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I giorni dell’abbandono – Elena Ferrante

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Mi piacciono i titoli dei libri della Ferrante, hanno sempre un duplice significato e chi ha letto l’amica geniale sa benissimo cosa intendo. In questo caso si parla de “I giorni dell’abbandono” che sono i giorni in cui si consuma il lutto di un matrimonio che finisce e sono anche i giorni in cui Olga si abbandona a se stessa.

Olga è la protagonista di questo romanzo, una donna che viene lasciata dal marito Mario, un giorno come un altro. Lui va via di casa, lasciandola in preda alle incertezze, con due figli ed un cane di cui prendersi cura… comincia così questa storia.

Olga passa dall’essere una donna tutta d’un pezzo, a consumarsi giorno dopo giorno, il dolore la incattivisce, la imbruttisce, le fa perdere il contatto con se stessa. Continua a ripetere che Mario s’è portato via tutto, così si allontana da tutto ciò che la circonda, trascurando persino i figli. L’unica sua ossessione è il tradimento del marito: non fa che pensare a lui e alla sua nuova, giovane compagna.

La donna inoltre comincia ad identificarsi con una figura emblematica della sua infanzia: La poverella. La poverella era una donna consumata dalla solitudine dopo essere stata lasciata dal marito, tormentata a tal punto da arrivare al suicidio. Olga cerca in tutti i modi di allontanarsi da questa figura, si convince di essere più sana, più equilibrata di lei, meno scossa dalle circostanze. Eppure questa figura la perseguita, è sempre lì accanto a lei a ricordarle che l’abbandono non risparmia nessuno e si porta via tutto.

L’allontanamento di Mario mette a soqquadro la vita della protagonista, la routine sembra pesarle, si ritrova persino incapace a svolgere attività quotidiane come aprire la porta o guidare per le vie di Torino. Comincia a scrivere lunghe lettere al marito in cui analizza ogni aspetto del loro matrimonio, gli errori che hanno commesso e  le soluzioni per poter rimediare a tutto. Eppure i giorni passano e Mario non torna sui suoi passi, così Olga prova a utilizzare i figli come esca per il marito, prova a frequentare altri uomini, ma è ancora troppo presto per poter cominciare da capo.

Come spesso accade però, la vita si sistema da sola e ciò che prima sembrava intollerabile comincia a ridimensionarsi. Una prospettiva diversa e nuove conoscenze, ristabiliscono l’ordine nella vita di Olga.

La Ferrante come sempre è potentissima e le donne sembrano essere proprio il suo cavallo di battaglia. In questa storia si assiste alla trasformazione di una donna, al suo imbruttirsi e piegarsi sotto il peso dell’abbandono, ma soprattutto si assiste alla sua rinascita, alla sua incredibile determinazione nel voler rifiorire.

Credo che l’autrice parli un po’ a tutte le donne con questo romanzo, non solo a chi ha vissuto in prima persona l’esperienza di Olga. Io personalmente ci ho letto molti significati, ma quello che preferisco è stato la potenza distruttiva della solitudine che si riesce a colmare soltanto con l’amor proprio, col riconoscersi donne forti, intelligenti e belle.

Non più identificarsi con la metà di una mela, ma con un’unità: è questo il segreto.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

EDITORE: Edizioni e/o
PAGINE: 211
PREZZO: 9,90 euro

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Sull’amore – Paolo Crepet

Quando ho trovato in libreria questo libro mi ha subito incuriosita perché scrivere un saggio intitolato sull’amore è certo una grande sfida.

D’amore ne hanno parlato proprio tutti, nei modi più disparati e affrontando tutte le sfaccettature di questo complesso sentimento… perché leggere quindi un saggio sull’amore? E’ quello che mi sono chiesta anche io e la risposta che mi ha convinto di più è stata quella dell’autore stesso nelle prime pagine:

E se l’amore semplicemente non rappresentasse l’argomento più difficile da discutere ma anche il più urgente?

Proprio questo è il punto cruciale, l’urgenza: c’è urgenza di parlare d’amore, perché se è vero che se ne parla, è anche vero che spesso lo si fa male.

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In questo saggio ovviamente non vengono affrontati tutti i volti dell’amore, ma solo alcuni: l’innamoramento, la passione, l’abbandono.

