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La figlia di Odino – Siri Pettersen

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E’ con questa dedica che si apre “La figlia di Odino” un romanzo pubblicato da Multiplayer Edizioni che ha tenuto noi appassionati del genere fantasy incollati allo schermo del computer in attesa di scoprire la data di uscita. Inizialmente, non conoscendo ancora la trama, credevo che il libro parlasse in maniera approfondita della mitologia norrena che tanto amo. Invece, l’autrice, ha deciso di presentarci un mondo ex novo con divinità e usanze del tutto inventate. Non posso negare di aver avuto qualche difficoltà durante i primi capitoli nel cercare di sbrogliare la matassa che avvolgeva l’ambientazione. Si parlano di Orbi, del Rito, del potere, del Veggente e tutto questo viene citato durante la lettura senza spiegare chi o cosa sono. L’autrice ha sapientemente scelto di portare avanti la storia lasciando scoprire al lettore tutto quello che serviva man mano che si andava avanti. Come una partita a poker, le carte sono state scoperte con molta, moooolta calma per accrescere la suspance narrativa.

19988963_10155447288437410_1001456862_nI protagonisti di questa storia sono Hirka e Rime. Fin da subito scopriamo che Hirka è un essere che non fa parte del mondo in cui vive. E’ una senzacoda, è quello che viene giudicato un nemico da eliminare. O almeno, questo è quello che pensano tutti tranne l’uomo che l’ha trovata quando lei era in fasce. Lui decide di salvarle la vita e cucirle addosso una bugia:

“La coda ti è stata portata via dai lupi”

Come tutte le bugie però arriva presto il momento in cui bisogna fare i conti con la verità. A Hirka manca il dono, caratteristica unica del popolo con cui vive e presto, quando verrà chiamata a mostrarlo al Consiglio, tutti se ne accorgeranno e per lei sarà la fine. E’ così che inizia la sua fuga ed è così che inizia anche la storia dolcissima di un’amicizia, quella con Rime, che va oltre ogni cosa: la differenza di classe, di razza, di credo.

La Multiplayer Edizioni ha ancora una volta scovato una saga che saprà appassionare il lettore.  Di contro, potrebbe succedere che la storia possa impiegare diversi capitoli prima di risultare avvincente per chi la sta leggendo e il mio consiglio è di non lasciarsi sopraffare e continuare la lettura. Verrete ripagati dell’attesa 😀

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: La figlia di Odino
Autore: Siri Pettersen
Editore: Multiplayer Edizioni
Prezzo: 21,00 €
Pagine: 631

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Se prima eravamo in due – Fausto Brizzi

se prima eravamo in due“Oggi io, i tuoi e i miei nonni siamo tutti dentro di te, come un imbuto dell’amore che ha travasato anni di parole, desideri e sentimenti in un contenitore speciale ed unico. Tu“.

Dopo il diario di una mamma ribelle è arrivato il momento di parlare anche di un papà, famoso, che racconta della sua esperienza come genitore. Con “Se prima eravamo in due” il regista Fausto Brizzi ci vuole rendere partecipi di questa assurda avventura che è la paternità. Fausto, già famoso con “Ho sposato una vegana”, torna sugli scaffali con un diario destinato alla figlia in cui racconta passo dopo passo (partendo dalla gravidanza) le cose che hanno caratterizzato l’arrivo di Penny e tutti i cambiamenti che sono poi sopraggiunti alla sua nascita.

