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Una stanza piena di gente – Daniel Keyes

Parlare di questo romanzo è complesso quasi quanto lo è la storia stessa. Innanzitutto non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma una sorta di biografia, quasi un’inchiesta. L’autore sembra raccontare una verità, quella di Milligan. William Stanley Milligan è stato un criminale statunitense la cui storia è diventata un caso mediatico che ha sconvolto gli Stati Uniti d’America alla fine degli anni settanta. Il suo caso è stato molto importante anche a livello giuridico: per la prima volta infatti, un criminale è stato assolto (sebbene colpevole) poiché non responsabile delle azioni compiute. La mancanza di responsabilità era dovuta ad una patologia mentale chiamata disturbo dissociativo dell’identità, più comunemente “disturbo di personalità multipla”.

A livello narrativo avrei preferito questo romanzo più tecnico in alcuni aspetti e più romanzato in altri. Ad esempio mi sarebbero piaciuti chiarimenti più approfonditi sulla patologia e le cause che la determinano, dato che qualche dubbio in proposito mi è rimasto. Capisco però il tentativo di rimanere il più possibile fedele alla vera storia di Billy e quindi forse la necessità di utilizzare questo stile giornalistico.

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Veniamo dunque alla trama. Nella prima parte abbiamo l’introduzione  delle ventiquattro (ebbene sì, ventiquattro!) personalità del protagonista  divise in “i dieci” e ”gli indesiderabili”. La coscienza di Billy infatti è governata da alcune “persone” ovvero individui con nomi e caratteristiche molto diverse tra loro che convivono in una stessa coscienza e in un unico corpo.

Ma com’è possibile? Esattamente quello che mi sono chiesta anche io. Pagina dopo pagina viene raccontata la vita di Billy a partire dalla sua prima frammentazione (ovvero la prima volta in cui una personalità è venuta alla luce). L’autore ci racconta come l’infanzia di Billy sia stata segnata dalla morte del padre e soprattutto dagli abusi da parte del patrigno, situazione che ha contribuito fortemente al determinarsi della patologia.

Scopriamo poi come ogni personalità abbia un ruolo diverso nella vita di Billy, come ad esempio Danny, il guardiano del dolore, che viene fuori per farsi carico della sofferenze, o Ragan, il guardiano dell’odio di origini slave, che prende possesso della coscienza in situazioni pericolose. Il suo compito è quello di proteggere Billy e il resto della “famiglia”, in particolare donne e bambini. Accanto a queste personalità le altre più importanti sono:  Allen il manipolatore, abile del raggiro, il quale più spesso tratta con gli esterni; Tommy, l’adolescente artista della fuga e Arthur, razionale e intelligente, che parla con uno spiccato accento britannico e decide quale membro della famiglia può uscire sul posto” prendendo così il controllo della coscienza. Arthur stabilisce che ogni personalità deve dedicarsi alla crescita personale, che sia dipingere, studiare o qualsiasi cosa possa beneficiare alla famiglia, chi invece non è in grado di controllare i propri istinti ed ha dei comportamenti dannosi viene bandito e non può più avere a che fare con il mondo esterno. Non tutte le personalità sono a conoscenza delle altre e possono quindi con esse comunicare, spesso infatti chi prende il posto lascia vuoti di memoria alla personalità successiva.

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(Un quadro dipinto dallo stesso Billy Milligan in cui ha disegnato alcuni dei residenti nella sua mente)

I diversi soggetti sono stati presentati in maniera molto precisa e sono talmente caratterizzati che pare davvero di aver a che fare con ventiquattro persone distinte. Ho ammirato sinceramente la loro ricerca di stabilità e di controllo anche in una situazione così complessa. Le personalità dominanti cercano infatti di gestire al meglio ogni situazione esponendo chi è più in grado di gestire la situazione da affrontare. Ci sono però anche momenti  di confusione in cui le personalità indesiderate prendono il posto e per Billy nulla è più certo. Grazie all’aiuto di un team di professionisti che credono nella veridicità del suo stato, Billy pian piano sembra fondere le varie personalità riunendosi nella figura del “Maestro” cioè colui che ha memoria di ogni cosa e che aiuta a ricostruire tutta la storia.

