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I formidabili Frank – Michael Frank

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Molti romanzi familiari ci hanno raccontato come spesso la famiglia sia un luogo pieno di contraddizioni: da un lato origine di tutte le nostre ansie e cattive abitudini, dall’altro l’unico posto dove abbiamo davvero la possibilità di metterci in gioco, di testare noi stessi, di stabilire legami fortissimi, viscerali, quanto, talvolta, malsani. Ogni famiglia è una storia da raccontare, sono convinta di questo senza eccezioni, e Michael Frank ha saputo raccontare la sua in maniera impeccabile.

Devo ammettere che prima di leggere I formidabili Frank mi aspettavo altro, essendo gli zii famosi sceneggiatori di Hollywood, credevo di trovare un romanzo sfarzoso e brillante, pieno di personaggi buffi e sopra le righe e invece ho trovato una famiglia folle, ma tutto sommato normale, in cui in cui l’unica sceneggiatura presentata è quella della vita.

I formidabili Frank è un memoir, è la storia del legame tra Michael e i suoi zii, una coppia senza figli che “adotta” il nipote e plasma la sua personalità secondo personalissimi ed eccentrici canoni.
I Frank non sono una famiglia normale, un fratello e una sorella hanno sposato a loro volta un fratello e una sorella, una situazione intricata che ha dato vita ad un incrocio di anime altrettanto intricate. La bravura dell’autore sta nel lasciare il palco a zia Hank, protagonista indiscussa della famiglia Frank, una donna dalla personalità ingombrante a cui tutto viene sempre perdonato grazie al carisma che esercita nei confronti degli altri. Hank  è una vera diva: maniaca del controllo, egocentrica, permalosa e volubile, porta sempre Michael con sé, gli suggerisce i film da vedere, i libri da leggere, persino cosa va bene e cosa no in fatto di arrendamento. E’ una manipolatrice: attraverso una serie di subdoli ricatti morali che lei spaccia per affetto incondizionato, tiene gli altri legati a sé e lo stesso fa con il nipote. Michael infatti ha con sua zia un rapporto di odio-amore a causa della volubilità della donna, aspetto che genera tantissime insicurezze nel ragazzo, da cui riuscirà a liberarsi (in parte) solo da adulto.

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In questa storia ci sono anche i genitori di Michael, due persone fragili, anche se in modo diverso: Marty è un padre irascibile e facile alla violenza, la madre Merona è succube della cognata da cui, solo dopo molto tempo riesce a prendere le distanze. Entrambi percepiscono la stranezza del legame tra il figlio ed Hank, ma quando provano ad allontanarli generano solo maggiori tensioni. Tra i personaggi c’è anche nonna Sylvie, donna dolce che sembra in qualche modo poter aiutare il nipote a rimanere in equilibrio, ma purtroppo la donna scompare presto.

Un cambio di tono nel romanzo avviene poi nella seconda parte quando Michael, ormai adulto, assiste lo zio moribondo in ospedale. Lo zio è il marito di Hank, un uomo buono e sicuramente meno volubile della moglie, ma innamoratissimo di lei che fino alla fine dei suoi giorni, rimane cieco davanti all’ incoerenza di Hank. Michael a questo punto del romanzo interpreta gli eventi che hanno caratterizzato la sua infanzia, la distanza e il tempo gli hanno permesso di riflettere sulla sua vita e di comprendere, almeno in parte, le dinamiche della sua famiglia.

I formidabili Frank è stato ingiustamente accusato di essere prolisso e ridondante, aspetto su cui non sono assolutamente d’accordo, ho trovato invece la lettura molto scorrevole e gli episodi narrati utili alla comprensione dei rapporti familiari.
La storia è molto forte e la scrittura è potente, l’autore ha saputo raccontare un legame tra zii e nipote quindi, tra due adulti e un bambino, intimo ma intricato e ricco di problematiche psicologiche difficili da gestire per un ragazzo.
Alla fine della storia Michael fa pace con sé stesso, si rassegna a ciò che non può cambiare e in un certo senso ne esce fuori salvo, persino arricchito.

