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Cortesie per gli ospiti – Ian McEwan

img-20170729-wa0027Mary e Colin sono una coppia in vacanza. I due trascorrono le giornate tra ozio, calura estiva e immancabili passeggiate serali alla ricerca di nuovi angoli da scoprire. Una sera però la monotonia è interrotta dall’incontro con Robert, un uomo del posto, che, con la scusa di rispolverare il suo inglese, intrattiene la coppia sino a raccontare tutto di sé e delle sue origini. Robert sfinisce i due turisti a suon di chiacchiere e quest’ultimi, in preda alla stanchezza, si lasciano convincere a trascorrere la notte da lui. La mattina seguente fanno la conoscenza di Caroline (la moglie di Robert) e si ritrovano ad essere oggetto di una serie di insolite Cortesie da parte dei padroni di casa. Emergono le prime stranezze della coppia ospitante che inquietano Colin e Mary e li convincono a non far più ritorno in quella casa. Pochi giorni dopo però i due rincontrano Robert e vengono meno al loro intento (quasi irresistibilmente attratti dalla casa con la terrazza sul mare) cadendo così in una trappola. Avviene così il secondo incontro dei quattro e il romanzo tocca l’apice del grottesco creando un vortice che avvolge i due sventurati, oramai prigionieri degli eventi, fino a un epilogo drammatico e agghiacciante.

Il romanzo si apre con descrizioni minuziose delle attività dei protagonisti e dei paesaggi presentati, lo stile di scrittura è scrupoloso, a tratti chirurgico, scava nei dettagli con la stessa lentezza e precisione con cui i protagonisti vivono le proprie giornate. In un certo senso l’autore ci presenta il mondo attraverso lo sguardo dei due protagonisti e ci accompagna assieme a loro alla scoperta della città di villeggiatura. La città è descritta minuziosamente, ma rimane misteriosa la sua collazione geografica; veniamo accompagnati passo dopo passo per viuzze e locali turistici, chiesette e spiagge.  Quando però i protagonisti conoscono Robert e poi la moglie, il romanzo assume una piega più noir e il lettore viene calato lentamente in un’atmosfera inquietante, senza capire bene cosa stia succedendo e perché. Pian piano anche lo stile di scrittura subisce dei mutamenti, comincia quasi a sfocarsi: i dettagli sembrano venir meno lasciando spazio alle ambiguità e alle stranezze dei padroni di casa. Più la trama s’infittisce più la storia appare nel complesso misteriosa.

Con questo romanzo McEwan mi ha profondamente scosso. Inizialmente mi ha lasciata spaesata e un tantino perplessa sulla conclusione del racconto, ma dopo un’attenta riflessione ho trovato il mutamento dello stile davvero una bella pensata, un espediente molto elegante che accompagna il lettore verso un finale esplosivo. La lettura è coinvolgente ed emotivamente disturbante. Ho apprezzato questa storia proprio grazie all’eccellente abilità stilistica dell’autore, il quale, con poco più di un centinaio di pagine ha saputo costruire un racconto amaro, sofisticato e angosciante all’ennesima potenza.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine:  134
Prezzo: 10.00 €

 

 

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La porta – Magda Szabo’

IMG_20180814_134425Ci sono libri  che lasciano il segno e altri che non lo lasciano. Probabilmente questo dipende da molti fattori come la bellezza intrinseca della storia o l’abilità narrativa dell’autore, non per ultimo però c’è anche la sensibilità del lettore. Ebbene sì, se è vero che non possiamo apprezzare tutto ciò che viene considerato oggettivamente bello, è anche vero che non sempre abbiamo la capacità di sentire appieno una certa storia. Non sempre la nostra recettività è al massimo.

Di questo me ne sono resa conto più volte, quando ho dovuto interrompere una lettura perché non era il momento giusto o perché la mia testa era altrove. Alcuni libri però sono capaci di guarirti, di affinare la tua capacità di ascolto delle parole scritte anche quando non è il momento giusto. Beh, in quel caso hai tra le mani un romanzo che ti sta facendo un grande dono ed è questo che io posso dire de La porta di Magda Szabo’, che mi ha fatto un grande dono.

