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La ballata di Adam Henry – Ian McEwan

download (2)Fiona è una donna forte, realizzata, un giudice apprezzato da tutti per la professionalità e per la capacità di affrontare con coerenza anche i casi più delicati. La sua vita prende però una piega inaspettata quando suo marito Jack le rivela provocatoriamente di essere sul punto di tradirla. Fiona si sente ferita, si chiude in se stessa e rifiuta il dialogo tuffandosi completamente nel lavoro, unico ambito da cui sembra trarre soddisfazione.

Però anche sul piano lavorativo le cose si complicano quando la donna si occupa del caso di Adam Henry. Il giovane Adam sta per morire perché, in quanto testimone di Geova, rifiuta le trasfusioni che lo potrebbero salvare. Fiona deve quindi decidere se imporre o meno le trasfusioni al minore e per farlo si reca in ospedale e sentire la sua versione. L’incontro è significativo per entrambi e determina una serie di reazioni a catena che cambieranno per sempre la loro vita.

La donna cerca di mantenersi il più possibile neutrale nella scelta, ma avverte una profonda pressione etica perché si rende conto del peso che la sua decisione ha e delle serie conseguenze che questa comporta, soprattutto perché, se Adam dovesse accettare la trasfusione, si scontrerebbe con uno dei capisaldi della propria religione.

Chi conosce McEwan sa benissimo che al centro di ogni suo romanzo c’è sempre un qualche dilemma etico che fa da nucleo alla storia e ne “la ballata di Adam Henry” il dilemma etico è più forte che mai. L’autore si addentra nelle inquietudini dell’essere umano, scava profondamente nella psiche portando a galla questioni morali che coinvolgono in prima persona il lettore. Ovviamente non esiste una soluzione giusta ed una sbagliata, una decisione che metterà tutto a posto, ma esiste una scelta personale dalla quale non ci si può chiamare fuori e per la quale si rinuncia sempre a qualcosa. Si rischia e sbagliando si affronta l’esistenza. La ballata di Adam Henry è un romanzo che fa vacillare le certezze dei lettori in quanto tali e in quanto esseri umani, ponendoli davanti ad una serie di domande: Si può venire a patti con la propria coscienza? Che peso dare alla vita? E alla religione?

McEwan affronta la psicologia umana in maniera estremamente dettagliata, entra nell’intimo della protagonista, ci svelta i suoi conflitti, le sue debolezze, le sue domande. Questo romanzo è un romanzo sulle difficili scelte che compiamo ogni giorno, sui rapporti che abbiamo con chi ci circonda, sui limiti dell’amore e della compassione.

Lo stile è estremo, personalmente lo trovo sensazionale. La scrittura potrebbe risultare un tantino lenta, ma si sposa bene al tipo di narrazione, a tratti anch’essa lenta, quasi immobile, come a rappresentare la protagonista stessa, impantanata in una situazione da cui non riesce ad uscire. I romanzi di McEwan non sono solo lettura, sono emozione su carta e dalla carta, sulla pelle (ma forse io sono un po’ di parte nel giudizio!). E’ un tipo di scrittura che può piacere o meno, ma non può non suscitare fortissime emozioni nel lettore.

La ballata di Adam Henry non è certo ai livelli di Espiazione, ma rimane un’ottima lettura, coerente e molto intensa.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 160
Prezzo: 10,20 euro 

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Che la festa cominci – Niccolò Ammaniti

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Che la festa cominci è un romanzo che può essere facilmente letto come una grottesca ed esasperata rappresentazione del degrado della società italiana e dei suoi malcostumi.

I protagonisti della storia sono lo scrittore Fabrizio Ciba e Saverio (detto Mantos) leader delle “belve di Abaddon”, setta ormai in crisi.  I due sono il centro della narrazione e di certo anche il punto forte del romanzo: due uomini diversi tra loro, con diverse vite, ma afflitti dallo stesso male: quella spasmodica voglia di emergere, affermarsi a tutti i costi, persino compiere un gesto clamoroso che permetta loro un’uscita di scena in grande stile. Fabrizio e Saverio sono due protagonisti capricciosi, che cambiano idea nel giro di poche pagine, e in questo molto veritieri.

A fare da teatro alle vicende abbiamo una sfarzosa festa a Villa Ada, organizzata dal corrotto imprenditore Sasà Chiatti per intrattenere i suoi ricchi e famosi ospiti, che si trasforma in una sorta di zoo safari dai risvolti tragicomici (più tragici che comici!).

