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La signora dei funerali

image_bookIl libro di cui vi parlo oggi è “La signora dei funerali” di Madeleine Wickham, pseudonimo di Sophie Kinsella, autrice famosissima grazie alla serie di “I love shopping”, della quale leggo per la prima volta un romanzo.

Questa lettura mi ha positivamente sorpresa. “La signora dei funerali” è davvero un libro piacevole, scritto in maniera scorrevole e accattivante, con solo qualche punto discutibile che nel complesso non rovina quello che è un ottimo  romanzo.

Fleur Danexy è una bellissima donna che per guadagnarsi da vivere usa un espediente particolare: è solita imbucarsi a funerali di gente facoltosa, cercando di ammaliare gli inconsolabili vedovi con l’intento finale di rubare qualche migliaio di sterline per poi scomparire nel nulla. È un trucco che spesso le riesce e che decide di ripetere con Richard Favour, facoltoso gentleman inglese. Fleur si imbuca al funerale della defunta moglie dell’uomo e facendo forza sulla sensibilità di Richard, riesce in poco tempo a conquistarlo. Questa volta però accadrà qualcosa di diverso dal solito e il piano di Fleur non andrà a buon fine.

Quelli come te non finiscono mai distrutti. Sono gli altri che restano distrutti. Quelli che hanno la disgrazia di entrare in contatto con voi, quelli che vi accettano nella loro vita, quelli che sono così stupidi da fidarsi di voi. E non ha senso aspettarsi che persone del genere provino dispiacere x come si sono comportati. Devi soltanto farle uscire dalla tua vita il più rapidamente possibile e poi dimenticartene. Non bisogna continuare a tormentarsi

Il libro è scritto in terza persona e si contraddistingue per uno stile brillante e fresco in grado di coinvolgere il lettore. La vicenda si svolge tra Londra e Greyworth, luogo esclusivo di residenza dell’alta borghesia inglese, dove Fleur viene invitata a trascorrere l’estate in compagnia della famiglia di Richard. Qui conoscerà sua cognata Gilian, il dolce e brillante figlio minore, Anthony, l’insicura e fragile figlia maggiore, Philippa, e il suo ambizioso marito, Lambert. È impossibile non notare una lieve nota satirica nella descrizione degli esponenti di questa società, sempre impegnati solo e soltanto in svaghi superficiali come partite di bridges, golf o tea pomeridiani. Per Fleur si preannuncia dunque un’altra difficile sfida perché dovrà  ancora una volta integrarsi in una nuova famiglia senza che nessuno scopra i suoi veri intenti.

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Quella che superificialmente può sembrare solo una semplice commedia romantica nasconde anche qualcosa di più oscuro. La definizione che meglio si addice a questo romanzo è quella di commedia amara. Ogni personaggio sembra infatti avere un lato nascosto e l’autrice dimostra davvero una grande maestria nel delineare e caratterizzare in maniera approfondita tutti i personaggi. Della stessa Emily, la tanto amata e venerata defunta moglie di Richard, si sveleranno nel corso della narrazione aspetti che faranno vacillare l’immagine di madre e moglie perfetta che l’ha accompagnata quando era in vita. Lo stesso finale non si può definire un “happy ending”. Attenzione spoiler – Com’era infatti intuibile, Fleur alla fine decide di non derubare il povero Richard e la vicenda si conclude con il ritorno della donna a Greyworth. Il motivo per cui Fleur decide di tornare tra le braccia di Richard non è molto chiaro. Non si riesce infatti a capire se la donna contraccambi l’amore dell’uomo o sia semplicemente stanca di condurre una vita instabile e sfuggente e abbia quindi deciso di sfruttare la situazione per sistemarsi e vivere una vita tranquilla. Quello voluto dall’autrice è di sicuro un finale non convenzionale che non segue i canoni tipici della commedia romantica, in cui è l’inaspettato e passionale amore verso l’uomo che inizialmente Fleur voleva derubare, a far cambiare lei e il suo stile di vita. Anzi, direi che non c’è una vera e propria storia d’amore in questo romanzo. Sono infatti anche stata portata a pensare che tra Fleur e il viscido Lambert, che ha sposato Philippa solo ed esclusivamente per soldi, personaggio che si fa odiare durante tutto il romanzo, non vi sia poi troppa differenza. -Fine spoiler

