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Piccoli crimini coniugali – Eric-Emmanuel Schmitt

9200000033288882Gilles Sobiri è uno scrittore di gialli ma non sa di esserlo. Non ricorda il suo passato né dove sia casa sua. Quando però Lisa, una donna che sostiene di essere sua moglie si presenta nell’ospedale dove è ricoverato, capisce di aver perduto la memoria.

L’incidente che ha causato a Gilles l’amnesia è avvolto nel mistero e l’uomo si affida completamente alla donna per recuperare le informazioni perdute. Tutto sembra procedere linearmente fino a quando l’uomo non riacquista alcuni ricordi e inizia a sospettare che la moglie gli stia mentendo.

La tabula rasa di Gilles viene infatti vista da Lisa come una seconda chance: ha finalmente la possibilità di ricostruire la loro vita di coppia da capo, inventando un Gilles diverso, una relazione più stabile, omettendo i piccoli grandi problemi della loro relazione. La farsa però non dura a lungo, infatti presto alcune incoerenze nei racconti ed indizi sparsi per casa portano la verità a galla.

Il titolo Piccoli crimini coniugali viene da un giallo scritto proprio da Gilles, il meno riuscito, il più stroncato dalla critica, eppure il più amato da Gilles stesso. Si tratta di una visione estremamente cinica della vita di coppia, una storia in cui il legame d’amore viene presentato come una vera e propria lotta per il potere.

La cosa più ragionevole è amare finché è gradevole. Si chiama razionalismo amoroso: amarsi finché durano le nostre illusioni; appena crollano, lasciarsi. E appena abbiamo a che fare con persone reali, non più con immagini della fantasia, separarsi.

La coppia giovane è una coppia che cerca di sbarazzarsi degli altri. La coppia vecchia è una coppia dove ognuno cerca di sopprimere il partner. Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l’assassino.

Alla fine l’amnesia sembra però portare solo benefici alla coppia, i due amanti infatti riescono a rinsaldare la loro unione grazie alla riscoperta di tutte quelle piccole cose che li avevano uniti.  Gilles e Lisa riescono magicamente a trovare un antidoto alla disfatta della loro relazione rievocando, battuta per battuta, il loro primo incontro.

GILLES: Dopo quindici anni c’era rimasta solo la menzogna per arrivare alla verità.

Piccoli crimini coniugali è un intenso dialogo tra due amanti, fatto di risposte piccate, menzogne, scoperte e riscoperte, procede spedito e la storia si rivela piena di colpi di scena, fino ad una verità inattesa. Si tratta di una commedia nera straordinaria, piena di suspense ed estremamente divertente, ma che al contempo regala una riflessione importante sulla madre di tutte le guerre: quella di coppia.

LISA: Tu non ti scoraggi mai?
GILLES: Altroché.
LISA: E allora?
GILLES: Ti guardo e mi chiedo se malgrado i miei dubbi, i miei sospetti, le mie inquietudini e la mia stanchezza ho davvero voglia di perderti. E la risposta mi viene sempre. Sempre la stessa. E insieme a lei mi viene il coraggio. Amare è irrazionale, è una fantasia che non appartiene alla nostra epoca, non si giustifica, non è pratico, la sua unica giustificazione è che c’è.

 

Ci tenevo infine a comunicarvi che Michele Placido e Anna Bonaiuto hanno debuttato il 5 di Gennaio a Faenza portando in scena proprio Piccoli crimini coniugali; il testo è stato ovviamente riadattato e la regia è di Placido stesso. Io personalmente ho scoperto l’opera di Eric-Emmanuel Schmitt proprio grazie ad una sua rappresentazione teatrale e devo ammettere che questo romanzo un po’ ibrido si sposa perfettamente alla versione su palco. Vi consiglio quindi, se ne avrete occasione, di godervi quest’opera a teatro, ne varrà davvero la pena.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: E/O
Pagine: 160
Prezzo: 12.00€

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Quello che rimane – Paula Fox

Quello-che-rimane

L’evento scatenante che da il via a questa storia è molto semplice: un gatto randagio morde una donna della borghesia newyorkese e questo morso sembra infettare tutto il mondo attorno a lei: marito, amici, conoscenti.