Iniziamo con un piccolo plauso a Claudia, la moglie dello scrittore. Devo darle atto di essere una donna spiritosa perchè, se fosse stata anche solo un minimo permalosa, probabilmente questo libro sarebbe finito in un falò insieme al marito. Dico questo perchè Claudia purtroppo, per il lettore, è un personaggio difficile da digerire. Più che racconti famigliari a volte sembra di leggere le cronache di un piccolo regime dittatoriale in cui i sudditi, (n.b. il papà) soccombono al volere incontrastato del capo di stato (n.b. la mamma) e quasi sempre finiscono ai lavori forzati (n.b. dieta e seitan a colazione). Sono stati fin troppi i momenti in cui era difficile capire come potesse, il nostro povero protagonista,  accettare così questo ruolo marginale in cui era stato relegato. Della serie: “Io partorisco sotto atroci sofferenze, quindi tu non puoi scegliere neanche il colore dei calzini che la bimba dovrà mettere alla nascita”. Insomma, spesso durante la lettura ho avuto voglia di richiudere il libro proprio perchè Claudia era, lasciatemelo dire, antipatica e insopportabile.

Per fortuna però questo libro non è solo Claudia e il suo ruolo di mamma (vegana e salutista). “Se prima eravamo in due” è ricco di momenti divertenti in cui si ha la fortuna di poter entrare nella testa di un papà a scoprire l’importanza che ha, per lui, quell’esserino che tiene tra le braccia. Troviamo quindi tra le pagine tante scene simpatiche di panico e confusione, altre che già fanno intuire che il feeling tra una bambina e suo padre è unico e inevitabile e poi infiniti attimi di dolcezza che riempiono il cuore di chi legge. Un esempio potrebbe esserlo questa spiegazione sul motivo per cui i nonni sono così pazzamente innamorati dei propri nipoti:

Oggi che sono padre capisco perchè i nonni impazziscono all’arrivo dei nipoti. Un nipote è un bis insperato del tuo artista preferito. E’ un elisir di lunga vita, un secondo giro sulla giostra quando ormai credevi che il luna park avesse chiuso. Un nipotino è l’immortalità.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 120
Prezzo: 13.00€

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Le mamme ribelli non hanno paura – Giada Sundas

Ho scop7742628erto Giada Sundas dopo aver letto una sua frase condivisa su facebook da una mia cara amica che recitava più o meno così:

“Inutile scervellarsi sul nome da dare al proprio figlio. Potrà essere anche il più particolare possibile ma ricorda che comunque vada, quando lo chiamerai per tornare a casa, non si girerà.”

Per me che stavo cercando, in quel periodo, un nome da dare a mia figlia che fosse fuori dagli schemi fu una sorta di illuminazione. Da quel momento ho continuato a seguire Giada (su facebook, non sotto casa eh) con assiduità e per questo mi sono rallegrata quando ha dato il felice annuncio: stavano per pubblicare il suo libro.

Le mamme ribelli non hanno paura è un diario a cuore aperto scritto per la piccola Mya. Vengono raccontati con allegria e sincerità prima i mesi della gravidanza e poi quelli della nascita e crescita di Mya. Da neomamma non ho potuto fare a meno di rivedermi in Giada, nelle sue ansie pre e post parto, nei momenti emozionanti che accompagnano costantemente la vita di una mamma. Sorrisi, tanti brividi e qualche lacrimuccia sono stati fedeli compagni di questa lettura e con piacere ho ritrovato, tra i vari capitoli, i post che hanno reso Giada una mamma seguitissima su Facebook.

«Moreno, devo dirti una cosa.»
«Che succede?»
«Però cerca di non agitarti, va bene?»
«GIADA CHE SUCCEDE?»
«Ho perso il tappo»
«E dove è andato adesso “sto tappo” Te lo dico sempre di richiuderlo che poi va a finire che si secca.»
«Ma di cosa stai parlando?»
«Del dentifricio.»
«Macchè dentifricio, Moreno, ho perso il tappo mucoso del collo dell’utero.»
«E che ci facevi con un tappo nel collo dell’utero, scusa?»
«Si forma da solo per tenerlo chiuso, poi si stacca quando si è vicini al parto»
«E adesso che succede? Una vota che non c’è più il tappo, esce fuori la bambina?»
«Non credo sarà cosa tanto immediata, potrebbe volerci una settimana […]»
«Oddio quindi la bambina potrebbe venire fuori da un momento all’altro?»
[…]«Ma adesso che non c’è più il coperchio, magari sguscia fuori al primo colpo di tosse»
«Magari fosse così facile»
«Non spingere troppo quando fai la cacca, ancora poi la ritroviamo appiccicata al Fresh Discs»

