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L’amica geniale, Elena Ferrante

Elamicageniale’ la Napoli del dopoguerra teatro d’infanzia in cui nasce la complessa relazione tra Elena Greco e Raffaella Cerrullo, Lila per l’amica. Le due crescono assieme, frequentano la stessa scuola unite da un’agguerrita lotta per primeggiare. Al termine delle classi primarie la maestra Oliviero cerca di convincere i rispettivi genitori a far studiare le sue pupille, ma Lila deve rimboccarsi le maniche perché in casa i soldi servono, Elena invece potrà continuare gli studi. Questo evento rappresenta non solo il primo punto di rottura tra le due, ma anche tra il rione intero ed Elena che non riesce più a rivedersi negli amici d’infanzia, ma al tempo stesso non smette di aver bisogno di Lila.

E’ Lila che sembra di fatto la più dotata, destinata a grandi cose nella  vita, la ragazza infatti possiede agli occhi di tutti  un’intelligenza speciale, magnetica a tratti perfida, che desta nel contempo ammirazione e invidia. Lila però non può studiare e concentra tutte le sue energie su Elena, nella quale vede l’unica possibilità di evasione. “Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.” Elena d’altra parte è turbata, primeggia negli studi pur sentendosi sempre seconda all’amica.

Il punto di vista è quello di Elena che evolve con la crescita della protagonista. Il suo sguardo sulle cose è senza censure, a volte parziale, ma sempre genuino. Elena ci racconta l’amica, i mille episodi di violenza (manifesta e non) che si susseguono nel rione e poi con estrema maestria presenta tutti i personaggi di questo romanzo senza mai perdersi. Se ad una prima analisi può sembrare una storia semplice, è poi in un secondo momento che si rivela in tutte le sue sfumature. La Ferrante descrive i legami umani in maniera incredibilmente realistica e presenta attraverso le dinamiche di quartiere uno squarcio della Napoli anni cinquanta. Questo è un romanzo corale con soggetti complessi, ricchi di sfaccettature, comportamenti a volte incoerenti, dettati dalle emozioni e dalle esigenze. Tanti personaggi di contorno che poi di contorno non sono mai, ma uomini e donne con proprie storie e desideri, intrecciati l’un l’altro grazie all’abile penna dell’autrice, tutti in cerca di un’ unica cosa: il riscatto.Al centro della narrazione non ci sono Lila ed Elena come elementi distinti, ma è il loro rapporto che dà vero smalto alla storia.  A tratti le due sembrano quasi un tutt’uno, fuoco pulsante di tutto il rione, due facce necessarie della stessa medaglia.

Con la crescita la vita si complica e se Elena comincia a conoscere un’altra parte di Napoli, Lila deve sfuggire alla corte di Marcello e si lega per vendetta a Stefano. L’errore è compreso soltanto il giorno del matrimonio, quando Lila capisce che si è resa  vittima delle scelte che gli altri hanno fatto per lei. Ci sono accordi dietro alla loro unione, promesse non mantenute e legami di facciata, per cui la volontà della sposa viene messa in secondo piano. Lila capisce di essere entrata a far parte di un gioco pericoloso, che tuttavia è decisa a vincere.

Il primo romanzo di questa tetralogia si conclude così, con Lila pronta a dar battaglia ed Elena che si chiede come andrà da quel momento in poi. Eppure, concluso questo primo capitolo, da lettrice sento il bisogno di un seguito che sia all’altezza, magari che risponda alla domanda che mi sono posta durante tutta la lettura: chi è tra le due l’amica geniale?

 

SCHEDA DEL LIBRO:

  • TITOLO: L’amica geniale
  • AUTORE: Elena Ferrante
  • CASA EDITRICE: Edizioni e/o
  • NUMERO DI PAGINE: 400
  • PREZZO: 18,00
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Le otto montagne

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Pietro nasce a Milano, all’ ombra delle montagne. Suo padre è un chimico, sua madre lavora in un consultorio e ciò che li unisce da sempre è la passione per la montagna. La montagna è la vera protagonista di questa storia: paesaggi alpini incontaminati, temuti e amati dall’ uomo che non fanno semplicemente da sfondo, ma diventano una vera e propria filosofia di vita.