La porta è un romanzo non troppo famoso al grande pubblico (non quanto meriterebbe almeno!) che ruota attorno al conflittuale rapporto tra Emerenc e Magda. Magda è la narratrice della storia, loquace, scrittrice di professione e moglie di uno scrittore. Emerenc invece è una portinaia, una donna anziana che di parole ne spende pochissime e non crede nel valore della cultura (ritiene insulso il lavoro di Magda che, a suo dire, consistente unicamente nel continuo battere a macchina), considera con sospetto tutti i lavori non manuali, soprattutto odia gli intellettuali, i fogli di carta, i libri, espressione di un mondo di chiacchiere e superficialità che non le appartiene. Sa a malapena leggere e scrive con grande fatica, per lei il mondo è diviso in chi comanda e chi esegue, chi scopa e chi fa scopare.

Emerenc e Magda si conoscono quando quest’ultima decide di assumere una donna che la aiuti nei lavori domestici e un’amica le fa il nome della portinaia. Emerenc però è una donna difficile, stacanovista ma insolente, non viene assunta nel senso stretto del termine perché non lava i panni a chiunque ma dopo aver ricevuto le giuste referenze, decide se accettare o meno i datori di lavoro. Già dal loro primo incontro Magda capisce che la donna è un personaggio sui generis, che si offre incondizionatamente ma a sua volta esige molto.

Emerenc prende distanza dal mondo segnando un confine invalicabile, confine rappresentato dalla porta della casa in cui abita in completa solitudine, non lascia entrare nessuno ed esce solo se necessario. Lei stessa non solo è chiusa, ma impenetrabile. La porta è quindi un confine fisico, ma anche e soprattutto mentale, imposto senz’appello da Emerenc a Magda; essa diventa quindi simbolo, struggente metafora di un’esistenza molto provata, se non di un cuore indurito dagli orrori vissuti.

Emerenc racconta raramente e solo a pochi fidati aneddoti frammentari del suo passato, il più delle volte è il suo trascorso che muove il suo agire, malcelando un vissuto pieno di sofferenze e di perdite. Il ritratto che ne viene fuori è di una donna scorbutica, piena di fissazioni senza senso apparente, a tratti ostinata sino a rendersi insopportabile, le sue azioni però lasciano trasparire un’intima e radicata bontà d’animo, un forte senso di giustizia e una qualche ferita che ha segnato la sua vita per sempre. Il personaggio di Emerenc è un ottimo protagonista perché è umanamente profondo, ricco di contraddizioni e dotato di un’intelligenza sottile, si potrebbe dire che lei sa come stare al mondo.

La forza e la cocciutaggine che la contraddistinguono inoltre, la porteranno a detenere un ruolo di dominanza nel rapporto odio-amore tra lei e Magda. Quella tra le due donne sarà una relazione fatta di sottili giochi di potere ma al contempo di sincero affetto. Le due donne si scontreranno spesso per poi scoprirsi ancora più vicine, sino a quando la loro relazione diventerà indispensabile per entrambe, anche se in modo diverso. Il loro appare quasi un rapporto madre figlia, in cui spesso ci si vuole bene senza capirsi fino in fondo, costantemente sul filo del rasoio, conflittuale fino alla fine, ma al contempo imprescindibile.

La porta è un libro profondo che, sullo sfondo drammatico dell’Ungheria del Novecento, indaga sulle contraddizioni dell’esistenza umana. Un romanzo vivo, toccante, che, in un crescendo di intimità e ferite riaperte, parla di condivisione e di solitudine, di amore, di dolcezza e di segreti. Pieno di simbolismi e dialoghi pungenti, da voce ad un’autrice che ha saputo esprimere, soprattutto attraverso i suoi personaggi, la propria grandezza.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine:  252
Prezzo: 12.00 €

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La simmetria dei desideri – Eshkol Nevo

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Quando un romanzo ti segna davvero te ne accorgi in tanti modi. Io ad esempio ho i libri preferiti nelle peggiori condizioni: sgualciti, piegati, macchiati perché mi rapiscono a tal punto da non poter smettere di leggere in nessuna circostanza. Oppure succede che li tengo sul comodino anche a lettura ultimata, perché rimetterli in libreria è un po’come un addio, un addio per cui non mi sento pronta.