La trama è appunto molto semplice, un episodio apparentemente insignificante mette in moto una serie di eventi a catena che porteranno ad una vera e propria crisi di coppia. Mancanze e sentimenti tenuti silenti, improvvisamente mettono in crisi la vita della protagonista che arriva persino a provare odio verso il marito senza una motivazione apparente. La donna in realtà è soffocata dalla routine e pare vivere in quello che si potrebbe definire uno stato di quieta disperazione.

“Desperate characters” è infatti il titolo originale del libro forse perché, nonostante la storia si svolga in pochi giorni, s’intuisce come la vita dei personaggi sia destinata a non subire grandi mutamenti nel tempo; tutto continuerà a rimanere nello spazio disperato del perbenismo borghese. Il romanzo vuole sicuramente trasmettere il senso di malessere dei protagonisti, che pur vivendo una bella vita, fatta di agi e priva di reali preoccupazioni, non è esente dall’insoddisfazione. La loro è un’infelicità che si manifesta con l’ansia di essere perfetti, con la tendenza ad allontanare i diversi, col porre un’attenzione maniacale al modo in cui si appare e con l’angoscia costante di perdere tutto ciò che si ha.

La scrittura della Fox è abbastanza lineare, ma a tratti mi è sembrata faticosa da seguire, soprattutto i dialoghi li ho trovati poco riusciti, decisamente poco realistici. L’autrice è molto brava nelle descrizioni degli ambienti e delle situazioni, anche le più banali, queste infatti sono così ben narrate che permettono al lettore di riconoscere quanto siano simili alla vita di ciascuno di noi.

La stessa empatia purtroppo non si prova nei confronti dei personaggi, in primis Sophie, la protagonista, risulta irritante, una vera e propria inetta che agisce senza convinzione e persino quando tradisce lo fa senza passione. Si sente quindi la mancanza di pathos, di azione, di sentimenti intensi… ma se fosse proprio questa la chiave del romanzo? Se l’obiettivo della Fox fosse proprio quello di immergerci in una realtà statica, noiosa e priva di emozioni? Quello che traspare alla fine è una classe sociale immobile e una moglie-bambola anestetizzata al mondo, che lascia spazio all’unico vero forte sentimento provato alla lettura: la pena.

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Viene quindi spontanea la domanda: dopo la lettura, cos’è quello che rimane? Dopo l’ultima pagina e soprattutto dopo il finale non proprio finale, rimane un grande senso di smarrimento, una forte irritazione nei confronti della protagonista, del marito e della loro vita così vuota. La prefazione di Franzen che mi ha spinata a leggerlo, mi ha tratta in inganno alimentando moltissimo le mie aspettative sul romanzo, che non si è rivelato all’altezza.

Tirando le somme, trovo che il libro sia scritto bene, ma in quanto a contenuti vuoto, non solo di trama (che di per sé vuol dire poco), ma proprio di narrazione, di sentimenti, a partire dalla protagonista scialba. A tratti l’ho trovato noioso, ed è questo che mi ha irritato di più: se un romanzo non ha una trama molto avventurosa, ci si aspetta almeno che sia scavata a fondo la psicologia dei personaggi e che questi siano interessanti, se così non è trovo sia un insuccesso.

Non so se rileggerei questo romanzo, forse non sono stata io ad apprezzarlo fino in fondo, magari in futuro una rilettura potrebbe meritarla… per me al momento senza lodi né infamia.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Fazi Editore
Pagine: 206
Prezzo: 16.50€

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Exit-West – Mohsin Hamid

Exit West è una storia d’amore. Exit west è una storia di un paese in piena rivolta civile. Exit west è una storia di migranti e di porte magiche. Exit west è una storia, ma al contempo è tante storie.

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Nadia e Saeed, i protagonisti del romanzo, sono due ragazzi che a causa della guerra si trovano costretti ad abbandonare la propria patria per cercare fortuna altrove. I due innamorati scoprono poi l’esistenza di porte che compaiono casualmente e permettono il passaggio in altri paesi, come in un teletrasporto. Chi attraversa queste porte non ne conosce la destinazione, può solo sperare di raggiungere una nazione in un cui le condizioni socio-economiche sono migliori. Per fuggire dalla guerra Nadia e Saeed si avventurano in questi varchi spaziali, pur sapendo di dover rinunciare a tutto; ci sono inoltre degli agenti che controllano l’utilizzo delle porte tramite pagamento perché non si tratta di passaggi legalizzati e i due giovani perciò diventano dei migranti clandestini.

