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Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

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Sam decide di fare un esperimento: vivere due mesi a New York senza rivolgere la parola a nessuno per poi scriverne un articolo. Ma come fare a mantenere il silenzio? Un’ armatura fatta di cuffie e la stessa canzone a ripetizione nelle orecchie è tutto ciò che serve. Sam capisce che il silenzio dà uno sguardo differente sulle cose e in quanto fotografo ha un punto di vista privilegiato, ha imparato a guardare il mondo attraverso il mirino e riesce a regalarci un ritratto atipico della grande mela: una città muta e un luogo dove si può essere anche molto soli. Così mentre Sam si destreggia tra le attività quotidiane in assoluto silenzio, l’esperimento procede e noi impariamo a conoscerlo poco per volta attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri.

La narrazione avviene quasi interamente tramite didascalie, ma i pensieri di Sam si intrecciano poi ad una seconda voce, quella di Joan, che fa presto breccia nel cuore del protagonista.

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Da lettrice di romanzi, “leggere” le tavole non è stato facile, ero un po’ scettica e invece mi sono dovuta ricredere.  Ho sfogliato il suono del mondo a memoria più volte e ogni volta che mi soffermavo a guardare i colori o leggere le vignette mi immaginavo insieme a Sam tra strade affollate di New York, poi a Central Park di cui mi sembrava quasi di sentire gli odori. Soprattutto dal punto di vista grafico è stata una meravigliosa sorpresa, il romanzo sembra composto da una serie di istantanee fotografiche che si susseguono raccontando una storia.

1-jzf0MDmRzUBgjB3vmFmTkAAlla fine però ero insoddisfatta, mi sono chiesta: “sono io a non aver capito?”  ed è solo dopo una rilettura attenta che sono riuscita a cogliere altri dettagli.

Ciò che rende particolarmente bella quest’opera è il fatto che sia composta da piccoli tasselli, che vanno a ricomporsi perfettamente in un mosaico brillante visibile solo alla fine del racconto.

suono-del-mondo-a-memoria_5L’aspetto che più mi ha colpito è che Sam ha una strana abitudine: scatta foto e non le riguarda, poi chiude gli occhi e cerca di immaginarsele, come in attesa che il vissuto diventi ricordo per poi esaminarlo con occhi più maturi e riuscire a coglierne le diverse sfumature. Tutto ciò l’ho trovato molto poetico così ho deciso di seguire il consiglio del protagonista: ho letto le ultime pagine, poi in silenzio ho posato il libro sul comodino e abbassando le palpebre, l’ho ricostruito nella mia memoria.

 

 

 

SCHEDA LIBRO

Autore: Giacomo Bevilacqua
Editore: Bao Publishing
Pagine: 192
Prezzo: 21,00€

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La figlia di Odino – Siri Pettersen

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E’ con questa dedica che si apre “La figlia di Odino” un romanzo pubblicato da Multiplayer Edizioni che ha tenuto noi appassionati del genere fantasy incollati allo schermo del computer in attesa di scoprire la data di uscita. Inizialmente, non conoscendo ancora la trama, credevo che il libro parlasse in maniera approfondita della mitologia norrena che tanto amo. Invece, l’autrice, ha deciso di presentarci un mondo ex novo con divinità e usanze del tutto inventate. Non posso negare di aver avuto qualche difficoltà durante i primi capitoli nel cercare di sbrogliare la matassa che avvolgeva l’ambientazione. Si parlano di Orbi, del Rito, del potere, del Veggente e tutto questo viene citato durante la lettura senza spiegare chi o cosa sono. L’autrice ha sapientemente scelto di portare avanti la storia lasciando scoprire al lettore tutto quello che serviva man mano che si andava avanti. Come una partita a poker, le carte sono state scoperte con molta, moooolta calma per accrescere la suspance narrativa.

19988963_10155447288437410_1001456862_nI protagonisti di questa storia sono Hirka e Rime. Fin da subito scopriamo che Hirka è un essere che non fa parte del mondo in cui vive. E’ una senzacoda, è quello che viene giudicato un nemico da eliminare. O almeno, questo è quello che pensano tutti tranne l’uomo che l’ha trovata quando lei era in fasce. Lui decide di salvarle la vita e cucirle addosso una bugia:

“La coda ti è stata portata via dai lupi”

Come tutte le bugie però arriva presto il momento in cui bisogna fare i conti con la verità. A Hirka manca il dono, caratteristica unica del popolo con cui vive e presto, quando verrà chiamata a mostrarlo al Consiglio, tutti se ne accorgeranno e per lei sarà la fine. E’ così che inizia la sua fuga ed è così che inizia anche la storia dolcissima di un’amicizia, quella con Rime, che va oltre ogni cosa: la differenza di classe, di razza, di credo.