Quando ho finito La simmetria dei desideri ho fatto entrambe le cose (oltre che utilizzare questo romanzo come unico argomento di discussione nei giorni a seguire) e sono ancora qui a parlarne. Ero reduce dall’ultimo libro della saga de L’amica geniale di Elena Ferrante, pensavo che mi sarei sentita per sempre orfana e invece, appena qualche giorno dopo, Eshkol Nevo è venuto in mio soccorso. Sono passata così da una conflittuale amicizia al femminile ad una interamente al maschile, quella tra Yuval ed i suoi amici.

La storia si svolge a Tel Aviv nel ’98. Ofir, Yoav (detto Churchill), Amichai e Yuval guardano i mondiali assieme come da molti anni a questa parte, quando Amichai propone agli altri di scrivere su un fogliettino i propri desideri e attendere la prossima finale di coppa del mondo per vedere se si sono realizzati. L’idea è bizzarra e sul momento non entusiasma, alla fine però tutti si lasciano convincere e ognuno mette per iscritto i propri sogni. Tre a testa per l’esattezza, il primo può essere letto a voce alta, gli altri no.

I quattro amici si conoscono sin dal liceo, pur essendo molto diversi hanno un legame profondo e duraturo, basato proprio sul loro compensarsi a vicenda. Yuval, il narratore, è il sognatore del gruppo, schivo e silenzioso, innamorato di Yaara è a lei che dedica i suoi desideri. Churchill è un sedicente avvocato, leader del gruppo da sempre, sogna di realizzare qualcosa di veramente importante, sposare e portare avanti una causa socialmente rilevante. Come spesso Yuval ripete, il creativo del gruppo è Ofir, lui lavora in un’agenzia pubblicitaria “sprecando il suo talento” fino a quando un evento inaspettato non gli cambia la vita. Infine c’è Amichai, sposato con Ilana e padre di due figli, vende polizze mediche ai malati di cuore.

Gli anni che seguono i mondiali del ‘98, sono per i quattro molto movimentati, le loro vite vengono sconvolte da imprevisti, cambi di rotta e scelte più o meno importanti, che incroceranno e sovvertiranno i loro destini fino a compromettere la realizzazione dei desideri (o forse sono proprio quei desideri a non destare più l’interesse di qualche anno prima?). I cambiamenti porteranno gli amici a conoscersi meglio, a mettersi alla prova rischiando tutto: si ritroveranno assieme in ospedale, sul divano di Amichai e di sua moglie Ilana e persino al concerto dei Camaleonti. Ogni protagonista subirà in un modo o nell’altro una mutazione, un evento scatenante lo porterà ad una sorta di crescita, sorprendendo gli amici e non meno i lettori.

In 350 pagine Eshkol Nevo è stato capace di racchiudere un intero mondo, non una, ma ben quattro storie; mi ha fatto affezionare Yuval e al suo amore disperato, quasi inspiegabile per Yaana, la sua lotta contro una vita senza direzione; mi ha presentato Churchill come egoista e irresponsabile, che poi si rivela profondamente umano e fondamentale al quartetto. Ho viaggiato assieme ad Ofir in India, ho compreso le sue idee e il suo bisogno di un cambiamento, infine ho pianto con Amichai, ho sposato la sua causa, ho detestato Ilana per poi ricredermi sul suo conto. Tutto questo in 350 pagine. La simmetria dei desideri è un romanzo toccante, una storia straordinaria sul destino, sui cambiamenti e sull’amicizia soprattutto, quella che va oltre gli errori e le differenze caratteriali, quella che col tempo può mutare senza mai perdersi.