L’espediente fantastico delle porte scelto da Hamid è un chiaro riferimento agli schermi dei nostri smartphone, che in qualche modo ci permettono di raggiungere qualsiasi posto del mondo. La porta inoltre diventa una metafora del passaggio da un mondo divenuto ostile e pericoloso verso un luogo che offre una possibilità di vita dignitosa. Questo passaggio però non è privo di difficoltà, anzi, porta ad una vera e propria lotta per l’integrazione. I due protagonisti vivono quello che ogni migrante vive: perdita, amarezza, speranze infrante contro la realtà in cui si trovano immersi. Viene meno la loro identità, il loro amore, la passione che prima li univa si tramuta in affetto profondo, poi in indifferenza.

La storia di Nadia e Saeed diviene quindi emblema della figura del migrante e pone l’accento su questioni legate alla migrazione che spesso non si affrontano, come il senso di solitudine a cui va incontro chi abbandona il proprio paese e la propria cultura, con la speranza di mettere radici tra religioni e tradizioni diverse, mantenendo intatti i propri usi e costumi. L’aspetto interessante di questo romanzo sta proprio nell’indagare la condizione del migrante senza però scrivere di denuncia sociale né parlare di violenza; la storia non cade mai nel banale, è assolutamente priva di cliché. Il libro è sintetico, ma incisivo. Lo stile è asciutto, i paragrafi sono brevi, la lettura procede spedita senza però dar la sensazione che la trama si stia affrettando.  Sono solo 152 pagine, ma si trova tantissimo materiale narrativo: non si parla solo di Nadia e Saeed, nella vicenda sono incastrate tante altre mini storie e macchiette.

Pur essendoci, di sfondo, riflessioni sociologiche e politiche, queste rimangono appunto di sfondo, il romanzo è molto leggero e scorrevole e regala un sacco di spunti di riflessione sulla società odierna e in particolare sulla tematica dei flussi migratori. E’ molto letterario e  permette una lettura a più livelli, ha più chiavi di lettura. Inoltre, nonostante la tematica e le difficoltà che i due protagonisti affrontano,  la storia non ha un sottotono drammatico, anzi, l’autore sembra voler trasmettere un messaggio di speranza per il futuro; anche l’inserimento dell’elemento fantastico alleggerisce il tema trattato, dando quel tocco di leggerezza che in una lettura come questa non guasta.

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Si tratta quindi di un romanzo molto “attuale” che riesce a far riflettere su tematiche che stiamo vivendo giorno per giorno, forse molto più di quanto non farebbe, ad esempio, un saggio. Un grande applauso va quindi ad Hamid che è stato in grado di affrontare un tema scottante senza mai cadere nel patetismo, anzi, è riuscito a farlo con delicatezza e sensibilità, regalandoci una storia fantastica, ma incredibilmente vera.

[…] tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 152
Prezzo: 17.50€

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Nel guscio- Ian McEwan

IMG_20180224_114905La difficoltà nel recensire un libro che si è amato e che ha suscitato innumerevoli sensazioni sta proprio nell’incapacità di restituire le stesse sensazioni a chi quel romanzo ancora non l’ha letto. Ridurre a mera recensione un’opera che mi ha così tanto segnata mi sembra un’ingiustizia, perciò il mio primo consiglio è, leggetelo.

Detto ciò, provo comunque a parlarvene. Come avrete capito dal titolo si tratta di “Nel guscio” l’ultimo romanzo di Ian McEwan che io e le altre ragazze di Leggendo a Bari abbiamo scelto come lettura del mese di febbraio.

Il romanzo è una sorta di rivisitazione in chiave moderna dell’Amleto shakespeariano, qui infatti il protagonista assiste alla pianificazione (e poi all’attuazione) dell’omicidio del padre John da parte della madre Trudy e dello zio Claude. L’aspetto più interessante però sta nel fatto che il protagonista è un nascituro, è il feto portato in grembo proprio da Trudy che quindi ha un punto di vista privilegiato sulle vicende, soprattutto in merito alla cospirazione dei due amanti.

