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Il prigioniero del cielo – Carlos Ruiz Zafón

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Il prigioniero del cielo, terzo volume della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, cerca di dare delle risposte alle domande che i libri precedenti avevano lasciato nella mente del lettore, di comporre un puzzle di indizi disseminati ovunque, ciò nonostante, mai, la scrittura di Carlos Ruiz Zafón si presenti rasserenata e risolutrice.
Sempre nell’animo del lettore rimane un’amara inquietudine, una richiesta di senso, una percezione di vuoto incolmabile.
Nel dicembre dell’anno 1957 a Barcellona Daniel Sempere – protagonista indiscusso de “L’ombra del vento – si occupa della libreria di famiglia assieme al padre e all’ormai amico fidato Fermín.
Un giorno entra in libreria uno strano individuo, evidentemente segnato nel corpo dagli orrori della guerra, che compra una preziosa edizione de “Il Conte di Montecristo”, pagandola quasi il triplo del valore originale, e, dopo aver apposto una dedica alquanto inquietante, chiede a Daniel di consegnarla immediatamente a Firmín.

A Firmín Romero de Torres che è tornato
dal mondo dei morti e possiede la chiave del futuro.
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Come un vero e proprio sigillo infernale questa dedica spalanca la porta di un passato oscuro e lascia che antichi fantasmi facciano visita a un presente apparentemente tranquillo e a Daniel che, per scoprire molteplici verità nascoste, dovrà addentrarsi in un labirinto costellato di maledizioni e di torbidi sospetti.
Firmín, protagonista secondario dei volumi precedenti, diverrà il punto focale di questo romanzo, il punto di congiunzione, facendo venire a galla gli aspetti più oscuri e inaspettati del suo vissuto che si profila come una ferita infetta ancora pulsante.
Firmín, novello Mattia Pascal, era stato quasi costretto a cambiare identità, a diventare un fantasma, un individuo che in realtà “non esiste”:

Durante la guerra civile e grazie ai sinistri uffici dell’ispettore Fumero, che a quei tempi, prima di passare dalla parte dei fascisti, faceva da macellaio al soldo dei comunisti, il mio amico era finito in galera, dove stava per perdere la ragione e la vita. Quando era riuscito a tornare in libertà, vivo per puro miracolo, aveva deciso di adottare un’altra identità e di cancellare il proprio passato. Moribondo, aveva preso in prestito un nome visto su un vecchio manifesto che annunciava una corrida nell’Arena Monumental. Così era nato Firmín Romero de Torres, un uomo che inventava la propria storia giorno dopo giorno.

La narrazione, sull’onda del flashback, si muove, attraverso due registri temporali, tra passato e presente, tra le vicende del 1939 raccontate da Firmín e quelle del 1957 raccontate da Daniel; il gioco prospettico e polifonico che ne deriva è senza dubbio ben riuscito.
È proprio questo andirivieni temporale a conferire al romanzo di Zafón un tratto realistico che non riesce a controbilanciare perfettamente il tratto poetico della penna dello scrittore, ma anche a far luce sui tratti più oscuri e incomprensibile di un’intricata vicenda

 

 


 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Mondadori
Pagine: 352
Prezzo: 12,00 €
Voto: 7/10

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Cirano di Bergerac – Edmond Rostand

Cirano di Bergerac (o Cyrano de Bergerac, come recita il titolo originale) è una meravigliosa opera teatrale pubblicata nel 1897 dal francese Edmond Rostand.
Lungi dall’essere la trasposizione di una banale storia d’amore, il dramma narrato da Rostand si propone di indagare con grande abilità letteraria e metaletteraria le molteplici sfaccettature dell’animo umano.
La tensione drammatica si sviluppa attraverso la presenza sulla scena del poeta Cirano e del suo doppio, il valoroso barone Cristiano di Neuvillette.
Bianco e nero, poesia e guerra, interiorità ed esteriorità, anima e corpo, bruttezza fisica e avvenenza, qualificando rispettivamente i due personaggi, si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, senza mai perdere la propria identità.
Entrambi, però, sono accomunati per l’amore della bellissima Rossana, cugina di Cirano; lei però ricambia solo l’amore di Cristiano.