La Multiplayer Edizioni ha ancora una volta scovato una saga che saprà appassionare il lettore.  Di contro, potrebbe succedere che la storia possa impiegare diversi capitoli prima di risultare avvincente per chi la sta leggendo e il mio consiglio è di non lasciarsi sopraffare e continuare la lettura. Verrete ripagati dell’attesa 😀

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: La figlia di Odino
Autore: Siri Pettersen
Editore: Multiplayer Edizioni
Prezzo: 21,00 €
Pagine: 631

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Nerve di Jeanne Ryan

nervessI social network sono ormai parte integrante della nostra vita. Sono un mezzo per entrare in contatto con gli altri, ma anche per sbirciare le loro vite, e alcuni li sfruttano per farsi mostra di sé. A volte possono essere trasformati in una finestra costante sulla propria vita, come in un reality show.

È su questi presupposti che si basa il gioco Nerve, di cui si racconta nell’omonimo libro di Jeanne Ryan: si tratta di un gioco a cui chiunque può far parte, un reality che si basa su delle missioni, con vari gradi di difficoltà, che i partecipanti devono effettuare, mentre vengono ripresi da una videocamera. Il video finisce sul web, ed è poi pronto a essere visto dal mondo. Ma perché qualcuno dovrebbe essere spinto a mettersi in ridicolo o in situazioni pericolose per uno stupido reality? In cambio di premi studiati su misura per te e in cambio di fama, ovviamente.

È in questa “trappola” che cade la protagonista di questo romanzo, Vee, una ragazza tranquilla, non troppo appariscente, quasi “invisibile” agli occhi degli altri. Dopo l’ennesima delusione, decide di partecipare a una delle missioni del gioco, tanto per distrarsi, o meglio, per guadagnarsi un po’ di quelle attenzioni che spesso le vengono negate.

Ed è così che si ritrova coinvolta in un circolo vizioso che la spinge a dare sempre di più, a rischiare sempre di più, quasi senza che lei se ne renda conto; durante questo percorso malato, le verrà assegnato un partner, Ian, con cui nasce subito una complicità. Ma Ian sarà davvero il ragazzo fantastico che sembra essere?

È stata una lettura frenetica, coinvolgente, frizzante, ma, al tempo stesso, inquietante: è molto disturbante scoprire quanto un gioco possa controllare delle vite, come possa circuire il volere delle persone, utilizzando la fama e quello che vogliono di più, finché i partecipanti si riducono a essere solo pedine, alla completa mercé degli organizzatori del gioco. Mi aspettavo un finale ancor più scoppiettante, ma devo dire che il libro non ha affatto deluso le mie aspettative. Nonostante sia leggero da leggere, pone il lettore davanti a una riflessione su cosa rappresentano per noi i social network, su cosa saremmo capaci di fare per il successo, per le views, e come sia pericoloso un mondo in cui la privacy è solo un miraggio. E si può essere il bersaglio di chiunque.

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: Nerve
Autore: Jeanne Ryan
Editore: Newton Compton
Prezzo: 10,00 €
Pagine: 249

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Rosa Montero: intervista all’autrice

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Rosa Montero ( Madrid, 3 gennaio 1951)

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato la recensione di In carne e cuore di Rosa Montero edito da Adriano Salani Editore (se ve la siete persa la potete trovare qui).

Rosa Montero è una nota giornalista e scrittrice spagnola insignita di numerosi premi. Nonostante sia una donna dai molti impegni ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda dando vita a questa intervista.

 

Soledad Alegra è la protagonista di questa storia. Una donna professionalmente affermata ma sentimentalmente molto sola. Per la costruzione di questo personaggio ha forse giocato un ruolo importante quella che è adesso la nostra società, che vede le donne inseguire il proprio appagamento professionale a scapito, a volte, della vita privata?

In effetti, no. Non era quello che avevo in mente, anche perché non credo che sia quello che accade nella civiltà occidentale. Forse trenta o quarant’anni fa sì, ma oggi non più… Forse lo è ancora per quanto riguarda talune professioni, come gli ambasciatori per esempio, costretti a cambiare spesso residenza. In qual caso, sì… gli uomini sono certamente meno disposti a seguire le loro mogli, e perciò la maggior parte delle ambasciatrici, ovvero delle donne che hanno intrapreso la carriera diplomatica, non hanno un partner fisso.  Però, come ho già, detto, non era questo ciò a cui pensavo quando ho scritto il romanzo, tanto è vero che il protagonista principale della storia potrebbe essere benissimo anche un uomo. Bisognerebbe solo modificare qualche dettaglio, ma in sostanza Soledad potrebbe benissimo essere un uomo. È forse questo è il motivo per cui molti lettori uomini si sono identificati con lei.

Quando la protagonista decide di rivolgersi a un sito di accompagnatori il suo scopo principale è quello di far ingelosire il suo precedente amante. Invece poi nasce quasi una vera e propria relazione anche se non di quelle ritenute “classiche”. Qui si nota un cambio quasi repentino nelle intenzioni e nei sentimenti della donna. Con questo cambiamento ha forse voluto mettere un accenno su quanto la mancanza d’amore possa, a un certo punto della vita, portare anche a commettere degli errori?