La scelta del punto di vista è davvero azzeccata perché la narrazione delle vicende avviene attraverso un’ottica originale e curiosa. Curioso è anche il modo di esprimersi del narratore, che, pur non essendo ancora venuto al mondo, sembra essere a conoscenza di tutte le logiche umane; la sua voce è tutt’altro che ingenua, anzi si esprime con lucidità e in maniera persino sofisticata, è in grado di cogliere dettagli sulla vita e su ciò che lo circonda, ragionando su “la vita dopo la nascita” e cercando di inquadrare i soggetti coinvolti nella cospirazione.

Il feto riesce quindi a fare un’analisi lucidissima di ciò che accade e degli adulti che lo circondano. Tutto questo sembra paradossale infatti è ciò che meno si addice ad un piccolo esserino non ancora venuto al mondo, eppure, è in questa scelta che sta la chiave dell’opera, la sua originalità, il suo rendere omaggio all’Amleto pur differenziandosene.

IMG_20180205_182555_724Il linguaggio è tutt’altro che moderno, è raffinato e onesto e non manca mai una dose di pungente ironia. Nel complesso infatti, pur trattandosi di una tragedia, il romanzo fa sorridere per via della bizzarria delle espressioni e dei ragionamenti del feto, coerenti nella sua, se pur limitata, visione del mondo.

Il feto studia attraverso i pochi mezzi che ha a disposizione il mondo attorno a lui, le persone che lo circondano, si interroga sulle scelte degli altri, sulla sua identità e sul suo potenziale, la visione che ha del mondo è quindi inevitabilmente un po’ narcisistica: si sente determinante nella storia, desideroso di prendere parte agli eventi, quando nella realtà non fa che subire le azioni altrui. Molte sono inoltre le tematiche che riprendono l’opera shakespeariana: la vendetta, l’amore materno, il tradimento, l’identità.

Un legame che ha molto risalto nel romanzo è quello che il nascituro ha con la madre, si tratta di un legame indissolubile, atavico e contraddittorio perché il feto pur amando la madre, sente l’esigenza di vendicare il padre, una vendetta però inattuabile.

Sta per essere egoista, subdola, perfida. Ehi, un momento, ma io la adoro, è la mia dea e di lei non ne posso fare a meno. Mi rimangio tutto! Parlavo sull’onda dell’angoscia.”

Personalmente ho trovato Trudy molto “protagonista”, si tratta infatti di una figura interessante, ben tratteggiata, una donna incoerente e nella sua incoerenza vera, profondamente umana. Riveste molti ruoli: amante, moglie, madre, assassina. McEwan tratteggia il suo personaggio in maniera davvero realistica e questo la rende capace di suscitare empatica, in qualche modo infatti, pur essendo odiosa si rende espressione della natura complessa e contraddittoria dell’essere umano.

Altro personaggio degno di nota è Claude, lo zio cospiratore, per cui il feto non nasconde l’insofferenza. Viene presentato come un uomo insulso, egoista, bramoso di rivalsa, il prototipo perfetto del cattivo, colui che non può non suscitare antipatia. A differenza di Claude, John viene descritto come un uomo dall’animo sensibile, generoso, un po’ ingenuo persino.

Personalmente, ciò che mi sono chiesta è come mai Trudy preferisca Claude a John. Non sono riuscita a cogliere la vera spinta dell’attrazione tra i due amanti, persino nell’odio il legame tra Trudy e John mi è parso più forte di quello tra lei e Claude.  Tra quest’ultimi non ho colto mai durante la lettura nessuna espressione di tenerezza  tantomeno qualcosa che lasciasse intendere una certa intensità di legame, se non nell’adrenalinica decisione di uccidere John e nell’impeto della loro sessualità. La descrizione del feeling tra i due in relazione alla pianificazione dell’omicidio di John è stata sviluppata anche sul piano erotico e tutto ciò ha reso il tutto più macabro.

“Claude è in piedi accanto a lei, le appoggia una mano sulla coscia e Trudy se lo tira addosso. Si scambiano un lungo bacio profondo nel quale si confondono le lingue e i fiati. –Morto stecchito, -le mormora in bocca. Sento la sua erezione premermi contro la schiena. Poi, in un sussurro, aggiunge: – L’abbiamo fatto. Insieme. Siamo straordinari insieme.”