Il Maestro spiega di sentirsi inadeguato dopo la fusione, poiché ha solo una parte delle conoscenze delle altre personalità quindi in un certo senso è meno degli altri;  è però un’entità unica capace di gestire le emozioni e da un punto di vista terapeutico, più sano.

A fine lettura la storia lascia perplessi e dimostra ancora una volta che la verità non è mai una sola. Chi è quindi Billy Milligan? un mostro? un attore? una vittima?  Non è a noi che spetta il giudizio.

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Personalmente non ho potuto non provare empatia per Billy perché nella sua storia ho trovato un parallelismo con la sofferenza che in qualche modo tutti noi conosciamo. Quando soffriamo ci sembra di frammentarci per poi ricomporci lentamente e con difficoltà, spesso  anche grazie all’aiuto di qualcun altro. Ho ammirato la sua forza, anzi la loro forza, la capacità di non perdersi mai completamente nonostante le atroci violenze subite, ma cercare in qualche modo di venirne fuori come meglio è possibile, proprio come si fa in una famiglia.

Una storia vera, toccante, e che ci si creda o no, ci si ritrova a pensare che forse Billy aveva solo bisogno d’aiuto, come del resto tutti noi.

 

SCHEDA LIBRO:

Editore: Nord
Pagine: 544
Prezzo:
19,00 euro

 

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Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

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Sam decide di fare un esperimento: vivere due mesi a New York senza rivolgere la parola a nessuno per poi scriverne un articolo. Ma come fare a mantenere il silenzio? Un’ armatura fatta di cuffie e la stessa canzone a ripetizione nelle orecchie è tutto ciò che serve. Sam capisce che il silenzio dà uno sguardo differente sulle cose e in quanto fotografo ha un punto di vista privilegiato, ha imparato a guardare il mondo attraverso il mirino e riesce a regalarci un ritratto atipico della grande mela: una città muta e un luogo dove si può essere anche molto soli. Così mentre Sam si destreggia tra le attività quotidiane in assoluto silenzio, l’esperimento procede e noi impariamo a conoscerlo poco per volta attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri.

La narrazione avviene quasi interamente tramite didascalie, ma i pensieri di Sam si intrecciano poi ad una seconda voce, quella di Joan, che fa presto breccia nel cuore del protagonista.

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Da lettrice di romanzi, “leggere” le tavole non è stato facile, ero un po’ scettica e invece mi sono dovuta ricredere.  Ho sfogliato il suono del mondo a memoria più volte e ogni volta che mi soffermavo a guardare i colori o leggere le vignette mi immaginavo insieme a Sam tra strade affollate di New York, poi a Central Park di cui mi sembrava quasi di sentire gli odori. Soprattutto dal punto di vista grafico è stata una meravigliosa sorpresa, il romanzo sembra composto da una serie di istantanee fotografiche che si susseguono raccontando una storia.

1-jzf0MDmRzUBgjB3vmFmTkAAlla fine però ero insoddisfatta, mi sono chiesta: “sono io a non aver capito?”  ed è solo dopo una rilettura attenta che sono riuscita a cogliere altri dettagli.

Ciò che rende particolarmente bella quest’opera è il fatto che sia composta da piccoli tasselli, che vanno a ricomporsi perfettamente in un mosaico brillante visibile solo alla fine del racconto.

suono-del-mondo-a-memoria_5L’aspetto che più mi ha colpito è che Sam ha una strana abitudine: scatta foto e non le riguarda, poi chiude gli occhi e cerca di immaginarsele, come in attesa che il vissuto diventi ricordo per poi esaminarlo con occhi più maturi e riuscire a coglierne le diverse sfumature. Tutto ciò l’ho trovato molto poetico così ho deciso di seguire il consiglio del protagonista: ho letto le ultime pagine, poi in silenzio ho posato il libro sul comodino e abbassando le palpebre, l’ho ricostruito nella mia memoria.