Sono ancora indecisa se questo finale mi abbia soddisfatta o meno, ma è di sicuro un finale non banale e che fa riflettere. L’unico elemento negativo che posso attribuire a questo romanzo è proprio il modo in cui è scritto il finale. Tutta la vicenda è infatti risolta così velocemente (nel giro di appena due-tre pagine) che il romanzo sembra quasi interrotto a metà. Manca inoltre una descrizione degli eventi successivi: ad esempio, non si capisce se Richard scoprirà mai il fallito tentativo di Fleur di derubarlo, oppure cosa ne sarà della povera Philippa o degli altri personaggi. Sicuramente avrei preferito che questi aspetti fossero approfonditi per non lasciare il lettore con una sensazione di incompletezza.

In conclusione, la lettura di questo romanzo mi ha portata a scoprire un’autrice che non conoscevo e di cui sicuramente leggerò altri lavori; per cui consiglio caldamente la lettura di questo libro, leggero ma profondo allo stesso tempo.

Buona lettura!


Scheda del libro

  • Titolo: La signora dei funerali
  • Autore: Madeleine Wickham
  • Editore: Mondadori
  • Pagine: 285
  • Prezzo: 9.50 €
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Bar Sport

9788807884627_quartaOggi vi parlo del libro “Bar Sport” di Stefano Benni. Questa per me una recensione molto difficile da scrivere perché su questo libro, considerato un cult della letteratura italiana moderna, non ho un giudizio positivo da esprimere.

Ho conosciuto Benni grazie al gruppo di lettura, quando venne proposto un altro dei suoi libri “La compagnia dei celestini; un romanzo che ho trovato dalla lettura decisamente piacevole e divertente sebbene la trama fosse differente da quello a cui ero abituata, con un andamento decisamente estremo e a tratti addirittura iperbolico. Mi ha sbalordito soprattutto la capacità dello scrittore di creare neologismi e fare accostamenti linguistici davvero inusuali. Questa bella esperienza mi ha spinta quindi a voler conoscere altre sue opere  e ho deciso di leggere forse uno dei suoi più famosi romanzi, Bar Sport, nonché la sua opera prima.

Bar sport è un bar degli anni ’70, al cui bancone si alternano gli stereotipi di una moltitudine di personaggi, come il tecnico, il professore, il playboy e il nonno da bar; o anche la famosissima Luisona, una brioche presente in una teca di vetro che nessuno ha mai mangiato da quando è stata riposta lì dentro. Nello stile dell’umorismo iperbolico tipico di Stefano Benni, vengono descritti questi personaggi creando una metafora delle ossessioni, delle passioni, dei comportamenti, dei pregi e dei difetti tipici degli italiani.

La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo

Contrariamente a quanto mi aspettavo, la lettura è stata molto difficoltosa, lenta e pesante. Infatti per la prima volta non sono riuscita a leggere un libro tutto di seguito, ma l’ho alternato ad altre letture, leggendone ogni tanto qualche capitolo. Il sorriso iniziale che mi suscitava la comicità degli eventi si è infatti spento subito dopo i primi due-tre capitoli e si è trasformato in una smorfia di noia che è durata per il resto della lettura. In questo romanzo ho trovato le situazioni davvero troppo esagerate e forzate, surreali e prive di senso. La lettura è stata in sostanza monotona perché le situazioni e le azioni dei personaggi sono diventate quasi scontate e prevedibili anche nella loro stranezza ed eccentricità.

Uno dei capitoli che meno mi è piaciuto ad esempio è stato “Il grande Pozzi” nel quale si parla dell’impresa sportiva di due ciclisti, Pozzi e Girardoux. In questo capitolo si raggiungono poi livelli di surrealismo davvero al limite.

A quota 3450 metri cominciò a nevicare, e due fulmini colpirono il manubrio di Pozzi, che si fuse. Pozzi proseguì senza mani, ma Girardoux lo staccò subito di sei secondi. A 5800 metri la strada franò, ma il francese senza esitare si arrampicò sul ghiacciaio. A 7000 metri c’erano sei metri di neve, ma Girardoux continuò a salire benché il freddo fosse ormai insopportabile. Pozzi strozzò due lupi e si fece un tre quarti e un colbacco, ma mentre stava per raggiungere il rivale precipitò in un crepaccio pieno di bicchieri di carta e tovagliolini di picnic usati. Girardoux ridendo beffardamente arrivò in cima alla montagna e si buttò giù da ottomila metri con la bicicletta, arrivando leggero come una piuma sulla punta dei piedi

La mia esperienza con i libri di Stefano Benni per ora si conclude qui, perché per i motivi suddetti non credo leggerò qualcos’altro di suo almeno nell’immediato futuro.