Il romanzo è nel pieno stile Ammaniti: esagerato, satirico, caustico; la narrazione rappresenta al meglio il narcisismo di oggi: i personaggi sono ipocriti e desiderano emergere ad ogni costo. L’abile penna dell’autore ha tratteggiato soggetti molto realistici, paradossalmente proprio perché così privi di umanità.

Che la festa cominci è un romanzo pungente, soprattutto quando mette in mostra le mancanze dei suoi personaggi, la vacuità della loro vita, il paradosso elevato a normalità. Ammaniti è un maestro in questo, eccellente nel caratterizzare i personaggi, nell’architettare una trama originale, ma a differenza di altri suoi lavori (come ad esempio Ti prendo e ti porto via) qui la trama si perde un po’ sul finale.

 

Il romanzo è diviso in tre parti, la prima sicuramente più leggera e divertente in cui vengono soprattutto presentati i protagonisti, le altre due parti invece sono più narrative e il ritmo diventa più incalzante, però l’intreccio pian piano sfuma, diventa alquanto irreale, sembra quasi l’autore sia alla ricerca spasmodica di originalità. Nel complesso la parte finale risulta forzata e il romanzo ne perde, ho persino faticato nella lettura di alcune scene, mi riusciva difficoltoso immaginarne l’ambientazione, le vicende risultavano un po’ confuse.

Intreccio un po’ ingarbugliato a parte, credo l’irrealismo  sia stata  una scelta voluta, del resto l’esagerazione delle vicende è in linea con la storia in sé e con il concetto di fondo che Ammaniti voleva passare al lettore. Ovviamente con questi giudizi si entra nell’ambito del gusto personale, quindi questo aspetto può piacere o meno al lettore; una cosa però è certa: surreale è la parola che rappresenta meglio questo romanzo.

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Ho letto questa storia come fosse una rappresentazione del paradosso contemporaneo, una metafora della nostra vita odierna, e in questo il romanzo è molto critico e molto attuale. Ritengo personalmente sia importante leggerlo cercando di coglierne le sfumature e i parallelismi con l’epoca che stiamo vivendo e con le sue contraddizioni, altrimenti si rischia di non apprezzarne appieno il contenuto. 

Questo romanzo lo consiglio soprattutto a chi ha già amato Ammaniti, per chi invece lo legge come prima volta, un’avvertenza: è dissacrante, non adatto ai buonisti, per apprezzarlo probabilmente dovrebbero piacervi le storie scomode, che fanno riflettere, disturbanti, a tratti capaci di farvi accapponare la pelle. Se cercate quindi un autore che sia capace di coniugare uno stile scorrevole ad una trama originale non potete che puntare su Ammaniti, e se cercate una storia bizzarra, originale e ricca di spunti di riflessione, non potete non leggere che la festa cominci.

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La tagliatrice di vermi – Gaetano Barreca

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Uno degli aspetti che più mi piace dei libri è che in qualche modo leggere è sempre un viaggio. A volte le storie ti portano dall’altro capo del mondo, altre volte invece ti fanno vedere con uno sguardo diverso quello che hai sotto gli occhi, ti fanno conoscere meglio persino casa tua. Ed è a quest’ultimo caso (o dovrei dire viaggio?) a cui faccio riferimento oggi: vi parlo di un libro in particolare, o meglio, di una raccolta di racconti di Gaetano Barreca (autore che abbiamo avuto il piacere di conoscere in passato grazie a Dopo il funeralequi il link della nostra recensione).

Prima una piccola, ma doverosa premessa: Gaetano non è barese eppure ha scritto un libro sulle tradizioni di Bari vecchia. Se vi dico questo è perché io e lui abbiamo qualcosa in comune, ovvero l’amore per Bari, città che non ci ha visti nascere, ma alla quale in parte sentiamo di appartenere.

L’autore è stato a Bari e di Bari si è innamorato, ha indagato e deciso non solo di ambientare qui il suo primo romanzo, ma poi, con questa raccolta, di parlarci anche delle sue tradizioni popolari. Questo suo non essere barese, ma volerne parlare è l’aspetto che più mi ha incuriosito e portato poi a leggere il suo libro; avevo voglia di vedere la città in cui vivo attraverso uno sguardo diverso (e ora posso dire dire “per fortuna!” dato che si è rivelata una lettura piacevolissima).