Tu sei il collante. Sei sempre stato il collante. Ad un certo punto del libro ti domandi cos’è successo nei sei mesi in cui hai preso le distanze. Be’, quello che è successo è che quasi non ci siamo incontrati. E quando c’incontravamo, era scialbo. Senz’anima. Ecco la verità: senza di te siamo un’accozzaglia casuale di persone. Insieme a te siamo degli amici. Senza di te la città è tutte le cose cattive che dice Ofir. Insieme a te, è casa.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: BEAT (Prima edizione Neri Pozza Editore)
Pagine: 351
Prezzo: 09.00 €

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Scherzetto – Domenico Starnone

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La storia che Starnone ci presenta col suo Scherzetto è molto semplice, ma è una storia che tocca il cuore del lettore; l’autore infatti dimostra una spiccata sensibilità nel tratteggiare le personalità dei due protagonisti e nel descriverne le relazioni.

Tutto comincia quando i genitori di Mario lasciano Napoli per una conferenza di lavoro e il figlio di appena cinque anni è affidato alle cure di Nonno Daniele, famoso illustratore di libri per bambini (che pare però i bambini li conosca poco). Daniele è alquanto indisposto nei confronti della situazione e del nipote, soprattutto perché viene catapultato da Milano a Napoli, in una città che gli ricorda la sua infanzia e porta a galla una serie di eventi non troppo felici.

Vengono messe a confronto (e spesso portate allo scontro) due generazioni diverse, che interagiscono mal volentieri durante una forzata, ma necessaria convivenza. Viene presentato un uomo anziano che fatica molto a calarsi nel ruolo di nonno e nonostante il bambino sia capace ed autonomo e cerchi in tutti i modi di farsi benvolere, Daniele non sente nessuna affinità col nipote; è solo un uomo stanco che fatica a star dietro ad un bambino allegro e un po’ petulante. Tra i due si instaura quindi un legame stentato, fatto di rivalità e giochi non proprio divertenti, due maschi che si fronteggiano per giorni dentro quattro mura, dando vita ad un racconto tristemente divertente. Inizialmente ci sono una serie di conflitti mascherati da scherzetti reciproci che mostrano la difficoltà d’approccio tra i due, poi però pian piano s’instaura una tacita alleanza, nonno e nipote si ritrovano uniti da una passione comune: il disegno.

Starnone inoltre ci parla della relazione tra i genitori di Mario, una coppia ormai in crisi, e nel farlo dimostra ancora una volta un’umanità fuori dal comune, soprattutto quando parla di Mario e di come lui percepisce i cambiamenti e i drammi del suo piccolo mondo, che siano i conflitti dei genitori o l’ostilità del nonno.

Durante la narrazione assistiamo a dei veri e propri tuffi nel passato di Daniele, che ritrovandosi nella casa della sua infanzia comincia a riflettere sulla sua vita e a fare dei bilanci. Motivo di preoccupazione per lui è soprattutto il lavoro, la sua innata abilità nel disegno che in passato era stata lodata, ora sembra non impressionare più, le sue illustrazioni non piacciono neppure a Mario.

Con straordinaria eleganza l’autore nostrano mette in scena i nostri difetti e le nostre cattiverie attraverso lo scontro tra un nonno vanitoso e un bimbo saputello, semplicemente alla ricerca dell’affetto che i genitori sembrano non dargli più. Scherzetto è un romanzo profondo, stratificato, che attraverso un racconto semplice, quasi banale, offre profondi spunti di riflessione sulle relazioni, l’arte, il talento e i limiti dello stesso.

– Bravo, – mormorai e mi venne in mente che viviamo per tutta la vita come se il nostro continuo misurare e misurarci rimandasse ad una verità inconfutabile; poi in vecchiaia ci rendiamo conto che si tratta solo di convenzioni, tutte sostituibili in ogni momento con altre convenzioni, e l’essenziale è affidarsi a quelle che ci sembrano di volta in volta più rassicuranti.

