagire e fare qualcosa. E decidono che questa loro decisione debba essere messa nera su bianco. Ma come fare visto che non sanno né leggere né scrivere?

Ed è qui che entra in gioco August, un uomo rientrato da poco nella comunità dopo una scomunica. Un uomo che ha visto il mondo, che sa com’è “fuori”, colto e che aiuterà le donne a redigere i verbali delle loro riunioni.

Ed è dalla sua voce che conosceremo le donne di Molotschna: le anziane Agata e Greta; Ona, Salomè, Mariche e Mejal; le giovani Autje e Neitje. Donne diverse eppure uguali, donne che vogliono cambiare la loro condizione, che vogliono imparare a proteggersi e a proteggere le proprie figlie.

E quale soluzione migliore se non andarsene e rifarsi una vita lontane dagli uomini che le hanno sempre maltrattate ed umiliate?

Non siamo membri! Siamo le donne di Molotschna, L’intera colonia di Molotschna si fonda sul patriarcato, dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti ad impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la Bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri, Mariche, siamo merce. Dopo averci consumate al punto che a trent’anni sembriamo sessantenni col grembo che si riversa letteralmente sui pavimenti impeccabili delle nostre cucine, esausto, i nostri uomini passano alle nostre figlie. E se potessero ci venderebbero tutte all’asta.

donne che parlano

Ammetto di dover ancora “digerire” questo romanzo. Si tratta di un racconto crudo, a tratti anche inquietante, ma condito con quella giusta dose di speranza e di forza di volontà che dona un senso di giustizia a tutto il contesto.

In un momento storico come questo, in cui al telegiornale non facciamo altro che sentire notizie di femminicidi e violenze varie, di donne che non hanno la forza di ribellarsi ai loro aguzzini, leggere di queste donne che, pur nella loro ignoranza, trovano la forza in loro e nella loro fede per cambiare le cose e ribellarsi mi ha restituito un po’ di fiducia nel mondo.

Miriam Toews, con una narrazione continua ed interrotta, in un lungo flusso di coscienza, ci racconta la vita di queste donne, le loro credenze, le loro speranze e la loro voglia di combattere per avere e donare un futuro migliore. Il tutto con un linguaggio semplice e alla portata di tutti che non rende affatto pesante la lettura pur affrontando temi molto seri e attuali.

Consiglio questa lettura a tutti: alle ragazzine che magari devono ancora capire come va il mondo, a quelle donne che non trovano il coraggio ed il modo di ribellarsi a chi tarpa la loro libertà, a quelle donne che magari credono che la loro forza e il loro ribellarsi sia un modo di essere sbagliato (perché è la società che ce lo fa credere). Ma consiglio questa lettura anche agli uomini perché possano capire che la donna non è un animale e che non è con la sottomissione e la violenza che la si tiene legata a sé. Per quello basta solo un po’ d’amore.


SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Marcos y Marcos
Pagine: 253
Prezzo: 18.00€
Voto: 8/10

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Invito a cena – Joshua Ferris

9788854516250_0_240_0_0Invito a cena è una raccolta di racconti scritta da Joshua Ferris.
Nello spazio di duecentotrentanove pagine l’autore propone undici racconti e tante tematiche (recriminazioni, tradimenti, crisi coniugali, amori non corrisposti) ma tutte riconducibili ad un unico nucleo: le relazioni uomo-donna. 

I protagonisti sono spesso uomini, americani di buona famiglia e ricchi di nevrosi, l’ambientazione invece è quasi sempre la New York dei giorni nostri, stereotipata come terra prospera per i paranoici.
Gli scontri uomo-donna si compiono soprattutto all’interno della coppia, ma anche sul posto di lavoro o ad una festa, tutti però sempre puntualissimi per l’ora di cena. Ciò che più viene messo in risalto da questi racconti è la fragilità maschile, specialmente nel complesso rapporto tra i due sessi, presentando situazioni esasperanti e al limite del grottesco; che si tratti di una donna incapace di programmare una serata o di uno sceneggiatore semi alcolista che cade in piscina al party di una famosa autrice, il protagonista vive un crescendo di paranoie. L’incapacità di comunicare dei protagonisti (presentati al lettore tramite piccoli movimenti, frasi trattenute e pensieri ossessivi) lacera i rapporti con l’altro sesso e con sé stessi, rendendo quest’ultimi dei veri e propri inetti.

