Menzogna e Verità. Riflessioni su Trilogia della città di K

Ci sono dei libri che quando vengono letti e riposti sullo scaffale della libreria, nel posto stabilito per accoglierli, ci stanno scomodi come se lo spazio fosse troppo poco e avessero necessità di muoversi come un pendolare che viaggia in piedi stipato in vagoni stracolmi, affollati e soffocanti. Questo è ciò che è accaduto a Trilogia della città di K; sentivo la sua voglia di essere tirato fuori, sfogliato di nuovo, riletto e poi non contento, posizionato sul comodino per essere sempre a portata di mano perché sì, ciò che ha da dire non si esaurisce facilmente ad una prima lettura. La sofferenza straripante dal romanzo deve sedimentarsi nel lettore affinché sia ben compreso il magistrale lavoro di analisi e descrizione della guerra attuato dalla Kristof, con una lucidità ed una secchezza sconvolgente.

La Trilogia del dolore è composta da tre romanzi pubblicati a partire dal 1986: il Grande Quaderno, la Prova e la Terza Menzogna. Il primo dei tre è stato senza dubbio il mio preferito. Si apre così:

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“Arriviamo dalla Grande Città.Abbiamo viaggiato tutta la notte.Nostra Madre ha gli occhi arrossati.Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.”

Lo stile è asettico, essenziale, sembra quasi una lista di cose da fare o fatte. Ed è proprio questo che trapela dal Grande Quaderno: una fredda descrizione degli eventi. I due gemelli protagonisti (dei quali inizialmente non conosciamo il nome), vengono affidati dalla Madre alla Nonna poiché ormai la Nazione nella quale si trovano e della quale non conosceremo mai il nome, è in guerra, invasa da non si sa bene quale esercito ma che può essere facilmente riconosciuto come un  paese dell’Est (Ungheria secondo molti, data la nazionalità e l’esperienza diretta dell’autrice) invaso da un qualche esercito nemico (Russia nel 1956 o Nazisti nella Seconda Guerra Mondiale).

In questa prima parte i due protagonisti raccontano come si svolgono le loro vite di bambini in compagnia di una Nonna che nulla ha a che fare col ruolo che universalmente viene assegnato ad un nonno. “La Strega” come viene soprannominata dai compaesani, non è dolce, non si lava,non coccola i nipoti, non racconta loro favole, non li rassicura sugli esiti della guerra che sopportano passivamente come spettatori ad una pièce teatrale, bensì li sfrutta, li maltratta, li chiama “figlia di cagna” e li spinge a rinunciare troppo presto alla loro infanzia che tutto sommato non è mai iniziata veramente.

Così iniziano ad allenarsi per sopportare le brutalità e le mancanze che un conflitto quasi certamente comporta. Decidono di non mangiare per riuscire a fronteggiare la carenza di cibo, si picchiano a vicenda per non dover cedere ad eventuali soprusi dei soldati invasori, fingono di essere ciechi o sordi.. Si guadagnano la fiducia di alcuni personaggi inquietanti come Labbro Leporino o il Padre che torna per attraversare il confine con loro, ma li tradiscono entrambi, rivelando quanto la guerra possa distruggere la coscienza degli uomini, disumanizzandoli e rendendoli bestie perché tornano ad agire per sopravvivere, perdendo di vista ciò che è giusto o sbagliato. Nulla ha più senso. Gli affetti sono lontani e la lontananza rende i legami più deboli. Per questo i due gemelli vivono in simbiosi. Ci sono solo loro due e fra loro devono sostenersi e darsi forza.

Tale simbiosi dura solo fino alla fine del Grande Quaderno. Con l’attraversamento del confine da parte di uno dei due si assiste ad un vero e proprio punto di rottura. Il gemello che resta (ora lo sappiamo è Lucas), cerca di instaurare nuovi legami; in modo del tutto disturbato e sbagliato si prende carico di un bambino deforme che sembra riflettere fisicamente ciò che internamente aveva ormai logorato e reso marcio Lucas stesso. Forse proprio per questo il gemello tanto si lega al bambino. Rivede in lui la parte infetta che incuba, e si attacca ad essa quasi fingendo che rappresenti il fratello ormai perso e del quale non sa più nulla. Ma continuando la lettura ci si ritrova a pensare: Davvero esiste un fratello? Cosa sto leggendo? Sembra tutto folle, sconclusionato! NON C’è NESSUN GEMELLO!NON è MAI ESISTITO! E se non esistesse neanche Lucas? Sì, perché anche con l’ultima parte, La Terza Menzogna, non v’è  risposta. Il lettore in preda al panico legge e rilegge senza sosta, turbato dal dubbio e dalla straniante e schizofrenica descrizione degli eventi. Persone che tornano, persone che si suicidano o vengono uccise.. Nulla ha più ordine o scopo. Molti non hanno apprezzato proprio questo, l’apparente mancanza di coerenza della narrazione. Non c’è errore più grossolano! Il romanzo è pura coerenza. La guerra distrugge, rade al suolo nazioni intere, cancella culture e popoli e se può far questo a cose vere, materiali e tangibili, cosa può allo spirito? Come può un uomo,una donna o un bambino “incassare” senza avere un naso rotto o un graffio sulla guancia? come può sedersi in panchina attendendo che venga richiamato per giocare un secondo tempo senza fame,sofferenza o distruzione? Questo non può accadere. Le conseguenze ci sono, si vedono e restano indelebili in chi assiste alla morte e alla povertà. L’anima viene strappata in brandelli infinitesimali che si perdono e che non possono essere più cuciti insieme. Ed è questo che viene narrato. Non la storia di Lucas o Klaus o Yasmine o Mathias o di chiunque altro. No, non racconta la storia di qualcuno in particolare, racconta la storia di tutti, dell’umanità intera distrutta da conflitti senza fine e senza motivo. Per questo credo che Trilogia della città di K vada letto,riletto e conservato, come un fiore appena sbocciato che si rischia di sgualcire. Commovente, toccante e devastante, una volta letto non sarete più gli stessi. Non potrete esserlo.

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