Le parole finali di Daniele rendono questo romanzo una sorta di confessione-riflessione che trasmette il senso di precarietà della vita e la difficoltà nel rimanere fedeli a sé stessi. Scherzetto è un romanzo molto dolce ed estremamente sottile, di uno dei migliori autori italiani della letteratura contemporanea. Chapeau.

 

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 176
Prezzo: 11.00€

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Ragazze elettriche – Naomi Alderman

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Non leggo molti young adult, ma quando ho sentito parlare di The Power (in italiano Ragazze elettriche), romanzo che ha vinto il Baileys Women’s Prize nel 2017, la mia curiosità è schizzata alle stelle.

Con questo romanzo l’autrice ci presenta una finta ricostruzione storica romanzata, scritta da un giornalista che, in una società dominata dalle donne, prova ad immaginarsi un passato in cui esse non avevano alcun potere. La vicenda vera e propria inizia però quando le ragazze di tutto il mondo scoprono di avere questo fantomatico potere per lungo tempo rimasto sepolto, cioè quello di controllare l’energia e generare scariche elettriche sfruttando una sorte di massa a livello della clavicola.  Questa capacità, che rappresenta dapprima unicamente un metodo di difesa, diventa poi uno strumento di vendetta e un modo per dimostrare la propria supremazia sugli uomini: avviene una sorta di ribaltamento tra “sesso debole” e “sesso forte”.

Non si parla quindi di un mondo utopistico che segue i principi di giustizia ed uguaglianza, ma porta piuttosto a chiedersi se il potere alle donne significherebbe davvero avere gli stessi abusi e soprusi di quello maschile; e la risposta della Alderman è stata la più onesta possibile: probabilmente sì (d’altronde sarebbe stato sbagliato descrivere i governi femminili come più materni, empatici e giusti, dando sempre per scontato che queste caratteristiche siano innate nelle donne).

In questa storia però la possibilità di governare l’elettricità non è che un espediente narrativo atto ad una riflessione più profonda, ovvero quella sul potere. Il tema centrale è infatti il potere, fisico in primis, che si tramuta poi in politico, religioso, ideologico. Questo tema è stato trattato più e più volte anche nei romanzi di formazione, la Alderman però ci sorprende, proponendoci uno scenario diverso dal solito, che porta anche a riflessioni diverse dal solito. Soprattutto, in questo nuovo mondo in cui le donne provano a rivoltarsi dopo anni di soprusi, il messaggio che ci presenta l’autrice è che il male non è mai risarcitorio: il potere di compierlo, con tutto ciò che comporta, spesso miete vittime proprio nei confronti di chi lo esercita.

Per quanto riguarda la struttura del romanzo, esso è diviso in capitoli, ciascuno dei quali è raccontato dal punto di vista di una delle protagoniste e il narratore è sempre onnisciente: presenta infatti non solo i pensieri del protagonista, ma anche dei personaggi secondari. Questo aspetto semplifica molto la narrazione, rende la lettura molto scorrevole e adatta a tutti, ma ha una piccola pecca: non permette di empatizzare molto con i personaggi. Personalmente poi mi sarebbe piaciuto uno studio più approfondito sulle dinamiche del potere e su come questo  modifichi i rapporti e le classi sociali, mentre l’autrice si addentra poco nella psicologia e lascia molto più spazio all’azione.

Queste piccole critiche però vanno contestualizzate: se si considera il target di riferimento, ovvero gli adolescenti, tutto ciò che ho detto può essere perdonato. Per rimanere al passo con i tempi anche la letteratura deve aggiornarsi e comprendo benissimo come un romanzo del genere possa essere maggiormente apprezzato rispetto ad uno ricco di approfondimento psicologico, magari con una riflessione politica e sociale sul potere. Un romanzo per adolescenti sulla metafisica del potere, per riuscire nel suo intento, per poter essere incisivo ed apprezzato non poteva essere che strutturato in questo modo: narrazione ricca, avvincente, dalla scrittura scorrevole e magari non troppo riflessivo. Sono d’accordo con la giuria del Baileys Women’s Prize quando definisce Ragazze elettriche un classico del futuro, un romanzo di formazione 2.0 quindi, un Signore delle mosche dei giorni nostri.