Si dice che scrivere un racconto sia più impegnativo che scrivere un intero romanzo: in poche righe l’autore deve immergere completamente il lettore nella storia, deve rapirlo per tutta la durata del racconto e poi via con quello successivo. Joshua Ferris in questo è stato bravo, il linguaggio delle sue storie è scarno ma preciso, adatto al racconto, in pieno stile americano. Per ogni storia che finisce si percepisce una completezza narrativa, in qualche modo anche quando il finale è tronco.

Il racconto che credo rappresenti al meglio la raccolta e che perciò ho preferito è intitolato “La brezza” e parla, semplicemente, di una donna incapace di scegliere come trascorrere una serata. Dapprima ostinata nel rifiutare di seguire al cinema il marito, lo trascina poi in giro per mezza New York, alla ricerca ansiosa di nuove esperienze che, consumate per metà e frettolosamente, finiranno per deluderla nuovamente.

Metà serata era finita. Che stupido pensarlo, quando non erano ancora le otto, ma lei non riuscì a farne a meno. L’ultima ora, fatta di frustrazioni e sfortuna, di incertezze e blocchi in cui avrebbe avuto bisogno che accadessero tante cose, era ormai il simbolo della sua serata e della sua vita.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Neri Pozza
Pagine: 239
Prezzo: 17.00€
Voto: 8/10

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Non avevo capito niente – Diego De Silva

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Diego De Silva mi piace. Anzi, mi piace molto. Questo è il quinto libro che leggo scritto da lui e, come la prima volta, mi ha fatto ridere. Perchè questa è l’emozione che le sue pagine risvegliano: fanno ridere da morire, anche delle cose serie. Perchè la vita di Vincenzo Malinconico, il nostro protagonista, non è proprio semplice nè felicissima, eppure lascia sempre un sorriso agrodolce sulle labbra. Malinconico non è un eroe, è solo un uomo, un essere umano come noi, che vive giorno per giorno barcamenandosi tra le disavventure della vita. E’ un avvocato, non di successo, lavora molto poco, non ha tanti soldi, ha 42 anni e una vita sentimentale non ben qualificata: ha divorziato dalla moglie psicologa Nives, che lo ha lasciato per un architetto, ma ci va ancora a letto qualche volta e sogna che un giorno lei torni da lui. Ma c’è anche Alessandra Persiano, sua collega avvocato, bellissima e sogno proibito di tutti i suoi colleghi. E sembra che Alessandra sia interessata a lui.

Poi ci sono Alagia e Alfredo: i figli. Lei, figlia non biologica, va all’università, gli incontri con il patrigno sono fugaci e nascosti pranzi in un Burger King di un aeroporto; lui, adolescente con le idee chiare sul suo futuro giornalistico, ha lo strano hobby di analizzare e comprendere i malavitosi e i delinquenti, per cui li avvicina e li interroga per soddisfare la sua curiosità, non evitandosi, varie volte, di ritrovarsi poi con un occhio nero e il corpo dolorante.

Poi ci sono i vicini di casa: una coppia di cui non si ricorda neanche il nome che ha un’agenzia e un cane, un volpino che inizia ad abbaiare di continuo per ogni minimo rumore; un uomo sposato che intrattiene delle relazioni extraconiugali e gli va tutto bene fino a che “smette di funzionare” con la moglie; un inquilino di nome Giustino Talento che convive con la compagna con cui ha non pochi problemi.

Nella sua vita solitaria e un po’ confusa Vincenzo Malinconico accetta, come avvocato penalista, di difendere un camorrista accusato di un crimine orribile quanto disgustoso: tagliuzzare i cadaveri delle vittime dei suoi colleghi e disperderne i pezzi l’uno più lontano possibile dall’altro. Ma quel giorno il suo cane ha rubato e sotterrato nel suo giardino una mano. Difendere un uomo chiaramente colpevole non è semplice, soprattutto per chi pur avendo la laurea in giurisprudenza tende a non volerla usare.

Vincenzo Malinconico è un uomo qualsiasi, la cui vita viene raccontata in queste pagine con ironia e sincerità. Compie e non compie scelte, sembra sempre in bilico nell’indecisione di cosa sia meglio e cerca una cosa che vogliamo tutti, in fondo: la felicità.

Promuovo questo libro che mi ha tenuto compagnia per diverse ore, mi ha divertita e stupita. Se volete farvi due risate con un libro che sia bello e divertente, senza essere una stupidata comica, questo è il romanzo giusto che fa per voi. Imparerete a voler bene a questo personaggio strambo e simpatico che, viene definito già dalla quarta di copertina “Un po’ Mr Bean, un po’ Holden, un po’ semplicemente se stesso.”

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 309
Prezzo: 12.00€
Voto: 8/10