Ma come Cristiano stesso confessa:

Temo ch’ella non sia civetta e raffinata…

E poiché non ho spirito, non oso d’accostarla…

Mi turba il bel linguaggio ch’or si scrive e si parla.

Io non son che soldato, e in amor mi confondo…

– Ella vien sempre a destra, nel palco vuoto, in fondo.

Cirano, invece, pur essendo abilissimo poeta d’amore, si tormenta non poco a causa dell’orrendo naso che lo contraddistingue:

Chi?… Cerca un po’, vediamo. Questo mio maledetto

naso che mi precede di un quarto d’ora ovunque

mi vieta fin l’amore di una brutta… Chi dunque

amo? Non ti par chiaro?… Chi è la donna mia?

Io amo – è naturale! – la più bella che sia!

E più avanti:

Talvolta, credi, m’è duro assai

Sentirmi così brutto solo!…

Sarà l’amore di Cristiano per Rossana, quello di Rossana per Cristiano e quello non ricambiato di Cirano per la stessa a mettere in moto la macchina teatrale, a creare molteplici fraintendimenti, svariati colpi di scena nei quali si mescolano ironia e amarezza.
È proprio la presenza, latente e non, di una dolce amarezza a rendere “umano, troppo umano” il personaggio di Cirano e a lasciare che i lettori, di ogni tempo e di ogni luogo, si indentifichino con l’arguto, romantico, ma mai smielato Cirano di cui Cristiano diviene “maschera” perfetta:

Sì, scriviamola, sì,

questa lettera cento volte già fatta in me,

cento volte rifatta, sì che è pronta, sì che

ponendo accanto al foglio l’anima mia, mi pare

ch’io non debba far altro fuor che ricopiare.

Prima attraverso un processo di “empatia” e poi di “simpatia”, il Cirano di Rostand diviene l’esemplificazione più efficace e meglio riuscita “dell’uomo” – prima ancora che “dell’innamorato” – con tutte le paure, le ansie, i sogni, i rimorsi, i rimpianti, le aspirazioni che qualificano l’umanità tutta: “l’umano sentire” fuoriesce con tutta la sua drammatica dalla pagina scritta.

Se continuassi a svelare la trama della vicenda farei un torto al lettore, voglio invece lasciargli il privilegio di poter scoprire l’evoluzione della vicenda.

Buona lettura!

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: BUR
Pagine: 254
Prezzo: 8.00€
Voto: 8,5/10

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Dell’amore e di altri demoni – Gabriel García Márquez

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Dell’amore e di altri demoni, scritto alla fine degli anni novanta da Gabriel García Márquez, sin dalle prime pagine, si presenta senza ogni ombra di dubbio come un piccolo capolavoro letterario.
L’autore per la stesura del suo romanzo trae ispirazione dal reale ritrovamento avvenuto a Categena de Indias nel 1949, nella cripta del convento di Santa Clara, del corpo di una giovinetta di dodici anni con dei lunghissimi capelli in perfetto stato di conservazione.
La pietra tombale che nasconde il corpicino reca inciso “Sierva María de Todos los Ángeles”. È da qui che prende inizio la nostra storia.
In Colombia, negli anni in cui la presenza ingombrante dell’Inquisizione spagnola si fa sempre più forte e capillare, si colloca la storia della dodicenne Sierva María, figlia del marchese don Ignacio de Alfaro y Dueñas, che, nonostante sia figlia di un nobile, passa la sua vita con i servitori della casa apprendendo da questi tre lingue africane e una serie sconfinata di riti misteriosi.
Un giorno però, la ragazza viene morsa alla caviglia da un cane affetto da rabbia: sarà questo avvenimento a dare una svolta non solo alla vita di Sierva María, ma a tutto ciò che la circonda.
Se in un primo momento non mostra alcun sintomo di contagio, dopo all’incirca tre mesi alcuni comportamenti della ragazza fanno sprofondare in uno stato di preoccupazione e angoscia suo padre che, deciso a comprendere fino in fondo cosa stia succedendo alla giovane, decide prima di sottoporla alle stravaganti cure del medico Abrenuncio de Sa Pereira Cao e successivamente di rivolgersi al vescovo che deciderà di far rinchiudere Sierva María nel convento di Santa Clara affidandone la redenzione dell’anima all’esorcista Cayetano Delaura.
Quest’ultimo, dopo attente osservazioni, non solo comprende che la ragazza non è posseduta dal demonio, ma, giorno dopo giorno, se ne innamora perdutamente, tanto da andare di nascosto a trovarla:

Se ne andò dopo due ore, felice, in quanto Sierva María aveva accettato che lui tornasse, purché le portasse i suoi dolci preferiti dei portici. La notte successiva arrivò così presto che c’era ancora vita nel convento, e lei aveva il lume acceso per terminare il ricamo di Martina. La terza notte portò stoppino e olio per alimentare la luce. La quarta notte, sabato, passò diverse ore ad aiutarla a schiacciarsi i pidocchi che avevano ripreso a proliferare durante la reclusione. Quando la chioma fu netta e pettinata, lui sentì ancora una volta il sudore gelido della tentazione. Si coricò accanto a Sierva María col respiro dissonante e incontrò i suoi occhi diafani a un palmo dai propri. Entrambi rimasero storditi. Lui, pregando di paura, resse il suo sguardo.

Cayetano, pur consapevole del rischio che corre, le confessa i suoi sentimenti:

E senza lasciare tempo a panico si liberò della materia torbida che gli impediva di vivere. Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto e il potere di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stato morire con lei. Continuò a parlare senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui recitava versi, finché ebbe l’impressione che Sierva María si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impaurita fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:
«E adesso?»
«Adesso nulla» disse lui. «Mi basta che tu lo sappia.»

Se continuassi ad addentrarmi nel vivo del romanzo, continuando a esporre dettagliatamente la vicenda, farei un torto al lettore. Lascio infatti che sia quest’ultimo a scoprire cosa si nasconda dietro le pagine del romanzo, cosa ci voglia dire lo scrittore e, soprattutto, come si articoli la vicenda dei due amanti.
Prima di congedarmi, però, devo assolutamente spendere qualche altra parola a riguardo.
I personaggi che si staccano dalla pagina scritta non sono mai pacificati, sempre “irredenti”, mai del tutto positivi o negativi, sempre avvolti da un immancabile alone di mistero, impossibili da sondare nelle zone più recondite della loro anima. Sono le zone d’ombra a rendere interessanti i personaggi di Márquez e a dar vita a molteplici interpretazioni da parte del lettore. Tutto è inesorabilmente relativizzato, il dubbio sporca la pagina, la presenza di una verità univoca è irrimediabilmente compromessa.
Chi è il colpevole della morte di una giovane ragazza? Chi può giudicare chi? Chi può asserire se un amore sia “giusto” o “sbagliato”?Chi può dire fino in fondo se un individuo sia posseduto dal sacro demone dell’Amore o sia stato contagiato da una terribile malattia? E se invece fosse proprio l’amore a configurarsi come la più terribile e inguaribile delle patologie? Una via di salvezza è possibile? O solo la morte può salvare un’anima?