Scheda del libro

  • Titolo: Bar Sport
  • Autore: Stefano Benni
  • Editore: Feltrinelli
  • Prezzo: 7.50 €
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Il miniaturista

Eccoci con un’altra recensione! Oggi voglio parlarvi di un libro che mi è piaciuto in modo particolare e che ho appena finito di leggere, “Il miniaturista” di Jessie Burton. Devo ammettere di avere un debole per le copertine e quando ho visto quella di questo libro in libreria, mi sono lasciata catturare e l’ho comprato, quasi senza leggere la trama.

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In questo romanzo, ambientato nel 1686 viene narrata la storia di Petronella (Nella) Oortman, una giovane ragazza proveniente dalla campagna olandese la quale viene data in sposa a un ricco e affascinante mercante di Amsterdam, Jhoannes Brandt. Per Nella si prospetta una vita agiata, costellata da eventi e divertimenti che la grande città rispetto alla campagna può offrirle. Nonostante il suo sia un matrimonio organizzato, la ragazza pensa di poter provare un amore sincero per il marito, dal quale lei si sente attratta. Jhoannes è infatti un uomo affascinante con una mente brillante, conoscitore di popoli e culture lontanissime grazie ai posti che ha visitato durante i suoi viaggi di lavoro. Ma i sogni e le aspettative di Nella saranno ben presto deluse. All’arrivo nella sua nuova lussuosa casa di Amsterdam, Nella trova ad accoglierla la cognata che si comporta come se fosse la padrona di casa e una domestica poco rispettosa. Per di più Jhoannes la evita in tutti modi possibili e la respinge anche quando lei cerca di sedurlo. Jhoannes non ha mai passato una notte con la giovane moglie e lei è sconfortata da quello che le appare un matrimonio incompleto, che non le darà mai la possibilità di crearsi una famiglia e che la destina ad una vita senza amore. L’unica attenzione che Jhoannes le riserva è un regalo di nozze particolare, una casa a stipetto in miniatura, una fedele e preziosa riproduzione della sua nuova casa.

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Nella non sa cosa fare del dono quasi infantile ricevuto, che definisce come “un monumento alla sua impotenza, alla sua maturità interrotta”. Un giorno, spinta dal tedio che caratterizza le sue giornate, decide di contattare un artigiano del luogo, un miniaturista al quale commissiona alcune miniature per la casa a stipetto. Da quel giorno la quotidianità di Nella viene scombussolata dall’oscura presenza del miniaturista, un personaggio con il quale non riesce mai ad avere un contatto diretto, ma che come suggeriscono gli inquietanti dettagli presenti sulle miniature, sembra conoscere a fondo la vita privata di Nella e dei sui familiari e sembra conoscere eventi che ancora non si sono verificati.

Pensavi di essere chiusa in una scatola, si dice nella, ma il miniaturista ti vede, ci vede.

PERICOLO SPOILER!!!

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L’intera vicenda si svolge ad Amsterdam e la capacità narrativa della Burton è in grado di catapultare il lettore tra i canali e le vie della città. Durante la lettura sembra quasi di poter sentire le urla dei mercanti per strade, il fruscio dell’acqua dei canali sotto il peso delle imbarcazioni mercantili e la frenesia che caratterizza l’importante porto commerciale. La Burton inoltre descrive in maniera molto dettagliata quella che era l’organizzazione sociale dell’Amsterdam del 1686. Il libro stesso è uno spaccato, “una miniatura”, della fiorente società mercantile dell’epoca.