L’amore vero non è esente da errori. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Per alcuni l’amore è come una droga. Come diceva Sant’Agostino: «Amiamo l’amore», ovvero: amiamo la sensazione di essere innamorati più che la persona in carne e ossa. La passione è un’invenzione, ci inventiamo l’altro secondo quelle che sono le nostre necessità. Per questo, quando la realtà scopre ciò che c’è dietro il miraggio, spesso l’amore finisce. Soprattutto se non siamo capaci di farlo diventare un amore sincero e quotidiano, che consiste nel conoscere davvero l’altro, dargli il giusto peso, amarlo, andarci d’accordo, trovare un compromesso, rispettare le differenze, rispettare, cioè, tutto quell’enorme lavoro di pazienza e perseveranza che è l’amore sincero tra due persone. Perciò, tornando alla tua domanda, “gli errori” fanno parte di tutti i sentimenti appassionati proprio perché tutta la passione è un’invenzione. Poi, con una buona dose di fortuna e con il duro lavoro, si può farla diventare una relazione reale.

Adam rappresenta un personaggio un po’ controverso eppure molto attuale: ragazzi che emigrano e che tentano di far fortuna prostituendosi in attesa che qualcosa si smuova. La sua caratterizzazione è ben definita e particolareggiata. È stato difficile entrare così in profondità in quello che è un focus maschile?

Non direi… Ci sono molti personaggi maschili nei miei romanzi, in tre di essi il protagonista è un uomo. Indossare i panni di un altro, uomo o donna che sia, è sempre un viaggio verso l’altro. Nei miei libri ci sono personaggi femminili che hanno meno a che fare con chi sono io nella realtà rispetto ad Adam, e che infatti ho sviluppato con maggiore difficoltà. Per questo credo che, alla fine, Adam e Soledad si assomiglino parecchio.

Non ho potuto fare a meno di notare che, ad un certo punto della narrazione, lei ha voluto inserire la sua presenza come un cammeo all’interno dell’opera. La percezione è stata quella di aver voluto inserire un elemento reale per dare più veridicità alla storia. Com’è stato scrivere di sé all’interno del proprio libro? La Rosa Montero che troviamo nel romanzo potrebbe avere “In carne e cuore” sul suo comodino? Cosa ne penserebbe? 

Credo che il confine tra realtà e fantasia sia molto sottile e sfumato. Finzione e realtà si mescolano costantemente nelle nostre vite. Per esempio, i nostri ricordi sono invenzioni: ciò che ricordiamo sono racconti che facciamo a noi stessi, e che cambiano man mano che cambiamo noi o invecchiamo. E si dà il caso che io adori giocare con questo tipo di storie. Il romanzo rappresenta proprio questo confine sfumato dal quale attingo personaggi e fatti reali intrecciandoli alla fantasia. La direttrice della biblioteca, per esempio, Ana Santos Aramburo, è davvero la direttrice della Biblioteca Nazionale. È un’amica che non sapeva che la stessi trasformando in un personaggio… Per quanto mi riguarda, mi sono divertita un mondo a vedermi attraverso gli occhi della protagonista, che mi detesta. Peraltro le critiche di Soledad sono pienamente giustificate, perché davvero io mi sento molto come un Peter Pan. Però è anche vero che mi piace esserlo, credo anzi che a scrivere, a creare, sia proprio la mia “bambina” interiore. Anche se questo al mio personaggio dà un fastidio incredibile. Ad ogni modo, quella è una parte importante del romanzo, perché faccio dire a Soledad che anche la vita immaginaria è una forma di vita e questo la sprona a finire il suo libro meglio di quanto lo abbia iniziato.

Nei ringraziamenti finali viene chiesto espressamente al lettore di non fare parola di quello che si viene a scoprire durante la narrazione. È la prima volta, nella mia vita da lettrice, che mi trovo davanti a una richiesta del genere. Quindi la domanda che sorge spontanea è: cosa l’ha spinta a inserire questa specie di postilla a fine libro?

Il libro è strutturato intorno a una trama molto forte che è essenziale per il romanzo. Se la trama fosse svelata prima ancora di leggere, si rovinerebbe tutto, perché questo tipo di romanzo presuppone una certa dose di suspense e di sospetto che deve arrivare fino alla fine. I lettori ormai sono abituati a non rivelare il finale dei romanzi polizieschi, diciamo che sono stati educati a farlo, ma questo non è un giallo ed ero certa che se non avessi chiesto a miei lettori di mantenere una certa forma di discrezione, tutti avrebbero potuto commentarlo, specialmente in rete o sui giornali, rovinando l’effetto e il piacere della lettura. Fortunatamente questa richiesta di silenzio ha funzionato, perciò grazie a tutti quelli che hanno voluto mantenere il silenzio sul finale.

Come blog nato da un gruppo di lettura, non possiamo fare a meno di chiudere quest’intervista con una domanda che poniamo a tutti gli scrittori che abbiamo la fortuna di poter intervistare: cosa ne pensa dei book club? Sono diffusi in Spagna o, come in Italia, stentano ancora a prendere piede?

Amo ogni forma di scambio e di confronto tra lettori e scrittori, amo questi circoli di amici che si formano intorno alla condivisione della lettura. In Spagna ce ne sono molti e sono molto attivi. Per fortuna.

Ringraziamo Rosa Montero per la disponibilità, la Salani Editore nella persona di Matteo Columbo per aver fatto da tramite ed infine (ma non meno importante) un grazie enorme a Sara Minervini che ha curato la traduzione dell’intervista dallo spagnolo all’italiano.