 

 

 

SCHEDA LIBRO

Autore: Giacomo Bevilacqua
Editore: Bao Publishing
Pagine: 192
Prezzo: 21,00€

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Voglio le lenticchie il mercoledì – Michele Aprile

ò,àkoòjihuIl protagonista di questo romanzo, proprio come l’autore stesso,  si chiama Michele,  infatti  si ha l’impressione che le due persone coincidano. I due raccontano la propria storia, o per meglio dire, la propria Bari. Le pagine di questo romanzo infatti, sono intrise di baresità, ed io, leccese residente nel capoluogo pugliese, ho accettato questa lettura come una sfida.

Michele racconta le sue tradizioni, descrive i momenti d’infanzia che l’hanno segnato e arriva persino alle citazioni in dialetto (per la traduzione ho dovuto ricorrere alle amiche del posto!).

L’autore ha dato il suo meglio proprio nel caratterizzare in maniera così incisiva la sua città, infatti  tra le pagine del romanzo ho riconosciuto quartieri e atmosfere e mi sono sentita un pochino a casa.

Michele cresce, la storia prosegue e le prime difficoltà vengono a galla perché il futuro si rivela più difficile del previsto.

Con la felicità incosciente e spensierata dei bambini, non perdevamo il nostro tempo macerandoci nella disperazione e confidando in un futuro migliore. Nessuno faceva promesse al destino. Non avevamo niente, e ci bastava. La lotta quotidiana per la sopravvivenza toglieva il respiro per immaginare orizzonti più ampi. L’ imminenza di un futuro di stenti, cedeva di fronte all’immanenza di un presente di povertà. Per quanto possa sembrare incredibile, eravamo davvero felici. Perché, semplicemente, noi facevamo confronti. Solo più tardi, crescendo e alzando lo sguardo oltre il nostro naso, avremmo sentito il bisogno di concepire una visione differente del futuro. Alle giornate piene di mille piccole difficoltà quasi sempre superate, sarebbero sopraggiunte quelle nuove prospettive. E tutto quello di cui eravamo stati costretti a privarci con scanzonata leggerezza, avrebbe improvvisamente avuto la pesantezza insostenibile di un perpetuo crampo allo stomaco.

Eppure, anche quando i conti non tornano ed i soldi sono pochi, i punti saldi nella sua vita lo mantengono in piedi: la famiglia e l’amico Pino, la sua terra, il calcio e soprattutto le lenticchie il mercoledì. Un banale piatto caldo di legumi rappresenta in questa storia la tradizione e il punto fermo che riesce sempre a far tornare il buonumore. Le lenticchie sono molto di più che un frugale pasto, sono la certezza di un piccolo benessere settimanale ritrovato, una tradizione che tiene accesa la speranza di un futuro migliore.

Stavo considerando che i piatti di lenticchie, uno dopo l’altro, avevano finito per edificare il mio intero arco vitale.

La precarietà del lavoro per Michele diventa un serio problema e il giovane, pur pieno di buona volontà, si trova a dover fronteggiare una crisi dopo l’altra. I rifiuti e i licenziamenti sono all’ ordine del giorno, ma uno degli aspetti più difficili da affrontare è proprio riuscire a comunicare il fallimento a chi gli vuole bene:

In fondo avevo un lavoro difficile da svolgere. Dovevo riportare a casa la mia faccia delusa, i miei connotati impastati della solita smorfia che doveva esprimere, contemporaneamente, amarezza per l’ennesimo buco nell’acqua e speranza per la prossima occasione.

Lui però è un ottimista, crede che le possibilità siano dietro l’angolo e nel tempo libero si dedica alla sua più grande passione (seconda forse, solo alle lenticchie): il calcio.

La verità era che mi piaceva da morire rovesciare. Forse perché l’idea di poter ribaltare una situazione difficile, capovolgendola a mio favore all’ultimo momento, mi seduceva notevolmente, senza quell’ attitudine probabilmente, sarei rimasto sempre in panchina. In campo come nella vita.

I momenti bui non durano per sempre e, dopo un’ intera vita di lotte e ricerche d’impiego, proprio quando Michele sta per perdere le speranze, il cerchio sembra chiudersi e il nostro protagonista è vicino alla tanta agognata serenità. Il romanzo si conclude in maniera felice, e con quello che si direbbe un “ritorno alle origini” arriva finalmente il lieto fine !