Fin dalle prime pagine, il libro ha subito catturato la mia attenzione facendosi leggere in brevissimo tempo e capitolo dopo capitolo, come Nella, sono stata catturata dal fascino del miniaturista tanto da non vedere l’ora di arrivare alla fine per capire chi sia realmente questo personaggio. Il personaggio del miniaturista, che si scoprirà poi essere una donna, viene caratterizzato in maniera davvero intrigante in più di metà libro. Sembra di essere al centro di un thriller ambientato 400 anni fa, dove gli indizi sono da ricercare nei minuscoli e raffinati dettagli delle piccole opere che la miniaturista invia periodicamente a Nella. Mi ha però delusa come alla fine viene svelata l’identità della miniaturista, che viene risolta in poche pagine, lasciandomi con un senso di incompiutezza. La ragazza scopre che la miniaturista è la figlia di un orologiaio della città e viene a sapere anche di non essere stata l’unica ad essere stata oggetto delle sue attenzioni. La donna sembra essere a conoscenza dei segreti e dei tormenti di tutte le donne della città. Nella dopo una serie di tentativi di incontrare la donna di persona, riesce ad entrare furtivamente nella sua abitazione. Qui non trova la donna ma il padre che le rivela il segreto della misteriosa figura. A questo punto mi aspettavo una rivelazione entusiasmante, che spiegasse come la miniaturista sembrasse essere sempre dietro una finestra o dietro una tenda intenta a spiare la protagonista. Magari poteva rivelarsi un personaggio impensabile e insospettabile, uno stesso dei protagonisti. Insomma mi aspettavo qualsiasi tipo di spiegazione tranne quella mistica-fantastica.

Mia figlia guarda al mondo con grande stupore, madame. Ma lo ammetto: è spesso poco interessata alla forma in cui si presenta. Ha sempre detto che c’era qualcosa che non riusciva ad afferrare che lei chiamava appunto ‘il perenne fuggitivo’ […] Diceva che lo faceva perché vedeva dentro le loro anime, vedeva il loro tempo interiore, un tempo che non si curava di ore e minuti. […] Mia figlia credeva fermamente che quello che faceva avesse un senso. Ma ho cercato di avvertirla che il suo dono, la sua capacità di osservazione aveva un limite

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Ecco, alla fine dopo tutti i film mentali che mi ero costruita, le ipotesi, le congetture, la miniaturista si rivela una sensitiva con un “dono speciale” che le permette di leggere l’anima delle persone. Non so se a qualcuno questa conclusione possa piacere ma a me ha fatto letteralmente cadere le braccia. Avrei preferito una spiegazione più realistica e non di questo genere. Inoltre, dopo questa rivelazione, la miniaturista che fino a quel momento aveva avuto un ruolo centrale nella storia, viene dimenticata e passa completamente in secondo piano rispetto al resto della storia.

Questo è stato l’unico elemento del libro che non mi è piaciuto particolarmente ma a parte questo lo consiglio moltissimo e lo promuovo a pieni voti.

La vita di Nella sarà presto sconvolta da un ulteriore avvenimento. Verrà a conoscenza del segreto di Jhoannes che lo porterà presto alla morte. Nel libro viene infatti affrontato un argomento sicuramente molto attuale, quello dell’omosessualità. Il motivo per il quale Jhoannes non riesce ad avere un’intimità con la protagonista è l’attrazione che prova per gli uomini e non per le donne. Viene dunque messa in evidenza la realtà di essere omossessuale nel 1686, le terribili torture alle quali erano sottoposti chi veniva anche solo sospettato di essere colpevole di quello che all’epoca veniva considerato un crimine. Quando la ragazza scopre il segreto di Jhoannes, dopo un primo momento di dolore per il tradimento subito, gli rimane accanto, non lo giudica e cerca in tutti i modi di salvarlo dalla condanna a morte che pende sulla sua testa per il suo segreto ormai pubblico. Tra Jhoannes e Nella si instaura un rapporto particolare che non è amore ma è un sentimento ugualmente forte e potente. Questi ultimi capitoli trafelati, caratterizzati da una corsa contro il tempo in cui Nella cerca di salvare Jhoannes, accompagnano il lettore al più amaro dei finali, portandolo a chiedersi come abbia fatto l’uomo a compiere tali gesti verso i suoi simili in passato e a domandarsi se le cose siano effettivamente cambiate da all’ora.

In conclusione, vi consiglio di leggere questo libro perchè vi emozionerà dalla prima all’ultima pagina!

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Diario di bordo – Giorno 12/03/16

Io: “Ciao! Ti volevo avvisare che all’incontro saremo in 15.
Potresti sistemarci da qualche parte?”
Bar: “Certo!”
*24h dopo*
Io: “Ehm, mi correggo, saremo in 18”
Bar: “Nessun problema :D”
*passano altre 24h*
Io: “Buongiorno, in realtà siamo in 20”
Bar: “Ok…vi lascio il privè”

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Alla fine eravamo in 22! Nonostante la pioggia e nonostante l’influenza (io e Lydia avevamo più fazzoletti in borsa che sangue in corpo) siamo riusciti a essere in tantissimi *-* Vi informo subito di una cosa importante, che sicuramente molti di voi si staranno domandando: Francesco era dei nostri! E vi dirò di più, ha perfino letto il libro. Volete saperla proprio tutta!? Gli ha ADDIRITTURA dato 8.5 come voto. Dite che lo ha fatto perché temeva per la sua vita? Molto probabile.