Ho trovato il loro rapporto squallido sotto una marea di punti di vista eppure è stata eccelsa l’analisi dei sentimenti, degli impulsi, di ciò che pur nell’assurdo, ha guidato il loro agire. Di base nel romanzo e un po’ in tutti i personaggi esiste un dualismo di sentimenti. Sentimenti come l’odio e il desiderio vengono associati e presentati come indissolubili, come se l’odio fosse capace di alimentare il desiderio, come accade spesso ad esempio nel legame tra Trudy e Claude.

Come ho già detto all’inizio non sono in grado di esprimere appieno tutto ciò che questa lettura ha suscitato in me, è di certo un romanzo originale e magistrale è la penna di McEwan, si tratta di una storia intensa che scuote gli animi e non lascia indifferente il lettore, nel bene o nel male.

Nel mio caso, assolutamente nel bene, consigliatissimo.

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Editore: Einaudi
Pagine: 173
Prezzo: 18,00 euro

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La ballata di Adam Henry – Ian McEwan

download (2)Fiona è una donna forte, realizzata, un giudice apprezzato da tutti per la professionalità e per la capacità di affrontare con coerenza anche i casi più delicati. La sua vita prende però una piega inaspettata quando suo marito Jack le rivela provocatoriamente di essere sul punto di tradirla. Fiona si sente ferita, si chiude in se stessa e rifiuta il dialogo tuffandosi completamente nel lavoro, unico ambito da cui sembra trarre soddisfazione.

Però anche sul piano lavorativo le cose si complicano quando la donna si occupa del caso di Adam Henry. Il giovane Adam sta per morire perché, in quanto testimone di Geova, rifiuta le trasfusioni che lo potrebbero salvare. Fiona deve quindi decidere se imporre o meno le trasfusioni al minore e per farlo si reca in ospedale e sentire la sua versione. L’incontro è significativo per entrambi e determina una serie di reazioni a catena che cambieranno per sempre la loro vita.

La donna cerca di mantenersi il più possibile neutrale nella scelta, ma avverte una profonda pressione etica perché si rende conto del peso che la sua decisione ha e delle serie conseguenze che questa comporta, soprattutto perché, se Adam dovesse accettare la trasfusione, si scontrerebbe con uno dei capisaldi della propria religione.

Chi conosce McEwan sa benissimo che al centro di ogni suo romanzo c’è sempre un qualche dilemma etico che fa da nucleo alla storia e ne “la ballata di Adam Henry” il dilemma etico è più forte che mai. L’autore si addentra nelle inquietudini dell’essere umano, scava profondamente nella psiche portando a galla questioni morali che coinvolgono in prima persona il lettore. Ovviamente non esiste una soluzione giusta ed una sbagliata, una decisione che metterà tutto a posto, ma esiste una scelta personale dalla quale non ci si può chiamare fuori e per la quale si rinuncia sempre a qualcosa. Si rischia e sbagliando si affronta l’esistenza. La ballata di Adam Henry è un romanzo che fa vacillare le certezze dei lettori in quanto tali e in quanto esseri umani, ponendoli davanti ad una serie di domande: Si può venire a patti con la propria coscienza? Che peso dare alla vita? E alla religione?

McEwan affronta la psicologia umana in maniera estremamente dettagliata, entra nell’intimo della protagonista, ci svelta i suoi conflitti, le sue debolezze, le sue domande. Questo romanzo è un romanzo sulle difficili scelte che compiamo ogni giorno, sui rapporti che abbiamo con chi ci circonda, sui limiti dell’amore e della compassione.

Lo stile è estremo, personalmente lo trovo sensazionale. La scrittura potrebbe risultare un tantino lenta, ma si sposa bene al tipo di narrazione, a tratti anch’essa lenta, quasi immobile, come a rappresentare la protagonista stessa, impantanata in una situazione da cui non riesce ad uscire. I romanzi di McEwan non sono solo lettura, sono emozione su carta e dalla carta, sulla pelle (ma forse io sono un po’ di parte nel giudizio!). E’ un tipo di scrittura che può piacere o meno, ma non può non suscitare fortissime emozioni nel lettore.