I racconti sono ambientati appunto a Bari vecchia tra gli anni ‘40 e ‘70 e descrivono una città specchio di un’ Italia in trasformazione. Ci vengono presentate le tradizioni e i costumi locali, i quartieri e le vie del centro e tutto ciò è arricchito da storie magiche e soggetti pittoreschi in una narrazione scorrevole e piena di divertenti aneddoti, capace sempre di strappare un sorriso al lettore.

La Tagliatrice di vermi è il racconto che da il titolo al libro ed è certo la storia più corposa e in un certo senso forse anche la più rappresentativa della raccolta. In passato  a Bari esisteva la figura della tagliatrice, ovvero una donna che acquisiva il dono di guaritrice per lascito. Il rituale del taglio dei vermi è descritto nella storia minuziosamente e si compone di precise gestualità e preghiere ripetute a mo’ di mantra che solo la tagliatrice conosceva.

Accanto alla storia della tagliatrice si parla anche di altre vicende, ad esempio cene di famiglia piene di subdoli scontri e battibecchi tra parenti (esperienze che forse tutti noi del sud in qualche modo conosciamo); si affrontano poi altre tematiche più o meno note ai baresi come la fata della casa, le streghe, le gatte masciàre e il miracolo della luce della cattedrale (storia a cui Gaetano riserva una descrizione accurata nelle ultime pagine del suo libro).

Nella seconda parte l’autore spiega poi le tradizioni che sono alla base dei suoi racconti e tutto il processo di ricerca che lo ha portato a scrivere questo libro.

Leggere questi racconti mi ha fatto immergere per un po’ nella Bari di qualche anno fa, tra vecchi borghi e abitudini; questo è ovviamente merito sia della tematica interessante (i contenuti sono apprezzabili da chiunque, non solo dai baresi, ed io ne sono la prova!), sia della scrittura di Gaetano che ha parlato di vicende reali, ma le ha romanzate, cosa che ha reso lettura estremamente leggera e divertente.

Vi lascio quindi un estratto da uno dei suoi racconti per spiegarvi meglio cosa intendo.

Crocefissa però era innamorata e per far capire al dottor Annoscia che ricambiava i suoi sentimenti, senza esser vista dalla madre o dalla nonna, apriva sempre di soppiatto uno spiraglio della finestra e tirava su con il muco fingendo di avere il catarro. In questo modo attirava l’attenzione del ragazzo e gli comunicava il suo amore. Lui lo sapeva, ecco perché tornava ogni giorno, per sentire il catarro di Crocefissa.

Concludo qui consigliando a tutti di leggere questa raccolta perché credo davvero ne valga la pena. Ho avuto anche modo di conoscere di persona Gaetano e posso dire con certezza che il successo che sta avendo è davvero meritato, noi rimaniamo in attesa del suo prossimo libro ambientato a Bari…

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Autore: Gaetano Barreca
Editore: Wip
Pagine: 168
Prezzo: € 12,00

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4321 – Paul Auster

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Spiegare attraverso una recensione cosa ne penso di un libro è sempre cosa assai complessa; se dovessi limitarmi a fare un bel sunto della lettura appena conclusa temo che sarebbe davvero fatica sprecata (di certo c’è chi scrive meglio di me e anche chi farebbe un’analisi critica più accurata)! Se oltre questo ci mettiamo anche in mezzo Paul Auster, un mostro sacro della letteratura americana contemporanea (nonché uno dei miei autori preferiti), capite benissimo quante difficoltà io abbia riscontrato. Mai come in questo caso ho pensato che questa recensione meritasse particolare attenzione, riletture e soprattutto ricerca sull’autore per rendere giustizia a questo meraviglioso romanzo.

Chiusa questa piccola parentesi, veniamo al libro. Com’è facile intuire, 4321 è fatto di numeri: novecentotrentanove pagine, quattro vicende e oltre trent’anni di storia americana.  Il titolo 4321 esprime al meglio la natura stessa del romanzo, il quale è unico, ma si può scomporre in quattro: una specie di sliding doors delle possibili vite di Archie Ferguson. L’autore architetta un romanzo in cui più storie si ricongiungono in un intreccio unico, ci presenta quattro universi paralleli per il protagonista, in ognuno dei quali Ferguson ha una vita diversa e un diverso percorso di crescita.