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Il nostro arrivo al Bar ricordava molto l’invasione degli orchi al fosso di Helm (ndr. per Daniela, Marika e Lydia, è una citazione del Signore degli Anelli u.u Avete visto che gente mi tocca frequentare?!)

A proposito delle condizioni atmosferiche pessime, vorrei citare un’affranta Marica e il suo “Io non li ho portati, pioveva troppo”. No, lei non parlava di ipotetici figli di cui temesse un malanno a causa di quel tempaccio, ma dei suoi…libri! Queste, siori e siore, sono le tipiche fobie che rientrano nella categoria: COSE DA LETTORI! Fissazioni del genere potrete trovarle o in noi o in qualche paziente ricoverato in manicomio ahah

(Mhmmm sarà per questo che Sabrina, la psicologa, si è unita al gruppo? Sta tentando di curarci in incognito?! Ci studia per la sua tesi?!)

I più attenti di voi, inoltre, si saranno accorti che ho nominato Marica, con la C. No, non è un errore di battitura. Abbiamo, ora, un paio di “doppioni”. Ci sono DUE Mari(c/k)e e DUE Patrizie, che giustamente sono pure amiche tra di loro. Poi abbiamo anche DUE Francesche (e un Francesco) e DUE Daniela. Insomma, se decidete di venirci a trovare non avrete molti problemi a ricordare i nomi. Vi basterà impararne quattro e potrete essere sicuri di parlare almeno con metà del gruppo di lettura.

(NB abbiamo anche una Lilia e una Lydia che se si presentano una dopo l’altra, qualche attimo di confusione potrebbero generarlo. Per fortuna Lydia nel suo essere una nazi di vocali, preciserà subito che il suo nome si scrive con la Y. Guai a sbagliare. Riesce ad essere più intimidatoria dell’ISIS quando è costretta a correggerti riguardo al suo nome)

Tornando all’incontro vorrei ricordare ancora una volta che eravamo in ventidue, quindi riuscite a immaginare quanto poteva essere grande la nostra tavolata? Il cameriere, dopo aver visto le nostre espressioni spaesate nel cercare di capire come sistemarci (“Mettiamo il tavolo a L? Lo sistemiamo a U? Cacciamo le signore che stanno sedute là?”) è intervenuto in nostro aiuto, mostrando inoltre una discreta abilità nell’incastro dei tavolo, talento dovuto forse ad anni di allenamenti a Tetris. Alla fine è’ riuscito a creare una tavolata di circa 60mq.

Devo ammettere che abbiamo avuto qualche difficoltà, all’inizio, a capire come fare a parlare tra di noi. Il lato ovest della tavolata ha tentato i segnali di fumo, la parte est ha usato il linguaggio dei segni (che però solo Lilia capiva) mentre noi a sud, sfoderando tonsille da far invidia alla Ricciarelli, cercavamo un approccio con chi avevamo di fronte. Vi dico solo che ad un certo punto pure il tizio che abitava nel palazzo davanti si è affacciato alla finestra per unirsi a noi, perché tanto sentiva tutto visto che ci sgolavamo. Ok, questo è un evento un po’ romanzato u.u ma spero sia servito a capire com’era la situazione.

Tra l’altro, durante tutto questo, c’era Francesca V. che scattava foto a una velocità sconcertate, roba che Fabrizio Corona “je spiccia casa” U.U

Alla fine, per fortuna, abbiamo trovato il nostro volume di voce (tutti tranne Paola, che ha continuato a comunicare tramite ultrasuoni) e siamo finalmente riusciti a parlare del libro. Che dire? Prende un bellissimo 7.9 e viene promosso da (quasi) tutti 😀 vi lascio con  l’articolo di Lydia ❤

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Quando arriviamo al momento di proporre i libri, però, torna a fare capolino un po’ di incertezza: come partire? A rompere gli indugi è Patrizia che senza esitazioni punta il dito su Laura esordendo con un “Tu, inizia tu!”. Potete immaginare il panico della poverina, al suo primo incontro? In anni di scuola e università sono sicura che nessuna insegnante le abbia mai giocato un tiro simile! Per fortuna, difesa da altre 20 persone che sono corse in suo soccorso (e da Francesca D. che si è offerta volontaria) il giro di proposte è partito senza grossi traumi.