Da lettrice mi sono ritrovata immersa in una famiglia che è un mondo, in una storia che chiunque abbia avuto dei genitori o degli zii può capire. Questa storia infatti, pur essendo ricca di situazioni particolari, ha il sapore agrodolce che hanno tutti i legami familiari prima o poi. Ho avuto lo stesso mal di pancia di Michael durante la lettura, la sua stessa tensione generata dall’incoerenza di chi lo circondava, poi la voglia di ribellione, la necessità prudente di fuggire e la consapevolezza che, per quanto complicata e incomprensibile, la famiglia rimane la nostra unica vera radice.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 344
Prezzo: 20,00€
Voto: 9/10

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Benevolenza cosmica – Fabio Bacà

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Quando in libreria ho visto in esposizione Benevolenza cosmica la mia attenzione è stata immediatamente catturata dalla copertina giallo limone, troppo poco color pastello per essere un Adelphi. L’autore era un certo Fabio Bacà, un nome mai sentito. Sul retro di copertina c’era scritto: questo è il suo primo romanzo.

Questi due elementi mi hanno portato alla cassa e mentre attendevo il mio turno ho letto il retro copertina e beh, se pensate che un esordiente che pubblica con Adelphi sia un evento raro, sappiate che questo è solo il primo di una serie di eventi rari, se non proprio unici, di cui questo romanzo è costellato.

Il protagonista di benevolenza cosmica è Kurt O’Reilly, dirigente di un istituto britannico di statistica, a cui, da un po’ di tempo a questa parte, gira tutto per il verso giusto. A Kurt accadono eventi assurdi, fuori da ogni controllo probabilistico, da cui però riesce sempre ad uscirne illeso. Quindi sì bello, ma fino ad un certo punto. Nessuno capisce il suo problema, del resto chi non vorrebbe essere al suo posto? Lui però vive un profondo stato d’angoscia: Cosa mi accadrà oggi? Quanto durerà? Cosa succederà dopo?

Ha studiato per anni probabilità, quantifica il suo mondo in termini statistici, è scettico nei confronti di tutto ciò che è magico, trascendente, non provato scientificamente, eppure strani eventi benevoli si ripetono con cadenza continua nella sua vita: un’operazione di borsa suicida gli fa guadagnare cinquantamila sterline, i tassisti per un motivo o per l’altro non gli fanno più pagare le corse, viene ferito di striscio da un agente delle forze speciali e riceve un indennizzo di sessantacinquemila sterline.

Non voglio vivere una vita in cui mi sia proibito di accedere alle sensazioni limbiche di timore, angoscia, senso d’ignoto, vuoto, viltà, invidia, disprezzo, rancore e attrazione per il lato sbagliato delle cose: sensazioni a cui dovrebbe accedere ogni essere umano, se vuole ancora considerarsi tale. E io non voglio essere qualcosa di diverso da un uomo. Non voglio svegliarmi ogni mattina con un sorriso idiota in faccia al pensiero di tutte le cose belle che accadranno, avendo la certezza che accadano. Non voglio la certezza, intendo: la speranza è già sufficiente.

Kurt si rende conto di quanto è potente quello che gli succede e ne è terrorizzato, ma non riesce ad impedire questo magico flusso di benevolenza cosmica. Con cautela chiede aiuto ad un amico che ritiene si tratti di un disturbo mentale, ma neanche i neurologi e gli psicanalisti che lo prendono in cura danno peso alla sua situazione. Kurt perciò non ha altra scelta, si rivolge ad una cartomante che sembra avere una risposta per lui: il karma.
Si convince quindi che qualcuno di sua conoscenza stia pagando per lui, per bilanciare questo fantomatico karma, collezionando una sventura dopo l’altra. Ricontatta amici di vecchia data, parenti in fin di vita e compagni di college, alla ricerca di qualcuno soggetto a continui episodi di sventura, fino a quando, nelle ultime pagine, il mistero si risolve.
L’unica cosa che mi sento di dirvi e che ho pianto leggendo le ultime pagine di questo romanzo ma mi rifiuto categoricamente di spiegarvene il motivo, questo dove scoprirlo voi.