Pietro, assieme ai suoi genitori, si reca ogni estate in un paesino chiamato Grana, ai piedi del Monte Rosa e lì cerca di indagare quella passione misteriosa. Si guarda attorno, si affatica seguendo le orme del padre, capisce poi che esiste una valle ed esiste una cima e che lì in montagna ognuno ha un posto che sente proprio.

Qualcosa sembra cambiare quando Pietro conosce Bruno, un ragazzino con cui ha ben poco in comune. Bruno vive a Grana da sempre, lì dove i ritmi di vita sono scanditi dalle necessità della natura, porta le vacche al pascolo e aiuta suo padre nel lavoro. Si consolida, estate dopo estate, un legame profondo, fatto di crescita e di scoperte tra due ragazzi nati e cresciuti in ambienti molto diversi, ma legati da un animo affine.

Cognetti affronta straordinariamente questo legame al maschile tra due bambini, poi uomini, fatto anche di poche parole, essenziale ma forte, necessario, quasi ancestrale.

Quando Pietro torna a Milano la vita in città sembra essere per tutta la sua famiglia una parentesi necessaria, ma difficile da accettare. Si ripresenta la malinconia, altro grande tema di questa storia, di cui ogni pagina è intrisa. La malinconia dell’estate ormai passata, delle attese, la mancanza di quel posto misterioso tra le nuove, dove Bruno vive anche durante l’inverno e il cielo sembra essere così vicino.

E’ un romanzo poetico, questo di Cognetti. Le parole sono scelte con estrema cura, tanto da risultare evocative. La scrittura attenta, delicata, lascia spesso spazio al non detto che rimane impresso molto più delle parole; ed è su quel non detto che si basa anche il legame padre-figlio. Il padre di Pietro è un uomo di poche parole, fragile, nervoso, costretto in una vita che non è come voleva e quasi impone al ragazzino quella passione misteriosa per la montagna, dapprima rifiutata, e poi , incredibilmente, capace di farsi spazio anche della vita di Pietro. Se c’è un posto dove il loro legame sembra consolidarsi, quello è Grana: Pietro diventa un osservatore attento capace di cogliere i piccoli segnali del padre, impara a conoscerlo condividendo con lui le prime scalate, i silenzi, le piccole vittorie, le cime.

“E sapevo una volta per tutte di aver avuto due padri: il primo era l’estraneo con cui avevo abitato per vent’anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo solo intravisto eppure conosciuto meglio, l’uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l’amante dei ghiacciai.”

Per citare Eco: «Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.» Ci formiamo sugli scarti dei nostri genitori, come Pietro, che vive all’ ombra di suo padre e all’ ombra delle sue montagne, di quella passione così forte, una passione poi trasferita, che inizialmente li ha separati e poi li ha uniti per sempre.

Cognetti, con questa storia ci parla della montagna come metafora della vita e del rapporto che l’uomo instaura con essa. Affronta in maniera poetica anche il tema della solitudine, intesa come scuola formativa, necessità, condizione indispensabile per capirla davvero “la montagna”. E questo Pietro l’ha imparato sulla sua pelle e poi l’ha spiegato a noi.

Pietro ci dice che «Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.» e ci insegna che è con la testa all’ insù che bisogna vivere perché nelle giornate senza nebbia si possono vedere le Alpi anche da Milano.

 

SCHEDA DEL LIBRO:

  • TITOLO: Le otto montagne
  • AUTORE: Paolo Cognetti
  • CASA EDITRICE: Einaudi
  • NUMERO DI PAGINE: 180
  • PREZZO: 18,50