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“La metà che manca” di Graham Jackson, un thriller a quattro mani

WhatsApp Image 2017-06-10 at 16.09.07Per iniziare questa recensione è assolutamente necessaria una premessa: sto per parlare del libro di un’amica. Ebbene sì! Sarebbe stato inutile e non trasparente nei confronti del lettore parlarne in termini vaghi: “L’autore ha scritto…”, “L’autore ha uno stile…”, “Qui L’autore…”. E a me piace essere chiara. La nostra Barbara del gruppo di lettura (e admin di IRead la Tana del Lettore) ha scritto un libro a quattro mani con la sua amica Elena (ex admin della pagina appena citata). Il lettore adesso potrebbe interrompere la lettura della recensione, caricandosi di pregiudizi e cliché come “è sua amica, ne parlerà sicuramente bene”, “recensione truccata”, “complotto” 😀 ma io vi invito a rimanere con me, perché sì, questo libro mi è piaciuto, e lo dico con totale leggerezza d’animo e con sincerità assoluta, e vi spiego perché.

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Dopo questo preambolo doveroso passiamo quindi a parlare di Graham Jackson . Chi è Graham Jackson? Uno pseudonimo, questo è certo. Barbara ed Elena, e anche questo è certo. Ma perché questa scelta? Barbara ci ha raccontato che Jackson e Graham erano i nomi di due personaggi con i quali giocavano in un gdr online e un bel giorno, mentre cercavano di costruire l’ambientazione e la storia per una nuova giocata è arrivato il lampo di genio: “perché non scrivere un libro?”. Ed ecco come nasce La metà che manca.

Sinossi:
La metà che manca inizia quando ancora non c’è niente a mancare e non ci sono frammenti da rimettere insieme. Il 23 ottobre del 1993 Zoe e Dominic Marshall sono ancora convinti che i casi che risolvono sul campo li immunizzino dal diventare dei bersagli. Ma che succede quando, improvvisamente, si viene travolti dal peggiore degli incubi? Ciò che si annida dentro un crimine innesca un processo che trasforma normalità in mostruosità, mostruosità in normalità. Si può evitare il caos? Si può evitare di annegare nel senso di colpa, cedendo alla disperazione o, peggio, alla follia?

«Anna!? ANNA!» Zoe non gli aveva detto che un nome breve l’avrebbe aiutato a non soffocare nel caso in cui la sua bambina fosse scomparsa. È un nome che nasce con lo scopo di essere gridato nei corridoio di una scuola ormai deserta. Dove sei, Anna?

Zoe e Dominic sono due detective. Impastano le mani quotidianamente in crimini, omicidi, casi infelici, rapimenti. Ma Zoe e Dominic sono anche i genitori di Anna. Nessuna abitudine e nessuna corazza acquistata col tempo può salvarli o rendere il loro dolore diverso da quello di qualsiasi altro genitore. Si apre così il libro, con una sparizione abominevole che li getterà nel caos.
Seguiremo passo passo le indagini dei due e il loro coinvolgimento emotivo. Le sensazioni e le emozioni dei personaggi non lasciano il tempo che trovano e sono minuziose, incisive, reali.

Le scene di riflessione e introspezione si alternano all’azione, all’adrenalina pura. Secondo me è più che giusto che in un thriller come si deve sia dato tutto lo spazio necessario ai personaggi, alle loro sensazioni e ai loro sentimenti perché ciò giustifica e ci aiuta a capirne le azioni e l’evolversi della trama. In ciò, La metà che manca, riesce perfettamente.

Ho adorato tantissimo la descrizione del rapporto tra Zoe e Dominic, che subisce una naturale incrinatura e poi un riavvicinamento doloroso ma coraggioso.
Certe parti raggiungono poi un picco di suspense e di angoscia veramente incredibili! Vi ritroverete a sfogliare freneticamente le pagine per capire come andrà a finire quella scena, quel momento topico (ammetto di aver anche sbirciato la fine di qualche capitolo per l’impossibilità di gestire l’ansia xD).

Concludo con il dire che ciò che si può notare subito, e che il lettore attento potrà apprezzare già dalle prime pagine, è la totale assenza di dissonanza tra la scrittura di entrambe le mani. Il lavoro condotto sul testo è eccezionale, sicuramente pieno di riletture, accortezze e aggiustamenti affinché Graham Jackson risulti Graham Jackson. Non riuscirete mai a capire chi ha scritto cosa e questo non fa che donare linearità e scorrevolezza alla lettura. Il lavoro certosino delle due autrici si rispecchia anche nel testo nudo e crudo. L’uso di font particolari per le firme, le lettere o i documenti per le indagini. Rapporti polizieschi veramente realistici e allegati di vario genere minuziosi e dettagliati. Dietro questo libro c’è veramente tanto lavoro e si vede!
Del finale poi, dico solo che sarà sorprendente e disarmante.