La scrittura di Bacà è fluida, potente, divertente, l’autore dimostra una padronanza del linguaggio che appartiene a pochi. La storia è avvincente in ogni sua parte.
Pensare che benevolenza cosmica sia un romanzo d’esordio mi ha stupito a tal punto che ho cercato Fabio Bacà su google e quello che ho trovato è stata un’ intervista in cui l’autore spiega com’è nata la sua storia. Fabio ha vissuto un periodo di depressione che lo ha portato a chiedersi come sarebbe stata la sua vita se tutto fosse andato improvvisamente nel verso giusto ed ecco che nasce la vicenda di Kurt a dimostrarci che no, probabilmente non sarebbe una sfacciata fortuna a rendere migliore la nostra vita.
L’autore ha fatto una scelta intelligente: è partito dalla realtà e l’ha capovolta per esorcizzare le sue paure più intime, infatti che in questo romanzo ci sia del vero si sente benissimo, per quanto paradossale e assurda sia la storia si leggono tra le righe emozioni reali. Un lavoraccio creativo e introspettivo che, unito al talento narrativo dell’autore, ha dato vita ad un successo.
Fabio, i miei complimenti.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Adelphi
Pagine: 192
Prezzo: 18,00€
Voto: 10/10

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Ottanta rose mezz’ora – Cristiano Cavina

12as1Siete mai stati innamorati di una puttana? Non una facile, come intendono i maschi frustrati: voglio dire, siete mai stati innamorati di una che va con gli uomini per soldi? Una normalissima ragazza italiana con i capelli neri e le fossette in fondo alla schiena, che riceve fra un turno di lavoro e l’altro in un monolocale che sa di umido e dell’odore morente di un falso gelsomino? Io sì. Che Dio mi maledica, io sì. Ed è stata la storia più pura e innocente di tutta la mia fasulla vita di merda.

Così esordisce Cristiano Cavina con il suo ultimo romanzo dal titolo che è tutto un programma: Ottanta rose mezz’ora.
Leggendo l’incipit il mio primo pensiero è andato a Buzzati e al suo un amore, ma no, qui Cavina ci parla di una storia completamente diversa, dove Chantal (o Sammi, come la soprannominerà lui) una prostituta non lo è ancora.

Diego scrive, o meglio, non scrive più da un pezzo ma continua a fare la vita dello scrittore mediamente famoso, campa di ospitate, interviste e corsi di scrittura. Chantal insegna danza senza molto successo a bambine grassottelle e cerca di tirare avanti con quei pochi soldi che racimola. I due si conoscono per caso, lui nota subito il sedere di lei, le sue fossette, i suoi capelli neri (ma soprattutto il sedere in effetti) e ci prova sfoderando la sua simpatia, ma Chantal ha un uomo in moto che la passa a prendere e quindi non c’è verso: uomo col chiodo batte scrittore squattrinato, almeno per il momento. Diego continua ad incontrarla per via di un corso di scrittura che tiene nello stesso edificio dove lei insegna danza e pian piano, complice anche una crisi con l’uomo in moto, Diego diventa il suo nuovo ragazzo. La relazione tra i due è soprattutto di natura carnale, la passione è talmente tanta che li porta a fare l’amore in vicoli bui della città contro saracinesche abbassate.
La situazione economica non è delle migliori per entrambi e di pari passo alla crescita della loro relazione, crescono anche i problemi legati al denaro, Diego non fa che viaggiare e Sammi trova un secondo lavoro, ma è durante una serata assieme che la donna ha un’idea: farsi pagare per le proprie prestazioni sessuali. E’ un gioco a tempo il loro, per risollevarsi, solo per ripagare i debiti, si dicono. Il corpo di Sammi avrà quindi un prezzo: 80 rose mezz’ora, 150 un’ora.
Diego le rimane accanto tutto il tempo, spia lei e gli altri uomini durante gli incontri ma la notte ritornano a stringersi assieme nel loro letto. Tutto sembra avere un equilibrio, ma quella che pareva una scelta fatta a cuor leggero avrà delle ripercussioni inaspettate e importanti nella vita di entrambi.