Questo diario, come potete vedere dalla citazione, non racconta solo di Giada. Tra le pagine del libro troviamo anche la figura di Moreno, il papà. Un marito amorevole, divertente, un papà attento, sereno. L’autrice ci fornisce la sua testimonianza a 360 gradi, non manca nessuno in questo universo familiare che ruota, com’è giusto che sia, tutto intorno a Mya. Giada ha deciso di non imbellettare, alla figlia, niente della sua storia. Le confessa subito che non è stato amore a prima vista, che non è stato semplice e che a volte avrebbe volentieri premuto il tasto di rewind per tornare indietro. Parla, alla futura Mya, senza peli sulla lingua e senza maschere. Chi è mamma o che lo diventerà si sente sollevata nel sapere che, anche quando tutto potrebbe sembrare nero e in salita, poi le cose cambiano. Che lì in quella strada tortuosa ogni tanto lo trovi uno spiazzale dove fermarsi e riprendere fiato e di solito, proprio da quei punti raggiunti con tanta fatica, godi di una vista meravigliosa da togliere il fiato e capisci che non è poi tanto male quello che stai facendo, anzi, ogni sacrificio è ripagato mille volte.

Mentre ero seduta sul divano nel periodo più duro della mia vita, con un aspetto inguardabile, tu staccasti la bocca dal mio seno, mi guardasti lì, dove i bambini sanno che le mamme accatastano l’amore, e mi regalasti una mezzaluna sghembo tutta gengive e complicità. «Ah» dissi «adesso sì che ho capito»

L’unica critica (si fa per dire) che devo muovere a Giada è che ora, per colpa (o grazie) a questo libro è venuta anche a me voglia di scrivere un diario da lasciare alla mia bambina quando sarà più grande. Sono sicura che questa cosa capiterà a tutte quelle che lo leggeranno.

Per chi invece non è ancora mamma e si stesse domandando se il libro potrà apprezzarlo lo stesso la mia risposta è: si, si e ancora si. La simpatia di Giada Sundas merita questo tentativo 😀

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SCHEDA LIBRO

Autore: Giada Sundas
Editore: Garzanti
Pagine: 180
Prezzo: 16,40€

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Intervista a Guido Mina di Sospiro

Oggi vi lasciamo con un’intervista all’autore di “Sottovento e sopravvento” (recensione che trovate QUI ) Guido Mina Di Sospiro. E’ stato davvero interessante sentire, direttamente dalla voce dell’autore, i piccoli dettagli che hanno reso possibile la stesura di questo romanzo. Il dietro le quinte di un libro fatto di tanti piccoli dettagli che lo rendono una lettura fatta di riflessioni e punti di vista su cui soffermarsi per andare oltre le righe scritte.

Nella prima parte del libro si alternano le storie di Chris e di Ruth. Entrambe storie complicate che portano a riflettere su temi importanti come, nel caso di Chris, l’essere diversi rispetto alla società che ci circonda per un difetto fisico. Il personaggio però reagisce facendo del suo difetto e dell’iniziale derisione della gente un suo punto di forza. Quanto è stato difficile la costruzione di questo personaggio con tutte le sue sfaccettature caratteriali?