Lo consiglio agli amanti del genere e non.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Autore: Graham Jackson

Titolo: La metà che manca

Pagine: 312

Editore: Lettere Animate

Prezzo: 13€ – 1,50€

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Presentazione de Le notti blu di Chiara Marchelli

Il 17 giugno alla libreria Culture Club di Mola di Bari, Ilaria Amoruso e Nicole Zoi Gatto assieme alla giornalista Annamaria Minunno, hanno avuto il piacere di presentare Chiara Marchelli e il suo libro Le notti blu edito dalla Giulio Perrone editore.

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Di seguito vi riportiamo le domande e le risposte più salienti venute fuori dall’interessante conversazione con l’autrice.  (Per la recensione, la trama e saperne di più, qui )

Si può notare come lei abbia deciso di collegare ai ricordi, odori ben precisi e a loro modo forti e presenti nella mente dei protagonisti, come le acciughe all’inizio del libro o il latte e miele delle notti insonni di Mirko.
Come mai questa scelta?

Il libro comincia con un odore, e molto spesso i nostri ricordi sono legati a un odore, perché siamo fatti così, la memoria funziona in questo modo. La vita, la letteratura è fatta di pensieri e ricordi, di quello che sentiamo, proviamo, delle emozioni ma anche delle parole. Insomma siamo fatti a 360 gradi, siamo dei sistemi che pensano, mangiano, dormono, e ciò che cerco, quello che secondo me è la letteratura a cui io aspiro e ciò che la scrittura dovrebbe fare è restituire la vita così com’è. Per ciò non soltanto i pensieri, le emozioni, i nostri voli pindarici su quanto la vita possa avere valore e perché tanto è già stato scritto meglio di chiunque possa farlo oggi, mille anni fa, tanto vale gettare la spugna. Ma quello che ci possiamo fare è fare la nostra parte, è fare il nostro tentativo. E la vita per come la vedo io quando si scrive non bisogna descriverla; l’attenzione al linguaggio che ho dovuto e voluto porre per non scadere subito nel sentimentalismo affrontando un tema di questo tipo. E la vita va mostrata quando si scrive non va descritta, non va definita. Non credo che sia necessario raccontare per filo e per segno come è fatto un tavolino, per esempio. Si può benissimo dire che ha tre gambe ed è tondo e poi la vostra immaginazione fa il resto e così come lascio spazio all’immaginazione raccontando le cose, vorrei offrire un quadro più completo possibile di quello che succede in quel momento perché mi piace pensare che leggendo una pagina ci sia quello che esattamente succede, lo svolgersi della storia e di tutto quello che implica e quindi anche il vivere. Poi il fatto che le acciughe in questo contesto siano collegate a qualcosa di negativo e quello del latte e miele a qualcosa di positivo è contestualizzato alla situazione, nel senso che Michele stava mangiando le acciughe quando è successo e il figlio si è ucciso, ma poteva essere qualsiasi altra cosa, non c’è un’intenzione, è che le cose succedono anche in questo modo e molto spesso, appunto, per come funziona la memoria ogni volta che senti un odore vai allo stesso ricordo.

Lo stile del romanzo è chirurgico, asettico. Ma proprio per questo fa arrivare ancor più forte il dolore, il disagio, il grido della disperazione di Michele e Larissa, come mai ha scelto di raccontare così il dolore? Ed inoltre perché proprio soffermarsi sulla teoria dei giochi di Nash? 

Sempre da quando scrivo sono alla ricerca dello stile. Come facciamo tutti, un pittore cerca il suo modo di dipingere, chi canta la sua voce ecc e quindi è un percorso iniziato prestissimo, perché ho iniziato a scrivere prestissimo. Ho provato varie cose però piano piano già da parecchio tempo mi sono diretta su questo stile più essenziale possibile, anche perché prediligo in generale scritture così. La ricerca linguistica è sempre stata vigilata, per quanto mi riguarda, ma in questo caso a maggior ragione proprio il tema,  l’argomento era talmente delicato e il rischio talmente grosso che sbagliando una parola, mettendo un aggettivo di troppo si sarebbe rovinato tutto. Si rovina l’intento, l’impegno, si manca di rispetto. Affrontando un argomento di questo tipo io credo che si debba stare doppiamente attenti perché appunto basta un niente e si finisce nello sciacallaggio sentimentale che è una cosa che io volevo assolutamente evitare. Quindi con rigore ho scritto e poi riscritto, e poi fatto le revisioni fino a che addirittura talvolta quello che scrivevo era incomprensibile a me stessa perché ho tagliato talmente tanto che non capivo più cosa c’era scritto. Per cui ho dovuto fare il percorso inverso però avevo sempre in mente questo dictat che era il rispetto ma non il rispetto del dolore proprio perché il compito della letteratura è quello di indagare sui sentimenti, di rivoltare le cose di entrare dentro il dolore e cercare di esplorarlo per tentare di distillare la vita, sennò la letteratura non serve a niente. Antonio Tabucchi, Giorgio van Straten molto prima di noi dicevano che la letteratura non deve essere consolatoria, non deve servire a farci star bene, la letteratura dovrebbe aiutarci a farci pensare nel peggiore dei casi e a farci star male nel migliore dei casi, poi è anche un luogo dove si trova la cura perché lì c’è già tutto. Quindi per me era necessario evitare di sporcare la storia, la forma di rispetto era in questo senso.