Ottanta rose mezz’ora è una storia d’amore, un amore fiabesco e scabroso al contempo, due aspetti che rendono la relazione un disarmonico equilibrio, incredibilmente normale. La storia è un crescendo, si entra subito nella vita dei due protagonisti e si rimane ammaliati dal loro, se pur perverso, legame. Il ritmo della narrazione è vorticoso, ti rapisce sin dalle prime righe e ti lascia incredulo a fine lettura, proprio per l’assurda piega che prende la storia. I personaggi hanno vite discutibili, è vero, ma le vicende, e soprattutto il modo in cui queste vengono narrate, ti portano a pensare che le loro siano state scelte obbligate. Nessun giudizio morale quindi per Sammi e Diego.
La vera protagonista della storia è la donna in copertina, Sammi, ragazza giovane e bellissima, preda e carnefice, da una parte proprietaria indiscussa della propria vita che non si piega mai al volere altrui, dall’altra vittima delle esigenze economiche che la porteranno a mettere in vendita il proprio corpo.
Sammi sembra in grado di separare la propria carne dalla propria anima, ma rimane una persona, una donna, e a lungo andare, quando entra in gioco un’altra vita, il peso della propria diventa insostenibile.

Ottanta rose mezz’ora è una storia turbolenta ma per certi versi comunissima che racconta di un amore incomprensibile agli occhi dei più, tenace ma fragile, che si spezza, come succede nella vita vera, quando non ha più la possibilità di evolvere.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore:  Marcos Y Marcos
Pagine:  206
Prezzo: 17,00€
Voto: 8,5/10

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Una volta è abbastanza – Giulia Ciarapica

Foto GiuliaUna volta è abbastanza è il romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, ambientato a Casette d’Ete. La storia si svolge nel secondo dopoguerra, nell’entroterra marchigiano dove vivono Annetta e Giuliana, due sorelle. Giuliana e Annetta sono diverse, ma due facce della stessa medaglia, donne figlie del loro tempo che hanno imparato la fatica e la fame, entrambe messe al lavoro fin dalla tenera per imparare a tirare avanti.
Valentino invece è il ragazzo di Annetta, ma quando la guerra li separa lui si innamora di Giuliana, che sposerà poco dopo. Annetta non perdonerà mai del tutto la sorella per quello che reputa un tradimento e il rapporto tra le due si incrinerà. Giuliana non si sente in colpa, ritiene che Annetta e Valentino siano troppo simili, entrambi concentrati su se stessi, capaci quindi solo di distruggersi a vicenda.
Intanto Giuliana ed il marito partono dal piccolo magazzino dove creavano semplici calzature e pian piano ingrandiscono l’attività, rendendola una fruttuosa azienda calzaturiera.
Attorno ai protagonisti ruotano molti personaggi secondari ognuno con la propria storia, come quella di Rita che s’innamora del figlio di una ricca famiglia nella quale lavora o come Giovanna, donna impazzita a causa della morte della sua unica figlia.
Tutti questi personaggi diventano espressione di un paese che rifiorisce e che con fatica riesce a rialzarsi, segnando l’inizio di un periodo di grande prosperità. Bello l’inserimento di tanti piccoli eventi storici e culturali, dalla nascita della Costituzione, alla prima macchina acquistata fino alla prima televisione arrivata in paese, attorno a cui la una comunità si riunisce per guardare la finale del Festival di Sanremo; tutti elementi che hanno reso il contesto molto solido e credibile agli occhi del lettore.

La famiglia è tutto, tutto ciò che la vita ci ha dato per metterci alla prova.
E imparare a resistere.

