“La vita è sogno”, Pedro Calderón de La Barca

la vita è sogno

“Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione. E il più grande dei beni è poca cosa, perché tutta la vita è sogno, e i sogni sono sogni.”

Così termina il secondo atto del capolavoro di Pedro Calderón de La Barca, “La vita è sogno”, una delle opere teatrali più riuscite del Siglo de Oro. L’opera racconta della particolare ascesa al potere di Sigismindo, figlio del re di Polonia, Basilio.
Sigismondo è stato relegato, per volere del padre, in una torre sin dalla sua nascita, in completa solitudine, se si eccettua la presenza del vecchio Clotaldo. Un oracolo aveva predetto che il principe Sigismondo sarebbe diventato re, uccidendo brutalmente il padre e instaurando un potere tirannico.
Basilio però, contravvenendo ai dettami del cielo, decide di far liberare il futuro re, con l’idea che “[…]l’uomo può avere dominio sulle stelle”.
Ci sono due possibilità per Sigismondo: vincere con magnanimità la propria indole o farsi vincere da questa rimanendo irrimediabilmente “bestia”.
Per Sigismondo sarà una sfida non solo con sé stesso e con le pulsioni più recondite e mostruose dell’animo umano, ma anche con il padre che l’ha privato della dignità di uomo e gli ha dato la vita, per poi togliergliela.

“Se non me l’avessi data, non mi lamenterei di te; ma una volta data sì, perché poi me l’hai tolta. Sebbene il dare sia l’azione più nobile e singolare, il dare per poi ritogliere è la maggior bassezza.”

Preludio di una riflessione successiva, quella freudiana, l’opera di Calderón espone, in una modalità in bilico tra l’ingenuità della fiaba e la complessità della costruzione metaforico-simbolica, una riflessione densa di significato e di successive reinterpretazioni: guidato dagli impulsi naturali, l’essere umano si abbandona all’aggressività e alla sensualità fino a rischiare di distruggere e distruggersi.
Argine a questo pericolo è la cultura che regola i rapporti tra gli uomini e li desta dal loro stato ferino.
Un forte pessimismo ma anche una fiducia tutta umana pervadono, come una macchia d’inchiostro che si propaga senza fine, l’intera opera.
Il conflitto natura/cultura, che si traduce tipologicamente nell’opposizione torre/palazzo, viene superato dalla presa di coscienza del protagonista, che, temprato ed educato dell’esperienza, reprimerà le sue pulsioni in omaggio alla sicurezza degli ordinamenti e della cultura.
Non vi è assoluto ottimismo che tenga, come si è già accennato. Calderón delinea, infatti, un personaggio che riecheggia a più riprese i protagonisti della tragedia greca, le loro paure, le loro ansie, i loro comportamenti mai scontati, sempre in bilico, ogni volta inaspettati. Impossibile non scorgere in controluce il tormentato Edipo sofocleo.
Uno solo è il punto fermo in tutta questa gamma di elementi multiformi, magmatici, enigmatici :

“Ma, se sia realtà o sogno una cosa importa: agire bene; se è realtà, perché lo è; se no, per conquistare amici per il momento del risveglio.”

Una morale, che, tutt’altro che improntata all’utile e al contingente, come potrebbe sembrare ad un’occhio poco attento e privo di senso critico, pare librarsi leggera sulle pendici evanescenti dell’animo umano.
Tra l’onirico e il reale, tra l’esperienza immaginifica e l’azione concreta, tra l’irrazionale più irrequieto e il ragionato più ponderato, tra l’orientale e l’occidentale, l’autore è capace di regalare ad ogni rilettura una sfumatura diversa, un valore aggiunto, la scoperta di un significato ancora inesplorato.
Un’opera, che, a dispetto dei luoghi chiusi e ben delineati in cui si svolge, è suscettibile di molteplici interpretazioni e capace di spingere l’occhio e la mente del lettore – oltre che il cuore, beninteso – oltre il consentito e l’immaginabile, trasformando, con l’aiuto del supporto scrittorio, la potenza in atto.

Autore: Pedro Calderón de La Barca
Editore: Einaudi
Pagine: XII-82
Prezzo:€ 9,50

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