Momento curiosità: come saprete, c’è la regola di dover presentare le trame a voce senza doverle leggere dal libro. Bene. Il nostro uccellino spia di cui non faremo il nome (Patrizia!) ci racconta che Marika durante il viaggio in treno per venire agli incontri si isola per ripassare, sottovoce, tutte le trame. ❤ ❤ Immaginate la scena? Chi la vedrà in quel momento è probabile che la scambi per una studentessa diligente in fase di ripasso pre esame, mica lo sanno che quella che sta ripetendo non è filologia romanza, ma la trama di “Mangia, prega, ama”! Tra l’altro, l’uccellino (sempre Patrizia u.u ) ha detto che per l’ultimo incontro la povera Marika si è dovuta alzare prima per cercare di finire il libro e venire preparata. Io la amo, non c’è altro da aggiungere *-*

Comunque devo dire che questa cosa del dover “spiegare” la trama invece di leggerla ha generato l’anarchia e molta rassegnazione:

Patrizia: “Allora ragazzi, cerchiamo di leggerla prima e poi riassumerla a voce ok?”
Tutti: “Oooookkey”
*Patrizia inizia a presentare i suoi libri cercando di dare al prossimo il tempo di leggere e memorizzare la trama. Conclude, passa la parola a Francesco*
Francesco: “Io porto questi due libri che *apre la trama da IBS e legge tutto, anche la bio dell’autore e 15 recensioni su anobii*

Alice-facepalm*MOMENTO FACEPALM*

Ad aggiudicarsi la vittoria, con otto voti, è stato “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie ❤ Tutti felici tranne Sara che lo ha proposto ahahah Per concludere, non so voi ma io sono tornata a casa sfinita ma felicissima. L’entusiasmo dei nuovi, la complicità che a ogni incontro si crea tra di noi (la tetta della monaca servita dal bar) hanno reso questo incontro davvero bello e unico 😀 Avrei tante altre cose da dire (tipo il fatto che abbiamo un sacco di gnoccolone rosse nel gruppo, roba che Sansa Stark sarebbe di troppo!) ma sono quasi arrivata a finire la seconda pagina del documento di testo e questo pezzo rischia di diventare una tesina più che un diario di bordo, quindi mi fermo.

Ci vediamo alla prossima puntata *-* vi aspettiamo numerosi!

PS: Se vi state domando il motivo per cui Daniela L. non viene mai nominata, non pensate che sia perchè si è comportata bene u.u era solo assente!

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…Sabrina! “Alice from Wonderland”

Per la rubrica “Un caffè con” di questa settimana abbiamo chiesto a Sabrina (QUI il suo bellissimo blog) di raccontarci della sua ultima lettura nel mondo di…no, wait, sembra che Alice non sia più a Wonderland. Curiosi di sapere dove sia finita? Leggete l’articolo per scoprirlo! 😀

Dimenticate la piccola Alice che cade nella tana del coniglio. Scordatevi i personaggi strambi che incontra sul suo cammino e le loro forme particolari. Nel romanzo “Alice from Wonderland” di Alessia Coppola ci ritroviamo davanti ben altro scenario. Siamo nell’Inghilterra di fine Ottocento e una ragazza viene ritrovata tra le strade di Londra, sola e senza ricordi. I suoi capelli biondi nascondono il volto di una giovane donna in cerca di se stessa. Questa ragazza, la nostra Alice, lotterà per ritrovare i suoi ricordi e durante questo viaggio particolare vivrà varie vite diverse e cambierà spesso nome. Per assurdo, Alice si è persa qui, nella realtà, per desiderare di ritrovare se stessa proprio in Wonderland.

“In fondo, siamo un po’ come gli alberi, noi umani: abbiamo bisogno di solide radici scavate nella terra e un cielo verso cui sollevare gli occhi. Io non avevo terra che ricordassi come la mia e non riconoscevo nemmeno quel cielo che mi sovrastava.”