Lascio ai lettori più temerari lo scioglimento di tali domande.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Mondadori
Pagine: 131
Prezzo: 12.00€
Voto: 8/10

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Domani nella battaglia pensa a me – Javier Marías

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Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno se non chi sia previsto dovrà morire accanto a noi. Molte volte si nascondono i fatti o le circostanze: i vivi e quello che muore – se ha il tempo di accorgersene – spesso provano vergogna per la forma della morte possibile e per le sue apparenze, e anche per la causa. Una indigestione di frutti di mare, una sigaretta accesa quando si sta per prendere sonno che dà fuoco alle lenzuola, o anche peggio, alla lana di una coperta; uno scivolone nella doccia – la nuca – e la porta del bagno chiusa a chiave, un fulmine divide l’albero in un grande viale e quell’albero cadendo schiaccia o stacca la testa di un passante, forse uno straniero; morire con indosso soltanto i pedalini, o dal barbiere con un grande bavaglino, al postribolo o dal dentista; o mangiando il pesce e trafitto da una spina, morire strozzandosi come il bambino la cui madre non è lì a infilargli un dito in gola per salvarlo; morire rasati a metà, con una guancia coperta di schiuma e la barba diseguale fino alla fine dei tempi se nessuno rimedia e per pietà estetica non conclude il lavoro; per non citare i momenti più ignobili dell’esistenza, i più nascosti, di cui non si parla mai se non durante l’adolescenza, perché al di fuori di questa non c’è il pretesto, anche se c’è poi chi li sbandiera per apparire arguto senza riuscirci mai. Ma quella è una morte orrenda, si dice di certe morti; ma quella è una morte ridicola, si dice anche, sghignazzando. Lo sghignazzo viene fuori perché si parla di un nemico finalmente estinto o di qualcuno distante, qualcuno che ci ha fatto uno sgarbo o che abita nel passato da molto tempo, un imperatore romano, un trisavolo, oppure qualche potente nella cui morte grottesca si vede soltanto la giustizia ancora vitale, ancora umana, che in fondo desidereremmo per tutti quanti, noi compresi. Come mi rallegro di questa morte, come mi dispiace, come la celebro. A volte per suscitare l’ilarità basta che il morto sia uno sconosciuto, della cui disgrazie inevitabilmente ridicola leggiamo sui giornali, poveretto, si dice in preda alle risate, la morte come rappresentazione o come spettacolo di cui si dà notizia, tutte quante le storie che si raccontano o si leggono o si ascoltano percepite come teatro, c’è sempre un grado di irrealtà in ciò di cui ci informano, come se niente accadesse mai per intero, nemmeno quello che capita a noi e che non dimentichiamo. Nemmeno quello che non dimentichiamo.

È così che Marías, uno dei nomi più interessanti e apprezzati della narrativa spagnola contemporanea, fa immergere il lettore, lentamente e con amara dolcezza, nelle profonde e oscure acque del suo romanzo “Domani nella battaglia pensa a me”.
Il titolo dell’opera è ispirato al contesto shakespeariano del quarto atto del Riccardo III. Di matrice shakespeariana è, anche, una vera e propria condizione fantasmatica che caratterizza chi vive come quasi perseguitato dalla memoria di chi è morto, dal ricordo che attanaglia la mente sia nel sonno sia nella veglia.
Victor, infatti, protagonista e voce narrante, per tutto il corso dell’opera è tormentato dallo spettro di una donna, Marta, con la quale avrebbe dovuto consumare un rapporto sessuale adulterino. Questo incontro “di corpi”, però, è interrotto dalla morte della donna a causa di un malore improvviso.
È un incontro d’amore mancato, accarezzato dalla velata e incombente presenza della morte, percepita perfettamente dalla donna che chiede a Victor di stringerla a sé, di non lasciarla:

Ho obbedito, ho aspettato, non ho fatto niente e non ho chiamato nessuno, sono soltanto tornato al mio posto nel letto, che non era il mio ma quella della notte continuava a esserlo, mi sono messo di nuovo accanto a lei e allora lei mi ha detto senza girarsi: «Tienimi, tienimi, per favore, tienimi», e voleva dire che la abbracciassi e così ho fatto, l’ho abbracciata dalla schiena, la mia camicia ancora aperta e il mio petto entrarono in contatto con la pelle liscia che era calda, le mie braccia passarono sopra le sue, con le quali si copriva, su di lei quattro mani e quattro braccia adesso e un doloroso abbraccio, e di certo non bastava, mentre il film alla televisione andava avanti senza audio in silenzio e senza che noi ci badassimo, ho pensato che un giorno o l’altro avrei dovuto vederlo prestandoci attenzione, in bianco e nero.