Trasportato sulle onde della mia precarietà, avevo esplorato in lungo e largo ogni baia, ogni attacco, ogni approdo immaginabile. Ma ero tornato da dove ero partito. Mi sentivo più come Ulisse. […] Io pensavo come a una monumentale metafora dell’umano bisogno del ritorno, Ritorno alla propria casa, alla propria famiglia. Ritorno alla bellezza: quella nascosta dietro la banalità della vita.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Schena Editore
Pagine: 184
Prezzo: 11,90€

 

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L’amica geniale, Elena Ferrante

Elamicageniale’ la Napoli del dopoguerra teatro d’infanzia in cui nasce la complessa relazione tra Elena Greco e Raffaella Cerrullo, Lila per l’amica. Le due crescono assieme, frequentano la stessa scuola unite da un’agguerrita lotta per primeggiare. Al termine delle classi primarie la maestra Oliviero cerca di convincere i rispettivi genitori a far studiare le sue pupille, ma Lila deve rimboccarsi le maniche perché in casa i soldi servono, Elena invece potrà continuare gli studi. Questo evento rappresenta non solo il primo punto di rottura tra le due, ma anche tra il rione intero ed Elena che non riesce più a rivedersi negli amici d’infanzia, ma al tempo stesso non smette di aver bisogno di Lila.

E’ Lila che sembra di fatto la più dotata, destinata a grandi cose nella  vita, la ragazza infatti possiede agli occhi di tutti  un’intelligenza speciale, magnetica a tratti perfida, che desta nel contempo ammirazione e invidia. Lila però non può studiare e concentra tutte le sue energie su Elena, nella quale vede l’unica possibilità di evasione. “Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.” Elena d’altra parte è turbata, primeggia negli studi pur sentendosi sempre seconda all’amica.

Il punto di vista è quello di Elena che evolve con la crescita della protagonista. Il suo sguardo sulle cose è senza censure, a volte parziale, ma sempre genuino. Elena ci racconta l’amica, i mille episodi di violenza (manifesta e non) che si susseguono nel rione e poi con estrema maestria presenta tutti i personaggi di questo romanzo senza mai perdersi. Se ad una prima analisi può sembrare una storia semplice, è poi in un secondo momento che si rivela in tutte le sue sfumature. La Ferrante descrive i legami umani in maniera incredibilmente realistica e presenta attraverso le dinamiche di quartiere uno squarcio della Napoli anni cinquanta. Questo è un romanzo corale con soggetti complessi, ricchi di sfaccettature, comportamenti a volte incoerenti, dettati dalle emozioni e dalle esigenze. Tanti personaggi di contorno che poi di contorno non sono mai, ma uomini e donne con proprie storie e desideri, intrecciati l’un l’altro grazie all’abile penna dell’autrice, tutti in cerca di un’ unica cosa: il riscatto.Al centro della narrazione non ci sono Lila ed Elena come elementi distinti, ma è il loro rapporto che dà vero smalto alla storia.  A tratti le due sembrano quasi un tutt’uno, fuoco pulsante di tutto il rione, due facce necessarie della stessa medaglia.

Con la crescita la vita si complica e se Elena comincia a conoscere un’altra parte di Napoli, Lila deve sfuggire alla corte di Marcello e si lega per vendetta a Stefano. L’errore è compreso soltanto il giorno del matrimonio, quando Lila capisce che si è resa  vittima delle scelte che gli altri hanno fatto per lei. Ci sono accordi dietro alla loro unione, promesse non mantenute e legami di facciata, per cui la volontà della sposa viene messa in secondo piano. Lila capisce di essere entrata a far parte di un gioco pericoloso, che tuttavia è decisa a vincere.

Il primo romanzo di questa tetralogia si conclude così, con Lila pronta a dar battaglia ed Elena che si chiede come andrà da quel momento in poi. Eppure, concluso questo primo capitolo, da lettrice sento il bisogno di un seguito che sia all’altezza, magari che risponda alla domanda che mi sono posta durante tutta la lettura: chi è tra le due l’amica geniale?