Tutto inizia quando qualcuno ci fa battere il cuore per la prima volta: questo sentimento ci coglie impreparati e ci sconvolge. Perché l’amore è sentimento estremo, non tepore ma febbre alta. Produce sempre una rivoluzioneEppure in qualche modo si può (e si deve) educare all’amore! Questo compito spetta in parte ai genitori, i quali spesso se ne tirano fuori volentieri. Parlare d’amore con i propri figli non è affatto facile, vuol dire saper rispettare i sentimenti dell’altro, sapersi mettere da parte, non interrogare il figlio per avere un resoconto, ma chiedere cosa prova e se si sente rispettato; Sono domande diverse che aprono la strada a risposte diverse e a un rapporto diverso.

Innamorarsi è importante: “Se un ragazzo o una ragazza a trent’anni ammettessero di non essere mai stati innamorati, significa che non sono mai cresciuti. La passione mette sotto carica la vita, la fa tendere come un arco, la fa esplodere. Senza di essa non si può affermare di conoscersi, né di essere maturati.” Eppure, oggi come oggi sembra un lusso trovare il tempo da dedicare ai propri sentimenti. L’agiatezza ha illuso di poter scalare le vette dei desideri senza sudore: anche l’innamoramento deve diventare facile, persino programmabile. Così viene sempre più snaturato. […]Probabilmente oggi pochi sono disposti a complicarsi la vita. La componente emotiva viene soffocata, alienata, limitata solo perché si ha paura che conduca verso la tempesta, l’esplosione dei sentimenti, l’urto delle passioni. […]Ci si ostina a capire, mentre si dovrebbe iniziare a sentire. L’innamoramento mette in discussione tutto, dalle convinzioni personali da sempre considerate definitive, ai principi, fondamenta delle nostre sicurezze. Potrebbe sembrare una rovina, ma non lo è. Se non avvenisse, non si sarebbe mai costretti a fare i conti con se stessi. Vacillare costringe a rivedere le sicurezze, cercare un nuovo baricentro.

Ad un certo punto però l’innamoramento finisce, a volte si conclude, altre volte si trasforma in amore vero e proprio. Crepet definisce questo come un cambiamento di stato in cui qualcosa si perde, qualcosa si guadagna. Si comincia a conoscersi reciprocamente davvero e con meno ansia. Tuttavia molti fanno fatica a fidarsi, si fermano prima perché hanno paura della profondità dei sentimenti perché l’amore profondo e maturo è considerato sinonimo d’invecchiamento.

Quando invece l’innamoramento finisce di crescere, esso non riesce a compiere il passaggio verso l’amore, perde smalto e si spegne. A volte, purtroppo, si ferma a metà nel senso che non evolve, ma nemmeno si chiude. […]soltanto per la paura di dover ricominciare da soli, per l’angoscia di tornare a casa e trovare le luci spente. C’è chi si accontenta anche solo di una lampadina accesa, pure se di acceso nel rapporto non è rimasto altro.

In queste situazioni, l’unica via di fuga passa per la dignità. E una parola che raramente viene associata all’amore. Viene scoperta, tardi, troppo tardi. In realtà, quando l’amore perde la dignità, non è più amore. La dignità è sapere che si ha il diritto di negarsi, e credo sia importante soprattutto nell’età adulta. In amore si possono perdere i limiti ma non quelli della dignità: rappresentano il muro oltre il quale non si deve andare, mai. Invece, per debolezza o viltà, viene superata e mai con gioia, mai ottenendo reciprocità, sempre perdendo e a volte perdendo tutto.

E arriviamo quindi alla conclusione, la fine di un amore. Gli amori vanno rispettati perché sono dei grandi sentimenti e quando finiscono bisogna avere la consapevolezza e la tenerezza di chiuderli in una cornice. Tenerli in vita a tutti i costi li rende meno dignitosi. Il bello è che l’amore non finisce, se davvero è esistito. Ogni uomo insegna a una donna e ogni donna insegna a un uomo qualcosa. Non si può giudicare l’amore, occorre ascoltarlo per ciò che vivrà nella memoria. Contribuisce all’educazione sentimentale di ognuno. Cancellare, scordare, rimuovere, rappresentano tentativi arroganti. Si diventerebbe desolatamente più poveri, più ignoranti riguardo alla percezione di sé. Anche l’amore che finisce sembra trasformarsi in una morte, invece è solo un sipario che cala tra un atto e l’altro della vita.