4321 è una riflessione sul destino, sulle scelte, sulla molteplicità della vita. Ogni decisione che prendiamo incide sul nostro futuro, ma esiste quindi un destino migliore? Uno preferibile all’altro? Al centro c’è il tema dell’identitàchi siamo? come lo siamo diventati? quanto le nostre scelte influenzano la nostra vita?  Auster ci presenta Ferguson “sempre allo stesso modo” lui infatti, pur cambiando vita, lavoro, conoscenze e percorsi, rimane intimamente lo stesso, il suo personaggio non viene mai snaturato.

In un’intervista Auster ha confessato  che con questo romanzo voleva esprimere “il territorio del crescere, del passare dall’infanzia all’età adulta”. Si parla infatti della crescita del protagonista, delle sue scelte e dalla sua ricerca di se stesso. Troviamo inoltre una serie di bizzarri personaggi, che nelle quattro versioni hanno anche diversi ruoli. Auster è un narratore eccellente capace di dare il suo massimo proprio nella caratterizzazione dei personaggi: ognuno sembra avere un suo tratto distintivo, un suo motivo d’esistere,  come un piccolo tassello che prende parte ad un magnifico lavoro d’insieme.

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Paul Auster inoltre, è assolutamente in grado di fare grande letteratura alla portata di tutti. Il suo stile è scorrevole e risulta leggero anche nell’affrontare temi “caldi” e nonostante  questo non perde di qualità. Personalmente, trovo questa sua capacità di arrivare a tutti un talento incredibile. 4321 risulta quindi un libro serio, ma che si prende molto poco sul serio, capace di far riflettere, ma con leggerezza e chi conosce la sua penna sa bene di cosa parlo.

Ci tengo a precisare che con 4321 si parla oltre che di un grande romanzo nel senso stretto del termine, anche di un vero e proprio grande romanzo americano” perché  le vicende del protagonista si intrecciano con la storia degli Stati Uniti abbracciando un arco di quasi trent’anni.

A questo punto, se vi sembra che manchi solo una bella dose di romanticismo, potete stare tranquilli, c’è anche quella. In tutte e quattro le versioni infatti, la vita di Ferguson, in un modo o nell’altro,  si intreccia con quella di Amy… ma questa è solo una piccola chicca, non voglio svelarvi troppo!

Un romanzo così impegnativo, sia per mole che per contenuto, non poteva nascere se non in quello che Auster stesso, ormai settantenne, definisce “l’inverno della vita”. L’autore non pubblicava dal 2010 ed ha ammesso di aver lavorato a 4321 senza sosta per tre anni.

4321 è un libro dalle grandi promesse, ma che non delude assolutamente le aspettative del lettore. Personalmente mi sento di consigliarlo a tutti perché Ferguson è un ragazzo come tanti e che per questo vive situazioni in cui è facile ritrovarsi.

E cosa c’è di meglio di un libro in cui ritrovarsi?

 

 

SCHEDA LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 939
Prezzo: 25€

 

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I giorni dell’abbandono – Elena Ferrante

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Mi piacciono i titoli dei libri della Ferrante, hanno sempre un duplice significato e chi ha letto l’amica geniale sa benissimo cosa intendo. In questo caso si parla de “I giorni dell’abbandono” che sono i giorni in cui si consuma il lutto di un matrimonio che finisce e sono anche i giorni in cui Olga si abbandona a se stessa.

Olga è la protagonista di questo romanzo, una donna che viene lasciata dal marito Mario, un giorno come un altro. Lui va via di casa, lasciandola in preda alle incertezze, con due figli ed un cane di cui prendersi cura… comincia così questa storia.

Olga passa dall’essere una donna tutta d’un pezzo, a consumarsi giorno dopo giorno, il dolore la incattivisce, la imbruttisce, le fa perdere il contatto con se stessa. Continua a ripetere che Mario s’è portato via tutto, così si allontana da tutto ciò che la circonda, trascurando persino i figli. L’unica sua ossessione è il tradimento del marito: non fa che pensare a lui e alla sua nuova, giovane compagna.