Chris non è stato difficile perché l’ho messo in un contesto irlandese che io ormai conosco molto bene avendo ambientato un altro libro in quella splendida terra. L’unica cosa che lo contraddistingue dagli irlandesi del suo stesso ceto è questa inspiegabile attrazione per la ricerca dei tesori. E’ una cosa sulla quale capitombola per caso quando sente questi inglesi che sono ormeggiati accanto alla sua barca e che parlano di questi tesori nelle Antille. E’, in realtà, una professione di fede più che per soldi. Una cosa abbastanza comune in certi ambienti marinai. Il motivo che spinge un uomo a diventare un cacciatore di tesori è difficile da spiegare, anche loro non ci riescono. Ma una volta che sono destinati a questo diviene un percorso abbastanza lineare. Pensano solo a quello, non è detto che si arricchiscano, anzi, ha un effetto collaterale. Infatti si chiama – caccia – al tesoro, perché risveglia questo brivido antico del cacciatore.

Il secondo personaggio che abbiamo nominato prima è Ruth. Qui la storia sembra partire da un fallimento della ragazza che la porta poi a scoprire la verità sulla sua nascita e la spinge a partire alla ricerca della sua famiglia biologica ed adottando il nome di battesimo: Marisol. Qui ci si aspetterebbe una sorta di evoluzione del personaggio che, invece, rimane inerme e si lascia trasportare dagli eventi fino a quando, delusa dal risultato della sua ricerca, decide di tornare ad essere semplicemente Ruth e di rinunciare a scoprire la verità. Come mai ha deciso di contrapporre alla personalità battagliera e sognatrice di Chris una donna così razionale e, a tratti, fredda?

Per giocare su questo contrasto razionale/irrazionale, sottovento/sopravento. Per una volta ho voluto fare un uomo irrazionale e la donna razionale. Ho invertito le parti. Lei inizialmente è terribilmente algida e cerabrale e quando il suo mondo fatto di logica crolla, si trova persa.

Nelle ultime due parti i protagonisti giungono infine su un’isola deserta che scoprono poi essere la meta del loro viaggio. Ma, al momento del ritrovamento del tesoro, capiscono che quello che cercavano non era l’oro ma una sorta di crescita interiore e la consapevolezza di sé che hanno, inconsciamente, maturato durante tutta questa avventura. Può raccontarci della loro crescita all’interno della storia?

E’ una ricerca continua da entrambe le parti. Chris cerca un tesoro che però non riesce a trovare e così anche Ruth si impegna in due ricerche, quella filosofica e poi quella della sua identità e questa cosa li accomuna: sono due personaggi che hanno voglia di cercare e ricercarsi, ma non vicendevolmente. Poi però si trovano. Si cambiano. Non potrebbero essere più opposti Chris e Marisol ma alla fine si uniscono e si trovano più solidi di prima.

Tutto il romanzo ha questa narrazione un po’ onirica e filosofeggiante. Alcuni punti possono apparire anche un po’ ostici. Quindi una domanda sorge spontanea : il suo tipo di scrittura pensa sia rivolto ad una fascia specifica di lettori o, con un po’ d’impegno, può essere estesa a tutti?

Penso che non ci sia un target specifico. E’ stato apprezzato dalle donne per i tratti “pirateschi” e certi lo hanno paragonato anche alla storia di La bella e la bestia. La bella cubana, il gigante gobbo, con i capelli lunghi. Non so bene a chi sia rivolto. Io, naturalmente, spero a tutti. Mi diranno i lettori se è così.

Lei vive in America e lì i gruppi di lettura sono ormai una realtà consolidata. Da un po’ di anni anche in Italia sono stati creati questi gruppi di lettura. Li considera una realtà capace di poter rilanciare la lettura anche in Italia?

Sono i nostri alleati, sono i nostri amici. I book club sono la linfa degli scrittori. Sono, secondo me, una tradizione molto bella. In America ne esistono molti, anche con tantissimi membri. Spero che questa cosa possa diventare una realtà consolidata anche in Italia.