 

SCHEDA DEL LIBRO:

  • TITOLO: L’amica geniale
  • AUTORE: Elena Ferrante
  • CASA EDITRICE: Edizioni e/o
  • NUMERO DI PAGINE: 400
  • PREZZO: 18,00
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Le otto montagne

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Pietro nasce a Milano, all’ ombra delle montagne. Suo padre è un chimico, sua madre lavora in un consultorio e ciò che li unisce da sempre è la passione per la montagna. La montagna è la vera protagonista di questa storia: paesaggi alpini incontaminati, temuti e amati dall’ uomo che non fanno semplicemente da sfondo, ma diventano una vera e propria filosofia di vita.

Pietro, assieme ai suoi genitori, si reca ogni estate in un paesino chiamato Grana, ai piedi del Monte Rosa e lì cerca di indagare quella passione misteriosa. Si guarda attorno, si affatica seguendo le orme del padre, capisce poi che esiste una valle ed esiste una cima e che lì in montagna ognuno ha un posto che sente proprio.

Qualcosa sembra cambiare quando Pietro conosce Bruno, un ragazzino con cui ha ben poco in comune. Bruno vive a Grana da sempre, lì dove i ritmi di vita sono scanditi dalle necessità della natura, porta le vacche al pascolo e aiuta suo padre nel lavoro. Si consolida, estate dopo estate, un legame profondo, fatto di crescita e di scoperte tra due ragazzi nati e cresciuti in ambienti molto diversi, ma legati da un animo affine.

Cognetti affronta straordinariamente questo legame al maschile tra due bambini, poi uomini, fatto anche di poche parole, essenziale ma forte, necessario, quasi ancestrale.

Quando Pietro torna a Milano la vita in città sembra essere per tutta la sua famiglia una parentesi necessaria, ma difficile da accettare. Si ripresenta la malinconia, altro grande tema di questa storia, di cui ogni pagina è intrisa. La malinconia dell’estate ormai passata, delle attese, la mancanza di quel posto misterioso tra le nuove, dove Bruno vive anche durante l’inverno e il cielo sembra essere così vicino.

E’ un romanzo poetico, questo di Cognetti. Le parole sono scelte con estrema cura, tanto da risultare evocative. La scrittura attenta, delicata, lascia spesso spazio al non detto che rimane impresso molto più delle parole; ed è su quel non detto che si basa anche il legame padre-figlio. Il padre di Pietro è un uomo di poche parole, fragile, nervoso, costretto in una vita che non è come voleva e quasi impone al ragazzino quella passione misteriosa per la montagna, dapprima rifiutata, e poi , incredibilmente, capace di farsi spazio anche della vita di Pietro. Se c’è un posto dove il loro legame sembra consolidarsi, quello è Grana: Pietro diventa un osservatore attento capace di cogliere i piccoli segnali del padre, impara a conoscerlo condividendo con lui le prime scalate, i silenzi, le piccole vittorie, le cime.

“E sapevo una volta per tutte di aver avuto due padri: il primo era l’estraneo con cui avevo abitato per vent’anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo solo intravisto eppure conosciuto meglio, l’uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l’amante dei ghiacciai.”

Per citare Eco: «Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.» Ci formiamo sugli scarti dei nostri genitori, come Pietro, che vive all’ ombra di suo padre e all’ ombra delle sue montagne, di quella passione così forte, una passione poi trasferita, che inizialmente li ha separati e poi li ha uniti per sempre.

Cognetti, con questa storia ci parla della montagna come metafora della vita e del rapporto che l’uomo instaura con essa. Affronta in maniera poetica anche il tema della solitudine, intesa come scuola formativa, necessità, condizione indispensabile per capirla davvero “la montagna”. E questo Pietro l’ha imparato sulla sua pelle e poi l’ha spiegato a noi.

Pietro ci dice che «Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.» e ci insegna che è con la testa all’ insù che bisogna vivere perché nelle giornate senza nebbia si possono vedere le Alpi anche da Milano.

 

SCHEDA DEL LIBRO:

  • TITOLO: Le otto montagne
  • AUTORE: Paolo Cognetti
  • CASA EDITRICE: Einaudi
  • NUMERO DI PAGINE: 180
  • PREZZO: 18,50