La ballata di Adam Henry non è certo ai livelli di Espiazione, ma rimane un’ottima lettura, coerente e molto intensa.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 160
Prezzo: 10,20 euro 

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Che la festa cominci – Niccolò Ammaniti

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Che la festa cominci è un romanzo che può essere facilmente letto come una grottesca ed esasperata rappresentazione del degrado della società italiana e dei suoi malcostumi.

I protagonisti della storia sono lo scrittore Fabrizio Ciba e Saverio (detto Mantos) leader delle “belve di Abaddon”, setta ormai in crisi.  I due sono il centro della narrazione e di certo anche il punto forte del romanzo: due uomini diversi tra loro, con diverse vite, ma afflitti dallo stesso male: quella spasmodica voglia di emergere, affermarsi a tutti i costi, persino compiere un gesto clamoroso che permetta loro un’uscita di scena in grande stile. Fabrizio e Saverio sono due protagonisti capricciosi, che cambiano idea nel giro di poche pagine, e in questo molto veritieri.

A fare da teatro alle vicende abbiamo una sfarzosa festa a Villa Ada, organizzata dal corrotto imprenditore Sasà Chiatti per intrattenere i suoi ricchi e famosi ospiti, che si trasforma in una sorta di zoo safari dai risvolti tragicomici (più tragici che comici!).

Il romanzo è nel pieno stile Ammaniti: esagerato, satirico, caustico; la narrazione rappresenta al meglio il narcisismo di oggi: i personaggi sono ipocriti e desiderano emergere ad ogni costo. L’abile penna dell’autore ha tratteggiato soggetti molto realistici, paradossalmente proprio perché così privi di umanità.

Che la festa cominci è un romanzo pungente, soprattutto quando mette in mostra le mancanze dei suoi personaggi, la vacuità della loro vita, il paradosso elevato a normalità. Ammaniti è un maestro in questo, eccellente nel caratterizzare i personaggi, nell’architettare una trama originale, ma a differenza di altri suoi lavori (come ad esempio Ti prendo e ti porto via) qui la trama si perde un po’ sul finale.

 

Il romanzo è diviso in tre parti, la prima sicuramente più leggera e divertente in cui vengono soprattutto presentati i protagonisti, le altre due parti invece sono più narrative e il ritmo diventa più incalzante, però l’intreccio pian piano sfuma, diventa alquanto irreale, sembra quasi l’autore sia alla ricerca spasmodica di originalità. Nel complesso la parte finale risulta forzata e il romanzo ne perde, ho persino faticato nella lettura di alcune scene, mi riusciva difficoltoso immaginarne l’ambientazione, le vicende risultavano un po’ confuse.

Intreccio un po’ ingarbugliato a parte, credo l’irrealismo  sia stata  una scelta voluta, del resto l’esagerazione delle vicende è in linea con la storia in sé e con il concetto di fondo che Ammaniti voleva passare al lettore. Ovviamente con questi giudizi si entra nell’ambito del gusto personale, quindi questo aspetto può piacere o meno al lettore; una cosa però è certa: surreale è la parola che rappresenta meglio questo romanzo.

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Ho letto questa storia come fosse una rappresentazione del paradosso contemporaneo, una metafora della nostra vita odierna, e in questo il romanzo è molto critico e molto attuale. Ritengo personalmente sia importante leggerlo cercando di coglierne le sfumature e i parallelismi con l’epoca che stiamo vivendo e con le sue contraddizioni, altrimenti si rischia di non apprezzarne appieno il contenuto. 

Questo romanzo lo consiglio soprattutto a chi ha già amato Ammaniti, per chi invece lo legge come prima volta, un’avvertenza: è dissacrante, non adatto ai buonisti, per apprezzarlo probabilmente dovrebbero piacervi le storie scomode, che fanno riflettere, disturbanti, a tratti capaci di farvi accapponare la pelle. Se cercate quindi un autore che sia capace di coniugare uno stile scorrevole ad una trama originale non potete che puntare su Ammaniti, e se cercate una storia bizzarra, originale e ricca di spunti di riflessione, non potete non leggere che la festa cominci.