Ma Alice non è la sola a trovarsi nel nostro mondo, a lei estraneo. Un incantesimo ha portato nella realtà anche i suoi compagni di avventura, in modi strani e del tutto nuovi: Rupert, il nostro Bianconiglio; Brent e Rent, Pinco Panco e Panco Pinco; ma, soprattutto, il caro Cappellaio Edmund, e Algar…

Due personaggi molto importanti, che nella vita di Alice, ormai donna, avranno un ruolo molto importante, e divideranno il cuore della giovane ragazza in due.

“«L’amore è folle. L’amore cos’è se non un tuffo nel vuoto senza paracadute? È un atto di fede, una confessione, così come una preghiera o un’opera d’arte. L’amore è un’altalena che oscilla tra sogno e realtà.»”

Tra luce e oscurità, Alice dovrà scegliere a quali sentimenti dare ascolto, a quale parte del suo cuore dar credito, convivendo con la consapevolezza che i suoi ricordi e la sua identità, messi alla prova duramente dagli eventi, non le mostreranno mai un quadro unico di ciò che è e che prova. Al tempo stesso l’obiettivo dei “matti” e di tutti gli altri personaggi dell’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll è quello di tornare a Wonderland, prima di invecchiare come normali umani nel mondo reale.

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La storia è affascinante, tempestata di rimandi steampunk e di citazioni, non solo di Alice nel paese delle meraviglie: durante il viaggio dei nostri personaggi persi nel mondo reale, ci imbattiamo in riferimenti e personalità celebri. Alice e i suoi compari sono inseriti in un mondo veritiero e palpabile, anche se con loro portano la magia di una terra che chiamano casa.

La trama è abbastanza semplice e in qualche modo avvincente, anche se manca qualche approfondimento di alcuni personaggi e si sente la mancanza di un vero nemico. La lotta è contro il tempo e la realtà, più che contro un personaggio. Ho adorato Algar e la caratterizzazione del suo personaggio, e no, non vi dirò a chi corrisponde nel mondo di Alice. Sappiate che è un bel giovane dai capelli scuri, dannato quasi quanto Dorian Grey…

Lo stile di scrittura è scorrevole e molto piacevole e ricrea un’atmosfera particolare di nostalgia, follia, con sfumature steampunk. Mi sarei aspettata un pochino di più da Algar verso il finale, e mi pare che Edmund abbia perso un po’ della sua moltezza nel passaggio da Wonderland al mondo reale e ci abbia guadagnato in sanità mentale, ma ho comunque apprezzato i suoi ragionamenti contorti. Il finale non definitivo e il motivo è semplice: a Maggio uscirà il seguel ❤

Tutto sommato, questo viaggetto tra i folli non è stato affatto male. Qualcuno ha voglia di un po’ di thè?

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“Il Circo dell’Invisibile”: sicuri di non aver paura?

Premetto che ho sempre avuto una sorta di terrore nei confronti del circo. Per carità, da piccola mi ci portavano e, inspiegabilmente, ho anche foto dove compaio piuttosto sorridente in braccio a figuranti vestiti da Topolino e Minnie al centro del tendone (ma questo credo sia dovuto solo alla mia passione/mania/fissazione per la Disney, notabile già all’epoca); ciò non toglie che a un certo punto della mia vita l’ho completamente abolito dalla lista dei luoghi che volevo visitare (sarà forse il fatto che i clown mi fanno letteralmente accapponare la pelle?).

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Per curiosità ho voluto leggere qualcosa che riguardasse una mia fobia ed eccomi qui, quindi, a parlarvi de “Il Circo dell’Invisibile”.

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Il libro è edito dalla Dunwich Edizioni, è lungo circa 230 pagine (compreso un estratto promozionale di un altro libro edito dalla stessa casa editrice) e lo potete acquistare sotto forma di ebook al prezzo di €2,99.

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La protagonista è Clio, una ragazza di strada che ricorda il suo passato e il modo in cui i suoi genitori l’hanno allontanata dalla loro casa, abbandonandola a sè stessa. La sua vita però cambia del tutto quando arriva in città il famoso “Circo dell’Invisibile”, un circo itinerante che porta con sè misteri e sparizioni. Entrarne a far parte sembra un sogno per Clio ma se così non fosse? Se il magico mondo del circo in realtà celasse un’amara verità?