È interessante il fatto che la vita di Marta finisca tra le braccia di un perfetto sconosciuto che, dopo aver compreso la tragedia, decide di andarsene e di non lasciare alcuna traccia.
Victor, però, si assicura che il figlio di Marta stia bene e prova a rintracciare il marito della donna, Eduardo, che si trova a Londra per lavoro, non prima di aver rivestito la donna per darle una morte dignitosa, nonostante per lui si tratti quasi di una perfetta sconosciuta.
Victor, sentendosi gravato del peso delle ultime volontà di Marta, deciderà di cercare di capire cosa nasconda la vita della giovane donna, quale siano le dinamiche del rapporto con il marito, con il padre e con la sorella Luisa.
Con una strategia ben architettata e degna di un giallo, il protagonista cercherà di celebrare una morte, di darle un senso, di sottrarla all’oblio.
Nonostante la difficoltà della scrittura, molto densa, caratterizzata da un ampio periodare, a tratti ridondante – che, però, riesce a cogliere perfettamente i pensieri, i dubbi incessanti, gli interrogativi di Victor – Marías è riuscito sapientemente a rendere la pagina scritta portatrice privilegiata del ricordo.
Quello di Marías, in questo romanzo, è il disperato elogio della vita e della memoria di questa – e, in senso lato, dell’amore – attraverso la ricomposizione dei molteplici, sfaccettati e bifronti frammenti di un’esistenza. La morte, esorcizzata e sublimata con la scrittura e con la continua ricerca di senso, diviene il punto di partenza e non di arrivo di una vita che si rifiuta, con tutte le sue forze, di sprofondare nell’oscurità degli abissi

 

SCHEDA DEL LIBRO
Editore: Einaudi
Pagine: 283
Prezzo: 12,00 €
Voto: 7/10

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Restare vive – Victoria Redel

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Restare vive affronta in modo assai delicato il tema della malattia che, però, Victoria Redel riesce a esorcizzare ponendo al centro della sua storia l’amicizia come antidoto contro le avversità della vita. È l’amicizia delle amiche Helen, Caroline, Molly e Ming che accompagnerà passo dopo passo la terribile malattia di Anna, lasciando trasparire un grande attaccamento alla vita.

Una terribile massa tumorale a cellule Nkt nell’atrio sinistro devasta la vita di Anna che decide di non sottoporsi più a cure dolorose. Anna è sempre ferma nelle sue decisioni, ha fatto la sua scelta:

– Non posso fare altro -. La voce di Anna era limpida, nessun segno di stanchezza o tremore. Neanche l’ombra della consueta cocciutaggine. Un tono così aperto, così affettuoso. Faceva male. – Dovrai imparare a convivere con la mia decisione.

È la vita che si impossessa della pagina, sono le parole di Anna, quelle delle sue amiche, della sua famiglia. È la speranza a illuminare la pagina nera della malattia che in alcuni momenti è così insopportabile da trasportare Anna e le persone accanto a lei nel baratro della disperazione.

il dialogo, la parola si propongono di rallentare la sofferenza di Anna a rendere sopportabili le ore dolorose. La forza della parola si fa portatrice di un significato che sovrasta ogni possibile amarezza terrena. Attraverso il ricordo di momenti di vita vissuta Anna ripercorre teneramente e con un’amara dolcezza le tappe della sua esistenza. Confessioni, segreti, amori, diventano i protagonisti dei racconti delle amiche.

Ma è soprattutto la confessione del figlio di Anna a rallegrarla particolarmente: è in arrivo un bambino.