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La tagliatrice di vermi – Gaetano Barreca

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Uno degli aspetti che più mi piace dei libri è che in qualche modo leggere è sempre un viaggio. A volte le storie ti portano dall’altro capo del mondo, altre volte invece ti fanno vedere con uno sguardo diverso quello che hai sotto gli occhi, ti fanno conoscere meglio persino casa tua. Ed è a quest’ultimo caso (o dovrei dire viaggio?) a cui faccio riferimento oggi: vi parlo di un libro in particolare, o meglio, di una raccolta di racconti di Gaetano Barreca (autore che abbiamo avuto il piacere di conoscere in passato grazie a Dopo il funeralequi il link della nostra recensione).

Prima una piccola, ma doverosa premessa: Gaetano non è barese eppure ha scritto un libro sulle tradizioni di Bari vecchia. Se vi dico questo è perché io e lui abbiamo qualcosa in comune, ovvero l’amore per Bari, città che non ci ha visti nascere, ma alla quale in parte sentiamo di appartenere.

L’autore è stato a Bari e di Bari si è innamorato, ha indagato e deciso non solo di ambientare qui il suo primo romanzo, ma poi, con questa raccolta, di parlarci anche delle sue tradizioni popolari. Questo suo non essere barese, ma volerne parlare è l’aspetto che più mi ha incuriosito e portato poi a leggere il suo libro; avevo voglia di vedere la città in cui vivo attraverso uno sguardo diverso (e ora posso dire dire “per fortuna!” dato che si è rivelata una lettura piacevolissima).

I racconti sono ambientati appunto a Bari vecchia tra gli anni ‘40 e ‘70 e descrivono una città specchio di un’ Italia in trasformazione. Ci vengono presentate le tradizioni e i costumi locali, i quartieri e le vie del centro e tutto ciò è arricchito da storie magiche e soggetti pittoreschi in una narrazione scorrevole e piena di divertenti aneddoti, capace sempre di strappare un sorriso al lettore.

La Tagliatrice di vermi è il racconto che da il titolo al libro ed è certo la storia più corposa e in un certo senso forse anche la più rappresentativa della raccolta. In passato  a Bari esisteva la figura della tagliatrice, ovvero una donna che acquisiva il dono di guaritrice per lascito. Il rituale del taglio dei vermi è descritto nella storia minuziosamente e si compone di precise gestualità e preghiere ripetute a mo’ di mantra che solo la tagliatrice conosceva.

Accanto alla storia della tagliatrice si parla anche di altre vicende, ad esempio cene di famiglia piene di subdoli scontri e battibecchi tra parenti (esperienze che forse tutti noi del sud in qualche modo conosciamo); si affrontano poi altre tematiche più o meno note ai baresi come la fata della casa, le streghe, le gatte masciàre e il miracolo della luce della cattedrale (storia a cui Gaetano riserva una descrizione accurata nelle ultime pagine del suo libro).

Nella seconda parte l’autore spiega poi le tradizioni che sono alla base dei suoi racconti e tutto il processo di ricerca che lo ha portato a scrivere questo libro.

Leggere questi racconti mi ha fatto immergere per un po’ nella Bari di qualche anno fa, tra vecchi borghi e abitudini; questo è ovviamente merito sia della tematica interessante (i contenuti sono apprezzabili da chiunque, non solo dai baresi, ed io ne sono la prova!), sia della scrittura di Gaetano che ha parlato di vicende reali, ma le ha romanzate, cosa che ha reso lettura estremamente leggera e divertente.

Vi lascio quindi un estratto da uno dei suoi racconti per spiegarvi meglio cosa intendo.

Crocefissa però era innamorata e per far capire al dottor Annoscia che ricambiava i suoi sentimenti, senza esser vista dalla madre o dalla nonna, apriva sempre di soppiatto uno spiraglio della finestra e tirava su con il muco fingendo di avere il catarro. In questo modo attirava l’attenzione del ragazzo e gli comunicava il suo amore. Lui lo sapeva, ecco perché tornava ogni giorno, per sentire il catarro di Crocefissa.

Concludo qui consigliando a tutti di leggere questa raccolta perché credo davvero ne valga la pena. Ho avuto anche modo di conoscere di persona Gaetano e posso dire con certezza che il successo che sta avendo è davvero meritato, noi rimaniamo in attesa del suo prossimo libro ambientato a Bari…

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Autore: Gaetano Barreca
Editore: Wip
Pagine: 168
Prezzo: € 12,00