Autrici: Babibooksdolcedany84

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La paranza dei bambini – Roberto Saviano

“Il segreto della frittura di paranza è saper scegliere i pesci piccoli: nessuno deve stare in disequilibrio con gli altri. La frittura di paranza è tale quando tutto ciò che ti finisce in bocca puoi masticarlo senza identificarlo. La frittura di paranza è lo scarso dei pesci, solo nell’insieme trova il paranzasuo sapere. […] Tirate in barca le reti, sul fondo rimangono questi minuscoli essere confusi tra la massa dei pesci, sogliole non cresciute, merluzzi che hanno nuotato troppo poco. Il pesce viene venduto e loro restano sul fondo della cassetta, tra i pezzi di ghiaccio sciolti. Da soli non hanno alcun prezzo, alcun valore, raccolti in un cuoppo di carta e messi insieme diventano prelibatezze. Insieme nel fondo del mare, insieme nella rete, insieme impanati, insieme messi nel rovente olio, insieme sotto i denti e nel gusto – uno soltanto, il gusto della paranza.”

È così che Saviano parla della paranza dei bambini, descrivendo come nasce e come fa a sopravvivere in mezzo a “pesci” molti più grandi di loro. Tutti conosciamo la serie che ha reso famosa e più chiara a tutti la situazione sociale che si vive in certe zone di Napoli, e con questo libro, lo stesso autore vuole puntare l’obiettivo su un’altra piaga di quei quartieri: i bambini che vivono ogni giorno tutto questo. Sapevo, iniziando a leggerlo, che sarebbe stata una lettura dura. Si fa fatica a pensare che quei gesti, quelle parole, quelle azioni tremende siano opere di bambini che in una società normale dovrebbero stare al campetto di calcio o a casa di amici a commentare l’ultimo gioco della xbox appena uscito. Qui, in questo libro, i videogiochi vengono usati solo come addestramento per un agguato. Le missioni di Call of Duty sono l’antipasto a un omicidio. La corsa a GTA serve per sperimentare sul virtuale il furto di un camion. Niente, per questi bambini, è solo e soltanto un gioco. O forse no?

E se in maniera molto superficiale siamo portati inizialmente a pensare che, se questi ragazzini sono spinti tra le braccia del crimine, è solo perché l’esempio è venuto dai genitori beh… dobbiamo subito ricrederci. Saviano ci mostra chiaramente l’impotenza dei genitori, la loro totale incapacità nel poter cambiare le cose. Il loro destino è quello di vedere i figli prendere una strada che sanno porterà a qualcosa di terribile e sentirsi impotenti. I sacrifici fatti dai genitori per il bene della famiglia sono visti, dai figli, come qualcosa di inutile. Lavorare dodici ore al giorno per pochi euro fa di te non un padre amorevole, ma un padre debole, senza spina dorsale. Se spacciare, rapinare e uccidere mi fa guadagnare il doppio di quello che prendi tu spaccandoti la schiena, io mi sento in diritto di guardarti dall’alto verso il basso, di disprezzarti. Non “si ‘omm” lavorando così.

“Pensavano ai portafogli smunti dei genitori che faticavano tutto il giorno, che si dannavano con lavori e lavoretti spezzandosi la schiena, e sentivano di aver capito come si sta al mondo più assai di loro. Di essere più saggi, più adulti. Si sentivano più uomini dei loro padri.”

Passi buona parte della lettura a sospirare angosciato e speri sempre che succeda qualcosa che possa far breccia nella testa di chi, in fondo, è ancora piccolo. Ti chiedi dove sia finita la loro sensibilità, quella che dovrebbe fargli sentire forte il desiderio di un abbraccio dalla mamma, della normalità di una giornata a scuola, dei problemi che sono in realtà dei non problemi. Speri che capiscano che quello che sta succedendo è sbagliato. E invece no. Anche gli eventi peggiori non hanno alcun peso sulle loro anime. La crudeltà si radica nel cuore e nel cervello dei protagonisti e non esiste più speranza. Chiudi il libro con la voglia di tornare indietro per non sapere. Ma ormai è tardi. Sei entrato, grazie a Saviano, direttamente nel covo di questi bambini e hai visto. Hai sentito. Puoi solo sperare che un giorno tutto cambi. Che la speranza ci sia, da qualche parte, in quel mare di tenebra in cui affondano, fin da piccoli, questi ragazzi.