Il romanzo di Giulia è sicuramente coerente con la narrazione di una paese in rinascita, la trasformazione di Casette d’Ete rappresenta la forza di un’Italia intera che ce l’ha fatta, meno coerente è stato invece con i personaggi: la quarta di copertina prometteva la storia di un legame viscerale tra due sorelle, legame che di fatto, non si trova. La storia inizia quasi subito con la frattura tra le due, che già in partenza non sembrano così unite, nessun rituale comune, nessuna confidenza, nessun gesto affettuoso. Mi sono chiesta se non avessero cercato un pretesto per litigare.
Un’altra nota dolente è che nella storia viene dato troppo spazio al narratore esterno che spiega continuamente ciò che provano e pensano i personaggi, interrompendo così il racconto a discapito della fluidità della narrazione.
Il finale invece l’ho apprezzato. La storia prende il giusto ritmo fino alla chiusura che lascia spazio a mille possibili scenari; del resto è il primo di una trilogia. Una particolarità del libro che mi è piaciuta è stata la scelta dell’uso del dialetto marchigiano nei dialoghi fra i personaggi, che ha regalato alla storia più autenticità.
Una volta è abbastanza mi ha ricordato spesso L’amica geniale e pur trattandosi di due romanzi molto diversi tra loro non sono riuscita a liberarmi dall’idea che Giulia Ciarapica si sia ispirata alla quadrilogia della Ferrante (nella trama, non nello stile), confronto molto difficile da reggere per chiunque.
E’ complicato dare un voto ad un romanzo come questo perché presenta molti pregi quanti difetti, ma tutto sommato, considerando anche che si tratta di un esordio, lo promuovo. Aspettiamo gli altri due per capire come va a finire!

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore:  Rizzoli
Pagine:  365
Prezzo: 19,00€
Voto: 6/10

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Lux – Eleonora Marangoni

 

ca97bad1-eeb5-4c66-9d48-37d59be7f46fEleonora Marangoni ha vinto il premio Neri Pozza 2017 con il romanzo Lux ed oggi è tra i 12 finalisti del Premio Strega.

Lux è la storia di Thomas, un italo inglese che vive a Londra e che per mestiere fa il light design. L’uomo ha una relazione con Ottie Davis, chef e madre del piccolo Martin,ma  il suo cuore è lontano, ancora legato ad una storia ormai chiusa; lui viaggia molto per lavoro ma il suo solo punto fermo è l’unico ricordo che vale la pena ricordare: Sophie Selwood.

Per Tom la storia con Sophie è stata LA storia, il ricordo della donna è intriso di un malinconia permanente che si fa quasi ossessione e in un circuito di ricordi che non si può spezzare, Thomas ricade sempre nella sindrome di Proust.

Un giorno muore il fratello della madre di Thomas, zio pittoresco e giramondo, e lascia al nipote una strana eredità: l’Hotel Zelda su di un’isola semi dispersa nel sud Italia. Il viaggio per raggiungere l’hotel è per Thomas come un ritorno verso la dimensione più profonda di se stesso, è costretto per una volta ad approdare e a fermarsi.
L’Hotel è ben lontano dai suoi anni d’oro ed è diventato un covo di bizzarri personaggi, sorgenti d’acqua, baobab nani e vulcani inattivi, stare lì è come vivere in una dimensione a sé stante e questo contesto costringerà Thomas a fare i conti con il suo amore del passato.  La distanza dalla vita frenetica permetterà lui di mettere a fuoco la realtà e al contempo ritrovare le proprie radici.
In copertina c’è la pianta d’agave, una pianta che attraversa una sola stagione di gloria, così come lo Zelda e i suoi ospiti.

Lo stile è personale ed evocativo, l’autrice ha la grande capacità di creare le atmosfere scegliendo bene le parole, facendo parlare i luoghi e soprattutto gli oggetti, che hanno una storia e la raccontano. La prosa è ricercata senza però essere artificiosa, Eleonora è attenta ai dettagli e la scrittura è un’espressione chiara della sua sensibilità d’autrice.

Una quiete attraversata dall’aria e dal sale s’impossessò della barca, spalancando la porta al genere di nostalgie che aspettano una precisa qualità di calma per uscire allo scoperto, e presto ognuno si trovò a viaggiare per conto proprio in un posto in cui non si poteva essere raggiunto. […] Solo Martin rimase in piedi un po’ annoiato, sprovvisto com’era di un passato e di pensieri da lasciare affiorare. Se ne andava su e giù lungo il parapetto a fabbricare ricordi, studiando il suolo blu puntellato di goccioline in rilievo ricoperte con troppa vernice, toccando uno ad uno i parabordi e osservando, senza nessuna possibilità di seguirlo veramente, il folle vagare di una colonia di ragnetti rossi attorno a una vite arrugginita. Mezz’ora dopo, alla loro sinistra, spuntò un assaggio di terra bruna e piatta, che diventò un’isola senza mai smettere di somigliare a uno scoglio. Il vento calò di nuovo, e tutti ripresero a parlare più forte di prima, abbandonando il silenzio un po’ di fretta e senza un vero commiato, perché l’arrivo era vicino e le nostalgie che toccano terra non passano più.