La donna inoltre comincia ad identificarsi con una figura emblematica della sua infanzia: La poverella. La poverella era una donna consumata dalla solitudine dopo essere stata lasciata dal marito, tormentata a tal punto da arrivare al suicidio. Olga cerca in tutti i modi di allontanarsi da questa figura, si convince di essere più sana, più equilibrata di lei, meno scossa dalle circostanze. Eppure questa figura la perseguita, è sempre lì accanto a lei a ricordarle che l’abbandono non risparmia nessuno e si porta via tutto.

L’allontanamento di Mario mette a soqquadro la vita della protagonista, la routine sembra pesarle, si ritrova persino incapace a svolgere attività quotidiane come aprire la porta o guidare per le vie di Torino. Comincia a scrivere lunghe lettere al marito in cui analizza ogni aspetto del loro matrimonio, gli errori che hanno commesso e  le soluzioni per poter rimediare a tutto. Eppure i giorni passano e Mario non torna sui suoi passi, così Olga prova a utilizzare i figli come esca per il marito, prova a frequentare altri uomini, ma è ancora troppo presto per poter cominciare da capo.

Come spesso accade però, la vita si sistema da sola e ciò che prima sembrava intollerabile comincia a ridimensionarsi. Una prospettiva diversa e nuove conoscenze, ristabiliscono l’ordine nella vita di Olga.

La Ferrante come sempre è potentissima e le donne sembrano essere proprio il suo cavallo di battaglia. In questa storia si assiste alla trasformazione di una donna, al suo imbruttirsi e piegarsi sotto il peso dell’abbandono, ma soprattutto si assiste alla sua rinascita, alla sua incredibile determinazione nel voler rifiorire.

Credo che l’autrice parli un po’ a tutte le donne con questo romanzo, non solo a chi ha vissuto in prima persona l’esperienza di Olga. Io personalmente ci ho letto molti significati, ma quello che preferisco è stato la potenza distruttiva della solitudine che si riesce a colmare soltanto con l’amor proprio, col riconoscersi donne forti, intelligenti e belle.

Non più identificarsi con la metà di una mela, ma con un’unità: è questo il segreto.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

EDITORE: Edizioni e/o
PAGINE: 211
PREZZO: 9,90 euro

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Sull’amore – Paolo Crepet

Quando ho trovato in libreria questo libro mi ha subito incuriosita perché scrivere un saggio intitolato sull’amore è certo una grande sfida.

D’amore ne hanno parlato proprio tutti, nei modi più disparati e affrontando tutte le sfaccettature di questo complesso sentimento… perché leggere quindi un saggio sull’amore? E’ quello che mi sono chiesta anche io e la risposta che mi ha convinto di più è stata quella dell’autore stesso nelle prime pagine:

E se l’amore semplicemente non rappresentasse l’argomento più difficile da discutere ma anche il più urgente?

Proprio questo è il punto cruciale, l’urgenza: c’è urgenza di parlare d’amore, perché se è vero che se ne parla, è anche vero che spesso lo si fa male.

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In questo saggio ovviamente non vengono affrontati tutti i volti dell’amore, ma solo alcuni: l’innamoramento, la passione, l’abbandono.

Tutto inizia quando qualcuno ci fa battere il cuore per la prima volta: questo sentimento ci coglie impreparati e ci sconvolge. Perché l’amore è sentimento estremo, non tepore ma febbre alta. Produce sempre una rivoluzioneEppure in qualche modo si può (e si deve) educare all’amore! Questo compito spetta in parte ai genitori, i quali spesso se ne tirano fuori volentieri. Parlare d’amore con i propri figli non è affatto facile, vuol dire saper rispettare i sentimenti dell’altro, sapersi mettere da parte, non interrogare il figlio per avere un resoconto, ma chiedere cosa prova e se si sente rispettato; Sono domande diverse che aprono la strada a risposte diverse e a un rapporto diverso.

Innamorarsi è importante: “Se un ragazzo o una ragazza a trent’anni ammettessero di non essere mai stati innamorati, significa che non sono mai cresciuti. La passione mette sotto carica la vita, la fa tendere come un arco, la fa esplodere. Senza di essa non si può affermare di conoscersi, né di essere maturati.” Eppure, oggi come oggi sembra un lusso trovare il tempo da dedicare ai propri sentimenti. L’agiatezza ha illuso di poter scalare le vette dei desideri senza sudore: anche l’innamoramento deve diventare facile, persino programmabile. Così viene sempre più snaturato. […]Probabilmente oggi pochi sono disposti a complicarsi la vita. La componente emotiva viene soffocata, alienata, limitata solo perché si ha paura che conduca verso la tempesta, l’esplosione dei sentimenti, l’urto delle passioni. […]Ci si ostina a capire, mentre si dovrebbe iniziare a sentire. L’innamoramento mette in discussione tutto, dalle convinzioni personali da sempre considerate definitive, ai principi, fondamenta delle nostre sicurezze. Potrebbe sembrare una rovina, ma non lo è. Se non avvenisse, non si sarebbe mai costretti a fare i conti con se stessi. Vacillare costringe a rivedere le sicurezze, cercare un nuovo baricentro.