– Mamma, – disse, tenendole la mano.

Lei annuì per indicare che era sveglia.

– Mamma, ho un segreto da dirti.

Lei sorrise. Era il primogenito, ora un uomo. Oh, quegli anni passati a preoccuparsi senza motivo per Julian. Un ragazzetto timido, che giocava all’angolo del cortile della scuola, dove il marciapiede cedeva alle erbacce, un ragazzetto che conficcava bastoncini nella terra, serio e felice e incurante dei compagni che gli sfrecciavano intorno. «Preso!» gridavano, toccando una spalla, non la sua. All’uscita le faceva male vederlo felice da solo. Voleva che fosse in mezzo al campo da gioco a chiamare le squadre, il capitano.

E ora eccolo, un uomo gentile, ancora silenzioso ancora con la risata a singhiozzo da bambino, ancora al massimo della felicità nei boschi in cerca di spugnole e porri selvatici.

– Mamma, – ripeté Julian, – ho un segreto.

Lei annuì.

– Riesci ad aprire gli occhi?

– Sì, tesoro.

– Un bambino, – disse lui, – avremo un bambino.

Un fervore. Felicità residua. Perfino in quegli ultimi giorni aveva provato felicità, temporanea, talvolta scura quasi come un dolore. Questa però era il culmine.

Una sorpresa inaspettata, quindi, riempi di gioia il cuore di Anna, rompe il dolore della malattia. è la vita che si contrappone alla morte, è la felicità che rischiara l’orrore.La scrittura della Redel, a mio avviso, potrebbe sembrare a tratti troppo spezzettata, tendente a sgretolarsi sulla pagina scritta, ma forse, un andamento siffatto non è casuale: sono la frammentarietà del ricordo, la presenza di una pluralità di voci, i momenti terribili della malattia a farsi immagine emergendo dalla pagina.

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Einaudi
Pagine: 283
Prezzo: 18.00€
Voto: 7/10

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Il giunco mormorante – Nina Berberova

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Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco «no» che sembrava irrevocabile si muta in «forse» – , momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. È stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto del giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di «aspettare un poco» prima di spingerci nel baratro.

L’incipit del romanzo “Il giunco mormorante” della scrittrice russa Nina Berberova riassume magistralmente in poche righe tutta la vicenda, una vicenda segnata da addii e ricongiungimenti, da separazioni e ritrovamenti, da oblio e memoria, e lo fa con una delicatezza della penna e con un’eleganza poetica che solo una donna possiede. Il titolo riprende i versi della poesia Est in arundineis modulatio musica rapis del poeta russo Fëdor Tjutčev posta in epigrafe.
La brevitas contraddistingue la modalità di raccontare della scrittrice russa, ma mai sfocia in una scrittura scarna e disadorna, mai nella descrizione frettolosa e poco curata di una vicenda amorosa.
La Berberova, in meno di ottanta pagine, ci parla delle vicende di due amanti tra Parigi, Stoccolma e Venezia. È la protagonista femminile a parlare in prima persona e ad accompagnare il lettore in una vicenda intima e silenziosa che si esprime attraverso i moti dell’animo.
Conosciutisi a Parigi, i due amanti sono costretti a separarsi alle soglie della seconda guerra mondiale. Si ritroveranno, grazie all’intervento del caso, anni dopo a Stoccolma. La descrizione di questo momento è tratteggiata dapprima con una incredibile dolcezza, poi con una vibrante amarezza, infine con un cupo disincanto.

Quando tutti presero posto, e prima che il maître portasse il menu, io non solo vidi Ejnar a due passi da me, ma in modo del tutto naturale incontrai i suoi occhi. Senza staccare da me lo sguardo, cominciò ad alzarsi dalla sedia, lentamente con in mano il tovagliolo e la bocca stirata in un sorriso innaturale e sgradevole che non gli avevo mai visto; poi lasciò cadere il tovagliolo sulla sedia e venne verso di me, e in quel momento capii che era riuscito a dominarsi: il viso leggermente invecchiato esprimeva ciò che lui voleva, si sforzava di esprimere: la piacevole sorpresa di incontrare una vecchia amica. Il suo viso era tornato quello di un tempo.