Lux è un libro particolare e raffinato il cui punto forte è il linguaggio, la voce dell’autrice si percepisce chiaramente tra le pagine, stringendo l’occhio a Proust (dicono) mantiene comunque una sua chiara identità.

Ho amato questo romanzo, mi ha coinvolta molto nella lettura e mi piacerebbe che vincesse il Premio Strega perché si tratta di un titolo diverso rispetto ai vincitori degli anni precedenti, forse meno incentrato sulla trama e più sulla scrittura. Una luce nuova insomma.

Promosso a pieni voti.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore:  Neri Pozza
Pagine:  251
Prezzo: 17,00€
Voto: 8,5/10

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Fedeltà – Marco Missiroli

Margherita e Carlo sono una coppia affiatata, agente immobiliare lei, docente universitario lui. Un dubbio fa capolino nel loro rapporto a causa del “malinteso”, così chiamato da Margherita. Il malinteso è che Carlo viene visto in bagno con una studentessa, lui dice di averla soccorsa in seguito ad un malore, ma non è vero: questa è la versione che Carlo racconta e che racconta spesso anche a se stesso. Margherita conosce invece Andrea durante la fisioterapia e tra i due nasce una specie d’attrazione, lei vaga con la mente durante le sedute fino a convincersi, o meglio sperare, che Andrea le stia riservando un trattamento speciale.

Tra Carlo e Margherita la passione travolgente inizia a raffreddarsi, diventa un principio di abitudine, i due ne sono consapevoli, ma non riescono a superare la cosa con serenità. Entrambi, anche se in modi diversi, si interrogano sulla fedeltà di coppia, ma soprattutto sulla fedeltà verso se stessi. Vengono a galla, attraverso pensieri ossessivi, tutti i dubbi che fino a quel momento avevano messo a tacere; Carlo ad esempio, insegna scrittura grazie ad una spinta del padre ma il suo vero cruccio è non esser riuscito a scrivere niente di suo, neanche un misero racconto.

Invece in mano non aveva niente: e ogni volta che si chiedeva come fosse potuto succedere, essere uno che rovistava nella letteratura senza aver mai provato a scrivere sul serio, una storia, un canovaccio che lo legittimasse, magari un racconto breve, niente. Aveva tentato qualche abbozzo, aveva rinunciato, rosicchiando autostima nell’ascolto della propria voce in classe, convincendo che quel suono – l’insegnamento – fosse il suo romanzo.

Margherita invece, ha rinunciato alla carriera di architetto per la stabilità di un’agenzia immobiliare.
Entrambi insoddisfatti della propria vita si scoprono anche non pienamente soddisfatti della propria vita di coppia e attraggono come calamite due persone altrettanto problematiche, Andrea il fisioterapista e Sofia, la studentessa, personaggi secondari che contribuiscono a mettere in scena uno spettacolo che definirei grottesco.

In questo libro c’è tanta staticità, nessuno dei personaggi (eccetto forse Anna, la madre di Margherita, nonché voce narrante della storia) si decide in qualche modo a crescere. Si ha l’impressione che siano tutti adolescenti intrappolati nel corpo di uomini e donne adulti, e ovviamente narcisisti oltremisura. Si fanno delle domande, a volte sono persino vicini alle risposte, ma alla fine nulla cambia, rimangono immobili in balia degli eventi, rimuginando sugli stessi crucci di sempre.
Ok, fedeltà è fatto così, direte voi: un libro di pensieri, dubbi morali, senza una vera risposta finale. Lo accetto! Il problema, a parer mio, è che a fine lettura non sono solo i personaggi ad essere inconsistenti, ma il romanzo nella sua interezza: riflessioni fini a se stesse accostate ad una narrazione lenta e inutilmente descrittiva, con frasi ridondanti che danno l’impressione di voler dire tutto e niente. Il romanzo parte da una domanda sulla fedeltà, ci gira attorno e, come in un ciclo, ritorna al punto di partenza senza nessuna vera evoluzione. Questa voi la definireste una bella storia?
I personaggi sono stereotipati, sembrano tirati fuori da mille altri romanzi simili a questo: la coppia borghese in crisi, i tradimenti, gli insuccessi della vita, ed ecco il quadro perfetto di un romanzo studiato a tavolino per avere un successo nazionalpopolare. Fedeltà manca di creatività, ma soprattutto non è un romanzo che punge e che scuote, anzi, più di una volta avrei voluto io scuotere i personaggi!