Ad un certo punto però l’innamoramento finisce, a volte si conclude, altre volte si trasforma in amore vero e proprio. Crepet definisce questo come un cambiamento di stato in cui qualcosa si perde, qualcosa si guadagna. Si comincia a conoscersi reciprocamente davvero e con meno ansia. Tuttavia molti fanno fatica a fidarsi, si fermano prima perché hanno paura della profondità dei sentimenti perché l’amore profondo e maturo è considerato sinonimo d’invecchiamento.

Quando invece l’innamoramento finisce di crescere, esso non riesce a compiere il passaggio verso l’amore, perde smalto e si spegne. A volte, purtroppo, si ferma a metà nel senso che non evolve, ma nemmeno si chiude. […]soltanto per la paura di dover ricominciare da soli, per l’angoscia di tornare a casa e trovare le luci spente. C’è chi si accontenta anche solo di una lampadina accesa, pure se di acceso nel rapporto non è rimasto altro.

In queste situazioni, l’unica via di fuga passa per la dignità. E una parola che raramente viene associata all’amore. Viene scoperta, tardi, troppo tardi. In realtà, quando l’amore perde la dignità, non è più amore. La dignità è sapere che si ha il diritto di negarsi, e credo sia importante soprattutto nell’età adulta. In amore si possono perdere i limiti ma non quelli della dignità: rappresentano il muro oltre il quale non si deve andare, mai. Invece, per debolezza o viltà, viene superata e mai con gioia, mai ottenendo reciprocità, sempre perdendo e a volte perdendo tutto.

E arriviamo quindi alla conclusione, la fine di un amore. Gli amori vanno rispettati perché sono dei grandi sentimenti e quando finiscono bisogna avere la consapevolezza e la tenerezza di chiuderli in una cornice. Tenerli in vita a tutti i costi li rende meno dignitosi. Il bello è che l’amore non finisce, se davvero è esistito. Ogni uomo insegna a una donna e ogni donna insegna a un uomo qualcosa. Non si può giudicare l’amore, occorre ascoltarlo per ciò che vivrà nella memoria. Contribuisce all’educazione sentimentale di ognuno. Cancellare, scordare, rimuovere, rappresentano tentativi arroganti. Si diventerebbe desolatamente più poveri, più ignoranti riguardo alla percezione di sé. Anche l’amore che finisce sembra trasformarsi in una morte, invece è solo un sipario che cala tra un atto e l’altro della vita.

Senza avere la pretesa di insegnare come si fa ad amare, Crepet spiega perché è tanto importante parlarne, in un’epoca in cui si fa educazione alla sessualità e non educazione ai sentimenti. Questo saggio non è un banale libro di “auto aiuto” in cui vengono stilate le 10 regole d’oro in amore, anche perché regole non ce ne sono! L’autore scrive con dolcezza, mantenendo però sempre i piedi per terra, è disarmante nella sua semplicità e ciò rende le pagine molto scorrevoli.

Pur riconoscendo la natura selvaggia di questo sentimento, ne parla con lucidità: innamorarsi è scuola di forza e coraggio, non il preambolo della fragilità: questo dovrebbero insegnare gli adulti.

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Consiglio questa lettura ai romantici, ma anche ai più cinici, perché l’amore non è calcolo, ma al contrario la necessità di buttare il proprio cuore al di là dell’ostacolo.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

EDITORE: Einaudi
PAGINE: 232
PREZZO: 10,20 euro

 

 

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Dalla parte delle bambine – Elena Gianini Belotti

 

Elena Gianini Belotti, pedagogista e insegnante, ha scritto nel 1973 un saggio, il cui sottotitolo (forse ancora più importante del titolo stesso) dice: l’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La tesi portata avanti dall’autrice è infatti proprio questa: non esistono sostanziali differenze tra maschi e femmine, se non quelli che socialmente noi attribuiamo ad essi. Ovviamente il titolo “dalla parte delle bambine” lascia immaginare come questi condizionamenti siano quasi esclusivamente a scapito del sesso femminile.