La protagonista riesce a rivedere il suo amato Ejnar, ma tante cose sono cambiate, tanti equilibri sono stati sconvolti, troppe cose si pongono tra i due, un’altra donna è entrata nella vita del suo amore parigino.
Se Parigi è la città dell’incontro amoroso, della passione, e Stoccolma è la città del “ritrovarsi”, Venezia è la città del disincanto, della presa di coscienza, della caduta di ogni illusione amorosa e non, della riappropriazione del proprio io. È qui che ritorna e cade definitivamente quel “forse” che nell’incipit la Berberova aveva preferito al “no”, quel “forse” che sicuramente l’autrice (e la narratrice onnisciente) aveva scelto non a caso, non per sbaglio, ma per permettere al lettore di percorrere e non di ripercorrere le peripezie dei due amanti.
A Venezia la protagonista denuncia l’amarezza del destino avverso, inizialmente creatore di illusioni, subdolo mentitore, poi pronto a svelare le fitte e nere trame dell’illusione.

È il destino che gentilmente abbassa il predellino della sua antiquata carrozza e mi tende la mano per aiutarmi a salire, ma a pensarci, e a pensarci seriamente, si arriva a uno sciocco calembour: il destino mi tende il piede, mi fa lo sgambetto per atterrarmi, per mettermi al tappeto…

La no man’s land, la gabbia dorata di un amore illusorio, passato, interrotto dalla seconda guerra mondiale, creatrice di un mondo senza tempo, di una vita “che appartiene solo a noi”, è sostituita col tempo dalla realtà, dalla vita vera. L’interiorità dell’animo cede il passo alla prosa del mondo.
La bellezza del romanzo consiste nella continua sovrapposizione di azione e pensiero, di detto e inespresso, di illusione e consapevolezza, di inganno e presa di coscienza, di sentimento e pragmatismo, di sensazioni e necessità e nel sapiente uso dell’arte allusiva. È impossibile non intravedere sullo sfondo “Le notti bianche” di Dostoevskji, “Le affinità elettive” e “I dolori del giovane Werther di Goethe”, “Lolita” di Nabokov.
La Berberova, inoltre, riesce sapientemente a legare indissolubilmente l’anima del lettore ai pensieri dello scrittore, lasciando come unico protagonista l’agire umano mai completamente spiegabile e comprensibile.
Breve ma densa di significato, l’opera della Berberova si presenta al lettore in tutta la sua naturale carica poetica.

 

SCHEDA DEL LIBRO

Editore: Adelphi
Pagine: 79
Prezzo: 10,00 

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La maga delle spezie – Chitra Banerjee Divakaruni