Concludendo, la domanda che il lettore si pone quindi a fine lettura è quella che potete ben immaginare: Perché le persone abusano del potere? E la risposta è quella forse più banale, ma anche la più veritiera: semplicemente perché possono.

Non conta la consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere.

 

 

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Nottetempo
Pagine: 446
Prezzo: 20.00€

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Piccoli crimini coniugali – Eric-Emmanuel Schmitt

9200000033288882Gilles Sobiri è uno scrittore di gialli ma non sa di esserlo. Non ricorda il suo passato né dove sia casa sua. Quando però Lisa, una donna che sostiene di essere sua moglie si presenta nell’ospedale dove è ricoverato, capisce di aver perduto la memoria.

L’incidente che ha causato a Gilles l’amnesia è avvolto nel mistero e l’uomo si affida completamente alla donna per recuperare le informazioni perdute. Tutto sembra procedere linearmente fino a quando l’uomo non riacquista alcuni ricordi e inizia a sospettare che la moglie gli stia mentendo.

La tabula rasa di Gilles viene infatti vista da Lisa come una seconda chance: ha finalmente la possibilità di ricostruire la loro vita di coppia da capo, inventando un Gilles diverso, una relazione più stabile, omettendo i piccoli grandi problemi della loro relazione. La farsa però non dura a lungo, infatti presto alcune incoerenze nei racconti ed indizi sparsi per casa portano la verità a galla.

Il titolo Piccoli crimini coniugali viene da un giallo scritto proprio da Gilles, il meno riuscito, il più stroncato dalla critica, eppure il più amato da Gilles stesso. Si tratta di una visione estremamente cinica della vita di coppia, una storia in cui il legame d’amore viene presentato come una vera e propria lotta per il potere.

La cosa più ragionevole è amare finché è gradevole. Si chiama razionalismo amoroso: amarsi finché durano le nostre illusioni; appena crollano, lasciarsi. E appena abbiamo a che fare con persone reali, non più con immagini della fantasia, separarsi.

La coppia giovane è una coppia che cerca di sbarazzarsi degli altri. La coppia vecchia è una coppia dove ognuno cerca di sopprimere il partner. Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l’assassino.

Alla fine l’amnesia sembra però portare solo benefici alla coppia, i due amanti infatti riescono a rinsaldare la loro unione grazie alla riscoperta di tutte quelle piccole cose che li avevano uniti.  Gilles e Lisa riescono magicamente a trovare un antidoto alla disfatta della loro relazione rievocando, battuta per battuta, il loro primo incontro.

GILLES: Dopo quindici anni c’era rimasta solo la menzogna per arrivare alla verità.

Piccoli crimini coniugali è un intenso dialogo tra due amanti, fatto di risposte piccate, menzogne, scoperte e riscoperte, procede spedito e la storia si rivela piena di colpi di scena, fino ad una verità inattesa. Si tratta di una commedia nera straordinaria, piena di suspense ed estremamente divertente, ma che al contempo regala una riflessione importante sulla madre di tutte le guerre: quella di coppia.

LISA: Tu non ti scoraggi mai?
GILLES: Altroché.
LISA: E allora?
GILLES: Ti guardo e mi chiedo se malgrado i miei dubbi, i miei sospetti, le mie inquietudini e la mia stanchezza ho davvero voglia di perderti. E la risposta mi viene sempre. Sempre la stessa. E insieme a lei mi viene il coraggio. Amare è irrazionale, è una fantasia che non appartiene alla nostra epoca, non si giustifica, non è pratico, la sua unica giustificazione è che c’è.