L’autrice affronta l’argomento in maniera ordinata e parte dalle aspettative genitoriali che precedono la nascita del figlio fino all’entrata del bambino nella società e nelle istituzioni scolastiche. La ricerca è condotta nei luoghi primari per il bambino, ossia la famiglia e la scuola, dove, purtroppo, le differenze di genere risiedono anche nei piccoli gesti abituali. Atteggiamenti e richieste, spesso subdoli o involontari, influenzano i bambini più di quanto si possa pensare. Il più delle volte non se ne riconosce l’importanza perché sono frutto di convinzioni tramandate di generazione in generazione, quindi dure a morire.

Anche l’aspetto che sembrerebbe più banale, come l’identificare il sesso con un colore (il rosa per le femminucce e il celeste per i maschietti), ricorda l’autrice, altro non è se non il risultato di un “processo di attribuzione” che nulla ha a che vedere con la biologia. Tramite poi l’analisi delle differenze nei giochi, nelle attività e persino nella letteratura infantile, Elena giunge quindi a confermare il “mito” della superiorità maschile a quella femminile, il tutto in maniera naturale, s’intende.

Ovviamente la società a cui apparteniamo si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori “di comodo” che le preme mantenere e trasmettere. Trascrivo quindi alcuni passaggi tratti dal saggio che possono chiarire il concetto appena espresso:

“Il maschio spaccatutto è ampiamente accettato, in fondo ci si compiace che lo sia; la femmina non lo è affatto, la sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento”.

“[…]le bambine hanno appreso quanto l’aspetto,  la bellezza siano importanti per il loro sesso. Anche l’interesse per le persone, apparentemente maggiore di quello dei maschi, non è in effetti una vera curiosità, ma bisogno di esaminare i vari modelli per imitare quelli che appaiono più desiderabili.[…]la lode è il loro premio, l’effetto che otterrà il loro comportamento è la loro continua preoccupazione, il bisogno di essere benvolute e accettate è enorme perché sono già coscienti della loro inferiorità. Il loro imperativo è che devono piacere.”

“L’uso della seduzione per ottenere qualcosa viene non solo accettato nelle bambine, ma stimolato, e non si pensa affatto di correggerle proponendo loro un comportamento di richiesta corretto e dignitoso”

Quindi, se nei maschi l’irruenza viene coltivata e si reprime invece quella femminile,  nelle bambine si rinforzano atteggiamenti considerati appunto più “femminili” come la vanità o la civetteria o ancora, l’intuito:

“[…]viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano capiti ancor prima di essere formulati[…] Il tanto celebrato intuito femminile, universalmente considerato come emanazione “naturale” in un essere biologicamente destinato alla maternità e all’ allevamento dei bambini è anch’esso il prodotto di condizionamento alla sottomissione  e della necessità che ne deriva di tener conto costantemente di idee, umori, reazioni, dei desideri degli esseri dominanti. L’intuito è qualità difensiva degli oppressi.”

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Si tratta di un volume davvero interessante, un saggio che permette di “prendere coscienza” che tutti i genitori (e non solo) dovrebbero leggere. Certo, a distanza di quarataquattro anni dalla sua pubblicazione, diverse cose sono cambiate, ma non abbastanza da considerare il problema risolto.

Mi chiedo quindi, per quanto bello sia regalare alle nostre figlie, nipoti e sorelle libri su donne ribelli e femministe, non sarebbe anche un bene educare noi stesse a riconoscere gli atti discriminatori e stanarli laddove risiedono? E’ fondamentale, alla luce di quanto detto, formare le generazioni future all’uguaglianza, perché genitori consapevoli crescono figli consapevoli.

Questo saggio è da leggere, da regalare, da prestare, da diffondere in ogni modo, perché i tempi saranno anche cambiati, ma le discriminazioni ci sono ancora, radicate in noi come erbacce.

“In realtà non esistono qualità “maschili” e qualità “femminili”, ma solo qualità umane. L’operazione da compiere dunque non è quella di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.”

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

EDITORE: Feltrinelli
PAGINE: 193
PREZZO: 9,00 euro