«E ti pare che mi metto paura di un bambino come te?»
«Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per sparati in faccia ci metto un secondo.»
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Editore: Feltrinelli
Pagine: 352
Prezzo: 18.50 euro
Anno Pubblicazione: 2016

 

(In collaborazione con Thrillernord )

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“Anna” di Niccolò Ammaniti

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Quando ti appresti a leggere un libro di Niccolò Ammaniti sai già che dovrai prepararti a prendere schiaffi in faccia e pugni nello stomaco. La sua scrittura è cruda e non ha alcun interesse a far sentire bene e a suo agio il lettore. Le sue sono storie che mettono in luce la parte più “scura” dell’uomo, quella che “non sta bene raccontare” perchè è bello pensare che ci sia sempre speranza nella vita.. Potete immaginare, quindi, il mio timore a iniziare questo libro che vede come protagonisti i bambini. Mi aspettavo di tutto, mi aspettavo il peggio. Ammaniti ci accompagna in una Sicilia ridotta a un ammasso di ruderi: un virus ha ucciso tutti gli adulti e ha lasciato in vita i bambini. In realtà però anche questi ultimi sono destinati a morire a causa della malattia: il virus infatti è presente anche in loro ma in forma latente e solo raggiungendo la pubertà verrà risvegliato. Insomma, l’umanità sembra andare verso l’estinzione. La protagonista di questo libro è una bambina di tredici anni, Anna. E’ la prima volta, credo, che Ammaniti consegna il ruolo da protagonista a una ragazzina e questo dettaglio, insieme al resto della trama, mi ha incuriosito fin da subito. Anna è sveglia, forte, non ha paura di niente. E’ bello che lo scrittore abbia deciso di mettere lei nel ruolo di “protettrice” del fratello minore e non il contrario. Le femmine, in questo libro, sono quelle che prendono il comando di tutte le bande che durante la lettura andremo a incontrare. Una coincidenza? Mi piace pensare che in una società che parte da zero, dove è il più sveglio a sopravvivere, ognuno riesce a ottenere il posto che gli spetti senza nessuna distinzione di sesso.

Come molti dei suoi libri, anche questo ti tiene incollato alle pagine. Proprio non riesci a non pensare ad Anna, al mondo distrutto, alla fine dell’uomo. Questa ragazzina, il fratello piccolo Astor, il cane Coccolone, diventano subito importanti per te che segui la storia. Devi assicurarsi che i problemi, per loro, si risolvano al più presto. Poi ti ricordi che il libro lo ha scritto Ammaniti e speri solo, pagina dopo pagina, che non succeda loro niente di troppo terribile.

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Quando Astor viene rapito non puoi fare a meno di ammirare come, senza paura, la sorella si metta in moto per ritrovarlo. Sola, con la morte che le sussurra all’orecchio a causa della pubertà sempre più vicina, lì dove anche un adulto perderebbe la speranza lei lotta e continua la sua ricerca. L’unica cosa che forse mi ha lasciata un po’ perplessa della storia è il modo di comportarsi di alcuni di questi bambini. Sono quattro anni, circa, che vivono senza la presenza di un adulto e non puoi fare a meno di chiederti chi abbia insegnato loro i rudimenti della caccia o della macellazione. In una società come la nostra in cui già da piccoli piazziamo loro in mano uno smartphone, dove cerchiamo di evitargli sforzi e fatiche, possiamo davvero credere che questa generazione di nati in città e iper protetti possa davvero sopravvivere? Ammaniti ci mostra un ritorno allo stato brado che però sembra, almeno ai miei occhi, poco credibile. Come fanno, bambini che avevano quattro anni all’epoca della morte degli adulti, a capire come tagliare e cuocere la carne di un animale ucciso da loro? Istinto? E’ una delle tante riflessioni che questo romanzo ti costringe a fare.