Senza avere la pretesa di insegnare come si fa ad amare, Crepet spiega perché è tanto importante parlarne, in un’epoca in cui si fa educazione alla sessualità e non educazione ai sentimenti. Questo saggio non è un banale libro di “auto aiuto” in cui vengono stilate le 10 regole d’oro in amore, anche perché regole non ce ne sono! L’autore scrive con dolcezza, mantenendo però sempre i piedi per terra, è disarmante nella sua semplicità e ciò rende le pagine molto scorrevoli.

Pur riconoscendo la natura selvaggia di questo sentimento, ne parla con lucidità: innamorarsi è scuola di forza e coraggio, non il preambolo della fragilità: questo dovrebbero insegnare gli adulti.

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Consiglio questa lettura ai romantici, ma anche ai più cinici, perché l’amore non è calcolo, ma al contrario la necessità di buttare il proprio cuore al di là dell’ostacolo.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

EDITORE: Einaudi
PAGINE: 232
PREZZO: 10,20 euro

 

 

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Dalla parte delle bambine – Elena Gianini Belotti

 

Elena Gianini Belotti, pedagogista e insegnante, ha scritto nel 1973 un saggio, il cui sottotitolo (forse ancora più importante del titolo stesso) dice: l’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La tesi portata avanti dall’autrice è infatti proprio questa: non esistono sostanziali differenze tra maschi e femmine, se non quelli che socialmente noi attribuiamo ad essi. Ovviamente il titolo “dalla parte delle bambine” lascia immaginare come questi condizionamenti siano quasi esclusivamente a scapito del sesso femminile.

L’autrice affronta l’argomento in maniera ordinata e parte dalle aspettative genitoriali che precedono la nascita del figlio fino all’entrata del bambino nella società e nelle istituzioni scolastiche. La ricerca è condotta nei luoghi primari per il bambino, ossia la famiglia e la scuola, dove, purtroppo, le differenze di genere risiedono anche nei piccoli gesti abituali. Atteggiamenti e richieste, spesso subdoli o involontari, influenzano i bambini più di quanto si possa pensare. Il più delle volte non se ne riconosce l’importanza perché sono frutto di convinzioni tramandate di generazione in generazione, quindi dure a morire.

Anche l’aspetto che sembrerebbe più banale, come l’identificare il sesso con un colore (il rosa per le femminucce e il celeste per i maschietti), ricorda l’autrice, altro non è se non il risultato di un “processo di attribuzione” che nulla ha a che vedere con la biologia. Tramite poi l’analisi delle differenze nei giochi, nelle attività e persino nella letteratura infantile, Elena giunge quindi a confermare il “mito” della superiorità maschile a quella femminile, il tutto in maniera naturale, s’intende.

Ovviamente la società a cui apparteniamo si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori “di comodo” che le preme mantenere e trasmettere. Trascrivo quindi alcuni passaggi tratti dal saggio che possono chiarire il concetto appena espresso:

“Il maschio spaccatutto è ampiamente accettato, in fondo ci si compiace che lo sia; la femmina non lo è affatto, la sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento”.

“[…]le bambine hanno appreso quanto l’aspetto,  la bellezza siano importanti per il loro sesso. Anche l’interesse per le persone, apparentemente maggiore di quello dei maschi, non è in effetti una vera curiosità, ma bisogno di esaminare i vari modelli per imitare quelli che appaiono più desiderabili.[…]la lode è il loro premio, l’effetto che otterrà il loro comportamento è la loro continua preoccupazione, il bisogno di essere benvolute e accettate è enorme perché sono già coscienti della loro inferiorità. Il loro imperativo è che devono piacere.”

“L’uso della seduzione per ottenere qualcosa viene non solo accettato nelle bambine, ma stimolato, e non si pensa affatto di correggerle proponendo loro un comportamento di richiesta corretto e dignitoso”

Quindi, se nei maschi l’irruenza viene coltivata e si reprime invece quella femminile,  nelle bambine si rinforzano atteggiamenti considerati appunto più “femminili” come la vanità o la civetteria o ancora, l’intuito:

“[…]viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano capiti ancor prima di essere formulati[…] Il tanto celebrato intuito femminile, universalmente considerato come emanazione “naturale” in un essere biologicamente destinato alla maternità e all’ allevamento dei bambini è anch’esso il prodotto di condizionamento alla sottomissione  e della necessità che ne deriva di tener conto costantemente di idee, umori, reazioni, dei desideri degli esseri dominanti. L’intuito è qualità difensiva degli oppressi.”

