La notte di Elie Wiesel: Dov’è il buon Dio?

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 Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi privò, per tutta l’eternità, del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima e trasformarono i miei sogni in polvere.

A volte si legge per emozionarsi ed altre per riflettere ma è per libri capaci di suscitare dentro di me entrambe le reazioni che mi piace leggere. Dopo aver letto molto sulla Shoah ogni lettore potrebbe pensare che più nulla gli è sconosciuto. Ma Wiesel non si affida solo alle emozioni, la sua analisi è lucida e impietosa. Si legge questo libro e si avrebbe voglia di comprendere e di avere delle risposte. E poi si cerca il silenzio perché tutto questo dolore affatica e fa male all’anima.

Nella sua breve testimonianza sulla deportazione e la vita nei lager, Wiesel affronta un aspetto spesso poco approfondito: il rapporto con Dio e lo smarrimento della fede. “Ero io l’accusatore e Dio l’accusato” afferma Wiesel,mettendo in discussione molti concetti come fede, dignità, rispetto e vita. Dio diventa l’imputato colpevole di aver lasciato morire il suo popolo. Un Dio che resta immobile di fronte alle atroci sofferenze della sua gente e una volontà divina che pare incomprensibile.

Ma perché, ma perché benedirlo? Tutte le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare sei crematori giorno e notte, anche di sabato e nei giorni di festa? per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? 

A cosa può affidarsi un uomo quando si rende conto di essere “solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio” ? Cosa fa in modo che egli si aggrappi alla vita?  È l’istinto di sopravvivenza a prevalere: uomini contro uomini, figli contro gli stessi padri per un tozzo di pane. Wiesel ci trascina con sé in un susseguirsi di immagini dolorose e raccapriccianti: assistiamo ai suoi pensieri più meschini quando comprende che avere una persona cara nel lager vuol dire soffrire di più o alla sua vergogna quando spera di potersi sbarazzare del proprio genitore che viene percepito come un “peso morto”. E poi rancore e senso di colpa perché la debolezza di suo padre minaccia anche la sua vita. Infine, rassegnazione quando assiste impotente al lento spegnersi di suo padre.

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Scrivere per un sopravvissuto vuol dire farlo con una pienezza di emozioni a noi sconosciute. Descrivere ciò che non si può descrivere in 100 pagine, ecco dove arriva la scrittura di Wiesel. Eppure fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno chi fosse Elie Wiesel. Posso dire che un grande uomo conosce le debolezze umane ma solo un grande scrittore sa trasformare il proprio dolore e il dolore di un popolo in letteratura. 

 

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