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Chitra Banerjee Divakaruni ci porta con una scrittura lenta e suadente in California, precisamente a Oakland, nella bottega di una signora indiana, Tilo.
La vecchia proprietaria, però, è molto più che una semplice commerciante indiana: è una maga, la “maga delle spezie”.
Tilo è alla conoscenza di tutti i poteri e i segreti posseduti dalle spezie e sa come utilizzarli per aiutare chiunque si rechi nella sua bottega. Curcuma, cannella, trigonella, assafetida, finocchio, zenzero, pepe, cumino, neem, peperoncino rosso, makaradwaj, radice di loto, sesamo, riempiono le pagine col loro profumo, con i loro colori, con la loro magia.
La sua vita è fatta di grandi sacrifici, di grandi privazioni: non può uscire dalla sua bottega per nessuna ragione, non può aver alcun tipo di contatto fisico con i suoi clienti, non deve per nessuna ragione affezionarsi alle persone che aiuta e, soprattutto, non deve piegare i poteri delle spezie per scopi personali.
Regole ferree che Tilo ha appreso quando, dopo essere stata rapita dal suo villaggio natale, in India, dai pirati, curiosi delle doti magiche della ragazza, viene trasportata su un’isola.
Qui vive l’Antica, una maga delle spezie che insegna alle giovani donne tutti i segreti delle spezie, i poteri magici di queste, la loro influenza sulle persone che chiedono aiuto.
Molti si recano da Tilo per chiederle una mano: Lalita è una donna prigioniera in un matrimonio complicato; Jajid è un ragazzino che deve confrontarsi con i suoi compagni; il nonno di Geeta racconta spesso a Tilo i propri dispiaceri, ama moltissimo la nipote e desidera per lei il meglio; Haurun, un tassista allegro e di buon cuore innamorato di Tilo e speranzoso nel “sogno americano”.
Un giorno, però, nella vita di Tilo arriva Raven, un giovane e avvenente che guarda oltre l’aspetto della donna e comprende che lei nasconde in sè molto di più di quello che gli altri riescono a vedere.
L’amicizia tra Raven e Tilo porta l’uomo a rivelare dei segreti che riguardano il passato: è per metà un nativo americano. La madre da giovane abbandonò la riserva per vivere in città, cancellò le sue origini e si sposò, sforzandosi di essere una donna impeccabile. Solo quando il nonno ormai morente la chiamò a sè, Raven scoprì la verità. La donna permise a Raven di andare alla riserva con lei, ma il ragazzo al capezzale del nonno comprese che il nonno era sciamano del villaggio e avrebbe voluto con le sue ultime forze trasmettere al nipote i suoi poteri e “lo spirito del corvo”, altrimenti le loro tradizioni sarebbero andate perdute. La madre di Raven, però, impaurita, interruppe la cerimonia e lui perse la sua occasione per sempre. Il rammarico lo ha spinto a conoscere nel corso degli anni tante culture e discipline mistiche, affascinato da quel qualcosa che ha potuto solo intravedere. Solo da adulto riuscirà a comprendere, ma non a condividere, l’atteggiamento protettivo della madre.
Tilo inizia ad essere affascinata da lui, ma facendo ciò si allontana dalla sua missione e le spezie iniziano a rivoltarsi contro lei, ma soprattutto contro i suoi clienti. La passione dirompente che legherà Tilo a Raven, esporrà la maga a conseguenze inimmaginabili.

Ma non succede niente.
Aspetto, poi ripeto l’incantesimo un’altra volta. E ancora. A voce sempre più alta.
Niente.
Tra i singhiozzi riprovo, tento altri incantesimi, le magie più semplici, per favore, per favore.
Ancora niente.
Spezie cosa avete in mente che trucco canzonatorio è mai questo.
Nessuna risposta.
Spezie dentro di me sono già partita, sto precipitando nello spazio e nel tempo, la pelle sfiorata dalle meteore, i capelli in fiamme. Non prolungate la mia agonia, vi imploro, io Tilo infine prostrata e terrorizzata, come mi volevate.
Un silenzio più profondo di quanto abbia mai udito, perfino i pianeti bloccati nell’immobilità.
E nel silenzio vedo la punizione delle spezie.
Mi hanno lasciata qui, solo e priva dei poteri magici. Per me non ci sara alcun fuoco di Shampati.

Il finale è tutto da scoprire.
La scrittrice riesce a trasportare lentamente il lettore, quasi cullandolo, in un modo mistico, magico, quasi onorico, un mondo governato dal potere delle spezie. Emergono tradizioni, usi, costumi, leggende, miti, filtrati dai racconti dei clienti della bottega di Tilo. Le descrizioni degli ambienti enfatizzano il tutto.
La scrittura ha il solo difetto di essere troppo lenta, troppo cadenzata, ma forse queste caratteristiche sono funzionali al racconto di una cultura non sottoposta ai limiti di tempo e spazio.

Editore: Einaudi
Pagine: 290
Prezzo: 12,00