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Si tratta di un volume davvero interessante, un saggio che permette di “prendere coscienza” che tutti i genitori (e non solo) dovrebbero leggere. Certo, a distanza di quarataquattro anni dalla sua pubblicazione, diverse cose sono cambiate, ma non abbastanza da considerare il problema risolto.

Mi chiedo quindi, per quanto bello sia regalare alle nostre figlie, nipoti e sorelle libri su donne ribelli e femministe, non sarebbe anche un bene educare noi stesse a riconoscere gli atti discriminatori e stanarli laddove risiedono? E’ fondamentale, alla luce di quanto detto, formare le generazioni future all’uguaglianza, perché genitori consapevoli crescono figli consapevoli.

Questo saggio è da leggere, da regalare, da prestare, da diffondere in ogni modo, perché i tempi saranno anche cambiati, ma le discriminazioni ci sono ancora, radicate in noi come erbacce.

“In realtà non esistono qualità “maschili” e qualità “femminili”, ma solo qualità umane. L’operazione da compiere dunque non è quella di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.”

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

EDITORE: Feltrinelli
PAGINE: 193
PREZZO: 9,00 euro

 

 

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Follie di Brooklyn – Paul Auster

IMG-20170816-WA0064Follie di Brooklyn è stato un libro che ho acquistato per istinto in una di quelle rare volte in cui mi sono sentita “chiamata” dalla storia. In questo caso infatti è bastata una veloce occhiata alla trama e una copertina ben fatta a convincermi all’acquisto.

Avevo già sentito parlare di Paul Auster con “Trilogia di New York”, libro che era in wishlist da tempo, ma alla fine il destino ha voluto che leggessi prima quest’altra sua opera ed è stata una meravigliosa scoperta. Ho conosciuto un autore capace di tratteggiare personaggi divertenti e un po’ fuori dal comune, tuttavia estremamente realistici. La lettura è stata molto scorrevole, abbastanza leggera, ma comunque dotata di un tono tutto particolare. 


Il protagonista è lo zio Nath, un anziano cinico ma sentimentale che decide di tornare a Brooklyn nel quartiere della sua infanzia, per godersi in pace gli anni che gli restano. Una serie di personaggi atipici irrompono però nella vita di Nathan e modificano i suoi piani. L’anziano si ritrova infatti a viaggiare verso il Vermont con suo nipote Tom che non vedeva da anni e la piccola Lucy, (figlia della sorella di Tom) che compare improvvisamente e decide di rimanere muta per tutto il tempo. Nathan e i suoi compagni di viaggio vivono così una serie di avventure inaspettate che sbalordiscono il lettore.
Accanto alla storia principale si intrecciano altri soggetti e le loro vicende, come il falsario Harry e la B.P.M. ovvero la bellissima e perfetta madre, donna per cui Tom ha una cotta. I numerosi personaggi hanno sempre un ruolo ben preciso all’interno della storia e sono presentati spesso attraverso simpatici aneddoti sul loro passato. L’autore è stato capace di tratteggiare questa storia a mo’ di commedia, sdrammatizzando in questo modo su ogni aspetto della vita.


“Preferisco mille volte un furfante astuto a un pio allocco. Forse il primo non rispetterà le regole del gioco, ma ha lo spirito.”

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Tutte le storie, che inizialmente sembrano viaggiare su binari separati, risultano alla fine ben incastrate tra loro. Il romanzo presenta inoltre diversi colpi di scena che spiazzano il lettore riuscendo così a destrare continua curiosità. Auster ha dimostrato di saper scrivere una storia semplice senza cadere mai nel banale, alternando momenti esilaranti a situazioni più tristi e facendo riflessioni sulla vita e la morte, l’amore e la letteratura.

“Leggere per me era evasione e conforto, era la mia consolazione, il mio stimolante preferito: leggere per il puro gusto della lettura, per il meraviglioso silenzio che ti circonda quando ascolti le parole di un autore…” 


Follie di Brooklyn è un libro strutturato davvero bene ed è un cerchio che si chiude alla perfezione. Il titolo è davvero azzeccato perché le vicende strampalate di questa storia rasentano sempre la follia, ma si parla di follia ordinaria, comune, come quella che condisce la vita di ognuno di noi.