E per quanto riguarda la teoria dei giochi: Michele che è un insegnante di economia alla Scuola di Economia di New York, mi è venuto un po’ fuori così. Doveva essere un professore di una materia scientifica perché così doveva essere il personaggio e quello che è successo a me è quello di cui parlano sempre Dacia Maraini che Camilleri e tantissimi altri, cioè che i personaggi si formano un pochino da sé una volta che hai delineato, che hai chiaro in testa più o meno come devono essere. Io non credo che siamo dei pazzi penso che la creatività funzioni in modo tale che tu parti da un’idea, da una suggestione, da un’intenzione e sei talmente dentro alla storia che i personaggi davvero si formano da sé. Ma nel frattempo abbiamo visto, filtrato, vissuto e conosciuto perciò vai anche a pescare laddove conosci. Il problema di Michele è che io mi sono accorta che sarebbe potuto essere un professore di economia trattante la teoria dei giochi, cose che non conoscevo affatto. Per cui ho studiato il più possibile, poi naturalmente prima di mandare il libro in stampa ho fatto correggere a chi ne sapeva, sbagli grandi non ne ho fatti anche perché non sono entrata così tanto nella teoria, a parte il teorema. E si è scelta da sé perché è perfetta per Michele, appunto parla dei i rapporti con le persone affinché trovino delle strategie per cooperare e arrivare ad un risultato comune e  più decente possibile per tutti. Michele, nei 5 anni che seguono il suicidio di Mirko  non soltanto insegna dei teoria dei giochi ma ci si rifugia, trova lì il proprio perimetro, i propri appigli perché così riesce ad andare avanti, perché così riesce a sopravvivere. Perché questa teoria assomiglia abbastanza alla sua vita, ma il quinto anniversario succede una cosa che rompe gli equilibri, quindi sfalda tutto quello che è stato costruito fino a quel momento che obbliga sia Michele che Larissa a fare una scelta, a quel punto lì, tutto ciò che è teorico e gli ha salvato la pelle fino a quel momento salta . E quindi anche nel libro, mi è stato fatto notare ma non me lo ricordo francamente, che all’inizio del libro la teoria dei giochi è molto presente e poi pian piano va sfumando, proprio perché in effetti l’evoluzione di Michele fa sì che la teoria dei giochi alla fine non abbia più senso.

Come è riuscita ad approcciarsi a questa tematica tanto forte? Ha attinto alla sua esperienza personale?

E’ stato difficile perché è un dolore grande ed è una cosa che grazie al cielo non è toccata a me, se fosse toccata a me invece sarebbe stato tremendo e non so se sarei stata in grado di raccontarlo, ma dato che non è successo, ho potuto fare riferimento soltanto a quello che ho vissuto fino ad adesso, quindi alla mia esperienza, alla mia osservazione, al mio ascolto, ed è stato estremamente faticoso scrivere questo libro. Ricordo che alla presentazione del libro che ha preceduto questo  alla classica domanda se stessi scrivendo qualcos’altro, dissi di si (ed era le notti blu) e mi chiesero come fosse scriverlo ed io risposi “faticoso, è una fatica” ma davvero non riuscivo a dire altro, era incastrata in un punto della narrazione, non riuscivo ad andare avanti perché non mi rendevo tanto conto di stare entrando così tanto dentro a un tentativo dell’esplorazione dei sentimenti di questi due genitori.  Ho molto sofferto scrivendola, è stato faticoso perché a ogni passo c’era un passo dopo , c’era un livello successivo, verso l’alto, verso il basso, ogni volta che entravo nei loro dialoghi, nel loro individualismo, nella loro separazione, nell’unione  dentro al dolore, c’era qualcosa che si aggiungeva.
Si fa tesoro degli strumenti della scrittura che sono  oltre alla lettura, l’osservazione della vita, l’ascolto delle persone, la distanza perché bisogna essere anche un po’ feroci secondo me, per scrivere. Non fermarsi al pudore dell’argomento ma entrare con pudore nell’argomento, nel dolore, nella gioia, nella storia. Oggi mi è successo di avere una conversazione molto intima con una persona che mi ha regalato un segreto, e allora poi cosa fai? Lo usi  perché se scrivi della vita, se scrivi delle cose così come sono, di questo dolore o ne fai qualche uso o non fai lo scrittore.

La narrazione è disposta su tre luoghi diversi: New York, Genova e la Valle D’Aosta, come mai questi luoghi in particolare? Inoltre, sia Larissa che Michele, esprimono la perdita di Mirko in modo differente. Del tutto. Come mai ha scelto di concentrarsi prevalentemente sul dolore di Michele e non su Larissa, la madre di Mirko?