 

Ci tenevo infine a comunicarvi che Michele Placido e Anna Bonaiuto hanno debuttato il 5 di Gennaio a Faenza portando in scena proprio Piccoli crimini coniugali; il testo è stato ovviamente riadattato e la regia è di Placido stesso. Io personalmente ho scoperto l’opera di Eric-Emmanuel Schmitt proprio grazie ad una sua rappresentazione teatrale e devo ammettere che questo romanzo un po’ ibrido si sposa perfettamente alla versione su palco. Vi consiglio quindi, se ne avrete occasione, di godervi quest’opera a teatro, ne varrà davvero la pena.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: E/O
Pagine: 160
Prezzo: 12.00€

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Quello che rimane – Paula Fox

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L’evento scatenante che da il via a questa storia è molto semplice: un gatto randagio morde una donna della borghesia newyorkese e questo morso sembra infettare tutto il mondo attorno a lei: marito, amici, conoscenti.

La trama è appunto molto semplice, un episodio apparentemente insignificante mette in moto una serie di eventi a catena che porteranno ad una vera e propria crisi di coppia. Mancanze e sentimenti tenuti silenti, improvvisamente mettono in crisi la vita della protagonista che arriva persino a provare odio verso il marito senza una motivazione apparente. La donna in realtà è soffocata dalla routine e pare vivere in quello che si potrebbe definire uno stato di quieta disperazione.

“Desperate characters” è infatti il titolo originale del libro forse perché, nonostante la storia si svolga in pochi giorni, s’intuisce come la vita dei personaggi sia destinata a non subire grandi mutamenti nel tempo; tutto continuerà a rimanere nello spazio disperato del perbenismo borghese. Il romanzo vuole sicuramente trasmettere il senso di malessere dei protagonisti, che pur vivendo una bella vita, fatta di agi e priva di reali preoccupazioni, non è esente dall’insoddisfazione. La loro è un’infelicità che si manifesta con l’ansia di essere perfetti, con la tendenza ad allontanare i diversi, col porre un’attenzione maniacale al modo in cui si appare e con l’angoscia costante di perdere tutto ciò che si ha.

La scrittura della Fox è abbastanza lineare, ma a tratti mi è sembrata faticosa da seguire, soprattutto i dialoghi li ho trovati poco riusciti, decisamente poco realistici. L’autrice è molto brava nelle descrizioni degli ambienti e delle situazioni, anche le più banali, queste infatti sono così ben narrate che permettono al lettore di riconoscere quanto siano simili alla vita di ciascuno di noi.

La stessa empatia purtroppo non si prova nei confronti dei personaggi, in primis Sophie, la protagonista, risulta irritante, una vera e propria inetta che agisce senza convinzione e persino quando tradisce lo fa senza passione. Si sente quindi la mancanza di pathos, di azione, di sentimenti intensi… ma se fosse proprio questa la chiave del romanzo? Se l’obiettivo della Fox fosse proprio quello di immergerci in una realtà statica, noiosa e priva di emozioni? Quello che traspare alla fine è una classe sociale immobile e una moglie-bambola anestetizzata al mondo, che lascia spazio all’unico vero forte sentimento provato alla lettura: la pena.

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Viene quindi spontanea la domanda: dopo la lettura, cos’è quello che rimane? Dopo l’ultima pagina e soprattutto dopo il finale non proprio finale, rimane un grande senso di smarrimento, una forte irritazione nei confronti della protagonista, del marito e della loro vita così vuota. La prefazione di Franzen che mi ha spinata a leggerlo, mi ha tratta in inganno alimentando moltissimo le mie aspettative sul romanzo, che non si è rivelato all’altezza.

Tirando le somme, trovo che il libro sia scritto bene, ma in quanto a contenuti vuoto, non solo di trama (che di per sé vuol dire poco), ma proprio di narrazione, di sentimenti, a partire dalla protagonista scialba. A tratti l’ho trovato noioso, ed è questo che mi ha irritato di più: se un romanzo non ha una trama molto avventurosa, ci si aspetta almeno che sia scavata a fondo la psicologia dei personaggi e che questi siano interessanti, se così non è trovo sia un insuccesso.

Non so se rileggerei questo romanzo, forse non sono stata io ad apprezzarlo fino in fondo, magari in futuro una rilettura potrebbe meritarla… per me al momento senza lodi né infamia.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Fazi Editore
Pagine: 206
Prezzo: 16.50€