Una menzione merita però la tecnica narrativa, ovvero il passaggio di anima, che funziona così: ogni volta che due personaggi s’incrociano, il loro contatto fa sì che il narratore passi da un soggetto all’altro. Tecnica molto bella e probabilmente molto complicata da mettere in scena perché bisogna incrociare perfettamente le vite dei personaggi, senza però farla sembrare una forzatura o un espediente funzionale alla narrazione. Peccato non sia stato sufficiente a risollevare la storia.
Anche in questo caso uno scrittore molto dotato che non è diventato un romanziere.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore:  Einaudi
Pagine:  230
Prezzo: 19€
Voto: 5/10

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Il censimento dei radical chic – Giacomo Papi

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Il censimento dei radical chic nasce da un’idea molto interessante: un’Italia, per certi versi molto simile a quella odierna, in cui si prendono di mira gli intellettuali, chiamati impropriamente radical chic. Da qui parte Giacomo Papi per scrivere un romanzo di satira (non troppo pungente), in cui, attraverso la rappresentazione di una futura Italia amaramente simile alla nostra, mette alla berlina la società di oggi ed i suoi esponenti politici.
In questa Italia futura e semi distopica gli uomini di cultura sono odiati dal “popolo”  perché questi, sfoggiando le proprie conoscenze, mettono in luce l’ignoranza dei più.
La prima vittima di questa persecuzione è il professor Prospero, ucciso per aver citato Spinoza in un talk show. A seguito di questo omicidio, il primo ministro dell’interno propone di censire i radical chic come manovra di protezione per gli stessi, ma ovviamente gli scopi sono ben diversi.

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”
“Come i libri? Tutti?”
“Ma no! Non tutti. Immagino che ci saranno dei punteggi!”
“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”
“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari…”
“O, in alternativa, un paio di metri di Adelphi color pastello.”
Risero.

L’WhatsApp Image 2019-03-26 at 22.57.46kjhaspetto più originale del libro è l’uso del linguaggio: nella storia infatti viene nominato un garante per la semplificazione della lingua italiana, che agisce sul romanzo stesso che leggiamo con tanto di note a piè pagina e vocaboli desueti sostituiti con altri più “alla portata di tutti”, come se il testo stesso fosse stato oggetto di censura.

Il romanzo, come avrete quindi capito, ha alla base un’idea molto interessante, è inoltre scritto col piglio giusto, ironico, sarcastico. Ciò che però mi ha fatto storcere il naso è che a conti fatti rimane ai margini della storia senza approfondire, è come se non si accendesse mai. E’ un romanzo che strizza l’occhio a capolavori come Fahrenheit 451 e 1984, citandone anche dei passaggi, ma decisamente non ha lo stesso spessore emotivo. E’ privo di quello che fa un classico ciò che è; se infatti 1984 è un romanzo sempre attuale, non si può dire lo stesso de il censimento dei radical chic: funziona adesso, ma difficilmente reggerà il peso del tempo.

Viste le premesse, il prodotto finale è stato un po’ deludente, ma non per questo merita una bocciatura. Non sarà brillante su tutti i fronti ma è certamente una storia regala parecchi spunti di riflessione, ad esempio sulla condizione italiana odierna e sulla forza del linguaggio. Un prodotto originale che poteva essere ma non è stato. Peccato.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Feltrinelli
Pagine: 144
Prezzo: 13€
Voto: 6/10