Questi 3 luoghi sono necessari perché sono i miei (la Marchelli è nata ad Aosta e vive a New York). Non ho una fortissima, sviluppatissima immaginazione, perciò non riesco a inventarmi un luogo, generalmente riesco a occuparmi di ciò che conosco. Ad un certo punto mi sono trovata nella mia vita, nella mia geografia interiore e nella scrittura a molti bivi ma soprattutto ad un blocco,  non riuscivo più ad ambientare le storie ad Aosta, perché non ci vivevo da troppo tempo, non sapevo più dove fossero i negozi, i nomi delle vie, gli odori, non vivendolo più non sapevo più riportarlo esattamente. Sono un po’ ragioniera nell’ambientazione del personaggio, devo conoscere tutto a menadito e poi magari uso un centesimo di tutto però se non ce l’ho, non riesco a scrivere. E arrivata a quel punto lì mi sono detta che non potevo ambientare solo tutto a New York, non me la sentivo, non è la mia casa, non è la mia identità, lingua e allora mi sono fermata per un pochino e poi ho capito che dovevo fare il punto con quello che avevo, nonostante questa cosa che di mescolare le mie geografie, scrivendo in italiano ma vivendo in inglese, andando avanti e indietro tra gli Stati Uniti e l’Italia, non appartenesse a nessun genere letterario riconosciuto. Sono fuori dagli schemi.
Sono uscita dal problema usando le cose che c’erano a disposizione e perciò ho scritto come soltanto posso scrivere cioè muovendomi tra questi vari territori. Inoltre generalmente quando parlo d’Italia si tratta o di memoria o di famiglia cioè quello che per me l’italia è oggi, mentre New York è il quotidiano, il lavoro. Ho formato un’identità personale e letteraria a sé che adesso è la mia cifra, non saprei fare altro.

Per quanto riguardo il punto di vista maschile, mi è sempre venuto istintivo parlare dal punto di vista maschile e può essere per varie ragioni o perché possiedo una parte di me molto maschile, che ragiona in un modo molto maschile, e quindi ho familiarità con il genere oppure il contrario cioè che prendo una tale distanza dal genere, osservo con una tale attenzione che non rischio di immedesimarmi perché ogni volta che ho tentato di scrivere dal punto di vista femminile, parlando magari di una persona della mia età sono cascata nella tentazione miserrima di parlare di me stessa, e non è un peccato parlare di sé, ma non so farlo io, mi annoio mortalmente e penso di essere estremamente noiosa mentre lo faccio. Quindi è meglio per me, se devo parlare al femminile così come ho fatto per Larissa affrontarlo dal punto di vista di una persona che non ha la vita che ho io, che è lontano da ciò che sono.

Ma passiamo a Caterina, la moglie di Mirko. Già è difficile perdere qualcuno che si ama, ma scoprire che la persona con la quale si condivideva la vita nascondeva in realtà un segreto credo sia devastante. Come è riuscita a raccontare questo personaggio che mi ha dato la sensazione fosse destinata a un ruolo di maggiore rilievo nel racconto, poi ridimensionato?

Nelle mie prime stesure del romanzo, Caterina aveva molto più spazio , ma sono stata spietata, l’ho tagliata, una grande metà. L’intenzione iniziale era di dare tre punti di vista diversi, ma poi diventava un libro corale che non ho saputo scrivere. E allora da una parte mi sono concentrata sempre di più sul punto di vista di Michele e mi è interessato sempre di più entrare nel punto di vista di un padre che perde un figlio, di un marito, di un suocero. Dall’altra parte però ho sofferto nel tagliare Caterina, mi è dispiaciuto perché è vero che meritava di più, insomma è protagonista di quel dolore tanto quanto gli altri però a me era venuta fuori livida, troppo mono dimensionale. Se dovessi riscrivere “Le notti blu” dal punto di vista di Caterina verrebbe fuori una tavola, un sentire e un pensare quasi legnoso, perché lei in quel momento della storia è ancora bloccata là, non ha fatto nessuna evoluzione, è ancora inferocita, tradita. Quindi quando ho capito che mi allontanavo dall’intento che è appunto quella della vita e non della morte, ho capito che era necessario tagliarla.

Che legge di solito Chiara? Quali sono i libri della sua vita e quali invece quelli che l’hanno accompagnata durante la stesura del romanzo?

Allora i miei libri non saprei elencarli, non so mai rispondere a questa domanda. Sono abbastanza onnivora, ho iniziato a leggere tardi per uno scrittore (secondo me) a dodici, tredici anni ma più seriamente al liceo mi sono bevuta tutti i russi, poi i francesi e gli inglesi ( i classici). Poi, dato che mi sono laureata in lingue orientali, ho avuto tutto il momento della letteratura orientale e poi ho maturato gusti sempre più contemporanei, ultimamente la Ernaux, Lucia Berlin, Marguerite Duras, Alice Munro , Roth, Hemingway, lui mi piace perché è un furibondo, un feroce. Durante la stesura de “Le notti blu” forse già leggevo la Ernaux, ma non me lo ricordo con esattezza, a furia di scrivere sono riuscita ad operare una distinzione tra quello che leggo e quello che scrivo. Ci sono degli scrittori che si rifiutano di leggere mentre scrivono perché sono come delle spugne, io divento spugna nei confronti delle cose, delle persone, dei dialoghi, di quello che posso rubare dalla vita, ma non tanto nei confronti degli scrittori. Lo divento di più quando non sto scrivendo perché sono alla ricerca di idee, cambiamenti di stile, mi piace tentare di cambiare sempre.