Consiglio quindi a tutti la lettura di questo romanzo!

 

SCHEDA DEL LIBRO

EDITORE: Einaudi
PAGINE: 265
PREZZO: 10,20 euro

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Una stanza piena di gente – Daniel Keyes

Parlare di questo romanzo è complesso quasi quanto lo è la storia stessa. Innanzitutto non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma una sorta di biografia, quasi un’inchiesta. L’autore sembra raccontare una verità, quella di Milligan. William Stanley Milligan è stato un criminale statunitense la cui storia è diventata un caso mediatico che ha sconvolto gli Stati Uniti d’America alla fine degli anni settanta. Il suo caso è stato molto importante anche a livello giuridico: per la prima volta infatti, un criminale è stato assolto (sebbene colpevole) poiché non responsabile delle azioni compiute. La mancanza di responsabilità era dovuta ad una patologia mentale chiamata disturbo dissociativo dell’identità, più comunemente “disturbo di personalità multipla”.

A livello narrativo avrei preferito questo romanzo più tecnico in alcuni aspetti e più romanzato in altri. Ad esempio mi sarebbero piaciuti chiarimenti più approfonditi sulla patologia e le cause che la determinano, dato che qualche dubbio in proposito mi è rimasto. Capisco però il tentativo di rimanere il più possibile fedele alla vera storia di Billy e quindi forse la necessità di utilizzare questo stile giornalistico.

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Veniamo dunque alla trama. Nella prima parte abbiamo l’introduzione  delle ventiquattro (ebbene sì, ventiquattro!) personalità del protagonista  divise in “i dieci” e ”gli indesiderabili”. La coscienza di Billy infatti è governata da alcune “persone” ovvero individui con nomi e caratteristiche molto diverse tra loro che convivono in una stessa coscienza e in un unico corpo.

Ma com’è possibile? Esattamente quello che mi sono chiesta anche io. Pagina dopo pagina viene raccontata la vita di Billy a partire dalla sua prima frammentazione (ovvero la prima volta in cui una personalità è venuta alla luce). L’autore ci racconta come l’infanzia di Billy sia stata segnata dalla morte del padre e soprattutto dagli abusi da parte del patrigno, situazione che ha contribuito fortemente al determinarsi della patologia.

Scopriamo poi come ogni personalità abbia un ruolo diverso nella vita di Billy, come ad esempio Danny, il guardiano del dolore, che viene fuori per farsi carico della sofferenze, o Ragan, il guardiano dell’odio di origini slave, che prende possesso della coscienza in situazioni pericolose. Il suo compito è quello di proteggere Billy e il resto della “famiglia”, in particolare donne e bambini. Accanto a queste personalità le altre più importanti sono:  Allen il manipolatore, abile del raggiro, il quale più spesso tratta con gli esterni; Tommy, l’adolescente artista della fuga e Arthur, razionale e intelligente, che parla con uno spiccato accento britannico e decide quale membro della famiglia può uscire sul posto” prendendo così il controllo della coscienza. Arthur stabilisce che ogni personalità deve dedicarsi alla crescita personale, che sia dipingere, studiare o qualsiasi cosa possa beneficiare alla famiglia, chi invece non è in grado di controllare i propri istinti ed ha dei comportamenti dannosi viene bandito e non può più avere a che fare con il mondo esterno. Non tutte le personalità sono a conoscenza delle altre e possono quindi con esse comunicare, spesso infatti chi prende il posto lascia vuoti di memoria alla personalità successiva.

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(Un quadro dipinto dallo stesso Billy Milligan in cui ha disegnato alcuni dei residenti nella sua mente)

I diversi soggetti sono stati presentati in maniera molto precisa e sono talmente caratterizzati che pare davvero di aver a che fare con ventiquattro persone distinte. Ho ammirato sinceramente la loro ricerca di stabilità e di controllo anche in una situazione così complessa. Le personalità dominanti cercano infatti di gestire al meglio ogni situazione esponendo chi è più in grado di gestire la situazione da affrontare. Ci sono però anche momenti  di confusione in cui le personalità indesiderate prendono il posto e per Billy nulla è più certo. Grazie all’aiuto di un team di professionisti che credono nella veridicità del suo stato, Billy pian piano sembra fondere le varie personalità riunendosi nella figura del “Maestro” cioè colui che ha memoria di ogni cosa e che aiuta a ricostruire tutta la storia.