Lo scenario di desolazione descritto nel libro è talmente reale e credibile che al termine della lettura sarai spinto a guardarti intorno e a sperare che niente di quanto letto possa mai succedere. Ammaniti ti fa venire voglia di vivere perchè ti racconta quanto brutto potrebbe essere il mondo.

Scheda del libro:

  • Editore: Einaudi
  • Pagine: 284
  • Prezzo: 18.00 €

 

(in collaborazione con Thrillernord)

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Kafka e la bambola viaggiatrice di Jordi Sierra i Fabra

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Oggi vi parlo di un libro dolce e tenero come un cupcake. Un libro che compri e leggi in un solo giorno e che ti lascia con un sorriso in viso e la voglia di raccontare questa incredibile vicenda a qualcuno. Il protagonista di questa storia (che poi tanto inventata non è) è Frank Kafka, uno scrittore complesso che tutti noi associamo a opere “tormentate”, profonde. In questo libro si racconta di un episodio che non tutti conoscono, realmente avvenuto ma romanzato dall’autore Jordi Sierra i Fabra che prova immaginarsi come, questa storia, possa essere nata e proseguita.

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Frank Kafka (nel libro il nome viene ripetuto sempre, completo, come a voler ricordare al lettore di chi stiamo parlando, della serie “E’ stato Frank Kafka eh, mica Topolino”) sta passeggiando nel parco di Steglitz quando si imbatte nel pianto disperato di una bambina. Non riesce proprio a escludere quel suono dalla sua testa o a fare finta di niente. Magari si è persa? Qualcuno le ha fatto del male? No, niente del genere. Ha smarrito la sua bambola, Brigida. E’ inconsolabile. Dal niente, nella mente di Kafka, si forma subito un’idea, una soluzione pratica per placare il dolore della piccola: la bambola non si è smarrita, è semplicemente partita per un lungo viaggio.

“E lei come fa a saperlo?”
“Beh…io sono il postino delle bambole. Ho una lettera per te da parte di Brigida ma te la porterò domani perchè oggi ho finito il mio turno di lavoro”

Immaginate la scena? Il ritorno a casa dello stesso autore di “La metamorfosi” che si deve mettere alla scrivania e inventare una lettera fingendosi una bambola? La scena è esilarante, ma Frank vuole fare le cose per bene e così, giorno dopo giorno, assistiamo agli incontri nel parco e alla lettura di queste belle e preziose lettere che serviranno a Elsi per imparare che il distacco non è una cosa poi così negativa, che separarsi a volte serve per crescere, che viaggiare è bello magico. Kafka non lascia niente al caso, vuole placare il cuore della piccola e quel compito di responsabilità che si è preso nei suoi confronti lo spinge a recarsi ogni giorno a quegli strani appuntamento, con una nuova missiva e una nuova storia.

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Durante la lettura ho fatto mille foto a varie citazioni per condividerle con le mie amiche, ero davvero – innamorata – di questa versione di Kafka, delle parole che venivano dette e del motivo per cui si era imbarcato in quella strana e bella avventura. Questo è un libro che consiglio, il romanzo perfetto per affrontare un periodo “no” con la lettura. Una favola dolce da leggere ai propri figli o semplicemente a se stessi.

Alla fine del libro troviamo le parole di Jordi Sierra i Fabra che ci racconta come, queste lettere, siano state cercate in lungo e in largo ma mai trovate. Immaginate che meraviglia potrebbe essere se un giorno saltassero fuori? Magari una bambina, frugando in un vecchio baule impolverato, si ritroverà in un mano questa magica e unica corrispondenza tra Brigida, la bambola, ed Elsi, la sua padroncina. ♥

Scheda libro:

Editore: Salani
Prezzo: 8.50 euro
Numero di pagine: 120