Cosa sono per lei Le notti blu, esistono nel suo mondo? 

Le notti blu esistono perché sono un po’ le notti di tutti no? Blu in particolare perché questo blu è un illusione, quello che noi vediamo è un’illusione, quindi è anche una metafora della vita. Quello di cui siamo assolutamente certi, molto spesso non è così, fortunatamente o no. Poi le notti se sono insonni,  sono anche mie perché a tratti soffro di insonnia. Se sono notti come quelle di Mirko in cui ci si immagina, cresce, ama, ovviamente si, secondo me le notti blu sono un po’ le notti di tutti. Poi di autobiografico in questo libro c’è pochissimo se non la sistemazione del mondo, il filtro attraverso cui scrivo. Roth dice questo: non è l’importante quello che io chiamo l’anagrafe dentro ai libri e lui  l’elemento autobiografico, vero, infatti, poco dovrebbe avere a che fare con la vita dello scrittore, dovrebbe invece avere a che fare con ciò che lo scrittore decide di raccontare quindi l’argomento che sceglie, i personaggi che abitano il libro, i meccanismi, i sentimenti, i pensieri che trasferisce dentro ai personaggi perché in qualche modo o sono i tuoi, o sono quelli che hai assorbito dagli altri, quindi io taglio sempre l’elemento autobiografico o biografico perché mi piacerebbe andare a toccare delle corde che sono universali.

Una presentazione ricca di emozioni e di spunti quella della Marchelli, una scrittrice attenta e sublime che ringraziamo per aver apprezzato e risposto alle diverse domande.

 

 

 

 

 

 

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L’ estate del cane bambino – Mario Pistacchio e Laura Toffanello

copertina

Divorato voracemente, amato in modo sofferto, “L’estate del cane bambino” si prospetta una delle migliori letture del mio 2017.

In una pesino sconosciuto nel veneziano di nome Brondolo, è estate e sei ragazzini giocano a palla, fumano le loro prime sigarette e cercano di scampare a qualsiasi tipo di lavoro estivo imposto dai propri genitori per stare insieme il più possibile. Il loro luogo d’incontro: la Base, dove si sentono liberi come i grandi.
Sono Vittorio, Michele, Stalino, Menego, Ercole e il suo fratellino Narciso.
Brondolo, all’apparenza un piccolo paesino tranquillo, racchiude una piccola comunità segnata da oscurità, leggende, famiglie ambigue e cose non dette ed è la location perfetta per una storia di sparizioni.
Ad un certo punto della narrazione infatti un bambino scompare e il bambino in questione è proprio Narciso, fratello di Ercole. Al suo posto arriva Houdini, un piccolo cane nero e scodinzolante che abbaia di felicità alla canzone di Claudio Villa che amava Narciso e che sa distinguere i giocatori sulle figurine. Il passo successivo è semplice: Houdini è Narciso, trasformato dal Morto della leggenda paesana.

Dopo la scomparsa, tutta Brondolo si attiva per la ricerca del piccolo Narciso. Vengono immediatamente incolpati i ragazzi e messi in punizione. La gente, il parroco, i genitori sono sicuri del fatto che loro sappiano dove si nasconda Narciso. Tra falsi allarmi, ricerche estenuanti e giorni passati a setacciare il paese e le vicinanze, Narciso non si riesce a trovare. I prossimi sviluppi li lascio al lettore, in modo che possa lasciarsi trasportare da questa storia amara e per nulla banale.

Di speciale questo libro ha molte cose. Innanzitutto la narrazione particolareggiata e segnata da tinte fosche. Poi i personaggi caratterizzati alla perfezione e inseriti magistralmente nel passaggio delicato dall’infanzia all’età adulta e non solo dal punto di vista anagrafico: le vicende che si susseguono e le scoperte sconcertanti fanno sì che Vittorio e i suoi amici, in quell’estate, crescano all’improvviso.

“Non si invecchia mai un po` alla volta. C’è un momento preciso, nella vita, in cui ti accorgi che è successo. È una certezza, e non contano gli anni che hai. Capita quando smetti di andare avanti e ti scopri a guardarti alle spalle. Scruti il tempo che se n’è andato. Lì dietro sono rimasti i tuoi unici amici, i ricordi, l’illusione che niente possa mai finire davvero.”

“L’estate del cane bambino” è un libro malinconico e allo stesso tempo tenero e profondo. Una lettura intensa che ti prende allo stomaco, una scrittura che ho apprezzato tantissimo e che riesce a fare di questo libro sia un romanzo di formazione, sia un romanzo che parla di violenza, di vendetta e di perdono. Una storia sulla difficoltà di diventare adulti che vi lascerà un senso di smarrimento nel quale dovrete ancora riflettere a lungo prima di iniziare la prossima lettura.

Una menzione particolare a nonno Cesilio, personaggio fenomenale che si fa amare senza condizioni e che è un punto di luce all’interno della narrazione.

 

Scheda del libro

Titolo: l’estate del cane bambino
Autori: Mario Pistacchio, Laura Toffanello
Editore: 66th and 2nd
Prezzo: 16,00€
Pagine: 218 p.