Il Maestro spiega di sentirsi inadeguato dopo la fusione, poiché ha solo una parte delle conoscenze delle altre personalità quindi in un certo senso è meno degli altri;  è però un’entità unica capace di gestire le emozioni e da un punto di vista terapeutico, più sano.

A fine lettura la storia lascia perplessi e dimostra ancora una volta che la verità non è mai una sola. Chi è quindi Billy Milligan? un mostro? un attore? una vittima?  Non è a noi che spetta il giudizio.

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Personalmente non ho potuto non provare empatia per Billy perché nella sua storia ho trovato un parallelismo con la sofferenza che in qualche modo tutti noi conosciamo. Quando soffriamo ci sembra di frammentarci per poi ricomporci lentamente e con difficoltà, spesso  anche grazie all’aiuto di qualcun altro. Ho ammirato la sua forza, anzi la loro forza, la capacità di non perdersi mai completamente nonostante le atroci violenze subite, ma cercare in qualche modo di venirne fuori come meglio è possibile, proprio come si fa in una famiglia.

Una storia vera, toccante, e che ci si creda o no, ci si ritrova a pensare che forse Billy aveva solo bisogno d’aiuto, come del resto tutti noi.

 

SCHEDA LIBRO:

Editore: Nord
Pagine: 544
Prezzo:
19,00 euro

 

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Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

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Sam decide di fare un esperimento: vivere due mesi a New York senza rivolgere la parola a nessuno per poi scriverne un articolo. Ma come fare a mantenere il silenzio? Un’ armatura fatta di cuffie e la stessa canzone a ripetizione nelle orecchie è tutto ciò che serve. Sam capisce che il silenzio dà uno sguardo differente sulle cose e in quanto fotografo ha un punto di vista privilegiato, ha imparato a guardare il mondo attraverso il mirino e riesce a regalarci un ritratto atipico della grande mela: una città muta e un luogo dove si può essere anche molto soli. Così mentre Sam si destreggia tra le attività quotidiane in assoluto silenzio, l’esperimento procede e noi impariamo a conoscerlo poco per volta attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri.

La narrazione avviene quasi interamente tramite didascalie, ma i pensieri di Sam si intrecciano poi ad una seconda voce, quella di Joan, che fa presto breccia nel cuore del protagonista.

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Da lettrice di romanzi, “leggere” le tavole non è stato facile, ero un po’ scettica e invece mi sono dovuta ricredere.  Ho sfogliato il suono del mondo a memoria più volte e ogni volta che mi soffermavo a guardare i colori o leggere le vignette mi immaginavo insieme a Sam tra strade affollate di New York, poi a Central Park di cui mi sembrava quasi di sentire gli odori. Soprattutto dal punto di vista grafico è stata una meravigliosa sorpresa, il romanzo sembra composto da una serie di istantanee fotografiche che si susseguono raccontando una storia.

1-jzf0MDmRzUBgjB3vmFmTkAAlla fine però ero insoddisfatta, mi sono chiesta: “sono io a non aver capito?”  ed è solo dopo una rilettura attenta che sono riuscita a cogliere altri dettagli.

Ciò che rende particolarmente bella quest’opera è il fatto che sia composta da piccoli tasselli, che vanno a ricomporsi perfettamente in un mosaico brillante visibile solo alla fine del racconto.

suono-del-mondo-a-memoria_5L’aspetto che più mi ha colpito è che Sam ha una strana abitudine: scatta foto e non le riguarda, poi chiude gli occhi e cerca di immaginarsele, come in attesa che il vissuto diventi ricordo per poi esaminarlo con occhi più maturi e riuscire a coglierne le diverse sfumature. Tutto ciò l’ho trovato molto poetico così ho deciso di seguire il consiglio del protagonista: ho letto le ultime pagine, poi in silenzio ho posato il libro sul comodino e abbassando le palpebre, l’ho ricostruito nella mia memoria.

 

 

 

SCHEDA LIBRO

Autore: Giacomo Bevilacqua
Editore: Bao Publishing
Pagine: 192
Prezzo: 21,00€

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Voglio le lenticchie il mercoledì – Michele Aprile

ò,àkoòjihuIl protagonista di questo romanzo, proprio come l’autore stesso,  si chiama Michele,  infatti  si ha l’impressione che le due persone coincidano. I due raccontano la propria storia, o per meglio dire, la propria Bari. Le pagine di questo romanzo infatti, sono intrise di baresità, ed io, leccese residente nel capoluogo pugliese, ho accettato questa lettura come una sfida.