Il libro è molto scorrevole e scritto in un linguaggio semplice e chiaro, probabilmente perchè indirizzato ad un pubblico molto giovane.
Le descrizioni e la velocità con cui si svolgono alcuni eventi, finale incluso, mi hanno invece lasciato un po’ di amaro in bocca. Il Circo dell’Invisibile è un luogo pieno di illusioni, siamo d’accordo, ma alcuni posti descritti ho faticato davvero tanto a immaginarli oltre al fatto che molti personaggi non riuscivo neanche a figurarli nella mia mente.

Se volete rilassarvi e concedervi una simpatica lettura senza impegno, vi consiglio questo libro. Se siete abituati a libri-mattoni, descrizioni esaustive e a pochi personaggi ma dal carattere deciso… bhe, meglio girare a largo 😛

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La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret, tra pagine e pellicola

Quando ci si trova davanti ad un film tratto da un libro le reazioni dei lettori sono molteplici: c’è chi inorridisce anche solo al pensiero di vedere il proprio libro preferito trasposto sul grande schermo, chi invece non vede l’ora di ammirare in carne ed ossa i personaggi che fino ad allora ci si era solo immaginati, chi parte prevenuto e sa già che il libro è sempre meglio e chi invece, tranne in rari casi, considera libro e film due cose separate e continua ad apprezzare entrambi senza la necessità di dover condannare qualcuno per le proprie preferenze. Io mi reputo parte di quest’ultima categoria ed è per questo che nella maggior parte dei miei articoli troverete paragoni tra libri e i loro rispettivi film. Tanto lo sappiamo, gli unici che tutti condanneremo sono quelli che guardano solo film perchè non vogliono leggere!

Disonore su di voi, disonore sulle vostre famiglie e disonore sulle vostre mucche!

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Per puro caso oggi mi sono imbattuta nel libro “La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret” da cui è tratto il film “Hugo Cabret”, distribuito nelle sale italiane nel lontano 2011. Il film è un must del palinsesto natalizio dei canali tv, quindi vi sarà capitato di imbattervi almeno una volta nella sua pubblicità, il libro invece è parecchio snobbato nonostante si tratti di un’ottima lettura per ragazzi.

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La storia è quella di Hugo, un bambino rimasto orfano, che vive nascosto nella stazione di Parigi. Hugo si occupa del controllo di tutti gli orologi della stazione a insaputa di chi vi lavora e passeggia ogni giorno e, nel tempo libero, aggiusta un automa, ovvero un piccolo uomo robot, che il padre aveva trovato poco prima di morire. Tra un furto di bulloni e l’altro, Hugo conosce il proprietario del chiosco dei giocattoli della stazione e la sua figlioccia Isabelle, che lo accompagnerà in un’avventurosa ricerca alla scoperta di cosa si cela realmente dietro il mistero dell’automa e del suo messaggio nascosto.

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Il libro è una piccola opera d’arte che alterna capitoli narrati e bellissimi disegni che immortalano ciò che non viene descritto a parole dall’autore. La narrazione è scorrevole e i vocaboli sono semplici, proprio perchè si tratta di un libro rivolto soprattutto ai più giovani.

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E’ uno di quei casi in cui posso dirvi che libro e film combaciano alla perfezione. Nulla è stato travisato nel passaggio dalla carta alla pellicola e anzi, ogni singola parola è stata trasposta perfettamente e potrete trovare interi passaggi del libro all’interno dei dialoghi.

A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu.

La dolcezza e la furbizia del protagonista sono presentati al pubblico da (all’epoca molto giovane) Asa Butterfield, che con i suoi occhi azzurri e innocenti ti fa quasi innamorare involontariamente del piccolo Hugo.

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La giovane Isabelle è invece Chloe Grace Moretz, conosciuta con gli anni al pubblico per aver interpretato personaggi come Hit Girl nel film di anti-supereroi “Kick Ass” e per la recente interpretazione di Carrie nell’omonimo film basato sul romanzo di Stephen King.

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Film come “Hugo Cabret” sono un vanto anche per l’Italia! La scenografie degli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo gli hanno fatto vincere 1 su 5 Premi Oscar (su 11 Nominations) nel 2012.

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Tra le scenografie in mostra compaiono i grandi orologi usati per il film.

Se siete curiosi di fare un viaggio all’interno del mondo dei primi cortometraggi, degli automi e degli illusionisti, vi consiglio questa magica storia che vi porterà alla scoperta di un mestiere ormai quasi scomparso, quello dell’orologiaio.

Che si tratti del libro o del film, però, questa scelta spetta solo a voi 😛

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