Michele racconta le sue tradizioni, descrive i momenti d’infanzia che l’hanno segnato e arriva persino alle citazioni in dialetto (per la traduzione ho dovuto ricorrere alle amiche del posto!).

L’autore ha dato il suo meglio proprio nel caratterizzare in maniera così incisiva la sua città, infatti  tra le pagine del romanzo ho riconosciuto quartieri e atmosfere e mi sono sentita un pochino a casa.

Michele cresce, la storia prosegue e le prime difficoltà vengono a galla perché il futuro si rivela più difficile del previsto.

Con la felicità incosciente e spensierata dei bambini, non perdevamo il nostro tempo macerandoci nella disperazione e confidando in un futuro migliore. Nessuno faceva promesse al destino. Non avevamo niente, e ci bastava. La lotta quotidiana per la sopravvivenza toglieva il respiro per immaginare orizzonti più ampi. L’ imminenza di un futuro di stenti, cedeva di fronte all’immanenza di un presente di povertà. Per quanto possa sembrare incredibile, eravamo davvero felici. Perché, semplicemente, noi facevamo confronti. Solo più tardi, crescendo e alzando lo sguardo oltre il nostro naso, avremmo sentito il bisogno di concepire una visione differente del futuro. Alle giornate piene di mille piccole difficoltà quasi sempre superate, sarebbero sopraggiunte quelle nuove prospettive. E tutto quello di cui eravamo stati costretti a privarci con scanzonata leggerezza, avrebbe improvvisamente avuto la pesantezza insostenibile di un perpetuo crampo allo stomaco.

Eppure, anche quando i conti non tornano ed i soldi sono pochi, i punti saldi nella sua vita lo mantengono in piedi: la famiglia e l’amico Pino, la sua terra, il calcio e soprattutto le lenticchie il mercoledì. Un banale piatto caldo di legumi rappresenta in questa storia la tradizione e il punto fermo che riesce sempre a far tornare il buonumore. Le lenticchie sono molto di più che un frugale pasto, sono la certezza di un piccolo benessere settimanale ritrovato, una tradizione che tiene accesa la speranza di un futuro migliore.

Stavo considerando che i piatti di lenticchie, uno dopo l’altro, avevano finito per edificare il mio intero arco vitale.

La precarietà del lavoro per Michele diventa un serio problema e il giovane, pur pieno di buona volontà, si trova a dover fronteggiare una crisi dopo l’altra. I rifiuti e i licenziamenti sono all’ ordine del giorno, ma uno degli aspetti più difficili da affrontare è proprio riuscire a comunicare il fallimento a chi gli vuole bene:

In fondo avevo un lavoro difficile da svolgere. Dovevo riportare a casa la mia faccia delusa, i miei connotati impastati della solita smorfia che doveva esprimere, contemporaneamente, amarezza per l’ennesimo buco nell’acqua e speranza per la prossima occasione.

Lui però è un ottimista, crede che le possibilità siano dietro l’angolo e nel tempo libero si dedica alla sua più grande passione (seconda forse, solo alle lenticchie): il calcio.

La verità era che mi piaceva da morire rovesciare. Forse perché l’idea di poter ribaltare una situazione difficile, capovolgendola a mio favore all’ultimo momento, mi seduceva notevolmente, senza quell’ attitudine probabilmente, sarei rimasto sempre in panchina. In campo come nella vita.

I momenti bui non durano per sempre e, dopo un’ intera vita di lotte e ricerche d’impiego, proprio quando Michele sta per perdere le speranze, il cerchio sembra chiudersi e il nostro protagonista è vicino alla tanta agognata serenità. Il romanzo si conclude in maniera felice, e con quello che si direbbe un “ritorno alle origini” arriva finalmente il lieto fine !

Trasportato sulle onde della mia precarietà, avevo esplorato in lungo e largo ogni baia, ogni attacco, ogni approdo immaginabile. Ma ero tornato da dove ero partito. Mi sentivo più come Ulisse. […] Io pensavo come a una monumentale metafora dell’umano bisogno del ritorno, Ritorno alla propria casa, alla propria famiglia. Ritorno alla bellezza: quella nascosta dietro la banalità della vita.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Schena Editore
Pagine: 184
Prezzo: 11,90€